GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

Angela Merkel

di Pasquale CICALESE e Filippo VIOLI

Con l’idea di trasformare l’UE in un blocco di potere indipendente sulla scena politica mondiale, la Cancelliera Angela Markel non ha raccolto solo gli applausi dell’establishment politico interno, rafforzando la sua posizione in vista delle prossime elezioni, ma ha ricompattato le fila interne degli Stati membri: partiti e schieramenti politici aggrovigliati tra loro, chiamati a recitare la parte dei falsi antagonismi politici sul piede di guerra.

Anche gli stessi rigurgiti nazional-sciovinisti sembrano essere stati messi tutt’ un tratto a tacere. Chi pensava che dopo il vertice G7 di Taormina la Germania potesse abdicare in favore di Trump forse si sbagliava di grosso.

A nulla sono valse le forti strida e i frequenti richiami del Presidente Americano che, dopo aver sistemato direttamente gli affari in Medioriente, avvicinando gli alleati storici (Sauditi e Israeliani) ad ipotetici accordi con i rivali di sempre (Russia, Cina), ha attaccato con fermezza i tedeschi servendosi del megafono europeo: “Abbiamo un enorme deficit commerciale con la Germania, per di più loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le spese militari. Ciò è molto negativo per gli Stati Uniti. Tutto questo cambierà”.

Rientrando dal G7 di Taormina, la Merkel, vedendosi spiazzata e messa all’angolo come un pugile suonato sul ring, non si è arresa anzi, nel ruolo che le compete da settanta anni, quale gendarme europeo, ha dovuto mostrare i muscoli al mondo intero, entrando ufficialmente in rotta di collisione con l’America di Donald Trump, affermando, a chiare lettere, che con quest’ultimo non vuole averci niente a che fare.

“I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni”, ha spiegato la Cancelliera in un discorso tenuto in occasione di una manifestazione politica organizzata dal partito cristiano (Csu) in un tendone-birreria a Monaco di Baviera.

“E questo – ha aggiunto – è il motivo per cui posso solo dire che noi europei dobbiamo davvero portare il nostro destino nelle nostri mani”.

Il riferimento, senza mai nominarlo, è al presidente americano che prima a Bruxelles, al vertice Nato, e poi a Taormina ha criticato i principali alleati dell’Alleanza atlantica e ha rifiutato di approvare l’impegno all’accordo globale sul cambiamento climatico e non solo.

Lo scontro in atto, certificato direttamente sulle pagine del Washington post (testata molto vicina e arma puntata dell’opposizione interna contro Trump), non è di poco conto, se si pensa che nel gioco-forza dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Germania a farne le spese in futuro potrebbero essere soprattutto i paesi Europei, in primis l’Italia, dipendente oramai dalla manifattura tedesca, per la sua forte attività di export specie nel settore della componentistica auto.

L’ultima cosa di cui ha bisogno la nostra fragile economia è proprio una guerra commerciale tra Stati Uniti e Germania.

Sta di fatto che la direzione indicata dal ristrutturato “asse franco-tedesco”, chiamato Fremania, è quella dell’irrobustimento di un polo imperialistico europeo a guida tedesca che dovrà andarsi a ritagliare un proprio spazio nelle relazioni internazionali, naturalmente a scapito del proletariato europeo.

Come dire il mondo cambia rotta, l’America first incontra la Via della Seta, ma questa Europa a trazione germanica guai ad essere messa in discussione.

Il super ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Shauble, con pieni poteri da duce, continuerà a gestire le finanze Ue con le stesse modalità di sempre: austerità degli investimenti pubblici, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture viarie, deflazione salariale quale unica forma consentita per la competitività europea.

Lo sforzo per una relazione alla pari con gli Stati Uniti fa parte dei progetti più vecchi della politica estera espansionista tedesca.

Già a partire degli anni ‘40 del diciannovesimo secolo, molto prima della fondazione dell’impero tedesco, il padre dell’economia nazionale tedesca, Friedrich List, prevedeva per il futuro una dura rivalità fra un’alleanza continentale europea e gli Stati Uniti, attraverso una “unione doganale nella Mitteleuropa”.

Mentre, negli anni ’30 del ventesimo secolo, gli industriali tedeschi parlavano di “un blocco chiuso da Bordeaux fino a Sofia” che avrebbe potuto dare “all’Europa la struttura economica necessaria di cui ha bisogno per imporre la sua importanza nel mondo”.

