COLPO DI STATO A RYAD

COLPO DI STATO A RYAD

Trump, Mohammad bin Salman Al Sa'ud,

di Alberto Negri

Un interessante articolo di Alberto Negri che spiega chiaramente come dietro la designazione del nuovo Principe Ereditario saudita vi è lo scontro tra Arabia Saudita e Iran per l’egemonia nel Golfo Persico ed in generale nel mondo arabo.

Descritto come dinamico ma impulsivo, il nuovo erede al trono saudita punta a ribaltare i rapporti di forza con l’Iran. Gli iraniani, che hanno accusato Riad per gli attentati rivendicati dall’Isis, hanno affermato che la successione è una sorta di «golpe mascherato».

Il giovane principe ritiene, come ha dichiarato in un’intervista a Al Arabiya, che «la guerra debba essere portata in Iran prima che arrivi in Arabia Saudita». Non ci sono dubbi sull’ostilità tra i duellanti del Golfo.

In questo conflitto gli Stati Uniti non sono certo arbitri imparziali ma attori principali, che si devono confrontare con gli sproporzionati obiettivi di un alleato americano dal 1945 ma anche con la Russia di Putin.

Hanno in pugno pace e guerra.

L’incontro di Mohammed bin Salman il 14 marzo a Washington con Donald Trump è stato fondamentale per definire i nuovi bersagli dopo la cocente delusione subita da Riad durante il mandato di Obama che aveva voluto l’accordo sul nucleare con l’Iran: isolamento del Qatar, amico di Teheran e dei Fratelli Musulmani, e apertura del fronte siriano contro la repubblica islamica, definita dai sauditi un pericolo «uguale» a quello dell’Isis.

Una tesi scellerata e contro ogni evidenza abbracciata da Trump e favorita da Israele, che vede nel regime sciita degli ayatollah un nemico «esistenziale».

Se prevalesse la linea saudita ci sarebbe un salto di qualità rispetto al passato. Gli Stati Uniti, da quando nel 1979 ci fu la rottura con Teheran, non hanno mai rinunciato a destabilizzare l’Iran ma nel quadro di una politica del «doppio contenimento» sia del fronte sciita che di quello sunnita, con l’obiettivo che nessuna delle due parti dovesse prevalere sull’altra.

Il dibattito su cosa fare con l’Iran adesso si è aperto all’interno della stessa amministrazione americana perché non può sfuggire che la presenza della Russia in Siria ha mutato la situazione a favore di Assad e dell’Iran, alleati cui Mosca per ora non intende rinunciare senza contropartite strategiche.

Il capo del Pentagono James Mattis, pure noto per le sue posizioni ostili a Teheran, frena su un conflitto con l’Iran, pericoloso proprio per la presenza militare americana in Siria e Iraq, che invece è visto con favore da altri esponenti del consiglio di Sicurezza Nazionale: il piano minimo è bloccare il corridoio iraniano di rifornimento che passa dall’Iraq al Sud della Siria e finisce ai terminali Hezbollah in Libano.

Il conflitto con l’Iran è un capitolo esplosivo di una sorta di guerra mondiale a pezzi cominciata nel momento in cui si pensò che nel 2011 Assad potesse essere abbattuto usando i jihadisti da parte di un fronte sunnita formato da Turchia e monarchie del Golfo con il via libera degli Usa.

I sauditi con il Qatar hanno appoggiato in Siria le milizie affiliate ad Al Qaida ma gli stessi turchi oggi non vogliono un’altra guerra con l’Iran alle porte di casa.

Con la sua ideologia religiosa retrograda e l’oscurantismo wahabita, Riad ha alimentato l’estremismo sunnita: una politica avventurista che in Occidente e negli Usa viene tollerata perché i sauditi pagano tutti.

Non è un caso che i servizi tedeschi del Bnd abbiamo definito la nuova leadership saudita «un vero pericolo».

In questo contesto ci sono precedenti storici e dati attuali, come le basi Usa nel Golfo e la coalizione curdo-araba a Raqqa appoggiata dagli americani, che Mohammed bin Salman vorrebbe sfruttare a suo favore con una scommessa ad alto rischio: battere Teheran e vincere la guerra in Siria e in Yemen in cui lui stesso, con rara imperizia, si è impantanato, con l’intervento decisivo degli Stati Uniti: in un mese gli americani hanno bombardato quattro volte i soldati siriani e abbattuto un caccia di Damasco, azioni precedute dal lancio spettacolare ma senza conseguenze di 59 Cruise su una base aerea siriana.
Arabia Saudita e Iran si contendono la supremazia nella regione da decenni in uno scontro indiretto ma esploso in guerre per procura da parte saudita, a partire dal 1980 quando Saddam attaccò la repubblica islamica sfruttando finanziamenti per 50-60 miliardi di dollari delle monarchie del Golfo. E oggi in Iraq e in Siria la guerra continua, così come in Yemen, dove Teheran sostiene i ribelli sciiti Houthi.

