LA SCUOLA DELLE FONDAZIONI

LA SCUOLA DELLE FONDAZIONI

 

Proponiamo un post apparso su Comune-info.net che riprende interamente un capitolo del libro del Prof. Matteo Saudino e della Professoressa Chiara Foà, “Il Prof. Fannullone” che vi consigliamo caldamente di leggere.

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È accaduto qualche mese fa in un liceo di Torino, potrebbe ripetersi ovunque, sempre più spesso. Un giorno un insegnante di filosofia ha trovato la sua classe vuota, i ragazzi erano in un altro incontro: che tipo di lezione si è svolta, con chi e cosa è emerso meritano molte, molte attenzioni. Si tratta di difendersi dall’assalto dalla “scuola azienda” e dai “presidi manager”, che hanno smesso di essere slogan astratti. Un libro sostiene in modo brillante questo percorso di resistenza

 

Chiara Foà e Matteo Saudino sono gli autori di Il prof fannullone – Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi).

Con ironia, sarcasmo e amarezza, due professori, compagni di vita, affrontano il tanto radicato quanto infondato mito del “professor fannullone”, raccontando la loro ventennale esperienza nel mondo della scuola. Un vero viaggio psichedelico tra classi pollaio e prove Invalsi, tra diplomifici e presidi manager, tra edifici pericolanti e riforme deliranti, tra burnout galoppante e finta inclusione.

Il paragrafo “La scuola delle fondazioni” mostra uno dei volti della scuola azienda, che molti insegnanti, studenti, genitori si ostinano a mettere in discussione.

Gli autori sono disponibili a presentare il libro in giro per l’Italia, per discutere di scuola pubblica come bene comune da difendere (per contatti [email protected] e [email protected]). Il libro cartaceo è acquistabile on line in questa pagina.

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di Matteo Saudino

La scuola delle fondazioni

Ovvero “macchisenefrega” di Guglielmo da Occam

Quel mercoledì mattina di un ottobre torinese soleggiato e senza nebbia – perché la Torino della nebbia è ormai un lontano ricordo degli anni ottanta come la scala mobile salariale o le spalline sotto le giacche e i capelli cotonati – avevo programmato per la mia IV C del liceo scientifico, una lezione rigorosamente frontale (finché non sarà illegale io continuerò a farne, almeno una ogni tanto) sull’invincibile Dottor Sottile. No, no, non fraintendetemi, non avevo deciso di trattare in classe la figura politica di Giuliano Amato, socialista craxiano, sopravvissuto a Tangentopoli e al declino e alla morte in terra marocchina del Bettino nazionale, che ha ricoperto per ben due volte la carica di primo ministro di governi tecnici “lacrime e sangue” per i lavoratori e che chissà per quale strano motivo, probabilmente il deserto culturale della classe politica italiana della cosiddetta seconda repubblica, era stato rinominato Dottor Sottile.

Il mio Dottor Sottile era, il ben più lontano nel tempo, Guglielmo da Occam, il raffinato pensatore inglese, il geniale filosofo tardo medievale che ha avuto l’onore di scrivere i titoli di coda della Scolastica, l’inventore del celeberrimo e liberatorio rasoio anti-metafisico, il quale si era conquistato tale sopranome sul campo, in quanto imbattibile nelle disputatio della sua epoca. La lezione era prevista per le 9. Dopo il primo caffè della giornata, mi recai, con sottobraccio il tablet in modalità registro datomi in prestito dalla scuola, previa stipula di un contratto che prevedeva penali in caso di furto, perdita e danneggiamento, in classe e… sorpresa! Non trovai nessuno: banchi vuoti, sedie vuote, Lim spenta (tanto era guasta da un mese) e un silenzio assoluto.

Conoscendo la mia scarsa propensione a leggere tutte le circolari (trattasi anche di una forma più conscia che inconscia di autodifesa psichica, poiché in alcuni istituti, in cui ho avuto il piacere di insegnare, la presidenza ha sfondato il tetto delle 230 circolari annue, le quali potevano arrivare a ogni ora del giorno, notte compresa), ho pensato che la classe fosse in uscita didattica, magari al museo del Risorgimento, o a una conferenza sulle energie rinnovabili. Che ingenuità! Che pensieri vecchi e banali.

