I CONDIVISORI

I CONDIVISORI

Damasco

di Jacob FOGGIA

 

storia triste di vittime sentimentali

“Con la coscienza sporca per legittima difesa” (Kaos, Coupe de grace)

Il 24 marzo del 1999 i caccia dell’Occidente si alzarono in volo per sorvolare l’Adriatico e aggredire la Federazione Jugoslava, stato sovrano.

Andavano a prendersi il Kosovo.

L’Italia, paese vassallo con D’Alema al timone, era parte in causa.
Offriva basi militari, aeroplani, uomini. Per mesi i media di casa nostra parlarono di quella regione misconosciuta, del Kosovo, come uno stregone può parlare ai bambini di un bosco incantato. Del resto, che ne sapevamo noialtri dei progetti di “Grande Albania”, dell’epica di Piana dei Merli, dei monasteri bruciati, degli scontri tra albanesi e serbi? A stento riuscivamo ad individuare il Kosovo sulla cartina d’Europa.
E, da spugne, ci siamo ingrossati di propaganda.

All’epoca, persino molti tra i compagni – per non parlare dei pacifisti – avviavano le loro analisi dal punto, ritenuto fermo, della “pulizia etnica” in corso.

I cattivi erano i serbi. Il fatto che fossero anche gli unici a poter infastidire i progetti imperiali di allargamento ad Est di capitalisti straccioni e organizzazioni militari desuete quali la NATO, era – agli occhi di tanti – una semplice coincidenza.

L’informazione di Stato, per mesi, ci ha parlato di stupri, linciaggi, violenze. E, soprattutto, fosse comuni. Le fosse comuni, nell’immaginario collettivo, sono la quintessenza del male. Le vittime, orribilmente smembrate, mutilate, in anonima decomposizione – del resto – spaventano i nostri cuori identitari dai tempi di Foscolo. Ci appaiono in sogno col tanfo della coscienza più nera.

Invisibili.

Nelle fosse comuni che ci raccontavano – in un drammatico, orrorifico conteggio basato sugli aerei spia dei “buoni” – c’erano 30, forse 50, forse 100mila albanesi. Giovani donne, bambini, vegliardi, padri di famiglia, massaie. Che ci guardavano dai bulbi oculari vacanti.

Che chiedevano giustizia, se non vendetta. Alla Comunità Internazionale, imparziale e salomonica.

I bombardamenti durarono settantotto giorni. Ferirono Belgrado, Pristina, Podgorica.

Causarono più di diecimila morti. Disseminarono uranio impoverito per chilometri, uccidendo civili e militari dell’alleanza a distanza di anni.

Nessuno, dopo aver piantato la bandiera dei giusti sul terreno di quella terra ormai svuotata ma indipendente, fece più riferimento alle fosse comuni.

Nessuno parlò più dell’argomento.

O, meglio, in un paio di occasioni – tra il 2000 e il 2001 – eccezionali “scoop” giornalistici spiegarono agli italiani che erano state finalmente trovate, le fosse. Un paio.
Vicino Belgrado. Con 800-1000 persone dentro, presumibilmente. Soldati dell’Uck, più che civili.
Amen.

Funzionava così, ai tempi. Del resto, internet non era ancora il nostro abbeveratoio di menzogne, il nostro ripetitore di sciocchezze, il lavacro purificatore del nostro sopravvalutato ego.

Ai tempi c’era il martellamento televisivo, l’ossessività della carta stampata, per orientare una pubblica opinione non ancora resa falsamente “attiva” dalla presuntuosa interazione.

Ma, a prescindere dagli strumenti e dalla loro modernità o raffinatezza, il principio che lega la guerra di Siria alla prima guerra punica è lo stesso. La mostrificazione di un nemico esterno, tradotto agli occhi della brava gente come la sintesi di ciò che è inumano, ingestibile, terrificante.
Altro.

Il nemico fa paura per la sua bestialità.

La sua bestialità lo rende indegno di occupare un posto nel consorzio umano. Non merita pietà.