La realtà è che i sauditi sono alle corde e il conflitto con gli sciiti si è trasferito dentro lo stesso fronte sunnita.

L’autorità di questa monarchia assoluta deriva dal Corano e dalla custodia della Mecca ma appare sempre meno solida: un’eventuale guerra all’Iran non la salverà più di quanto non possano fare delle vere riforme, posto che questo sia un regime riformabile.

fonte: https://zeroconsensus.wordpress.com/2017/06/22/colpo-di-stato-a-ryad/

JOBCENTER: 150 mg

JOBCENTER: 150 mg

LA MEDICALIZZAZIONE DEL DISAGIO SOCIALE IN GERMANIA

medicalizzazione

di Lorenzo MONFREGOLA
I poveri con la pelle bianca innervosiscono tantissimo le persone con la pelle bianca. Perché dei poveri con la pelle bianca non si può nemmeno dire che abbiano la sfortuna di venire da un posto lontano. Nasce probabilmente da qui il tentativo incessante di trovare una qualche definizione con cui distanziare il proletariato bianco: fannulloni, pigri, ignoranti, disagiati, truffatori, buffi, grotteschi, magari razzisti e pure un po’ nazisti.

In Germania c’è l’hartzer, che non è semplicemente una persona che sta prendendo per un certo periodo il sussidio di base noto come Hartz IV. L’hartzer è chi di sussidio vive da tempo, da anni, senza essere sostanzialmente più in grado di uscire dalla propria condizione o ritornando sempre a questa, in un circolo vizioso. L’hartzer assume il ruolo fisiologico, quasi sistemico, di abitare precariamente la dipendenza completa dal welfare, perdendo così il proprio diritto all’autodeterminazione. Si tratta della condizione di chi è costretto a passare da una formazione professionale all’altra, chi lavora ma non guadagna mai abbastanza, chi il sussidio lo ha ereditato dai propri genitori, chi continua a riempire fogli e moduli senza sosta. Magari è vero, come direbbe il tedesco medio, che tante di queste persone siano faul, pigre. Misterioso, però, è il motivo per cui le epidemie di pigrizia siano sempre diffuse in certi quartieri di periferia, in certe aree del paese a bassa scolarizzazione, nei caseggiati di cemento o nella provincia profonda della Germania.

Il welfare tedesco è solito funzionare in maniera ottimale per chi allo stato sociale può affidarsi temporaneamente, in una fase dinamica di transizione, usufruendo di sostegni non legati alla sola discriminante della povertà o iniziando una reale evoluzione professionale. Ma un sistema di stato sociale è, inevitabilmente, una geometria complessa e da questa complessità derivano conseguenze eterogenee. Una di queste è che all’interno del welfare tedesco ci siano anche cittadini aggrappati a una mera sopravvivenza burocratizzata, cittadini che introiettano presto il senso di colpa della loro condizione e che esprimono la loro insofferenza solo in situazioni particolari.

La verità è che per molti versi quella dell’hartzer di lungo periodo non è solo una categoria economica, ma anche simbolica, culturale, psicologica.

Non basta sapere che in altri paesi del mondo un sussidio se lo sognano: la povertà e il valore esistenziale sono concetti che si definiscono anche in relazione all’ambiente in cui si vive.

Vale a dire che, anche se non si muore direttamente di fame, non è facile essere poveri in una nazione che il mondo intero giudica ricca.

E mentre per le comunità immigrate (comunitarie e non) il sussidio riesce talvolta a essere visto come un incidente (o un’opportunità) legata allo sradicamento territoriale, per gli autoctoni, per il proletariato bianco tedesco, il sussidio può diventare un paralizzante sigillo di fallimento.

Per capirlo, ad esempio, è utile volgere lo sguardo verso il fenomeno della medicalizzazione del disagio sociale. Si tratta di un aspetto certamente minoritario, tendenzialmente muto, irrimediabilmente strozzato, ma non per questo meno significativo, presente, viscerale.

Dinamo Volley

Febbraio 2017. Parlo con Ralf (il nome vero è un altro) in un parchetto che sta sul confine tra Marzahn Nord e il Brandeburgo, dietro al capolinea del tram. Ralf mi spiega subito di sentirsi un “Wendekind”, un termine con cui si identifica la generazione della DDR che era bambina o adolescente quando ci fu la “Wende”, la “svolta”, vale a dire la fragorosa caduta del Muro di Berlino. Soprattutto chi era nella tarda adolescenza ha vissuto qualcosa di irripetibile, vedendo improvvisamente crollare quel mondo in riferimento al quale si era appena formata la propria prima identità.

“Io giocavo a pallavolo” racconta Ralf.

