PER IL CAMBIAMENTO SERVE IL CONFLITTO DI CLASSE

PER IL CAMBIAMENTO SERVE IL CONFLITTO DI CLASSE

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di Fiorenzo MEIOLI

La storia del nostro paese, dall’Unità a oggi, ci mostra come tutte le fasi storiche di crisi e rottura siano state gestite, per usare un concetto fecondo di Gramsci, mediante “rivoluzioni passive”: un miscuglio di trasformismo politico che ha consentito alle classi dominanti di restare egemoni e di non modificare i rapporti di forza tra le classi sociali.

Solo il PCI, tra le forze politiche, si era posto l’obiettivo di un progetto egualitario, di modificare i rapporti di forza tra i gruppi sociali.

Sepolto il PCI, la sinistra, passo dopo passo, ha maturato l’idea di una giustizia sociale dipendente dagli sforzi individuali, ha dimostrato indifferenza verso gli aspetti strutturali delle diseguaglianze, ha ignorato gli effetti deleteri del neoliberismo.

Quindi, è venuta meno la sua ragione sociale: la difesa del mondo del lavoro, la difesa dei più deboli e poveri, fino a subire l’egemonia culturale del neoliberismo dove gli interessi dei cittadini sono subordinati a quelli degli azionisti, dove le lobby economico-finanziarie contano più della collettività e dei governi, dove l’interesse privato viene anteposto a quello pubblico.

In nome della governabilità, della mera riduzione del danno, larga parte della sinistra ha limitato il suo orizzonte concettuale, dimenticando il conflitto.

Come scriveva Machiavelli, il conflitto è sempre la dimensione originaria della politica. E’ grazie al conflitto che si è realizzata la modernità e la democrazia.

Dimenticando tutto ciò, ha anche ignorato quel blocco sociale che da sempre era stato il suo maggior punto di riferimento: il mondo del lavoro, degli svantaggiati, dei pensionati a basso reddito, degli artigiani e di tutti coloro che il lavoro non riescono più a trovarlo.

Ci sarà un motivo se blocchi sociali caratterizzati da lavoratori, precari, disoccupati, non incontrano più la sinistra e si consegnano alla destra o alla sterile protesta.

Allora, secondo me, dobbiamo rimetterci in gioco seriamente e riallacciarci a quel tessuto sociale confuso e smarrito.
E’ inutile aspettare perché non ci sarà nessun Mosè che ci condurrà, attraverso il deserto, alla Terra Promessa.

BERLINGUER: USCIRE DALLE ILLUSIONI. LE STESSE DI OGGI

BERLINGUER: USCIRE DALLE ILLUSIONI. LE STESSE DI OGGI


di Fiorenzo MEIOLI

Nel 1974 si tenne, a Genova, la Sesta Conferenza Operaia del PCI e fu conclusa dal segretario Enrico Berlinguer.

Chiuse la Conferenza con queste parole: “Oggi siamo al dunque. Siamo ad una crisi che investe tutta la vita del paese, in ogni campo:l’economia, la SOVRANITA’ NAZIONALE, l’amministrazione pubblica, la giustizia, la sicurezza dei cittadini, la scuola, la vita culturale, la morale, i valori ideali. O si cambia strada o non si sa davvero dove si va a finire”.

Sono passati oltre 40 anni e quelle intuizioni sono oggi più attuali che mai.

Già allora Berlinguer aveva capito che occorreva uscire dall’illusione della possibilità di riforme condotte, come recentemente ha scritto un economista, “con successo all’interno di un modello che è stato costruito in cemento armato per non essere cosa diversa da ciò che è”.

 

(foto di Archivio de l’Unità)

RIPARTIRE A SINISTRA, DALL’ANTILIBERISMO ONORANDO DAVVERO LA COSTITUZIONE

RIPARTIRE A SINISTRA, DALL’ANTILIBERISMO ONORANDO DAVVERO LA COSTITUZIONE

di Fiorenzo MEIOLI

Senza la capacità di rimettere in discussione la relazione fra Italia, eurozona ed Unione Europea, sarà complicato costruire una sinistra in grado di rimettere al centro il lavoro come recita la nostra Costituzione e di superare il centrosinistra degli ultimi 30 anni.

L’Art.1 della nostra Costituzione dice che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” che sostanzialmente vuol dire che il lavoro costituisce l’interesse fondamentale, compresa la sua dignità.

E’ una chiara presa di posizione verso gli interessi dei più deboli, perché i più forti, pensavano i nostri Costituenti, a tutelarsi sono in grado da sé. Insomma, a sinistra si deve prendere atto che l’Italia fa parte però di un assetto europeo basato sulla competizione del mercato, l’esatto contrario di ciò che invece recita la nostra Costituzione alla quale pensiamo come un punto di riferimento.

Se la sinistra non affronta questo nodo politico, come, ad esempio, si debba riconquistare una quota di sovranità in tema di politica economica e sociale, senza fare chiarezza sulla moneta unica che si è trasformata in uno strumento della vittoria del neoliberismo, nessun progetto a sinistra avrà unità e credibilità.

MALA TEMPORA CURRUNT

MALA TEMPORA CURRUNT

di Fiorenzo MEIOLI

Il neoliberismo ama lo stato minimo, il mercato, la flessibilità, la precarietà del lavoro e odia tutto ciò che è riferito all’intervento pubblico.

Tutto questo, prima di essere una variabile economica, insieme al totem del debito pubblico, è una condizione culturale.

Nella “genealogia della morale”, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche scrisse del debito come origine del denaro e ricorda come in tedesco “schuld” significhi sia debito che colpa.

Nella pratica dell’oggi vale però solo per i diritti sul lavoro, per i beni comuni, i servizi e lo stato sociale, mentre non vale per le banche e il capitalismo finanziario.

A Natale furono stanziati 20 miliardi per il salvataggio delle banche da mettere sul groppone del debito pubblico, ai quali vanno poi aggiunti quelli per il salvataggio di banca Etruria e delle altre tre banche.
E così si raggiunse quota 30 miliardi.

In questi giorni per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca lo Stato ha messo a disposizione la bellezza di 17 miliardi.
Strano il mondo ai tempi del capitalismo finanziario, eh!

IL FUTURO CHE NON C’E’

IL FUTURO CHE NON C’E’

di Fiorenzo MEIOLI

Oggi crediamo di vivere nel miglior mondo possibile, di godere di una libertà infinita e non ci rendiamo conto che è soltanto ristretta alla sfera privata: possiamo si vestirci come vogliamo, vagliare liberamente le offerte del palinsesto televisivo, comprare l’ultimo modello iPhone, possiamo esercitare il diritto di voto, scegliere tra le offerte del mercato e tanto tanto altro ancora.

Però non riusciamo più a modificare la realtà, non abbiamo più il potere di decidere e siamo succubi dell’unica ideologia rimasta nel tempo della fine delle ideologie.

Un tempo le crisi erano la condizione per il progresso, oggi, al contrario, tracciano interrogativi e generano un ritorno ad un lontano passato.

Tutto ciò che oggi chiamano progresso è soltanto un ritorno all’Ottocento.

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