Gli ebrei bevevano il sangue dei bimbi cristiani, i selvaggi uccidevano gerarchi fascisti andati a costruirgli le strade, i nordvietnamiti attaccavano navi statunitensi nel Golfo del Tonchino, anche prima dell’era del virtuale, dell’iperconnessione, della ripetizione ennesima dell’immagine e del concetto.

Era falso, certo. Ma non aveva importanza. Come non ne ha adesso. Sebbene noialtri si abbia qualche strumento in più per constatarlo.

Torna in mente il Tognazzi cardinale che, dinanzi all’osservazione dell’Alberto Sordi frate secondo cui il sangue attirava la plebe ai tempi dei romani, ribatte: “In ogni tempo, fratello. In ogni tempo”.

 

Il popolo virtuale è buono e sensibile. E questo lo rende implacabile.

Affezionato a quella monumentalizzazione delle vittime di cui parlava Luzzatto.

Istintuale e perverso, mosso da una sottomarca d’umanitarismo che, di fatto, finisce per farsi strumento.

Finisce nel perdersi nella funzione.

Il limite, probabilmente, sta nel mito nella neutralità.

Nel ritenere imparziale qualsiasi informazione.
Si può capire ed emotivamente comprendere che in tanti si sentano scossi da certe immagini anziché da altre.

Il nostro cervello è selettivo. Ma dobbiamo renderci conto che non esistono immagini neutre. O versioni obiettive.

I bimbi di Idlib non fanno eccezione.

 

Siamo parte di una gigantesca indagine di mercato.

 

Cosa pensa di ottenere il popolo di internet reiterando la propria indignazione, il proprio orrore, mostrando quelle foto terribili?

Pensa di far valere la propria umanità ma, di fatto, sta sposando una parte della contesa.

E l’altra, forte del supporto sentimentale incassato, cosa farà, in risposta?

Una bella inchiesta internazionale per porre fine con una stretta di mano ad una guerra che la nostra indifferenza idiota ha scatenato? Sbagliato.

Bombarderà altre città, altri quartieri. E altri bambini moriranno.

 

Grazie anche al buon cuore dei condivisori.

 

Ma quelle immagini non le vedremo. E ci sentiremo tutti meglio. Tutti salvi. Come Netanyahu. Come Trump.

Certo, dinanzi ad un bambino che fatica a respirare, dinanzi ad un bambino che vomita sangue; dinanzi ad un bambino che muore – come diceva qualcuno – non si può far altro che sdraiarglisi accanto e giocare al morto.

Idlib è l’intestino crasso della guerra. La sua sostanza. La sua viscera marcescente.

In una parola, è la guerra. Perché la guerra eroica, quella di Omero o del Piave, è retaggio dell’età della non riproducibilità.

Invece, a questo popolo di cuore, oggi tutto viene pietosamente gettato in pasto.

Famelicamente. Senza filtri, se non qualche ipocrita avvertenza o l’auto-censura dei tg, che funge da volano alla morbosità della ricerca.

Il punto, dopo Idlib, è porsi due domande sulla nostra volubilità.

Giacché posto per assodato che la guerra è brutta, gli sbalzi umorali dell’utenza a noi non sembrano così diversi dagli sbalzi umorali di un gruppo d’acquisto o di un elettorato.

Non foss’altro per la concordanza esistente tra i soggetti.

In due parole: dopo l’attentato di Parigi la rete è diventata un ricettacolo di compassionevoli giustizieri in cerca d’autore. Si invocava, da più parti, il pugno di ferro contro Daesh come pendant del rispetto per le vittime. Lacrime e pioggia di fuoco.

Per la prima volta c’è stata gente “comune” che ha puntato il dito contro gli statunitensi, giudicati troppo morbidi nella loro strategia anti-Isis. Insospettabili hanno evocato la riscossa di Hollande.

O sono corsi tra le braccia di Putin. Perché, si sa, l’uomo forte ispira sempre i Bar dello Sport.

Quando l’aviazione francese ha colpito Raqqa, capitale del Califfato, rendendo reali le fiamme evocate, le immagini dello scempio sono corse di bacheca in bacheca, riprese da Youtube.