“Eravamo bravi, molto bravi, almeno secondo me. La mia squadra puntava al campionato giovanile nazionale della DDR. Io giocavo e il mio sogno, quello che volevo fare, la sola cosa che volevo fare, era diventare professionista. Sai nella DDR gli sportivi erano quelli che potevano viaggiare di più, vedere il mondo, magari andare alle olimpiadi.” Quando Ralf ha 17 anni, però, cade il muro. Di lì a poco, alcuni degli sportivi già affermati dell’ex DDR trovano spazio nella nuova Germania, ma tante serie sportive minori o giovanili entrano momentaneamente nel caos.

“Nessuno mi ha più detto cosa dovevo fare. Capisci? Nessuno” racconta Ralf. “Io non lo sapevo cosa fare. Non ne avevo idea. Ho smesso di giocare a pallavolo e poi ho iniziato ad accettare i lavoretti che mi trovava il Jobcenter, che poi non era ancora il Jobcenter, si chiamava ancora Arbeitsamt… All’inizio non capivo più niente, c’era questo Ovest che sembrava dorato, tutto era così nuovo, ad esempio i videogiochi, c’erano delle cose mai viste… Noi davvero non sapevamo dove guardare, dove girarci con la testa. Ma a un certo punto non stavo mica bene.

Stavo sempre peggio, non so perché.

Una volta stavo così male che sono andato dal dottore. Quello mi ha visitato e mi ha detto che avevo la depressione. Io gli ho chiesto ‘Che roba è? Mi passa in una settimana?’ Non è passata, anzi, sono iniziati anche questi attacchi di ansia, sempre più forti… sai l’ansia, no?

Così sono finito a bere sempre di più. A 22 anni ero fuori, completamente fuori dalla vita. Tu ora mi vedi così, ma io prima pesavo 135 kg, non riuscivo nemmeno a salire le scale. Non ho mai fatto cose tipo stare su un lettino: il dottore mi dava un sacco di pillole e io me le ficcavo in bocca.”

Chiedo a Ralf come faccia ora a essere così in forma. “La pallavolo, sì, la pallavolo. Dopo anni in cui non ho combinato nulla, dopo più di dieci anni in cui ero proprio fuori da tutto, dopo tutto quel tempo, il Jobcenter mi ha fatto entrare in un programma di lavoro per persone con dipendenze, diciamo. Per me ha funzionato molto bene, anche perché ho ricevuto sempre abbastanza soldi per sopravvivere e ora avevo anche la possibilità di darmi da fare. Così poi ho trovato lavoro in un archivio e, intanto, ho iniziato di nuovo a giocare. Credimi, la prima volta che ho giocato di nuovo pensavo di morire, là, attaccato alla rete! Però poi ce l’ho fatta. Ora gioco di nuovo da 7 anni, con gli amici e in piccole squadre, gioco ogni volta che posso.”

Mentre Ralf mi parla è curvo verso di me, carico, convinto, agitato. “Uno pensa che a un certo punto nella vita non puoi ritirarti su, che è passato troppo tempo, io avevo passato già i 35. E invece no, non è mai tardi, puoi sempre ritirarti su, sempre. Ora sto facendo di nuovo un minijob da 450 € al mese, non mi basta, e quindi i soldi me li aggiunge di nuovo il Jobcenter… ma la strada è quella giusta, lo so, bisogna darsi da fare.”

Che la sofferenza individuale sia anche una sofferenza sociale, e viceversa, è un dato noto. Per gli strati più deboli della società esiste però una sovrapposizione dei due piani molto più intensa e intricata.

Nel 2005 è stata pubblicata un’ampia ricerca sulla povertà in Germania, “Gesellschaft mit begrenzter Haftung”.

Tra le molte interviste presenti nello studio c’è quella svolta dalla sociologa Margareta Steinrücke, che ha dialogato con una psichiatra berlinese attiva nella periferia orientale della città. La donna racconta di una quotidianità in cui il lavoro di assistenza sociale si sovrappone senza sosta a quello di sostegno psicologico, con ritmi che molto spesso non lasciano altra opzione al di fuori di una massiccia medicalizzazione (in questo caso non integrativa, ma sostanzialmente sostitutiva degli approfondimenti terapeutici).

“A volte mi sento una spacciatrice”, racconta la dottoressa, che spiega di curare persone erose dal troppo lavoro e, contemporaneamente, di “dare medicine a persone che se avessero un lavoro stabile sarebbero sane”.

Si tratta di uno scenario in cui c’è anche un paradosso: da un lato la povertà viene curata con la medicalizzazione della persona e, dall’altro, capita che ai più poveri non venga comunque riconosciuto un diritto alla sofferenza emotiva come fattore realmente individuale, intimo, personale. La sofferenza sociale viene trattata come sofferenza psicologica, ma alla sofferenza psichica individuale si risponde, poi, nuovamente, con l’assistenza sociale.