La classe non era impegnata in attività derubricabili alla voce “perdita di tempo”, rispetto alle mission della scuola 2.0. La mia quarta stava partecipando a un incontro organizzato dalla fondazione di una celebre e potente banca torinese per promuovere un piano di risparmio e di accesso al credito facilitato, finalizzato a sostenere gli studi.

Basito, disorientato e infastidito chiedo alla mitica bidella in pantofole del primo piano, con un tono a metà tra la signora Rottelmeyer di Heidi e l’istruttore di Full Metal Jacket, come mai la IV C non fosse in classe, ma in auditorium. La risposta fu semplice ed esaustiva: “Professore, non lo sa che tutte le quarte avevano l’incontro con quelli delle banche?”. “Tutte? Ma chi ha deciso?”, risposi sbigottito e ancor più alterato”. “Prof”, continuò la bidella (a me piace ancora chiamarla bidella!), “la circolare della Preside parlava chiaro”. Ecco, lo sapevo, è sempre una fottutissima questione di circolari, che ormai appaiono on line inaspettate come Freddy Krueger in Nightmare. D’altronde la vita social è sempre una questione di circolari, sms, mail, messaggi WhatsApp o Messenger letti male, ignorati, rimossi o spediti alle persone sbagliate.

A questo punto non mi restava che cercare di capire cosa fare. Di fronte a me si aprivano quattro strade:

– far finta di niente, andare al bar a prendere l’ennesimo caffè, sedermi seraficamente in auditorium, indossare gli occhiali da persona colta e intelligente, correggere le verifiche della V B su Hegel ripetendomi nella testa che non sempre il reale è razionale, oppure sedermi in auditorium in ultima fila e leggere, neanche troppo di nascosto, qualche news e post su Facebook;

– entrare in auditorium come il mitico Bud Spencer in “Lo chiamavano Bulldozer”, inveire come Giordano Bruno quando viene arso vivo in piazza Campo dei fiori dalla Santissima Chiesa Cattolica Romana;

– entrare in auditorium e reagire come un padre che di fronte alla propria figlia si appresta a uscire con un ragazzo che la vuole condurre a un concerto di Gigi d’Alessio e portarla via con la forza, quasi bruta;

– entrare in auditorium, con una lanterna in pieno giorno, come il folle di Nietzsche, e annunciare la morte di Dio e contemporaneamente l’avvenuto tramonto dell’Occidente.

Alla fine scelgo una quinta via, inizialmente non prevista: mi siedo in fondo alla sala e, con rinnovata curiosità filosofica, inizio a osservare e ad ascoltare, come se fossi una sorta di tertius super partes. Di fronte a me si staglia la vincente figura di un trentenne, vestito finto casual con capi rigorosamente firmati, barba hipster che avrei voluto immediatamente rasare per rispetto alla mia barba tardo ottocentesca, il quale usa una neo lingua post orwelliana, fatta di parole vuote ma appariscenti e di stucchevoli slogan fondati sull’ideologia del successo e del merito come, ad esempio, “investi sul tuo futuro”, “metti in gioco i tuoi talenti”, “affronta la vita in modo dinamico”.

Dopo appena dieci minuti, un senso di nausea sartriana mista all’ira di Achille mi assale. Vorrei intervenire per smascherare le menzogne del moderno imbonitore al servizio delle banche. Vorrei gridare che non ho scelto di fare il professore nomade di filosofia per accompagnare gli studenti alla corte di fondazioni bancarie che invitano ad aprire un conto corrente legato allo studio! Sto per intervenire, sto per togliere le catene che mi sono auto-imposto quando, a squarciare il velo di Maya di tale fenomenica ipocrisia, giunge puntuale, come il controllore del bus quell’unica volta che non hai fatto il biglietto, la domanda di un allievo, all’apparenza dormiente. “Ma a cosa ci serve tutto ciò se in Italia non c’è lavoro? Se la disoccupazione giovanile è al 35 per cento? E se quando per miracolo riesci a lavorare sei precario e sottopagato. Mio fratello lavora per una cooperativa nelle biblioteche di Torino e si becca quattro euro e cinquanta l’ora”.