E le urla della gente sotto l’auspicato fuoco ha nuovamente spinto il popolo a mutare posizione. Tra chi ha espresso il dubbio complottista dell’attentato come pretesto e chi il proprio sdegno per il genere umano, il disprezzo ha nuovamente cambiato campo.

In meno di quarantotto ore, l’intero spettro del sentire virtuale ha stilato il suo manifesto. La vittima civile come autentico eroe del ventesimo secolo, per dirla ancora con Luzzatto. E il ventunesimo non è cominciato diversamente.

Insomma, siamo sempre lì. Abbiamo ancora nelle orecchie gli osanna alzati al cielo d’Occidente quando le eterodirette piazze delle capitali del Nord Africa cominciavano a riempirsi di manifestanti.

Noi – precarizzati, sfrattati, privati dei diritti, del welfare e, per chi ci crede, del voto di rappresentanza – sui balconi del mondo ad annuire sapientemente, come chi la sa lunga. A dire ai popoli arabi che così si fa.

Che finalmente, dopo la primavera di bellezza, anche loro avranno la democrazia.

Poi i tiranni sono caduti, esattamente come Saddam nel 2003. E a nessun festoso democratico è più interessata la pervicacia dell’intervento straniero su quei paesi che si dovevano riportare nel gregge. Un’euforia contagiosa e senza ritorno (o prospettiva) ha salutato il crollo di Ben Alì, di Mubarak, di Gheddafi. Un olè dietro l’altro.

Ignorando la sovranità violata di Algeria, Tunisia, Egitto, Libia.

Un voto val bene un’eliminazione dall’atlante politico.

I democratici – anche loro, più virtuali che reali – hanno detto di prendere esempio. Poco importa se gli islamisti radicali s’erano fatti sotto o se piazza Tahrir s’è trasformata in un bagno di sangue e Tripoli e Bengasi si sono spartite una guerra civile.

Importante era il principio, dicevano. Anche quando Assad fece timidamente presente alla comunità internazionale, che alla prima violazione dell’indipendenza siriana ci sarebbe stata una carneficina. Qualcuno non s’è fatto scrupolo ad utilizzare i guerriglieri di Daesh pur di rovesciare l’uomo forte di Damasco.

Qualcuno li ha etichettati come “ribelli”, dismettendo – in quelle zone – il termine “terrorista”.

Lo stesso qualcuno che Daesh l’aveva creato e finanziato, in Iraq.

Gli attentati in Europa hanno “costretto” l’ultimo Obama a cessare la guerra irregolare e non dichiarata con la Russia e, di fatto, a mettere da parte l’appoggio ai “ribelli”. Trump ha cambiato rotta, tornando all’origine.

Bisogna abbattere Assad e, come nel resto dell’Africa settentrionale “liberata” dalle primavere, sostituirlo con un governo compiacente, debole e poco propenso a rompere i coglioni.

La propaganda che giunge a noi, dopo un interregno di maggiore benevolenza (Assad è finito addirittura ai microfoni del tg1, con tanto di sorrisi dell’inviata e saluti), è tornata quella del pre-Bataclan. Perché noi siamo spugne, oggi come nel ’99, oggi come nel 264 a.C.

Spugne che si fregiano di sentimenti sovrastimati: l’odio, la compassione, l’indignazione, la rabbia.

Ci riteniamo autonomi, ma siamo mercato. Non abbiamo mai visto i curdi perseguitati dalla Turchia che faceva affari con l’Isis.

Ma riteniamo la Turchia di Erdogan un alleato. Non abbiamo mai visto le impiccagioni pubbliche degli omosessuali in Arabia Saudita. Perché l’Arabia è un alleato.

Non abbiamo mai visto i bambini palestinesi morti di fosforo bianco sionista. Perché Israele è un alleato.

Alleato non certo nostro, ma di coloro che pilotano le nostre emozioni come si spostano voti in un sondaggio. Del resto, il gioco è facile: se il popolo virtuale avesse saputo dei bimbi morti a Dresda, avrebbe cominciato a nutrire simpatie per il Nazionalsocialismo.