“Quella puttana del Jobcenter”

Marzo 2017. Il Jobcenter del quartiere Marzahn-Hellersdorf si trova in un palazzone squadrato in Allee der Kosmonauten, la via che l’ex DDR dedicò agli “eroi del socialismo” che andarono nello spazio.

Là, a seconda della giornata, la fila è lunga, molto lunga o lunghissima.

Decido di andare a vedere. Arrivo e mi metto ad aspettare con gli altri. Le persone attendono in silenzio, ognuna di loro ha una cartellina in mano. Dentro alle cartelline ci sono i documenti da presentare agli esigenti impiegati dell’Agenzia del Lavoro.

Il sussidio di base in Germania si basa su una trasparenza assoluta, quasi fondamentalista.

Va dichiarato ogni centesimo del proprio status finanziario e, soprattutto, bisogna ubbidire al principio di “sostegno a patto di impegno”.

In tutte quelle cartelline, quindi, ognuna delle persone attorno a me ha documenti che dimostrano i propri sforzi per uscire dalla disoccupazione, mandando ogni mese un numero preciso di candidature in cerca di lavoro o partecipando alle formazioni professionali assegnate dal Jobcenter.

Il signore dietro di me deve avere già superato i 50 anni.

Indossa dei mocassini di gomma, di quelli che trovi scontati nei magazzini Deichmann, dei pantaloni sformati e la giacchetta di una tuta sopra una camicia bianca chiusa fino all’ultimo bottone.

Appoggiata un po’ sulla pancia, tenendola con entrambe le mani, l’uomo ha una cartellina raffigurante Spiderman che salta da un grattacielo a un altro. Quando sono quasi arrivato al bancone dell’accettazione, lascio il posto proprio a lui, che mi ringrazia con un sorriso e un movimento del capo antiquato ed elegante.

Prima di uscire completamente dalla fila, noto una donna giovane, molto magra, con i capelli tinti di biondo platino e dei leggings multicolore. La ragazza sta discutendo con l’impiegato di uno dei banchi della preselezione. Non riesco a capire cosa dicano: lui, soprattutto, parla piano, scuotendo leggermente la testa. Dopo qualche secondo la donna se ne va con il viso rosso dalla rabbia, esclamando “Es ist zum kotzen, es ist zum kotzen!”, che significa che “c’è da vomitare”, anche se vomitare non è la parola più adatta, kotzen è più volgare.

Qualche istante dopo, ritrovo la ragazza fuori dall’edificio, mentre armeggia con il suo telefono. Mi avvicino e le chiedo cosa sia successo. “Questa è la volta buona che spacco tutto, non resta più niente là dentro. Spacco tutto, c’è da vomitare, cazzo! Hai una sigaretta?” Le rispondo di no, non ho una sigaretta, se vuole ho un chewing-gum. “Un chewing-gum? E che mi fumo, la gomma?”

Continuiamo a parlare.

Lei lo fa con un accento berlinese stretto e tagliente. Il problema della ragazza è che non si è presentata a una convocazione del Jobcenter.

Non è la prima volta e, ora, le verranno tolti dei soldi dal sussidio: si tratta di una sanzione.

Oggi la giovane voleva salire dall’impiegata che si occupa di lei, per spiegare le proprie ragioni, ma non le è stato permesso. “Va a finire che mi danno i buoni per fare la spesa. Una volta me li avevano già dati, qualche anno fa. Sai quanto ti vergogni quando stai alla Lidl e devi pagare con i buoni pasto? Sai che vuol dire la gente dietro di te che ti guarda? E la cassiera di merda che domanda urlando alla collega che cos’è quel foglio? Guarda, preferisco morire di fame”.

I buoni sono dei voucher del Jobcenter per comprare il cibo, vengono utilizzati in modo che sia garantita la sussistenza, ma resti la sanzione in denaro. Riceverli è una misura particolare ma, a quanto pare, dopo una prima volta, è più facile incorrere in essa una seconda, una terza e altre volte.

Dopo che le ho detto che sto scrivendo un articolo, la ragazza mi dice che la lettera di convocazione lei non l’ha proprio vista: “Non è che sono pigra o che non ho niente da fare o che passo le giornate a bere, non sono come certa gente asociale o altra merda.

Io dovevo stare da mia madre, a Hellersdorf, sai dov’è Hellersdorf, no? Sta male, mia madre, si è messa un sacchetto in testa, diceva che voleva morire, io dovevo stare là, togliere tutti i sacchetti da casa, fare la spesa con quei sacchetti di tela… Mia madre prende le medicine. Le prende da sempre. Comunque ora è finita che le prendo anche io, le medicine, ho fatto bingo!”

