OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

OLIVETTI: UN’UTOPIA CHE VOLEVA DIVENTARE REALTA’

Olivetti, negozio

da Pandorarivista.it

Il 4 agosto 1932 Adriano Olivetti trasforma la “Ing. C. Olivetti & C.” di Ivrea, nella società Olivetti di cui diviene prima direttore generale e poi presidente.

L’azienda, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere, era stata fondata nel 1908 dal padre Camillo, imprenditore di idee socialiste ed oppositore del fascismo (Nel ’26 era stato, insieme a Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e al giovane Adriano, tra gli organizzatori dell’espatrio clandestino di Turati).

Durante la direzione di Adriano, la Olivetti divenne una delle più importanti eccellenze del capitalismo italiano, arrivando a produrre il primo calcolatore completamente a transistor, l’Elea 9003, nonché il primo calcolatore personale, progenitore dei personal computer.

Ma la Olivetti fu anche un luogo in cui venivano sperimentate filosofie di gestione aziendale nuove e innovative per l’epoca, nel tentativo di coniugare profitto, benessere dei lavoratori e utilità sociale dell’impresa.

I dipendenti ricevevano salari più alti della media e godevano di servizi ulteriori. L’azienda assumeva anche artisti, filosofi, scrittori, disegnatori e poeti e prestò sempre grande attenzione alle discipline architettoniche, urbanistiche e sociologiche, divenendo anche un importante centro di elaborazione intellettuale.

Vennero sperimentate nuove forme di contrattazione aziendale.

Fra le imprese private (l’unico altro caso è quello delle partecipate statali) fu infatti solo l’Olivetti che si interessò alle funzioni specifiche per ciascun dipendente e ai problemi posti dai rappresentanti dei lavoratori, nei cui confronti vigeva, da parte dei dirigenti, un profondo rispetto, poiché questi vedevano nella conflittualità un elemento fisiologico.

A tale riguardo si può ricordare come l’azienda difese i posti di lavoro nel 1964, applicando una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, in modo da non perdere nessun dipendente, accompagnata da un’integrazione tramite la Cassa Integrazione Guadagni ordinaria.

Purtroppo con la prematura morte di Adriano Olivetti, avvenuta nel 1960 e seguita un anno dopo da quella di Mario Tchou, geniale ingegnere alla guida della pionieristica Divisione Elettronica, emersero le difficoltà dell’azienda, soprattutto per via di un capitalismo privato non in grado di poter gestire un colosso che si collocava sulla frontiera dell’innovazione, cosa che implicava tutta una serie di rischi.

Poco dopo la morte di Olivetti, infatti, entrarono nel capitale dell’azienda nuovi soci, Fiat, banca IMI, Centrale, Mediobanca e Pirelli, che non credevano nella nuova scommessa.

Come ebbe a dire Vittorio Valletta “ Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”, ad indicare gli enormi limiti del capitalismo privato italiano ad assumersi i rischi dell’innovazione.

Anche da parte del pubblico mancò sempre la consapevolezza di quanto i nuovi settori fossero strategici e dunque della necessità di sostenerne lo sviluppo con ingenti commesse pubbliche, come avveniva negli Stati Uniti e in altri paesi. Nel 1964 la Divisione Elettronica sarà venduta a General Electric.

Con la morte di Adriano Olivetti cessa la “fase eroica” di Olivetti, che cercherà di reinserirsi successivamente nel settore informatico e si dedicherà in seguito anche alla telefonia mobile.

Attualmente fa parte del gruppo Telecom Italia.

Resta però la memoria di un periodo incredibilmente innovativo, da cui bisognerebbe recuperare diverse lezioni e innumerevoli intuizioni su un modo innovativo di guardare ai rapporti tra impresa, lavoratori, territorio e società.

PER RENZI ANCHE LA MATEMATICA E’ UN’OPINIONE

PER RENZI ANCHE LA MATEMATICA E’ UN’OPINIONE

Job Act

 

di Roberto POLIDORI

Qualcuno sa cos’è una sottrazione?

In soldoni si tratta della differenza tra un numero positivo ed un numero negativo: mio figlio, nove anni ed un’intelligenza media, la capisce bene.

Renzi, invece, tratta gli italiani come bambini che non conoscono la sottrazione (o somma algebrica): quando parla di Jobs Act prende le ASSUNZIONI nei due anni e dice continuamente: “con il Jobs Act ho creato 700.000 mila posti”.

È vero, ma nel frattempo ne hai persi quasi altrettanti, non lo dici e, nelle statistiche riguardanti il lavoro, conta il saldo netto dei posti che hai creato, ovviamente.