Di colpo un silenzio pesante come un macigno scende sull’auditorium. Il giovane saltimbanco delle banche, balbettando, tenta di sostenere che, quando si è in un periodo di crisi e vi è poco lavoro, è ancora più importante investire in formazione e nell’acquisizione di competenze, dunque la loro proposta di conto corrente agevolato e di prestito per studenti è un’occasione da non perdere, una porta da aprire sul futuro. Ma è tutto invano. L’incantesimo di plastica è ormai stato rotto dalla domanda dello scaltro e incauto studente. Al silenzio tombale segue il rumore di una platea a quel punto distratta, stanca e disillusa. Il campanello dell’intervallo scatena un fuggi fuggi generale, peggio di Caporetto, lasciando, vicino al pc e alle slide mestamente proiettate sullo schermo, il giovane laureato in economia in compagnia di un paio di studenti dall’aspetto “nerdoso”, i quali, più per un innato senso del dovere che per reale interesse, prendono le brouchures della fondazione bancaria, così come avrebbero preso i volantini di Tecnocasa o dell’Auchan.

Lentamente decido di avvicinarmi. “Buongiorno professore”, mi dice, con una sicumera minata dalla faticosa e infruttuosa prestazione con gli studenti, il giovane cantore delle opportunità del mercato del lavoro. “Buongiorno”, replico con moderata gentilezza. “Posso chiederle una cosa?” “Certamente mi dica, sono a sua disposizione”. “Ma lei, crede veramente in quello che dice e propone agli studenti?”. Il ragazzo della Fondazione subito mi guarda stupito e poi mi dice: “Non capisco, cosa vuole insinuare, perché mi chiede ciò?”. E io: “Sicuro di non aver capito?”. “Mi dispiace, ma non capisco proprio!”, mi risponde stizzito. Mi guardo intorno. Vedo il tecnico pronto a spegnere il proiettore, la bidella intenta a raccogliere un paio di cartacce lasciate a terra dagli studenti e non mi par vero di poter pronunciare la frase che Kirk Douglas pronuncia al termine di Orizzonti di Gloria al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, il quale crede che il giovane colonnello abbia cercato di salvare la vita dei suoi soldati condannati a morte per codardia solo per mostrarsi coraggioso e intraprendente agli occhi dei generali e far così carriera militare. “Dispiace a me per lei, che non capisce”.

Metto lo zaino in spalle, raccolgo gli appunti su Guglielmo da Ockam, le verifiche di Hegel, e mi dirigo in terza C, nella speranza di poter leggere con gli studenti l’Apologia di Socrate, ma con l’incubo di trovarmi un promotore di Apple o Samsung che sta proponendo ai ragazzi uno stage in azienda.

 

 

 

SCOMODA: UN AGGETTIVO PER LA QUALITÀ DI OGNI INSEGNANTE

SCOMODA: UN AGGETTIVO PER LA QUALITÀ DI OGNI INSEGNANTE

 

di Rosaria GASPARRO

‘Scomoda’ è una parola a cui dare valore.
Racconta di un doppio disagio, quello che si vive e quello che si arreca. Il fastidio del sassolino nella scarpa, la scarpa tolta il sassolino lanciato.

Serve un’educazione scomoda, capace di ribaltarne la visione tecnocratica e autoritaria, che delinea nel successo, nel profitto, nell’utilità e, quindi, nell’esclusione, nel fallimento, nella produzione ristretta dei migliori e in quella più ampia degli scarti umani, il proprio cinico profilo.

Servono maestri scomodi, capaci di disturbare il senso triste e freddo del quotidiano misurabile, perturbatori delle coscienze a partire dalla propria, custodi del senso profondo degli esseri umani.

Tessitori instancabili di relazioni e fiducia, ottimisti per mandato e con una consapevolezza tragica del dolore del mondo, delle ingiustizie e dei privilegi, dell’indifferenza, a cui oppongono, partendo dal presente ulteriore, attenzione, affetto e la sana follia del “domani sperabile”.