La giovane donna parla e si muove in modo sveglio, con l’intelligenza aspra e ironica della Berliner Schnauze. “Da qualche mese vado ogni tanto al centro dell’ospedale a parlare con quella che mi dà la ricetta delle medicine, anche se io posso lavorare, cioè questo lo ha detto l’assicurazione sanitaria, che posso lavorare, ed è ovvio, lo so anch’io, mica sono scema. Quella, la psicologa, mi chiede come va con il lavoro, mi chiede se ho trovato lavoro o se ho iniziato qualcosa. Poi vengo al Jobcenter e qua, invece, quest’altra mi chiede come va nella vita, cioè vuole sapere come mi sento. Mi sa che queste due possono pure telefonarsi tra di loro e lasciarmi in pace, no?”

La ragazza non vuole nemmeno dirmi il suo nome. “No no, lascia stare, ci manca solo che venga a saperlo quella puttana là sopra”.

La “puttana là sopra” sarebbe la funzionaria del Jobcenter e, sicuramente, l’impiegata avrebbe da raccontare un’altra versione dei fatti.

Ad ogni modo, rispondo che è praticamente impossibile che qualcuno venga a sapere di lei, anche perché scrivo per un giornale italiano che non è molto letto dagli impiegati della Bundesagentur für Arbeit.

Ma lei non si fida, mi risponde solo che le ha fatto piacere parlare un po’ e che ora vuole togliersi da quel “posto del cazzo”.
Prima di andarsene, mi lancia ancora un’occhiata mezza divertita e dice: “Ma poi tu sei sicuro che sei un giornalista? A me sembra proprio una stronzata. Dove ce l’hai la telecamera?”

fonte: http://www.yanezmagazine.com/job-center-e-farmaci-in-germania/

Questo articolo fa parte di una ricerca più ampia da cui è nato il reportage “Poveri, bianchi, tedeschi” per il magazine “Il Tascabile”

La foto di copertina è CC BY-ND 2.0 Gentleman of Decay

GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

Angela Merkel

di Pasquale CICALESE e Filippo VIOLI

Con l’idea di trasformare l’UE in un blocco di potere indipendente sulla scena politica mondiale, la Cancelliera Angela Markel non ha raccolto solo gli applausi dell’establishment politico interno, rafforzando la sua posizione in vista delle prossime elezioni, ma ha ricompattato le fila interne degli Stati membri: partiti e schieramenti politici aggrovigliati tra loro, chiamati a recitare la parte dei falsi antagonismi politici sul piede di guerra.

Anche gli stessi rigurgiti nazional-sciovinisti sembrano essere stati messi tutt’ un tratto a tacere. Chi pensava che dopo il vertice G7 di Taormina la Germania potesse abdicare in favore di Trump forse si sbagliava di grosso.

A nulla sono valse le forti strida e i frequenti richiami del Presidente Americano che, dopo aver sistemato direttamente gli affari in Medioriente, avvicinando gli alleati storici (Sauditi e Israeliani) ad ipotetici accordi con i rivali di sempre (Russia, Cina), ha attaccato con fermezza i tedeschi servendosi del megafono europeo: “Abbiamo un enorme deficit commerciale con la Germania, per di più loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le spese militari. Ciò è molto negativo per gli Stati Uniti. Tutto questo cambierà”.

Rientrando dal G7 di Taormina, la Merkel, vedendosi spiazzata e messa all’angolo come un pugile suonato sul ring, non si è arresa anzi, nel ruolo che le compete da settanta anni, quale gendarme europeo, ha dovuto mostrare i muscoli al mondo intero, entrando ufficialmente in rotta di collisione con l’America di Donald Trump, affermando, a chiare lettere, che con quest’ultimo non vuole averci niente a che fare.

“I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni”, ha spiegato la Cancelliera in un discorso tenuto in occasione di una manifestazione politica organizzata dal partito cristiano (Csu) in un tendone-birreria a Monaco di Baviera.

“E questo – ha aggiunto – è il motivo per cui posso solo dire che noi europei dobbiamo davvero portare il nostro destino nelle nostri mani”.

Il riferimento, senza mai nominarlo, è al presidente americano che prima a Bruxelles, al vertice Nato, e poi a Taormina ha criticato i principali alleati dell’Alleanza atlantica e ha rifiutato di approvare l’impegno all’accordo globale sul cambiamento climatico e non solo.

Lo scontro in atto, certificato direttamente sulle pagine del Washington post (testata molto vicina e arma puntata dell’opposizione interna contro Trump), non è di poco conto, se si pensa che nel gioco-forza dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Germania a farne le spese in futuro potrebbero essere soprattutto i paesi Europei, in primis l’Italia, dipendente oramai dalla manifattura tedesca, per la sua forte attività di export specie nel settore della componentistica auto.