Negli anni ’40, in piena campagna nazista, gli economisti nazionalsocialisti scrivevano che solo “un grande spazio economico continentale” potrebbe mettere la Germania nelle condizioni di sfidare con successo gli enormi blocchi del Nord e Sud-America, il blocco dello Yen, e quello che resta del blocco della Sterlina.

Se si pensa al quadro politico internazionale di oggi sembra che tutta la partita si stia giocando a favore della Germania, anche i media mainstream occidentali sembrano oramai spingere fortemente verso questa direzione: consegnare nelle mani della cancelliera tedesca il destino dell’Europa. D’altronde, l’influenza della Russia è stata marginalizzata ed il paese è stato trasformato in una minaccia comune contro la quale soprattutto i paesi dell’Europa dell’est hanno bisogno di un protettore. L’Europa del sud, per via del debito estero ben strutturato, è già nelle mani della Germania. La Gran Bretagna si è congedata da sola, mentre la Francia – sotto una feroce spinta eurocentrista – ha eletto come nuovo presidente un replicante del governo Hollande, l’ex ministro del lavoro Macron, il padre putativo del “Loi Travail”, che fa affidamento sulla Germania e che senza alcun dubbio ha un’affinità con la base ideologica neoliberista tedesca.

Si tratta quindi di un’occasione storica, sotto i nostri occhi sembra prendere forma una Germania first, partendo dalla gestione dei rifugiati, passando ad una piu’ stretta cooperazione degli eserciti dell’Europa continentale, fino ad un modello di finanziamento che prevede di utilizzare il denaro proveniente dall’IVA per aiutare quei paesi che faranno le cosiddette “riforme”, senza escludere la spoil system in seno alla BCE da parte dell’uomo più fidato di Merkel, il freddo presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Tutte combinazioni che potrebbero suggellare e consolidare le suggestive ambizioni egemoniche tedesche nell’Europa continentale.

Ma la partita politica, economica e militare che si sta giocando sullo scacchiere mondiale è tutt’altra che semplice cosa e, di sicuro, non così delineata come si vuole far credere.

La forza d’urto con la quale la Cina sta entrando prepotentemente nello scenario internazionale, quale potenza egemone della manifattura mondiale, mettendo sul tavolo da gioco ingenti risorse e progetti per la costruzione di filiere infrastrutturali, lungo il millenario percorso della via della seta marittima e terrestre, sta ridisegnando il nuovo ordine mondiale.

A niente sono valse i tentativi iniziali di screditare il nuovo “Piano Marshall” mondiale made in China, facendolo passare come un tentativo di penetrazione economica e, quindi, come il proseguimento della guerra per l’egemonia con altri mezzi.

La Belt on the Road iniziative, ossia la costruzione di un sistema di infrastrutture che leghi la Cina con il resto del mondo, presentata ufficialmente da Xi Jinping al forum di Pechino, coinvolgerà nei prossimi 5 anni 112 Paesi e porterà un budget di 650 miliardi di dollari in dotazione, a zonzo per il mondo.

E la Germania farebbe bene a non sottovalutare la portata di questo enorme evento storico, soprattutto alla luce degli accordi raggiunti a Mar-a–Lago in Florida tra Donald Trump e Xi Jinping. Dalle bio-tecnologie, all’alimentare, ai servizi finanziari, fino all’accordo storico sulle forniture di gas (pari a 46 miliardi di dollari all’anno per 35 anni); le concessioni fatte dal leader cinese al presidente americano sembrano in un certo senso aver voluto riconoscere la posizione di vantaggio, assunta nel corso dell’ultimo decennio, che ha portato gli Usa ad avere un enorme deficit commerciale nei confronti di Pechino. Di una cosa sembrano entrambi essersi convinti: nessuno dei due raggiungerà i suoi scopi se sono in conflitto.

D’altronde Trump sa perfettamente che le esportazioni cinesi, tra il 2006 e il 2016, sono calate dal 35% al 19% del prodotto interno lordo, quindi l’invincibile macchina da export è storia del passato.

La Cina può contribuire a dare a Trump quel che vuole: investimenti industriali in nuove attività in quelle aree che hanno subito gli effetti della deindustrializzazione, con imprese cinesi che sarebbero pronti a investire negli Usa.