In Siria si combatte una guerra terribile come tutte le altre guerre.

Come in ogni guerra, il prezzo più alto lo pagano i civili.

Da una parte le forze lealiste, dall’altra i “ribelli”, per lo più islamisti.

In Europa si combatte una guerra. La medesima. Idem in Russia. In Turchia.

Una guerra che fa vittime tra i civili, a decine.

E non ci sono nostri governi, giacché nessun governo ci è amico.

Nessuno chiede a nessuno, in questo groviglio di interessi, di mettersi a fare il “tifo” per questa o quella parte in causa.

Ma forse è arrivato il momento di superare la monumentalizzazione delle vittime, di capire che cosa si vuole, dando per scontato che si voglia la pace e che la pace sia oggi impossibile. Schierarsi. Ma non con l’uno o con l’altro, come se fossimo ad X-Factor.

Ma contro. Contro il cinismo del denaro, che ha ridotto in polvere le istituzioni dei paesi laici trasformandoli in serragli dell’ottusità religiosa, che ha lasciato le popolazioni arabe allo sbaraglio, che ha coscientemente fomentato la guerra e il terrorismo, che non piange le vittime che genera.

Dateci retta: a nessun apparato politico, a nessuna struttura militare, di questo capitalismo infame, interessa un fico secco dei bambini di Idlib. Né della verità sull’uso del sarin. Men che meno della libertà di cui vanno ciarlando.

Sono loro i nostri nemici. E sono implacabili quanto la nostra vulnerabile volubilità.

Da cui sarebbe il caso di liberarci.

 

Siria. Vi lascio alle vostre certezze e mi tengo le mie domande

Siria. Vi lascio alle vostre certezze e mi tengo le mie domande

Putin e TRump

L’indignazione rimane come al solito superficiale se non diventa prima analisi e poi critica dei meccanismi anche economici dei conflitti.

 

di Francesco MAZZUCOTELLI – Esperto di studi internazionali e politica mediorientale

Mi scuso in anticipo se quello che sto per dire potrà urtare la sensibilità di qualcuno.

Le immagini di Idlib mi hanno turbato, come penso abbiano turbato qualsiasi essere umano con un minimo di decenza. Eppure mi chiedo: le persone che in questi giorni hanno parlato di “fine dell’umanità” dove hanno vissuto finora? È stata forse più umana la carneficina occorsa per responsabilità di molte parti, e non di solo di una, da ormai cinque anni?

È atroce morire a causa delle armi chimiche (comunque siano andate le cose a Idlib), ma è forse più umano, più delicato morire sotto un bombardamento convenzionale o il tiro dei cecchini?

È davvero possibile accettare frasi come quelle che mi è toccato leggere oggi, secondo cui le vittime dei bombardamenti convenzionali sono solo “effetti collaterali” e quindi, par di capire, contano meno dei morti in condizioni atroci?

Siamo davvero così assuefatti, così mitridatizzati da scandalizzarci della guerra solo se ogni tanto avvengono episodi particolarmente efferati?

Le gare del dolore (chi è più vittima?) mi hanno sempre disgustato, ma penso alle centinaia di persone atrocemente massacrate in queste ore nella regione congolese del Kasaï; una regione di cui ignoreremo persino l’esistenza, i traffici e i signori della guerra fino a che non vedremo file di cadaverini allineati in uno scatto d’effetto.

Le immagini sono terribili, la prima risposta è emotiva, ciascuna persona ha il suo modo di declinare e di esprimere queste emozioni.

Poi però deve subentrare il momento dell’analisi e del discernimento etico e politico.

Altrimenti, come spesso accade, l’indignazione è solo dichiarativa e dura lo spazio di una giornata.

Il tempo che basta per mettere la scritta “Save Syria” sulla propria immagine di profilo prima di tornare a parlare degli aperitivi al Salone del mobile.