L’educazione come atto politico, poetico, forse patetico direbbe Antonia Chiara Scardicchio, come atto generativo, non può che essere scomoda ad ogni potere che chiede conformità e consenso, che guarda con sospetto i liberi pensatori e ne imbriglia l’energia morale, intellettuale e fisica, in stanchi rituali, sigle e strumenti, ordini.

Serve il coraggio sufficiente a dire cosa è male, a non fargli spazio, a riconoscere il disumano nelle sue forme evidenti e in quelle implicite, il disumano che abita ognuno di noi, nessuno escluso.

Serve una passione mai sazia per insegnare e apprendere il bene, come si fa con le tabelline e col tempo dei verbi, fermandoci ogni volta che serve, anche tutti i giorni, a ragionarci su, a ripetere, a ribadire, ad attraversare il male che ci attraversa e a cercare l’approdo comune, la somiglianza umana.

L’umano non va dato per scontato, va addestrato e reso desiderabile, familiare, riconosciuto; va coltivato come tensione interiore, come conversazione intima e riflessione su chi sono, come intenzione verso gli altri, come apertura infinita al tu. Dell’educazione all’umanità chi se ne fa carico?

Mi sono sentita ‘scomoda’ nella vita, nel lavoro, ed è stato un sentire importante, perché mi ha aiutato a non prendere come valore assoluto il mio comodo, la mia pace, il mio benessere.

È stato il pungolo giusto per esprimere critica, dissenso e utopia, per vivere la complessità, per sentire l’insufficienza di questo mondo, per soffrirne, per sentirmi insoddisfatta delle risposte, per non stancarmi di cercare e creare domande e possibilità.

Ben vengano i maestri scomodi, capaci di portare po’ di fiato anche se corto, un po’ di fermento, un po’ di luce anche se fioca, perché “oltre che di carbonio, ossigeno, merda, morte e altre cose…” (Edoardo Galeano) è di luce che siamo fatti.

STUDENTI

STUDENTI

 

di Giorgio AGAMBEN

Sono passati cento anni da quando Walter Benjamin, in un saggio memorabile, denunciava la miseria spirituale della vita degli studenti berlinesi e esattamente mezzo secolo da quando un libello anonimo diffuso nell’università di Strasburgo enunciava il suo tema nel titolo:

Della miseria nell’ambiente studentesco, considerata nei suoi aspetti economici, politici, psicologici, sessuali e in particolare intellettuali

Da allora, non soltanto la diagnosi impietosa non ha perso la sua attualità, ma si può dire senza timore di esagerare che la miseria – insieme economica e spirituale – della condizione studentesca si è accresciuta in misura incontrollabile.

E questa degradazione è, per un osservatore accorto, tanto più evidente, in quanto si cerca di nasconderla attraverso l’elaborazione di un vocabolario ad hoc, che sta fra il gergo dell’impresa e la nomenclatura del laboratorio scientifico.

Una spia di questa impostura terminologica è la sostituzione in ogni ambito della parola “ricerca” a quella, che appare evidentemente meno prestigiosa, di “studio”.

E la sostituzione è così integrale che ci si può domandare se la parola, praticamente scomparsa dai documenti accademici, finirà per essere cancellata anche dalla formula, che suona ormai come un relitto storico, “Università degli studi”.

Cercheremo invece di mostrare che non soltanto lo studio è un paradigma conoscitivo sotto ogni aspetto superiore alla ricerca, ma che, nell’ambito delle scienze umane, lo statuto epistemologico che gli compete è assai meno contraddittorio di quello della didattica e della ricerca.

Proprio per il termine “ricerca” diventano particolarmente evidenti gli inconvenienti che derivano dall’incauto trasferimento di un concetto dalla sfera della scienze della natura a quella delle scienze umane.

Lo stesso termine rimanda, infatti, nei due ambiti a prospettive, strutture e metodologie del tutto diverse.

