IMPERIALISMO: A GERUSALEMME UN NEMICO SENZA PIÙ MASCHERE

IMPERIALISMO: A GERUSALEMME UN NEMICO SENZA PIÙ MASCHERE

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del Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra – MovES
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GERUSALEMME: SIAMO TORNATI ALL’IMPERIALISMO AMERICANO DICHIARATO.
Siamo tornati a vedere il VERO volto del potere americano.
Evviva. Finalmente abbiamo di nuovo sotto agli occhi chi sia il nostro VERO NEMICO.
È finito il tempo della manfrina del politically correct e del FINTO progressismo.
Adesso l’America è di nuovo DICHIARATAMENTE se stessa.
Adesso NON ABBIAMO PIÙ ALIBI per non schierarci.
 
Per anni ci hanno voluto far credere all’America dei democrats e dei diritti, mentre Clinton e Obama avviavano le peggiori guerre e i peggiori conflitti, le peggiori interferenze con le democrazie di diversi paesi del mondo o con governi di paesi con un equilibrio già precario in cui gli U.S.A. avevano interessi.
Gioverebbe infatti ricordarsi SEMPRE, solo per fare un esempio a caso ma il più rilevante nel panorama politico e negli equilibri mondiali, che ISIS è un organismo di fabbricazione AMERICANA per dichiarazione della stessa Clinton.
 
Detto questo, riguardo alla nuova aggressione alla Palestina da parte di Trump, resta solo da dire ancora una volta, che imperialismo e sionismo sono facce di un fascismo che in America e in Israele NON SONO MAI MORTI.
In questi vent’anni hanno solo assunto facce più suadenti e spendibili presso l’opinione pubblica mondiale, grazie al maquillage operato dalle oligarchie.
 
Intanto i morti aumentano, i feriti si contano a centinaia.
Intanto il popolo palestine se MUORE PER MANO DEL FASCISTA NETANYAHU, OGGI, esattamente come avvenuto anche coi suoi predecessori.
 
La ragione NON È AFFATTO RELIGIOSA ma, anche se ne siamo tutti consapevoli, meglio ricordare che  da SEMPRE è politica, economica e geopolitica.
 
In questo conflitto, le responsabilità storiche dell’Occidente sono particolarmente PESANTISSIME, ONU in primis, e continuano ad esserlo, e poco vale che gli ambasciatori ONU di paesi come Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia abbiano preso nettamente le distanze da questa decisione di Trump, pur essendo comunque un segnale.
 
Poco vale che sia una posizione stabile dei paesi dell’Unione Europea, alla luce dello stato di fatto, quella che Gerusalemme dovrebbe essere la capitale di Israele e Palestina come per giunta previsto dagli accordi di Oslo.
Poco vale perchè anche questo resta nel recinto dell’ipocrisia di un Occidente che ha sulla coscienza 70 ANNI di morti, di guerre, di torture, di repressione di un intero popolo.
 
E oggi sarebbe pure la Giornata Mondiale dei Diritti Umani.
Fa venire da piangere il solo pensiero di tanta ipocrita messa in scena quando il mondo intero è sotto il tallone di ferro dell’imperialismo americano dalla II guerra mondiale, se non prima.
 
È indispensabile, perciò e ogni giorno di più, rendersi consapevoli che nulla cambierà mai fino a che lasceremo nelle mani di un paese come gli U.S.A., il destino dell’Umanità intera.
 
Proprio per questo siamo e saremo SEMPRE contro OGNI FORMA di IMPERIALISMO.
Proprio questo siamo e saremo SEMPRE e SOLO dalla parte dell’essere umano e del suo diritto ad autodeterminarsi.
NO all’imperialismo, NO alla NATO, NO alla negazione della sovranità di ogni popolo!
LUPO SOLITARIO: DI UN BRANCO FINANZIATO E ORGANIZZATO

LUPO SOLITARIO: DI UN BRANCO FINANZIATO E ORGANIZZATO

 

di Nia GUAITA

 

New York, Poche ore dopo l’attacco, Trump ha descritto il terrorista come “lupo solitario” e “disturbato mentale” e la sua affermazione è stata rapidamente ripresa dai media mondiali.

È ora di finirla, però, con queste definizioni e vi spiego perché.
Anzitutto, per i servizi di sicurezza l’analisi immediata è difficile e ci vogliono mesi per svelare la verità dietro una grande, o anche piccola, operazione terroristica.