Le reti della pace e i gruppi per il disarmo spiegano meglio di come potrei fare io chi ci guadagna dal gigantesco affare della guerra. Non sarebbe il caso di indignarsi su questo punto con assidua costanza?

Cosa si intende quando si dice che “bisogna fare qualcosa”?
Un conto è dire che bisogna intervenire sui governi per limitare i traffici di armi e le transazioni finanziarie che foraggiano l’economia di guerra di tutte le fazioni coinvolte.

Tutt’altra cosa è fare il tifo per un’operazione militare, magari a guida americana. Sento gente difendere oggi la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003, anche sapendo cosa è successo dopo.

Qual è il prezzo di starsene inerti, con le mani in mano, mentre accadono atrocità di vario genere?

Ha moralmente, politicamente, umanamente senso che alcuni bambini muoiano in un bombardamento convenzionale (su Damasco, su Baghdad, su Belgrado) per evitare che altri bambini muoiano (a Idlib, a Halabja)?

Sono domande da rimanerci svegli la notte.

Vedo invece gente sicurissima delle proprie convinzioni, che usa Facebook per spandere le proprie sicurezze, senza nemmeno rendersi conto di essere il più delle volte manipolata dalle varie bande in circolazione.

Che dire? Tenetevi le vostre certezze (del cazzo), io mi tengo i miei interrogativi.

 

DUE PERICOLOSI ROTTAMI

DUE PERICOLOSI ROTTAMI

vittime Idlib

 

di Turi COMITO

INGHILTERRA E FRANCIA: DUE DECADENZE ANCORA MOLTO DEVASTANTI E INQUIETANTI

In questa ultima tragedia mediorientale (i fatti di Idlib del 4 aprile scorso) fatta di notizie orrende le cui responsabilità sono tutte da accertare, c’è un lato che si presta all’amara ironia e che aggiunge all’orrore il ridicolo.

Ci sono infatti un paio di paesi – due ex imperi colonialisti (cioè arricchitisi col ladrocinio sistematico delle risorse altrui, dediti per secoli al razzismo e alla segregazione nonché al tentativo di cancellare le culture dei popoli sottomessi) – che tanto somigliano a quegli aristocratici decaduti e morti di fame che rifiutano la realtà e che circolano negli hard discount col monocolo e col blazer consunto dando ordini (inevasi) a chiunque e guardando dall’alto in basso quelli che alla coda della cassa non gli cedono il turno e che anzi li squadrano infastiditi per i loro borbottii lamentosi.
Sto alludendo alla Gran Bretagna e alla Francia.

Due rottami della storia che tentano con ogni mezzo di continuare a fare danno nel mondo incuranti del fatto che il loro tempo è – grazie agli dei – finalmente concluso e che non c’è nessunissima possibilità che tornino ad essere i padroni che furono.

La prova di questo tentativo, fuori tempo massimo, di imporre il loro punto di vista al pianeta è stata data, per l’ennesima volta, in queste ore.

I rappresentati diplomatici all’Onu dei due succitati rottami hanno promosso una risoluzione di condanna, una specie di ultimatum, alla Russia per l’interposta persona di Assad.

Senonché la Russia che, purtroppo per loro, non è un nobile decaduto ma una potenza militare nel pieno delle forze gli ha detto che farebbero bene ad evitare di sparare altre stupidaggini del genere.

E per il semplice fatto che se è vero che furono proprio Gran Bretagna e Russia a disegnare con la squadretta i confini della Siria e di tutto il Medio oriente (spartendoselo) cento anni fa è anche vero che quello Stato è di competenza russa da un quarantennio e che quindi non c’è trippa per gatti.

D’altra parte, fatti alla mano, il precedente libico in cui Gran Bretagna e Francia usarono la loro residua influenza politica per devastare quel paese e renderlo il nido di vipere che è adesso non depone a favore della loro scaltrezza né della loro potenza.

Visto che un minuto dopo che i “combattenti per la libertà” libici avevano fatto saltare le cervella a Gheddafi, inebriati dall’odore del sangue, incendiarono le ambasciate britanniche e francesi e costrinsero questi ultimi a scappare come vermi per non fare la stessa fine del dittatore.