L’ultima cosa di cui ha bisogno la nostra fragile economia è proprio una guerra commerciale tra Stati Uniti e Germania.

Sta di fatto che la direzione indicata dal ristrutturato “asse franco-tedesco”, chiamato Fremania, è quella dell’irrobustimento di un polo imperialistico europeo a guida tedesca che dovrà andarsi a ritagliare un proprio spazio nelle relazioni internazionali, naturalmente a scapito del proletariato europeo.

Come dire il mondo cambia rotta, l’America first incontra la Via della Seta, ma questa Europa a trazione germanica guai ad essere messa in discussione.

Il super ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Shauble, con pieni poteri da duce, continuerà a gestire le finanze Ue con le stesse modalità di sempre: austerità degli investimenti pubblici, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture viarie, deflazione salariale quale unica forma consentita per la competitività europea.

Lo sforzo per una relazione alla pari con gli Stati Uniti fa parte dei progetti più vecchi della politica estera espansionista tedesca.

Già a partire degli anni ‘40 del diciannovesimo secolo, molto prima della fondazione dell’impero tedesco, il padre dell’economia nazionale tedesca, Friedrich List, prevedeva per il futuro una dura rivalità fra un’alleanza continentale europea e gli Stati Uniti, attraverso una “unione doganale nella Mitteleuropa”.

Mentre, negli anni ’30 del ventesimo secolo, gli industriali tedeschi parlavano di “un blocco chiuso da Bordeaux fino a Sofia” che avrebbe potuto dare “all’Europa la struttura economica necessaria di cui ha bisogno per imporre la sua importanza nel mondo”.

Negli anni ’40, in piena campagna nazista, gli economisti nazionalsocialisti scrivevano che solo “un grande spazio economico continentale” potrebbe mettere la Germania nelle condizioni di sfidare con successo gli enormi blocchi del Nord e Sud-America, il blocco dello Yen, e quello che resta del blocco della Sterlina.

Se si pensa al quadro politico internazionale di oggi sembra che tutta la partita si stia giocando a favore della Germania, anche i media mainstream occidentali sembrano oramai spingere fortemente verso questa direzione: consegnare nelle mani della cancelliera tedesca il destino dell’Europa. D’altronde, l’influenza della Russia è stata marginalizzata ed il paese è stato trasformato in una minaccia comune contro la quale soprattutto i paesi dell’Europa dell’est hanno bisogno di un protettore. L’Europa del sud, per via del debito estero ben strutturato, è già nelle mani della Germania. La Gran Bretagna si è congedata da sola, mentre la Francia – sotto una feroce spinta eurocentrista – ha eletto come nuovo presidente un replicante del governo Hollande, l’ex ministro del lavoro Macron, il padre putativo del “Loi Travail”, che fa affidamento sulla Germania e che senza alcun dubbio ha un’affinità con la base ideologica neoliberista tedesca.

Si tratta quindi di un’occasione storica, sotto i nostri occhi sembra prendere forma una Germania first, partendo dalla gestione dei rifugiati, passando ad una piu’ stretta cooperazione degli eserciti dell’Europa continentale, fino ad un modello di finanziamento che prevede di utilizzare il denaro proveniente dall’IVA per aiutare quei paesi che faranno le cosiddette “riforme”, senza escludere la spoil system in seno alla BCE da parte dell’uomo più fidato di Merkel, il freddo presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Tutte combinazioni che potrebbero suggellare e consolidare le suggestive ambizioni egemoniche tedesche nell’Europa continentale.

Ma la partita politica, economica e militare che si sta giocando sullo scacchiere mondiale è tutt’altra che semplice cosa e, di sicuro, non così delineata come si vuole far credere.

La forza d’urto con la quale la Cina sta entrando prepotentemente nello scenario internazionale, quale potenza egemone della manifattura mondiale, mettendo sul tavolo da gioco ingenti risorse e progetti per la costruzione di filiere infrastrutturali, lungo il millenario percorso della via della seta marittima e terrestre, sta ridisegnando il nuovo ordine mondiale.

A niente sono valse i tentativi iniziali di screditare il nuovo “Piano Marshall” mondiale made in China, facendolo passare come un tentativo di penetrazione economica e, quindi, come il proseguimento della guerra per l’egemonia con altri mezzi.

La Belt on the Road iniziative, ossia la costruzione di un sistema di infrastrutture che leghi la Cina con il resto del mondo, presentata ufficialmente da Xi Jinping al forum di Pechino, coinvolgerà nei prossimi 5 anni 112 Paesi e porterà un budget di 650 miliardi di dollari in dotazione, a zonzo per il mondo.

