100 ANNI E NON LI DIMOSTRA, VIVA LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE!

100 ANNI E NON LI DIMOSTRA, VIVA LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE!

 

di Giorgio CREMASCHI

 

La Rivoluzione d’Ottobre è la più importante rivoluzione dell’epoca moderna. Finora almeno, aggiungo con un moto di ottimismo.

Il 25 ottobre 1917, calendario giuliano, la questione sociale ed il rifiuto della guerra presero il potere in Russia, dando avvio ad un colossale percorso di liberazione della umanità.

Nonostante gli errori e gli orrori dello stalinismo, l’Unione Sovietica è stata determinante nella sconfitta del nazifascismo e nell’avvio di un’epoca di progresso sociale e di liberazione dei popoli in tutto il mondo, epoca che è durata alcuni decenni, fino agli anni ottanta del secolo scorso.

La portata storica generale della Rivoluzione di Ottobre si misura ancora di più nel mondo attuale, ove un capitalismo che non ha più paura del nemico sta mostrando tutta la sua ingorda follia. Non è vero che l’Ottobre abbia esaurito la sua spinta propulsiva, come fu detto quasi 40 anni fa.
Anche nella portata della controrivoluzione liberista si misura la forza della rivoluzione sovietica.

Quando scoppia una rivoluzione? Secondo Lenin quando le classi dominanti non possono più governare come sempre han governato e le classi subalterne non vogliono più vivere come sempre hanno vissuto. Con questo concetto, si vuole chiarire che le condizioni della rivoluzione siano sia la crisi generale del sistema di potere dominante, sia l’esplodere della soggettività delle masse.

Noi oggi viviamo in un sistema economico e politico che ha esaurito tutte le proprie capacità riformiste. Un sistema incapace di qualsiasi vera mediazione sociale, chiuso in sé stesso e nelle sue élites. Un sistema non riformabile.
Nel 1914 l’Europa si suicidò con la prima guerra mondiale, una sporca inutile strage che non solo distrusse milioni di vite, ma anche quella che allora era la sinistra, la socialdemocrazia, che nella sua maggioranza tradì sé stessa e chi rappresentava approvando il massacro.

Oggi l’Europa si sta suicidando con le politiche di austerità governate dalla UE, politiche che fanno guerra sociale ai popoli e che hanno visto la stessa distruzione della sinistra ufficiale, che quelle politiche ha approvato e gestito.
Oggi torna la necessità di rotture rivoluzionarie, che qui in Europa viene annunciata da crisi politiche diffuse e da una rabbia di massa, che viene espressa in varie e anche opposte forme con quello che oggi viene genericamente definito populismo.

La crisi delle classi dominanti non ha ancora dispiegato tutta la sua portata, esse sono ancora capaci di coinvolgere nel proprio potere una parte degli oppressi e soprattutto delle loro rappresentanze.
Tuttavia il logoramento del sistema avanza e le rotture avvengono, come sempre partendo dai punti più deboli.

Le rivoluzioni le scatenano le masse e nessun surrogato è possibile di esse. Ma questo non significa che si debba stare con le mani in mano.

Innanzitutto bisogna cogliere e capire le linee di rottura rivoluzionaria. Che proprio per il concetto stesso di rivoluzione sono sempre diverse da quanto normalmente si presenti sulla scena politica, sono rivoluzioni appunto.

Qual era l’argomentazione di fondo dei menscevichi contro Lenin e Trotsky? Che non si dovesse far fare salti alla storia e che in Russia non ci fossero le condizioni oggettive per la rivoluzione.
Oggi i neo menscevichi delle varie anime della sinistra usano gli stessi argomenti per giustificare Tsipras in Grecia: e come poteva lui da solo andare contro tutta l’Europa?

Oppure per condannare senza appello la Catalogna: cosa c’entra quella mobilitazione popolare per l’indipendenza con la giusta lotta di classe?
Oppure per non rompere con UE e NATO: non sapete che disastro se ci isoliamo da quelle strutture che in fondo ci tutelano da rischi peggiori?

Tutte queste argomentazioni sono piene di parziali verità, ma assieme costituiscono una unica menzogna.
La menzogna è che si debba attendere una evoluzione di tutto il mondo verso momenti migliori, per il cambiamento. Questa evoluzione non esiste, o si arriva ad un processo rivoluzionario, o si precipita nella barbarie verso cui già stiamo scivolando.