In realtà questi due rottami continuano ad avere una certa (nefasta) influenza sul resto del mondo per due ordini di motivi.

Il primo è che, purtroppo, sono dotati di armi nucleari.

E il secondo è che hanno interessi coincidenti con un altro impero (vero stavolta, e anche lui nel pieno delle sue forze, almeno militari) che sono gli Stati Uniti.

Il quale impero però, non si capisce bene perché (ma credo sempre che il problema sia sempre il capitalismo), subisce il fascino dei due ex aristocratici aggiungendo agli errori e alle porcherie che gli sono propri, gli errori e le porcherie dei suddetti.
Succede così che prima quel grande bluff di Obama e adesso questo buffone rosso malpelo si accodino alle insistenze guerrafondaie dei due compari.

Lo fecero con la Libia e gli andò bene perché la Russia (e la Cina, il convitato di pietra della partita) alla Libia erano poco interessate.

Lo rifecero nel 2013 con la Siria e gli andò male perché la Russia si mise di traverso. E lo stanno ripetendo in queste ore, ancora con la Siria, nella speranza di una rivincita.

E’ del tutto probabile (e me lo auguro) che anche stavolta gli vada male come nel 2013.

Non c’è da esserne certi, ovviamente, perché il buffone americano è ondivago e lunatico. Ma resta un fatto certo: che questi due rottami della storia, in un modo o nell’altro, continuano a volere farsi passare per padroni del mondo.

E non c’è peggiore (e pericoloso) cretino del cretino deluso, tronfio e armato.

Siria. Si fa presto a dire: basta coi morti!

Siria. Si fa presto a dire: basta coi morti!

Strage Idlib

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile MovES

L’orrore per la strage avvenuta in Siria in queste ultime ore, è intollerabile e in ognidove tutti si scagliano con veemenza contro Assad e senza conoscenza approfondita della realtà della Siria e di cosa abbia generato questo genocidio.

OGNI GUERRA è profondamente SBAGLIATA perchè sappiamo tutti che essa nasca solo dall’interesse ECONOMICO o GEOPOLITICO il quale, comunque, è sempre finalizzato al controllo di una zona del mondo di particolare interesse legato ad un profitto, ma dire “Basta coi morti!” non solo non serve ma neanche genera quel movimento d’opinione necessario a portare milioni di persone nel mondo ad unirsi per opporsi alla guerra.

Ormai tutto si ferma al proclama.

Così come accade per le questioni di casa nostra, altrettanto pensiamo che non serva fare un’analisi seria per comprendere dove origini ciò che produce morte e distruzione, ma che basti poter genericamente gridare il nostro rammarico e il nostro rifiuto per aver fatto quanto serve per fermare gli assassini.

Ma una volta emesso quel grido, le bombe smettono di cadere e i bambini non vengono più massacrati? NO.
Come fu per il Vietnam, anche con la Siria e altri focolai di guerre nel mondo, serve SAPERE chi ha avuto interesse a far scoppiare simili atrocità.

Più ancora serve chiedersi perché, A DISTANZA DI 5 ANNI DI GUERRA, dopo anni di criminali SILENZI e con migliaia di bambini IMMOLATI in nome dell’interesse di qualcuno, proprio OGGI, i media diffondano video e notizie su questo massacro.

Serve chiedersi perché improvvisamente e dopo aver visto le strade siriane allagarsi di sangue innocente nel silenzio generale, SOLO OGGI ascoltiamo il clamore mediatico di notizie rimpallate da una parte all’altra del globo.
OGGI che dopo aver contribuito in modo saliente a sconfiggere l’ISIS e a liberare la Siria, Putin diventa ancora più temibile per l’occidente.

OGGI dopo il sanguinoso attentato di San Pietroburgo, dopo l’uccisione di due diplomatici russi avvenuti mesi fa, proprio oggi che Putin ha dimostrato di poter essere ancora un avversario temibile per i signori della guerra che stanno comodi nelle loro stanze dei bottoni a decidere quale fetta di umanità sterminare.