Ma andiamo con ordine: all’inizio del 2017, nel secondo decennio della più intensa ondata di terrorismo internazionale dagli anni ’70, il lupo solitario ha rappresentato, per molti analisti, la più pressante minaccia alla sicurezza.

Il termine, che descrive un singolo terrorista che colpisce da solo e non è affiliato ad un gruppo più ampio, è oggi ampiamente utilizzato da tutti, anche perché il terrorismo è cambiato drasticamente negli ultimi anni.

Gli attacchi da parte di gruppi con catene di comando definite, sono diventati più rari, in quanto la prevalenza delle reti terroristiche, delle cellule autonome e degli individui, è cresciuta.
Questa evoluzione ha spinto a cercare un nuovo vocabolo, che è stato trovato in “lupo solitario”.

Eppure, usare questo termine è un errore. Le etichette definiscono il modo in cui vediamo il mondo e influenzano così le attitudini e, infine, le politiche. Usare le parole sbagliate per descrivere i problemi che dobbiamo capire, distorce le percezioni del pubblico e la denominazione “lupi solitari” oscura la vera natura della minaccia contro di noi.

Attribuire inoltre la continua ondata di violenza ad un solo gruppo come il Califfato, non solo ha oscurato le radici profonde, complesse e inquietanti della militanza islamista, ma ha anche suggerito che la minaccia sarebbe finita con le sconfitte dell’Isis.
Niente di più sbagliato.

Trovo illuminante lo scritto del jihadista siriano Mustafa Setmariam Nasar, meglio conosciuto come Abu Musab al-Suri. Ancora nel 2004, in una serie di scritti apparsi su un sito estremista, Nasar aveva presentato una nuova strategia: “Princìpi, non organizzazioni”. Cioè singoli aggressori e cellule, guidati da testi pubblicati online, per colpire obiettivi in tutto il mondo.

Da non dimenticare inoltre, che la maggior parte degli attacchi attribuiti a qualche lupo solitario, si sono rivelati, in in secondo tempo, di matrice molto più ampia.

Molto spesso questi terroristi hanno in realtà legami attivi con gruppi consolidati come l’Isis o al-Qaida o gruppi di “simpatizzanti” o sostenitori”.

A conferma di questo, c’è anche una ricerca della Pennsylvania State University che ha esaminato le schede di 119 terroristi classificati come lupi solitari e provenienti da un’ampia gamma di ideologie, ed hanno scoperto che, anche se i terroristi avevano lanciato i loro attacchi singolarmente, nel 79% dei casi, altri erano a conoscenza dell’ideologia estrema dell’individuo e nel 64% dei casi, la famiglia e gli amici erano a conoscenza dell’intento dell’individuo di intraprendere azioni legate al terrorismo.

Non solo, l’anno scorso, un team dell’Università di Miami ha studiato 196 gruppi pro-Isis che operano sui social media, rilevando che hanno un totale complessivo di più di 100.000 membri.

Una cosa è certa e cioè che (tranne rarissimi casi), ogni terrorista, anche se socialmente o fisicamente isolato, è comunque parte di un movimento più ampio.

I militanti islamisti, che emergono dal mondo fertile del jihadismo in linea – con i suoi video di esecuzioni, la storia mitologizzata, che leggono selettivamente i testi religiosi e le foto scattate di presunte atrocità contro i musulmani, fanno parte di gruppi organizzati.

Gli obiettivi degli attacchi non sono selezionati a caso, né i terroristi eseguono il loro atto in totale isolamento, come prodotto di una mente malata e irrazionale e la violenza terroristica, di tutti i tipi, è diretta contro obiettivi specifici.

Ma forse, la spiegazione più inquietante per l’uso dei termini “lupo solitario” e “disturbato mentale”, è che ci dice qualcosa nel quale vogliamo credere, ovvero: l’idea che i terroristi operino da soli, ci permette di rompere il legame tra un atto di violenza e il suo entroterra ideologico e ci spinge a credere che la responsabilità dell’estremismo violento di un individuo, risieda esclusivamente nell’individuo stesso.
Niente di più sbagliato e pericoloso.