La Germania dovrebbe rendersi conto del rischio di isolamento che andrebbe incontro, girando le spalle a questo nuovo corso della storia.

Continuando spedita la sua incontrastata marcia mercantilistica, rastrellando risorse, deflazionando la domanda interna e sottraendola ad altri parti del mondo, arriverà in un vicolo cieco senza via di ritorno, col risultato che, l’aver alzato il livello di scontro, l’aver distrutto lo stato sociale europeo e generato ancor di più miseria e risentimento nazionalistico, prima o poi sarà chiamata a pagare un conto salatissimo.

In questo scontro pare che la classe dirigente italiana si avvii verso un suicidio annunciato.

L’appoggio di stampa, politica e mondo industriale italiano alla Germania occulta i veri interessi nazionali dei prossimi decenni, vale a dire giocare di sponda con i tre attori globali, Usa, Cina, Russia.

Oltretutto dalla Fremania l’Italia prende solo sberle: dal probabile bail in delle popolari venete, al rastrellamento di imprese italiane, ultima la Telecom in mano ai francesi di Vivendi.

Senza che vi sia reciprocità, tant’è che Macron ha contestato l’acquisizione da parte di Fincantieri della francese Stx.

Lasceranno un po’ di respiro quest’estate per far vincere l’obamiano Renzi, ma nel 2018 con Weidmann e il piano europeo da parte della Germania l’Italia si avvia, se non cambia prospettiva, al collasso economico, senza questa volta avere l’aiuto degli Usa.

Il fine della Germania è impedire la saldatura tra la Via della Seta marittima e i porti italiani per favorire i porti della Lega Anseatica, vale a dire Rotterdam, Bremenhaven e Amburgo.

I tedeschi sanno che se gli italiani entrano nel circuito cinese, e con buone relazioni con Usa e Russia, possono far saltare il banco europeo.

Al momento siamo in mano dei collaborazionisti.

La partita si gioca a Washington.

Lì c’è una feroce guerra civile.

Se la spunta Trump, controllando tutti gli apparati, a quel punto il gioco passa a lui, in Italia e in Europa.

Nel frattempo sistema, con il programma dei cento giorni, i negoziati commerciali con la Cina ed in seguito la nuova Yalta con la Russia.

Se ci riuscirà, perderanno i collaborazionisti italiani, che dovranno dar spazio ad altri gruppi più consoni della partita in corso.

Tempi interessanti, se non fosse per la miseria dettata dall’austerità europea che ci circonda.

 

 

2 giugno 1946

2 giugno 1946

Viva la Repubblica

dal Coordinamento Nazionale del MovES

2 giugno 1946

I volti, le azioni, la speranza del popolo italiano.
Che è stato tradito dalla svendita della nostra Costituzione e della nostra Repubblica agli oligarchi finanziari dell’ordoliberismo della UE.

Rivediamo quegli italiani, e riconosciamoci in loro in questo video (cliccate sul tasto per estendere il video n.d.r.), con una ricostruzione precisa, ricca di notizie e immagini, realizzata da Nietta La Scala per la trasmissione “Correva l’anno”.

Un intero paese che usciva dall’incubo della guerra, dell’oppressione nazi-fascista, con grande entusiasmo, partecipava per la prima volta dopo 22 anni al voto.

Ma anche il primo voto per le donne che in questo documentario possiamo vedere recarsi al seggio coi figli neonati in braccio e persino in abito da sposa.

Loro credevano in un futuro di pace e benessere. Lo volevano.

Hanno lottato per garantirlo ai figli per oltre trenta anni. Poi, il capitalismo globale ha stretto la sua morsa.

E stiamo di nuovo per restare schiacciati dal suo ingranaggio letale di debito e perdita di ogni diritto sociale, di ogni diritto al lavoro e alla dignità.

Oggi usano le leggi elettorali, anche l’ultima proposta, e il nostro voto soltanto per gestire il ruolo di servitori di queste oligarchie.

Non possiamo più permetterlo.

NO ALL’APPROVAZIONE DEL CETA

NO ALL’APPROVAZIONE DEL CETA

Campagna CETA

di Campagna Stop TTIP Italia

Stop TTIP Italia si mobilita per l’arrivo del presidente Trudeau

Il presidente canadese in questo martedi 30 maggio è a Roma per promuovere il CETA.