La ricerca nelle scienze naturali implica innanzitutto l’uso di apparecchiature così complicate e costose che non è nemmeno pensabile che un singolo ricercatore possa realizzarle da sé; implica inoltre direzioni, direttive e programmi di indagine che risultano dalla congiuntura di necessità oggettive – ad esempio, la diffusione dei tumori, lo sviluppo in corso di una nuova tecnologia o le esigenze militari – e di interessi corrispondenti nelle industrie chimiche, informatiche o belliche.

Nulla di comparabile avviene nelle scienze umane.

Qui il “ricercatore” – che si potrebbe più propriamente definire “studioso” – ha bisogno soltanto di biblioteche e di archivi, l’accesso ai quali è generalmente facile e gratuito (quando una tassa di iscrizione è richiesta, essa è irrisoria).

In questo senso le proteste ricorrenti sull’insufficienza dei fondi di ricerca (effettivamente scarsi) sono destituite di ogni fondamento.

I fondi in questione vengono infatti usati non per la ricerca in senso proprio, ma per partecipare a convegni e colloqui che per la loro natura non hanno nulla da spartire con i loro equivalenti nelle scienze naturali: mentre in questi si tratta di comunicarsi le novità più urgenti non soltanto nella teoria, ma anche e innanzitutto nelle verifiche sperimentali, nulla di simile può avvenire in ambito umanistico, in cui l’interpretazione di un passo di Plotino o di Leopardi non è legata ad alcuna urgenza particolare.

Da queste diversità strutturali consegue inoltre che mentre nelle scienze della natura le ricerche più avanzate sono generalmente condotte da gruppi di scienziati che lavorano insieme, nelle scienze umane i risultati più innovativi sono ottenuti di solito da studiosi solitari, che passano il loro tempo nelle biblioteche e non amano partecipare a convegni.

Se già questa sostanziale eterogeneità dei due ambiti consiglierebbe di riservare il termine ricerca alle scienze naturali, anche altri argomenti suggeriscono di restituire le scienze umane a quello studio che le ha caratterizzate per secoli.

A differenza del termine “ricerca”, che rimanda a un girare in circolo senza ancora aver trovato il proprio oggetto (circare), lo studio, che significa etimologicamente il grado estremo di un desiderio (studium), ha sempre già trovato il suo oggetto.

Nelle scienze umane, la ricerca è solo una fase temporanea dello studio, che cessa una volta identificato il suo oggetto.
Lo studio è, invece, una condizione permanente.

Si può, anzi, definire studio il punto in cui un desiderio di conoscenza raggiunge la sua massima intensità e diventa una forma di vita: la vita dello studente – meglio, dello studioso.

Per questo – al contrario di quanto implicito nella terminologia accademica, in cui lo studente è un grado più basso rispetto al ricercatore – lo studio è un paradigma conoscitivo gerarchicamente superiore alla ricerca, nel senso che questa non può raggiungere il suo scopo se non è animata da un desiderio e, una volta raggiuntolo, non può che convivere studiosamente con esso, trasformarsi in studio.

Si può obiettare a queste considerazioni che mentre la ricerca ha sempre di mira una utilità concreta, non si può dire lo stesso dello studio, che, in quanto rappresenta una condizione permanente e quasi una forma di vita, può difficilmente rivendicare un’utilità immediata.

Occorre qui rovesciare il luogo comune secondo cui tutte le attività umane sono definite dalla loro utilità.

In forza di questo principio, le cose più evidentemente superflue vengono oggi iscritte in un paradigma utilitaristico, ricodificando come bisogni attività umane che sono sempre state fatte soltanto per puro diletto.

Dovrebbe essere chiaro, infatti, che in una società dominata dall’utilità, proprio le cose inutili diventano un bene da salvaguardare.

A questa categoria appartiene lo studio.

La condizione studentesca è anzi per molti la sola occasione di fare l’esperienza oggi sempre più rara di una vita sottratta a scopi utilitari.