“ESILE, GIOVANISSIMA, OCCHI DI MIELE, VENDUTA PER 1.500 DOLLARI”. IL CONTRATTO PER LA SCHIAVITÙ SESSUALE USATO DALL’ISIS

“ESILE, GIOVANISSIMA, OCCHI DI MIELE, VENDUTA PER 1.500 DOLLARI”. IL CONTRATTO PER LA SCHIAVITÙ SESSUALE USATO DALL’ISIS

Contratto schiave Isis

Il contratto di compravendita di una ventenne trovato a Mosul. A destra, il viso di Lamiya Aji Bashar, 19 anni, scappata ai suoi carcerieri dell’Isis

di Cristiano Sanna 

Il pianto di Nadia Murad scampata al massacro della sua famiglia e alla prigionia degli esaltati omicidi dell’Isis, le sue parole di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite, si perdono tra le sabbie e le rovine della piana di Ninive.

Colpirono il mondo ed ebbero grande risonanza i racconti di questa ragazza che svelava gli orrori dello Stato islamico, gli eccidi di massa e il particolare accanimento contro le donne, meglio se giovanissime. Ma a tre anni esatti dal massacro di Sinjar (3 agosto 2014) c’è un intero popolo che vaga in una terra di nessuno al confine tra Iraq, Siria e Turchia. Con Mosul alle spalle.

Qui si pratica lo schiavismo.

Vuoi una ragazzina che da quel momento è carne da macello al servizio delle tue perversioni?

Bastano 1500 dollari, lo stipendio di un senior o un responsabile italiano di call center. Il documento recuperato a Mosul l’anno scorso, pubblicato dal reporter di Huffington Post Steven Nabil e di recente ripreso da Avvenire, mostra la burocrazia dell’orrore.

La firma con le impronte digitali

Nel contratto di schiavitù si parla della cessione dei diritti di proprietà di una ragazza di 20 anni, “sottile e con gli occhi color miele”, venduta ai suoi carnefici con tanto di scrittura tra le parti, firme autografe, timbri del Califfato e sigilli apposti sul foglio con due impronte digitali. A garanzia della transazione. E’ la fine che fanno troppe donne cadute nelle mani del Califfato, inferocito dalla progressiva sconfitta sul terreno. Sono oltre seimila le donne e i bambini rapiti dagli esaltati dell’Isis durante il massacro di Sinjar, che ha fatto in poche ore 3000 morti. Nadia Murad parlò di questi orrori, tra le lacrime. Tre anni dopo la situazione è cambiata solo in minima parte. Restano più di tremila schiave da liberare, e decine di migliaia di persone in fuga da un Paese nel caos, schiacciate alla frontiera curdo-siriana.

Meglio morire in battaglia

Fecero altrettanto scalpore le immagini del viso devastato di Lamiya Aji Bashar, la giovanissima donna curda yazida rimasta per mesi nelle mani degli schiavisti stupratori dell’Isis. Ripresa più volte dopo i suoi tentativi di fuga, e ogni volta sottoposta a punizioni disumane. Chi sopravvive alla prigionia torna dai suoi parenti, quando riesce, in condizioni fisiche e soprattutto psicologiche critiche: mutismo, catatonia, sdoppiamento della personalità per reagire all’orrore, convulsioni, attacchi di panico, assenza di sonno.

Gli yazidi sono disprezzati dall’Isis e guardati con sospetto da altre genti arabe.

Perseguono la parità tra sessi propugnata da Ochalan, venerano un dio che ha creato sette spiriti prima di fare il mondo come lo conosciamo, tra questi dei è compreso il Male, l’equivalente del nostro Satana, che però nella loro visione mistico esoterica ha spento l’inferno e va a redimersi. Ma tant’é, nelle approssimazioni dei media occidentali spesso gli yazidi sono stati frettolosamente ed erronemente chiamati satanisti. E’ un popolo senza stato e senza terra abituato a fuggire da persecuzioni e massacri, ma anche a battersi. Come a battersi sono proprio le donne che rifiutano il loro ruolo di carne da macello per gli uomini di al-Baghdadi. Meglio morire in battaglia, e ammazzarne il più possibile di quei posseduti dalla sharia.

Nadia Murad

Nadia Murad, il suo racconto degli orrori della tratta di donne da parte del Califfato ha colpito il mondo. Oggi è ambasciatrice presso le Nazioni Unite e attivista per le donne prigioniere dell’Isis

Così sono nate le unità militari tutte al femminile, come l’YPJ (Women Protection Units, cioè Unità di protezione delle donne) impegnate a cacciare via l’Isis dalle terre da cui sono state strappate.

C’è anche il loro contributo nella controffensiva partita nell’inverno di tre anni fa, un’avanzata progressiva mentre le bandiere del Califfato si ritirano, in rotta.