La società civile lancia una mobilitazione sul web per chiedere al Parlamento di respingere l’accordo UE-Canada dannoso per l’ambiente e l’economia.

Una valanga di tweet sul Parlamento per chiedere un NO fermo alla ratifica del CETA, l’accordo UE-Canada gemello del TTIP.

È questo il programma di martedì 30 marzo, quando dalle 10 il presidente canadese Justin Trudeau sarà ospite alla Camera di un convegno sulle migrazioni. Per quell’ora gli attivisti della Campagna Stop TTIP Italia, insieme ai sindacati e alle organizzazioni ambientaliste, daranno vita ad un tweetstorm sul web per chiedere a deputati e senatori di prendere una posizione contraria al CETA [Ecco come partecipare].

«Il premier Trudeau viene a vendere ai nostri parlamentari un accordo tossico – dichiara Monica di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP – Chi ne ha letto tutte le 1600 pagine sa bene che al suo interno vi sono gravi rischi per l’agricoltura, il Made in Italy, i servizi pubblici, l’ambiente e l’occupazione. Il CETA, come il TTIP, è un trattato che fa della deregolamentazione obiettivo centrale: un approccio che mette il business di poche grandi imprese davanti ai diritti dei lavoratori e alla qualità dei prodotti».

L’appello è dunque ai parlamentari che, spiega Di Sisto «sono chiamati ad esprimere un giudizio determinante su questo accordo, negoziato nelle segrete stanze e poi venduto come un pacchetto chiuso e non emendabile.

Di fronte alle modalità di negoziazione non trasparenti e ai rischi concreti presenti nel testo, ci aspettiamo che al momento del voto prevalga un chiaro NO al CETA. In caso contrario, le prossime elezioni saranno una Caporetto per chi avrà sostenuto accordi che violano l’interesse pubblico».

«Non sono riusciti con il TTIP, fermato dalla mobilitazione popolare, e ci provano con il CETA – aggiunge Marco Bersani, tra i coordinatori di Stop TTIP Italia – Diritti, beni comuni, servizi pubblici e agricoltura di qualità non sono in vedita. I parlamentari sappiano che il loro compito è rappresentare l’interesse generale e non quello delle multinazionali. Non rinunciamo alla democrazia».

«La visita di Trudeau in Italia poteva essere l’occasione per aprire un dibattito istituzionale sul CETA – dichiara Elena Mazzoni, tra i coordinatori di Stop TTIP Italia – Un dibattito che coinvolgesse gli stakeholders finora esclusi: associazioni, sindacati, movimenti e cittadini. Invece è un’altra occasione mancata e si profila la probabile ratifica del Trattato senza una discussione democratica e plurale. Per questo la Campagna italiana continuerà nel suo costante lavoro di informazione e pressione insieme ai cittadini».

fonte: https://www.pressenza.com/it/2017/05/no-allapprovazione-del-ceta-stop-ttip-italia-si-mobilita-larrivo-del-presidente-trudeau/

USCIRE DALL’EURO. ECCO PERCHE’

USCIRE DALL’EURO. ECCO PERCHE’

di Elia MERCAZIN

Ricordate i vostri genitori negli anni ’70 e ’80 mettere un po’ di risparmi nei famosi CCT o titoli di stato?

Perché lo facevano, pur non essendo maghi della finanza? Perché di base era risaputo che lo stato monopolista della propria moneta non poteva fallire. Avrebbe sempre trovato i soldi da restituire. Come? Creandoli dal nulla. Stampandoli o accreditando conti correnti elettronicamente. Era una sicurezza per il futuro, un modo sano con cui lo stato garantiva i risparmi e i sacrifici delle famiglie.

Era debito pubblico che corrispondeva a ricchezza privata e servizi per la popolazione.

Questo valeva per l’Italia ma anche per la Grecia ad esempio. 

L’€uro, invece, è per gli Stati che lo adottano a tutti gli effetti una moneta straniera, che non possono creare in autonomia.

Una moneta da prendere a prestito, indebitandosi con il sistema bancario.

Ecco perché improvvisamente il risparmio in titoli di stato non è più sicuro: perché hanno messo i governi sullo stesso piano dei cittadini, in concorrenza tra loro per procurarsi la moneta necessaria, “rubandola” l’uno agli altri.