La vicenda siriana NON è come ce la stanno raccontando da tanto, troppo tempo, perché è stato dimostrato con documenti di cui è stata data notizia in sordina, che i primi attacchi con armi chimiche contro il popolo siriano, sono stati voluti da Arabia Saudita, Turchia e frange estremiste siriane al soldo delle intelligence straniere.

Non è nemmeno vero che gli U.S.A. sono intervenuti per debellare l’ISIS dopo averne provocato la stessa creazione e anche di questo esistono prove documentali, le stesse che esistono anche a dimostrazione che l’Olocausto siriano è stato VOLUTO dall’amministrazione OBAMA e da quella Hillary Clinton per cui in tanti si sono autoflagellati quando ha perso le elezioni americane

Il mondo è in ginocchio sempre e solo a causa dell’imperialismo americano, a causa delle oligarchie americane che affamano i popoli dell’America del Sud,  e anche del Sud Europeo, a causa di quel pugno di uomini che sottomettono miliardi di altri.

Ma intanto, dicono in molti, anche se si fa tutta l’analisi non cambia nulla, Assad, Netanyahu, Erdogan e compagnia cantante, sono tutti uguali, evitando di VOLER VEDERE che Assad si è difeso da un’aggressione decisa e organizzata a vari livelli, a tavolino nei centri di potere che comandando il mondo.

Dire che si è contro la guerra senza fare distinzioni, nel caso della Siria è fare la stessa operazione che le destre del mondo e i filosionisti fanno con i palestinesi che si stanno DIFENDENDO dall’attacco israeliano vecchio di 70 anni, ormai.

Chiunque veda il proprio paese sotto attacco e sappia di avere un alleato, normalmente vi ricorre, specie se quell’attacco è funzionale UNICAMENTE a favorire gli interessi dell’occidente alla balcanizzazione del proprio paese, come in questo caso, considerato che la Siria faceva la propria storia senza dare fastidio a nessuno, a parte il fatto di avere Putin come alleato.

Anche a causa di questo, i signori della guerra, un bel giorno si son detti che fosse il momento di smembrare la Siria e dividerla in tanti staterelli e di deporre un capo di Stato legittimamente eletto, per il loro laido interesse economico e politico e di farlo in modo che l’informazione globale provocasse nell’opinione pubblica occidentale la percezione che quello stesso capo di Stato sia un criminale feroce, così da poterlo combattere col placet di una massa sterminata di persone.

Alla luce dei fatti, cosa avrebbe dovuto fare Assad?

Ma più ancora, noi che SOLO OGGI ci stracciamo le vesti dopo ben SEI anni di indifferenza, cosa faremmo e cosa vorremmo se sotto quelle bombe ci fossimo noi?

Nel mondo che conosciamo, non esiste governo o capo di Stato che abbia le mani completamente pulite, questo lo sappiamo tutti, ma da qui a definire criminale chi si sta difendendo, chi si avvale di un alleato, chi lotta perché il suo paese non venga frazionato e il suo popolo decimato o disperso, ce ne passa.

Dovremmo ogni tanto ricorrere al ben dell’intelletto e all’onestà in questo senso e ricordarci che quando sotto le bombe ci siamo stati noi, non abbiamo visto i morti causati dalle forze alleate come ad un orrore ma come ad un LOGICO DANNO COLLATERALE che era tragicamente necessario.

Così come dovremmo ricordarci che la politica internazionale richiede documentazione e studio, più ancora della politica di casa nostra.
Perché poi si fa presto a gridare “Pace!” ma se non si va alla VERA RADICE DEI PROBLEMI e se non si individua realmente chi li genera, quella pace non esisterà MAI perché non solo non avremo saputo esattamente a chi chiederla, ma soprattutto avremo combattuto contro un falso nemico facendo più o meno inconsapevolmente, gli interessi di chi ha voluto tutti quei morti.

L’interesse sempre e solo dell’imperialismo e del capitalismo, tanto per cambiare.

 

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