Così è tornata libera Sinjar nel 2015, così è stata liberata neanche un mese fa Mosul.

Sul campo di battaglia, ragazzine e donne soldato, con in testa le immagini delle loro mamme, figlie e sorelle straziate dallo Stato islamico.

TERRORISMO: AVER PAURA È LECITO

TERRORISMO: AVER PAURA È LECITO


di Claudio KHALED SER

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà la verità“, cosi’ teorizzava il dottor Goebbels.
Per i politici italiani vale l’aforisma contrario: possono ripetere una verità cento, mille, un milione di volte e sembra sempre una bugia.
Ce ne hanno dette sempre cosi’ tante, negli ultimi 70 anni, che ormai solo un demente potrebbe accordar fiducia alle loro parole.

Se poi il politico è Paolo Gentiloni, qualunque cosa dica, vera o falsa che sia, sembra un ritornello noioso e retorico.
Quindi suona falso come una campana rotta.
L’affermazione enunciata all’inaugurazione del Meeting di CL: «I terroristi non ci costringeranno a rinunciare alla nostra libertà», frase sentita non so quante volte, pronunciata da varie autorevoli ed insulse bocche, dal 2001 in poi.

Ma ci fate o ci siete ?

Certo, a 16 anni dalle Torri Gemelle, in Occidente, le donne non girano tutte col burqa e i campanili non sono diventati minareti, e a diminuire la nostra propensione allo shopping non sono stati gli Osama bin Laden o gli uomini in nero del Califfo, ma la crisi economica che ci ha ridotti “agli stracci”.

Chi veramente, per quanto assurdo vi possa sembrare, è stato costretto a rinunciare concretamente a una parte della propria libertà sono gli uomini dalla carnagione olivastra, arabi o indonesiani che siano, cubani o brasiliani pure, che negli aeroporti vengono controllati più scrupolosamente degli altri viaggiatori e guardati con sospetto (nonché odio e terrore) sui treni e negli alberghi.

Vittime di equivoci nelle ultime settimane, un rapper libanese, un comico francese che ripassava un copione ad alta voce, un turista sardo in Austria e perfino un cosplayer in Canada
Pure Magic é finito nelle bocche di fuoco dei soliti idioti che mica l’avevano riconosciuto..
L’anno scorso era toccato al calciatore Nainggolan in Belgio. Vedendolo tutto ricoperto di tattoo con quella faccia un po’ cosi’, alcuni integerrimi clienti dell’hotel avevano chiamato la Polizia.

Diciamoci la verità, oggi il vicino se non ci terrorizza, quanto meno ci infastidisce.

Nessuno di noi è più libero come prima, a parte i razzisti e gli xenofobi, che grazie alle orrende gesta dei degenerati dell’ISIS finalmente possono vomitare senza vergogna i loro pregiudizi, spacciandoli per analisi ragionevoli.
Proverbio milanese:
Qand la merda la munta in scran, o la spussa o la fa dann
(traduzione: quando la merda monta sulla sedia, o puzza o fa danno)
E a destra son tutti seduti comodamente.

Inutile mentire e fare i gradassi, siamo più paurosi, guardinghi e diffidenti e ci sentiamo meno sicuri: tutti i camion guidati dai fanatici dell’ISIS messi insieme hanno fatto meno vittime dei veicoli guidati da laicissimi imbecilli con l’occhio fisso allo smartphone, ma questo non sarà mai il titolo di apertura di un telegiornale.

E se oggi vediamo un onesto camionista nato a Rabat anziché a Casalmaggiore, incrociamo le dita e chiamiamo la Madonna.
E che dire di quello strano tipo, simil arabo, che con una borsa stretta tra le mani che sale sull’autobus 99?
Col cavolo che resto lì, me la faccio a piedi!

La verità, con buona pace di Gentiloni, è che non siamo gatti, la nostra vita é una e pure di pelle ne abbiamo una sola.
Saremmo tutti disposti a rinunciare almeno in parte alle nostre libertà se questo ci garantisse davvero la sicurezza.

Ma siccome la sicurezza non può garantircela nessuno, un po’ per la natura pulviscolare di questo terrorismo e un po’ per la mancanza di collaborazione fra Paesi europei, come ha sottolineato il premier spagnolo Mariano Rajoy all’indomani della strage di Barcellona, teniamoci la libertà e cerchiamo di farne il miglior uso possibile.