Per questo la trasformazione delle facoltà umanistiche in scuole professionali è, per gli studenti, insieme un inganno e uno scempio: un inganno, perché non esiste né può esistere una professione che corrisponda allo studio (e tale non è certamente la sempre più rarefatta e screditata didattica); uno scempio, perché priva gli studenti di ciò che costituiva il senso più proprio della loro condizione, lasciando che, ancor prima di essere catturati nel mercato del lavoro, vita e pensiero, uniti nello studio, si separino per essi irrevocabilmente.

INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ

INSEGNAMENTO: ALLA FINE RIMARRÀ SOLO LA NOSTRA UMANITÀ


di Giuseppe FIRINU
Quando daremo il nostro addio alla Scuola, non varranno niente i corsi che avremo messo su, e non conterà quanti libri avremo adottato, né sarà un merito aggiunto aver fatto il collaboratore del DS.
Non ricorderemo quante note avremo messo, né quanti studenti avremo rimandato a settembre, e non conterà neanche se qualche volta avremo bocciato.

Rimarrà anche poco, negli studenti, della materia che avremo insegnato, eppure gli studenti ci ricorderanno con piacere o dispiacere a prescindere da questo.
Rimarrà forse il metodo di lavorare in classe, e la passione con cui avremo insegnato, ma soprattutto il nostro amore per questo lavoro così difficile e poco considerato, eppure così bello e così elevato.

Conteranno i nostri sorrisi, e quelli che avremo ricevuto, conteranno le parole belle che avremo detto, per incoraggiare o rincuorare, e ricorderemo le cose belle che ci avranno detto i nostri studenti.
Alla fine conterà solo l’umanità che saremo stati capaci di trasmettere, e l’umanità che avremo ottenuto da ogni singolo studente, e conterà se saremo stati giusti, e mai vendicativi.

Ci ricorderanno con simpatia se avremo fatto di tutto per alleviare il peso delle nostre lezioni, se avremo capito le loro esigenze di staccare, di andare al bagno, se avremo accettato il loro invito a prenderci una pausa.
Conterà lo spirito con cui avremo messo un voto, non se il voto era basso o alto, perché gli studenti ricorderanno solo quello. Conterà solo come ci saremo posti nei confronti della classe, se dall’altra parte della barricata, oppure seduti lì con loro, nella stessa aula, condividendo la magia della cultura.

Conterà il nostro affetto, e quello che riceveremo, e se avremo detto la cosa giusta al momento giusto, e fatto la cosa giusta in quel momento.
Non conterà se avremo strillato e rimproverato, ma solo se l’avremo fatto per il bene della classe o del singolo, perché gli studenti lo capiscono bene, statene certi.

Ricorderanno se cercavamo di ottenere il massimo da ognuno di loro, felici dei loro progressi e rattristati dei loro insuccessi. E ogni studente ci ricorderà con affetto se saremo stati capaci di fargli capire che gli volevamo bene e che tenevamo a lui.

I nostri studenti ricorderanno se entravamo in classe con un sorriso, se scherzavamo con loro, se trovavamo un momento per ridere di gusto insieme.
Ricorderanno quando capimmo il loro dramma, piccolo o grande che fosse, e la mano posata sulla loro spalla, per far capire loro la nostra vicinanza.
E ricorderanno i nostri occhi lucidi, per qualcosa di triste accaduta a qualcuno della classe. Ricorderanno gli abbracci che abbattevano ogni barriera, e la complicità, quella volta, quando ci sentimmo tutti fratelli.

Alla fine, conterà solo se amavamo entrare in aula e incontrare la loro classe, conterà solo questo.

GLI INSEGNANTI E L’IMMANE STUPIDAGGINE DEI TRE MESI DI VACANZE

GLI INSEGNANTI E L’IMMANE STUPIDAGGINE DEI TRE MESI DI VACANZE

Gessetto spezzato

di Sandra ZINGARETTI

Dedicato a quelli che “avete 3 mesi di vacanze”, ” lavorate 18 ore”…

Prima di parlare a vanvera di ciò che non conoscete, trovatemi un altro lavoro in cui ci siano tutte, dico TUTTE, le seguenti caratteristiche.