E ciò vuol dire una sola cosa: hai creato una marea di posti precari, con salari di merda (in media le retribuzioni dei posti creati con il Jobs Act sono più basse del 30%), regalando alle aziende 11 miliardi di Euro in sgravi contributivi (destinati ad arrivare a 20 miliardi).

E hai messo i lavoratori sotto il tacco dei datori di lavoro, dal momento che i licenziamenti disciplinari sono aumentati enormemente senza lo scudo dell’Art. 18.

L’Osservatorio per la Precarietà INPS, infatti, ha annunciato ieri che il saldo netto dei posti di lavoro nei primi due mesi del 2017 equivale a 18.000 posti in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – PERCHE’ E’ COSI’ CHE SI MISURANO I DATI SE SI VUOLE ESSERE SERI – con un crollo rispetto al 2015 da ascrivere alla riduzione cospicua dei contributi.

Senza i regali di “mamma Stato” le aziende PRIVATE non assumono neanche con contratti precari (che sono già ora più dell’80% del totale dei nuovi posti).

Il Jobs Act è questo: un enorme trasferimento di soldi nostri ad imprese private per elemosinare una parte minima di questi soli a lavoratori attraverso contratti precari con salari bassi e far mangiare la parte più cospicua della torta agli sfruttatori del lavoro.
Roba vecchia di secoli.

Siamo in una nuova era padronale legittimata dal basso

Siamo in una nuova era padronale legittimata dal basso

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di Ettore Davide COSCIONE

Stiamo vivendo un regresso sociale continuo verso posizioni sempre più convintamente padronali, cioè sempre più ponendo gli interessi dei singoli, dei più forti – Totò avrebbe detto dei ” caporali” – al di sopra di quelli della comunità, intesa anche come l’insieme dei lavoratori, oltre che dei cittadini.

Quindi gli attacchi al sindacato sono, anche quando ragionevolmente meritati dalle sigle sindacali, un attacco all’idea di tutela e diritti della comunità lavoratrice.

La cultura che si sta ri-diffondendo è quella del “homo homini lupus”, per cui colui che è in posizione di dominanza, utilizza tutti i mezzi a disposizione per sfruttare la situazione a discapito di chi sta sotto.

Siamo in una nuova era padronale: non che essi non ci fossero e non esercitassero bene il loro potere  prima, ma oggi c’è una legittimazione da parte dell’ oppresso, da parte di chi sta sotto… per cui il padrone lo fa con l’idea di essere nel giusto, per carica “nobiliare” di superiore umano.

Un capo, un leader, un superiore (in responsabilità) di un’azienda – che sia un manager o un proprietario – dà le disposizioni di come un lavoro va fatto, se è necessario formerà il lavoratore, stabilirà il tempo preciso in cui il lavoratore presterà l’opera, stabilirà una paga e soprattutto pagherà.

Il padrone non è interessato solo al lavoro da fare, ma vuole averti a disposizione per ogni cosa, non vuole che tu sappia cosa, deve sentire il piacere del potere sulle tue braccia, vuole vedere il tuo volto gelarsi quando magari ti chiede cose non previste, nel tempo non prestabilito, non ti dice niente, non predispone… aspetta che tu ti “butti nella fatica”, per poi magari dirti : “ma che stai facendo, non si fa così”.

Il padrone vuole averti per un tempo non dichiarato, la paga può essere fissa  ma se il tempo non lo è, non lo è nemmeno la paga) e vuole pagarti quando lui decide di farlo.

Il ritorno all’era padronale straccia i contratti, straccia gli statuti dei lavoratori, elimina le regole non scritte sulla dignità del lavoratore, lo de-mansiona, lo controlla, lo spia ( così come il jobs act prevede) e tende a rendere estremamente precaria la propria posizione, in quanto , seppur lo chiami indeterminato, il lavoro nell’era padronale è completamente dipendente dalla tua capacità di venderti a quel sorriso padronale che ti comanda, come un servo dell’antica Roma.

Se non ti sottometti alla sua logica da ” farò di te quello che mi va” non andrai avanti nel lavoro, se non ti “butti nella fatica” avrai una stretta di mano derisoria e sarai cacciato senza pietà.

La cosa peggiore di questa “era culturale” è che i poveracci, i lavoratori, gli sfruttati, i derisi, gli schiacciati… si chiudono a riccio nel proprio mondo, nei propri interessi, c’è diffidenza e al posto di unirsi per creare una forza che si contrapponga al potere padronale, ci si divide e ci si adegua ad un destino ineluttabile di sottomessi del “Caro Padrone” magari ferendo e approfittando del collega lavoratore.

“Ognuno per sé”, questa la logica dell’epoca padronale legittimata dal basso.

 

(Pubblicato su Guardo Libero)

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