Ad esempio, criticando questo pseudo governo per il suo atteggiamento sul caso Regeni: se il terrorismo è di Stato, e di uno Stato partner in affari, la vita e la libertà di un cittadino italiano per lui (governo) non contano nulla.
E questo, cari ometti di Montecitorio, non é ammissibile.
Gridate tanto quando un extra comunitario piscia nei giardinetti della stazione e non ve ne frega una beata minchia quando lo fa sui diritti umani ?
Ah già ma questo ha la divisa e fa il generale.
E soprattutto ha i soldi.

Per i soldi si fa questo e altro” mi diceva l’illustre filosofa Ginetta che lavorava tra Via Pirelli e Piazza Duca d’Aosta.

IL TERRORISMO E LA “NORMALITA’ DEL MALE”

IL TERRORISMO E LA “NORMALITA’ DEL MALE”


di Antonio CAPUANO

Quando la paura distorce le percezioni e stravolge le priorità.
Il fatto che una tale sequenza di eventi come quelli di questi ultimi giorni, tragicamente simili tra loro, alimenti finanche giustamente il rischio di scoprirsi inevitabilmente ripetitivi e di apparire retorici nell’argomentare, mette sinceramente i brividi.

Pensiamoci un attimo, mentre eravamo ancora tutti impietriti per l’attentato di Barcellona, a poche ore di distanza viene colpita anche la Finlandia che vittima di un irreale senso di routine, finisce quasi per essere relegata nel “dimenticatoio”.
Il tutto pare essere figlio di un meccanismo assolutamente inconscio, tale per cui a fare notizia non è più l’attentato in sé ormai divenuto appunto normale, ma la portata del bersaglio e questo, ci dà l’esatta misura del tempo in cui viviamo.

Un tempo in cui l’uomo. intontito e impaurito, si lascia tramortire da luoghi comuni, frasi fatte e lascia che il terrore lo logori per inerzia, la stessa inerzia che lo porta a postare il solito hastag e a inveire a priori contro “i soliti noti” per riflesso condizionato, senza mai curarsi della ricerca della verità o dei rischi della propaganda.

Ed ecco che tra sciacalli e governanti dalla frase fatta facile, temi come la morte e l’odio tra popoli, passano in secondo piano e lasciano spazio a biechi e strumentali riferimenti da campagna elettorale permanente ad immigrazione e sicurezza. Azzerando totalmente gli aspetti empatici, culturali, intellettuali, umani e emotivi, fondamentali ad una reale comprensione della questione.

Poi, ecco che fortunatamente tra un #PrayFor di tendenza, un insulto immotivato alla Boldrini e un imbecille richiamo ai gessetti colorati, spunta come salvifica manna dal cielo, un illuminante post della Sindaca di Barcellona, Ada Colau, la quale saggiamente e onorando al meglio il ruolo che riveste, non si lascia travolgere dall’aggressione terroristica e ci invita a restare umani, a non smettere di vivere e soprattutto a fare chiarezza.

La narrazione e la propaganda ci vogliono divisi, ma solo i Popoli realmente uniti e assetati di verità, possono davvero vincere questa battaglia cruciale: popoli che sappiano che musulmano non vuol necessariamente dire terrorista e che innalzare muri è una punizione e non un rimedio, dato che un Paese chiuso in se stesso, altro non è che una prigione meglio decorata e in cui si condannano a morte lo spirito e l’intelletto di chi ci vive.

Riscopriamo i veri valori e riprendiamoci le reali priorità perché se è vero come è vero che esiste una sola “razza”, ossia quella umana, dobbiamo allora dimostrare a tutti i livelli che un morto innocente a Barcellona, vale esattamente quanto il suo corrispettivo Finlandese, Siriano o di qualunque altro luogo del mondo.

Volete pregare? Gesto lodevole, ma prima di fare appello al nostro lato spirituale, sarebbe il caso di riscoprire quello umano, dato che un popolo disumanizzato e chiuso in se stesso, è facilmente controllabile dal potere.

Del resto, come disse qualcuno:”Un popolo che rinuncia alla propria libertà in nome della propria sicurezza, non merita nessuna delle due…”.
Il terrorismo va affrontato umanamente e politicamente con coraggio e visione d’insieme, non certo assecondando e cavalcando quelle paure che, senza offrire soluzione alcuna, titano fuori il lato peggiore di ognuno di noi.

Restate umani.
Se potete…

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