E la Germania farebbe bene a non sottovalutare la portata di questo enorme evento storico, soprattutto alla luce degli accordi raggiunti a Mar-a–Lago in Florida tra Donald Trump e Xi Jinping. Dalle bio-tecnologie, all’alimentare, ai servizi finanziari, fino all’accordo storico sulle forniture di gas (pari a 46 miliardi di dollari all’anno per 35 anni); le concessioni fatte dal leader cinese al presidente americano sembrano in un certo senso aver voluto riconoscere la posizione di vantaggio, assunta nel corso dell’ultimo decennio, che ha portato gli Usa ad avere un enorme deficit commerciale nei confronti di Pechino. Di una cosa sembrano entrambi essersi convinti: nessuno dei due raggiungerà i suoi scopi se sono in conflitto.

D’altronde Trump sa perfettamente che le esportazioni cinesi, tra il 2006 e il 2016, sono calate dal 35% al 19% del prodotto interno lordo, quindi l’invincibile macchina da export è storia del passato.

La Cina può contribuire a dare a Trump quel che vuole: investimenti industriali in nuove attività in quelle aree che hanno subito gli effetti della deindustrializzazione, con imprese cinesi che sarebbero pronti a investire negli Usa.

La Germania dovrebbe rendersi conto del rischio di isolamento che andrebbe incontro, girando le spalle a questo nuovo corso della storia.

Continuando spedita la sua incontrastata marcia mercantilistica, rastrellando risorse, deflazionando la domanda interna e sottraendola ad altri parti del mondo, arriverà in un vicolo cieco senza via di ritorno, col risultato che, l’aver alzato il livello di scontro, l’aver distrutto lo stato sociale europeo e generato ancor di più miseria e risentimento nazionalistico, prima o poi sarà chiamata a pagare un conto salatissimo.

In questo scontro pare che la classe dirigente italiana si avvii verso un suicidio annunciato.

L’appoggio di stampa, politica e mondo industriale italiano alla Germania occulta i veri interessi nazionali dei prossimi decenni, vale a dire giocare di sponda con i tre attori globali, Usa, Cina, Russia.

Oltretutto dalla Fremania l’Italia prende solo sberle: dal probabile bail in delle popolari venete, al rastrellamento di imprese italiane, ultima la Telecom in mano ai francesi di Vivendi.

Senza che vi sia reciprocità, tant’è che Macron ha contestato l’acquisizione da parte di Fincantieri della francese Stx.

Lasceranno un po’ di respiro quest’estate per far vincere l’obamiano Renzi, ma nel 2018 con Weidmann e il piano europeo da parte della Germania l’Italia si avvia, se non cambia prospettiva, al collasso economico, senza questa volta avere l’aiuto degli Usa.

Il fine della Germania è impedire la saldatura tra la Via della Seta marittima e i porti italiani per favorire i porti della Lega Anseatica, vale a dire Rotterdam, Bremenhaven e Amburgo.

I tedeschi sanno che se gli italiani entrano nel circuito cinese, e con buone relazioni con Usa e Russia, possono far saltare il banco europeo.

Al momento siamo in mano dei collaborazionisti.

La partita si gioca a Washington.

Lì c’è una feroce guerra civile.

Se la spunta Trump, controllando tutti gli apparati, a quel punto il gioco passa a lui, in Italia e in Europa.

Nel frattempo sistema, con il programma dei cento giorni, i negoziati commerciali con la Cina ed in seguito la nuova Yalta con la Russia.

Se ci riuscirà, perderanno i collaborazionisti italiani, che dovranno dar spazio ad altri gruppi più consoni della partita in corso.

Tempi interessanti, se non fosse per la miseria dettata dall’austerità europea che ci circonda.

 

 

LO SBARRAMENTO DELLA DEMOCRAZIA

LO SBARRAMENTO DELLA DEMOCRAZIA

Aula_Camera

di Ruggero GIACOMINI

E’ noto che l’attuale maggioranza del parlamento italiano deve in gran parte la propria investitura ad una legge elettorale porcata, tale riconosciuta dagli stessi promotori e in quanto tale dichiarata anticostituzionale e abrogata con sentenza della Corte costituzionale.

Nonostante ciò, o forse proprio per ciò, la stessa maggioranza ha concepito un vero e proprio accanimento contro la Costituzione nata dalla Resistenza.

E’ stato appena respinto con il referendum un grave attacco distruttivo pilotato dal segretario del PD Renzi, e si poteva legittimamente sperare che si fosse aperta finalmente la via per l’attuazione dei principi costituzionali a partire dai diritti e dalla dignità del lavoro. E invece ecco che un nuovo attacco si profila su uno dei punti più sensibili della democrazia, quello della legge elettorale.

L’articolo 48 della Costituzione stabilisce che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”.

Voto “eguale” significa di uguale peso, cioè che concorre nella stessa proporzione alla rappresentanza, secondo la regola: una testa un voto.

Che cosa fa invece lo sbarramento, che si vuole introdurre al 5%?