TUTTE, non barate:

Una o più lauree;
Una o più specializzazioni;
Una o più abilitazioni;
Uno o più master di perfezionamento;
Uno o più corsi di aggiornamento;
Uno o più concorsi vinti o superati;
Un periodo di precariato di durata “media” tra i 3 e i 30 anni circa;
Un’alta probabilità di andare in pensione da precari (cioè disoccupati);
Uno stipendio tra i 400 e i 1350€ max;
Un Contratto collettivo nazionale scaduto da nove anni;
Il cambio della sede di lavoro ogni anno, (da precario e non solo);
Le sedi di lavoro lontane, o scomode o pericolose;
Il cambio di uno o più “datori di lavoro” ogni anno o più volte l’anno;
La variazione del “tipo” di lavoro, anche ogni anno (sostegno, discipline varie);
Il cambio di “clientela” ogni anno o più volte l’anno;
La “clientela” numerosa di quartieri difficili o di periferie pericolose;
Le aule – pollaio;
Il luogo di lavoro con ambienti talmente fatiscenti che a volte ti crollano sopra;
Nessun rimborso spese per benzina o buoni pasto;
Nessuna certezza di avere carta igienica, carta per le fotocopie, sapone per le mani sul luogo di lavoro, a meno che non te le porti da casa;
Il Wi-Fi assente nella maggior parte dei luoghi di lavoro, sostituito da chiavette personali a carico del lavoratore;
I tanti tipi di ‘handicap psico-fisico della “clientela”, da saper gestire (ADHD, DSA/BES…);
Gli straordinari h24 non retribuiti e le responsabilità penali, nelle uscite didattiche di un giorno o di una settimana;
Le spese non rimborsate, durante le uscite didattiche;
I rischi civili e penali (Culpa in vigilando, Culpa in educando);

Il lavoro A LUGLIO (per Esami di Stato, corsi di recupero, esami finali di recupero, scrutini giudizi sospesi ecc…) o A FINE AGOSTO in scuole dove si toccano i 43 gradi, e il rientro il 1 Settembre;

I 40° che si raggiungono in molte scuole già a fine maggio o gli spifferi ghiacciati in inverno;
Il pagamento dello stipendio per le supplenze che arriva anche dopo molti mesi;
L’incertezza assoluta di un nuovo lavoro a settembre (nel lungo precariato)
Nessun diritto a permessi retribuiti di alcun tipo (nel lungo precariato);
Nessun diritto a prendere ferie quando si vuole, se il Dirigente non le concede (precari e non);
La frequente necessità di trasferirsi in un’altra regione per trovare lavoro;
Il lavoro di correzione e preparazione (mappe concettuali, slide, ppt, riassunti, verifiche tradizionali, strutturate, semi-strutturate, miste, diversificate, differenziate, personalizzate e test) anche di domenica;
Il rischio di ricorsi al TAR da parte della “clientela”;
Il rischio di minacce, danneggiamenti all’autovettura e aggressioni fisiche;
Il riscaldamento spesso assente, aria condizionata, un’utopia;
I rischi legati al pendolarismo (incidenti, danni e/o usura mezzo, patologie cervicali, dorsali e lombari);
I rischi di patologie legate al lavoro usurante (burnout; noduli alle corde vocali; allergie al gesso o agli agenti chimici dei laboratori, disturbi alla vista);
I genitori abbienti che si presentano ai colloqui con gli avvocati e gli educatori privati;
Le famiglie che difendono i figli bulli anche se hanno picchiato un compagno disabile;
Un parte di opinione pubblica becera, sempre pronta ad insultare, aizzata dalla macchina del fango dei media;
Le conoscenze personali sempre approfondite ed aggiornate;
Le competenze relazionali, pedagogiche, didattiche, educative e giuridiche;

La consapevolezza che non si può “fare carriera”, perché l’unica “carriera” che un docente desidera è il rispetto da parte dell’opinione pubblica e della classe politica, la dignità delle condizioni di lavoro, il rinnovo del contratto e una riforma degna di questo nome.

Se poi siete riusciti ad arrivare in fondo alla lettura, potete fare gli insegnanti.
Sempre che vi sia rimasto del coraggio.

p.s.

(Astenersi miracolati dalle sanatorie della #buonascuola)

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