Lenin e Marx erano prima di tutto dei geni rivoluzionari e in quanto tali dei giganteschi scienziati sociali.
Essi non attendevano la conferma delle proprie teorie, ma le verificavano nella rottura rivoluzionaria reale.

Marx auspicò che la comunità contadina russa fosse alla base di una rivoluzione sociale, che in quel paese saltasse alcune fasi dello sviluppo capitalistico.
Lenin mise in pratica quella intuizione adottando la parola d’ordine populista della terra ai contadini, che i bolscevichi avevano fieramente avversato, senza la quale non avrebbe vinto la guerra rivoluzionaria contro le armate bianche finanziate da tutto l’Occidente.

Le rivoluzioni ci spiazzano sempre, proprio perché esse nascono dalla necessità delle masse. Esse per loro natura sono la rottura della politica consolidata, in tutte le sue espressioni.

La soggettività rivoluzionaria si misura proprio in quel momento.
Se essa è vera e sufficientemente preparata e forte, allora può svolgere il ruolo necessario di direzione del processo, che se ne avvantaggia.
Se non lo è allora la rivoluzione va per conto suo, nel bene o nel male, e lascia le “avanguardie” a dare rancorosi voti alla storia.

Per questo oggi io sento più attuale che mai la lezione dell’Ottobre sovietico.
Quando il sistema è bloccato prima o poi le rivoluzioni esplodono e compito dei veri rivoluzionari è capire ciò che accade e provare a governarlo.

Governarlo verso il consolidamento della rottura rivoluzionaria, anche se essa non corrisponde a quanto previsto dai manuali delle giovani marmotte marxiste leniniste, anche se essa non avviene dove si sperava e nel modo e con le dimensione e che si sperava.
Perché l’alternativa alla rivoluzione non è un cambiamento più lento e più sicuro, ma la reazione, la regressione brutale.

Per questo oggi più che mai dobbiamo prima di tutto essere grati a coloro che nel 1917 hanno dato l’assalto al cielo.
E farci carico delle necessità rivoluzionarie del presente.

LE VENE APERTE DELL’AMERICA LATINA

LE VENE APERTE DELL’AMERICA LATINA

Eduardo Galeano

di Eduardo GALEANO

Nella primavera del 1916, quando Lenin scrisse il suo saggio sull'”Imperialismo”, il capitale nordamericano copriva meno di un quinto del totale degli investimenti privati diretti, di origine straniera, nell’America Latina.

Nel 1970 ne copre circa i tre quarti. L’imperialismo che Lenin conobbe – la rapacità dei centri industriali alla ricerca di mercati mondiali ove esportare le proprie merci; la caccia febbrile a tutte le possibili fonti di materie prime; il saccheggio del ferro, del carbone, del petrolio; le ferrovie strutturate per meglio dominare le aree sottomesse; i voraci prestiti dei monopoli finanziari; le spedizioni militari e le guerre di conquista – era un imperialismo che cospargeva di sale le zone in cui una colonia o una semicolonia osava costruire una propria fabbrica. Per i paesi poveri, l’industrializzazione, privilegio delle metropoli, risultava incompatibile con il sistema di dominazione imposto dai paesi ricchi.

A partire dalla seconda guerra mondiale, si determina, in America Latina, un consistente recedere degli interessi europei a vantaggio di uno schiacciante aumento degli investimenti nordamericani.

E si verifica, da quel momento, un cambiamento importante nella destinazione degli investimenti. A poco a poco, anno dopo anno, perdono relativamente importanza i capitali impiegati nei servizi pubblici e nel settore minerario mentre aumenta la proporzione degli investimenti nel settore dei petrolio e soprattutto nell’industria manifatturiera. Oggi, 1 dollaro ogni 3 dollari investiti in America Latina finisce nel settore industriale.

Con investimenti quantitativamente insignificanti, le filiali delle grandi imprese superano d’un solo salto le barriere doganali latinoamericane, elevate paradossalmente contro la concorrenza straniera, e si impadroniscono dei processi interni di industrializzazione.

Esportano fabbriche o, spesso, stringono d’assedio e poi inghiottono le fabbriche nazionali esistenti. A questo fine contano sull’entusiastico aiuto della maggioranza dei governi locali e sulla capacità di ricatto messa al loro servizio dagli organismi internazionali di credito.

Il capitale imperialista cattura i mercati “dal di dentro”, impadronendosi dei settori chiave dell’industria locale: conquista o costruisce le fortezze decisive dalle quali controllare tutto il resto.

da Le vene aperte dell’America Latina. Sperling&Kupfer

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