Rende nullo il voto per tutti quegli elettori la cui preferenza vada alla forza politica che non supera la soglia di sbarramento.

Priva cioè della legittima rappresentanza parlamentare tale forza, e distribuisce i seggi che ad essa sarebbero spettati tra le altre forze politiche che hanno deciso lo sbarramento e che consumano in tal modo quella che in codice penale si chiamerebbe “appropriazione indebita”. Cioè ottengono seggi senza voti. In altre parole un vero e proprio furto.

I promotori ed acquiescenti di questo sbarramento della democrazia non si preoccupano neanche di trovare per esso una giustificazione plausibile.

La governabilità? Suvvia!

Con la governabilità potrebbe forse giustificarsi una certa quota di maggioritario, ma lo sbarramento non vi ha nessunissima incidenza. Esso impedisce puramente e semplicemente la rappresentanza agli sbarrati, a maggior beneficio e gloria degli sbarratori.

Il “modello tedesco”.

Chi non studia, si sa, tende a copiare.

Già i radicali volevano copiare il “modello anglosassone”. Tutti dimenticando che abbiamo una Costituzione che è italiana, frutto del sudore e dei sacrifici del popolo italiano, scaturita da una dura lotta di liberazione e un’insurrezione nazionale vittoriosa.

Come non è stato in Germania, nonostante i duri sacrifici e il grande prezzo di sangue pagato dagli antifascisti e specialmente dai militanti e dirigenti del partito comunista tedesco, il cui capo Thälmann fu anche lui assassinato dopo lunghi anni di prigione, come il nostro Gramsci.

Assumere il “modello tedesco” senza chiedersi come si è costruita la Repubblica federale di Germania che lo ha adottato, e cioè sotto l’egemonia degli Stati Uniti, lasciando nell’oblio la resistenza antinazista e recuperando la gran parte dei quadri dirigenti del nazismo, è subalternità alla potenza esterna egemone in Europa, dimenticanza della base antifascista della nostra Costituzione, puro servilismo.

Il partito comunista tedesco, nato dall’opposizione alla prima guerra mondiale con Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, bandito e perseguitato sotto il regime nazista, fu messo fuori legge nella “democratica” Germania nel 1956, militanti e simpatizzanti licenziati dagli uffici pubblici.

E lo sbarramento nella legge elettorale aveva il preciso scopo di impedire che esso od eventuali altre forze di sinistra alternativa potessero conquistare una visibilità sgradita e disturbante.

La stessa minoranza di sinistra uscita dal partito socialdemocratico, pur con un leader di prestigio come Oscar Lafontaine, ha potuto superare lo sbarramento con la Linke solo perché dopo l’unificazione delle due Germanie c’è stato l’apporto della socialdemocrazia dell’est col suo robusto insediamento.

Come ogni organismo vivente, anche una forza politica nuova ha bisogno di tempo per crescere e rafforzarsi.

Lo stesso partito comunista italiano, nato nel 1921 sull’onda della vittoria della grande Rivoluzione d’Ottobre, e che tanta parte ha avuto nella storia dell’Italia contemporanea, riportò nelle elezioni del 1921 il 4,6% dei voti e nel 1924 il 3,7%.

Ebbe allora rispettivamente 15 e 19 rappresentanti eletti, e Gramsci poté diventare deputato. Ciò che pure nell’80° della morte sinceramente o ipocritamente si ricorda.

Con una legge elettorale sbarratoria come quella che il parlamento prodotto della “porcata” sembra voler plebiscitare, il PCI non avrebbe avuto alcun rappresentante.

Né il vecchio liberalismo né il fascismo avevano concepito una misura così manifestamente truffaldina per alterare il risultato del voto e impedire o quanto meno fortemente ostacolare il crescer e il rafforzarsi di una forza politica anticapitalista, organizzatrice e rappresentante della classe proletaria.

Accettare supinamente o addirittura con entusiasmi gradassi una simile stortura è sintomo a sinistra di subalternità culturale e miopia politica.

Lo sbarramento della rappresentanza al 5% degli elettori va definito per quello che è, e cioè un attacco che limita la democrazia, e come tale va contrastato e denunciato.

fonte: http://www.marx21.it/index.php/italia/democrazia-e-stato/28112-lo-sbarramento-della-democrazia

UN ECONOMISTA CONTRO IL MODELLO TEDESCO: FEDERICO CAFFE’

UN ECONOMISTA CONTRO IL MODELLO TEDESCO: FEDERICO CAFFE’

di Federico CAFFE’

 

Se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un riavvicinamento della nostra posizione, poniamo, a quella della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese.

Si tratta infatti di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna.

Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell’economia, senza l’introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale.

…Non vorrei apparire retorico, ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti il sottoprodotto dello sviluppo economico