Lo Stato non potendo creare moneta per conto proprio deve procurarsela con le tasse, sempre più tasse, tagliando investimenti e spese oppure chiedendola a prestito a qualcun altro. Avere l’€uro è come avere il Dollaro, lo Yen o qualsiasi altra moneta.

Secondo voi lo stato italiano può stampare Dollari? No. E nemmeno €uro.

Banalissima realtà. Ciò che prima era (e sarebbe anche oggi) disponibile tecnicamente in misura illimitata – la moneta – è diventata scarsa, limitata, controllata da organismi privati che gestiscono questa scarsità traendone profitto e scaraventando intere nazioni nell’insicurezza, nella competizione sfrenata e nella povertà.

Lo stesso vale per qualsiasi spesa dello stato: non ha senso dire “non ci sono i soldi, bisogna tagliare”.

Ha senso con l’€uro, non in generale.

Capito questo semplice concetto non si può essere a favore della moneta unica e nemmeno dell’UE che la difende.

Esserlo è accettare come condizione naturale l’avere un guinzaglio al collo che qualcuno può stringere o mollare a piacimento, senza alcuna logica macro-economica.

Accettare questa “normalità” significa accettare la schiavitù.

Vi piace essere schiavi?

Se non si risolve questa distorsione voluta a tavolino, accanirsi contro altri problemi (corruzione, burocrazia, ecc.) sarà ininfluente, se non inutile.

Sarà come ridipingere di fresco le pareti delle baracche di Auschwitz: per carità, migliora un po’ l’ambiente, ma sempre ad Auschwitz si rimane.

Chi non vi spiega questa verità di base distraendovi con stupidaggini e supercazzole vi sta ingannando. 

Semplicissimo.

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE VOTARE

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE VOTARE

Landriana

( Cioè…che mi hai portato a fare alle primarie del PD se potevamo salvarci la vita?)

di Massimo RIBAUDO

E’ Primavera inoltrata, si avvicina il 1 maggio e in Italia ogni Circolo vi ri-chiama a fare il vostro dovere.
Beh, per una volta ripetete con noi: “Preferisco vivere!”

Dopo averlo ripetuto fino alla nausea almeno quanto fa il PD con le sue riforme “Ammazza Italia”, siete pronti ad uscire di casa, a guardare la bellezza intorno a voi, a godere i colori, le tradizioni, la cultura di un paese deRenzizzato e dePDdizzato!

Quindi questa domenica andate dai vostri mariti e dalle vostre mogli con inclinazioni autolesionistiche, accarezzateli e dite loro: “questa è la carezza di una persona deRenzizzata, apprezza il tocco delle mani pulite!

Ascoltate i vostri coniugi e i famigliari che agiscono per proteggervi, poi seguiteli docilmente a…

  • Godervi lo spettacolo  della XVII edizione del festival internazionale di Arte di strada “Magie al borgo“, che si svolgerà a Costa di Mezzate (in provincia di Bergamo).
  • Nella piccola Camerino (Mc), nelle Marche, colpita dal terremoto e con la voglia di rinascere, viene organizzata la manifestazione Cortili in fiore
  • In Sicilia, ad Acireale va in scena la Festa dei Fiori.
  • A Tolmezzo, in Friuli, domenica 30 aprile va in scena Tolmezzo in fiore.

Tutto il parco del Delta del Po è dedicato al birdwatching

ll Farm Cultural Park di Favara, vicino ad Agrigento, ospita dal 29 aprile al primo maggio l’Opp Festival, Energie under 18: un festival progettato e diretto da e per adolescenti, nella nuova era degli youtuber, di snapchat e di Tumblr.

Tre giorni di creatività e sperimentazione con workshop, letture, musica, cinema, fotografia, arte urbana, danza e molto altro. Se passate da Agrigento date un’occhiata a questo progetto innovativo e sorprendente: ne vale la pena.

farm cultural

Noleggiate un camper e godetevi l’Italia

Camper

E con tutto questo ben di dio, davvero volete andare a suicidarvi alle primarie del PD?

Se poi non siete sposati, non avete compagne/i, fidanzate/i che si prodighino per salvarvi la vita, se siete tristi e soli e cercate conforto nella droga delle primarie o se, invece, malauguratamente anche i vostri cari votano alle primarie PD, allora siete spacciati.

Ma se all’ultimo minuto avrete un anelito di vita e cercherete aiuto, chiamate il Soccorso Rosso del MovES a questo numero di cell.: 3278265650