FEMMINISTE CHE MUOIONO PER SALVARE IL MONDO

FEMMINISTE CHE MUOIONO PER SALVARE IL MONDO

Sin mujeres no hay revolucion

 

di Maria G. DI RIENZO

Esattamente un mese fa, il 7 maggio, in Messico un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella casa di Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez (in immagine qui sotto) e l’ha uccisa.

Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez

Miriam era molto nota come attivista dedita alla ricerca delle persone “scomparse” nello stato messicano di Tamaulipas. Aveva cominciato questo lavoro nel 2014, quando a “scomparire” era stata sua figlia: Miriam riuscì a ritrovarne i resti nella città di San Fernando.

A molti chilometri di distanza, sempre il 7 maggio, in Nicaragua la polizia ha arrestato Aydil del Carmen Urbina Noguer (in immagine dopo questo paragrafo) mentre era assieme alla figlia 16enne e l’ha pestata per bene.

L’arresto e la successiva detenzione di oltre due giorni e mezzo erano illegali.

Durante questo periodo di 64 ore le sono state negate le cure mediche di cui aveva bisogno dopo la battitura, l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari e l’assistenza legale. Aydil è un’avvocata e un’attivista per i diritti umani.

Aydil del Carmen Urbina Noguer

I brani seguenti sono tratti da “Rethinking Activists’ Safety at a Time of Escalating Risk”, di Adelaide Mazwarira e Alexa Bradley per Jass, 31 maggio 2017:

“In tutto il mondo, le donne attiviste sono sempre più a rischio, minacciate, aggredite e persino uccise perché osano opporsi a potenti interessi, siano essi di stato o di istituzioni private come le compagnie economiche transnazionali o di cartelli della droga. Poiché queste donne stanno lavorando per proteggere diritti umani, giustizia economica, la loro terra, acqua, territori e la democrazia stessa molti le chiamano “difensore dei diritti umani” o semplicemente “difensore”.

Per il loro coraggio e la loro capacità di guida queste donne devono fronteggiare attacchi nelle strade, criminalizzazione e stigmatizzazione nei tribunali e sui media, e a volte rigetto e abuso nelle loro stesse comunità e case per essere andate oltre le tradizionali norme di genere. (…)

Una varietà di tendenze e dinamiche di potere stanno convergendo in ciò che molti indicano come “lo spazio in via di restringimento per la società civile”.

I governi stanno sempre di più usando la retorica della sicurezza nazionale e la minaccia del terrorismo per limitare la partecipazione dei cittadini e reprimere il dissenso.

E una serie di “poteri ombra”, entità non statali incluse le corporazioni, i gruppi religiosi fondamentalisti, i narco-trafficanti, che una volta erano dietro le quinte, ora stanno avendo un’influenza crescente nei settori del potere formali in cui i governi prendono le decisioni e in cui si formano le leggi, e rivendicano i loro interessi senza ostacolo alcuno, anche quando detti interessi comportano l’uso della violenza.

E dominano lo spazio pubblico e i media promuovendo narrazioni favorevoli ai loro interessi.

Manipolando norme sociali, idee e credenze fra cui quelle relative a razza, classe, etnia e genere, costoro sono in grado di screditare il lavoro delle difensore (e dei movimenti sociali) etichettandole come “terroriste”, “ostacoli allo sviluppo”, “passatiste”, “distruttrici delle famiglie” per legittimare e di fatto normalizzare la violenza, la diseguaglianza e la repressione.

Sebbene i contesti differiscano, la convergenza del capitalismo estrattivo (la corsa al controllo e allo sfruttamento delle risorse), del militarismo (guerra al terrore, guerra alle droghe) e dei fondamentalismi (forze conservatrici all’interno di religioni, culture e tradizioni) è diventata il fertile terreno su cui violenza e repressione aumentano.”

Il documento continua attestando che ai consueti mezzi della repressione per le donne si aggiungono quelli correlati al genere – assalto sessuale e stupro.

Per cui: ogni volta in cui le donne promuovono iniziative politiche e sociali eccetera smettete per favore di chiedere “cosa c’entra il femminismo”, il femminismo è questo: ogni volta in cui una donna viene ammazzata per quello che è (femmina) e per quello che fa (attivismo) smettete per favore di fare i finti tonti e gli stronzi puri e semplici chiedendo “cos’è il femminicidio”, perché molte di queste donne muoiono per salvare anche i vostri culi.

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/06/07/cronache-del-mese-scorso/

L’ORRORISMO DI UN MONDO IN DISORDINE

L’ORRORISMO DI UN MONDO IN DISORDINE

di Elettra DEIANA

“Scrive Judith Butler in Vite precarie, a proposito della possibilità di essere “noi stessi” colpiti da un attacco terroristico o sconfitti, oppure perdere persone che sentiamo vicine o che conosciamo e dover affrontare il lutto per un dolore inaspettato: “C’è forse qualcosa da imparare nella distribuzione geopolitica della vulnerabilità del corpo, dal momento che siamo stati per un breve periodo esposti a questa devastante condizione?”.

Butler scrive Vite precarie sull’onda dell’11 settembre e della guerra in Iraq, criticando senza sconti nel suo libro l’establishment repubblicano per l’idea che alla violenza si debba rispondere con la logica dell’emergenza terroristica e della guerra preventiva e/o punitiva.

E ponendo quell’interrogativo magistrale – o che tale dovrebbe essere in un mondo globalizzato – se ci sia qualcosa da imparare nella distribuzione geopolitica della vulnerabilità del corpo.

E questo, sottolinea Butler, a partire dall’aver imparato direttamente che cosa significhi il lutto e il dolore per la perdita di quelli che sentiamo come vicini a noi. Come capire e sentire da qui il dolore altrui.

Da allora episodi che hanno fatto vivere all’Occidente esperienze traumatiche di questo tipo si sono moltiplicate e la domanda di Butler ha acquisito – o dovrebbe aver acquisito – un’urgenza direttamente proporzionale al numero dei traumi subiti.

Soprattutto per quanto riguarda il dolore per la perdita di vite per antonomasia vulnerabili, cioè esposte a essere ferite perché intrinsecamente non in grado di proteggersi in qualche modo, come dice l’etimo della parola e come sono appunto le creature piccole, per antonomasia inermi, cioè senza armi, incapaci di armarsi. Ma con tutta evidenza non è così, anzi avviene il contrario.

L’aspetto più terribile dell’epoca che viviamo è infatti la continua, ossessiva strage di innocenti ma, insieme, l’alto grado di assuefazione a questo tipo di traumatiche vicende con cui l’Occidente dei diritti e delle dichiarazioni universali convive senza tante storie e senza interrogarsi sulle sue responsabilità. O meglio: l’Occidente piange con enfasi le sue vittime innocenti e ne celebra il lutto ma non ha lacrime per gli altrui innocenti, che per altro, dal punto di vista numerico, sono infinitamente di più degli innocenti che vengono uccisi dalle nostre parti.

E la quantità dovrebbe fare anche la qualità delle cose – almeno in certi casi, come le stragi terroriste, per non parlare dei mortiferi effetti collaterali delle guerre spacciate come utili alla pace e alla sicurezza e altre nefandezze simili – ma non è proprio così, bisogna dire, da nessuna parte del mondo.

Da questo punto di vista la globalizzazione non ha fatto fare passi avanti.

Né intrinsecamente poteva, in realtà.

Di globale infatti c’è solo il mercato e il disordine di tutto, che la fa da padrone sul mondo.

Il resto è il frutto di quello che abbiamo alle spalle e la pietà è alla discrezione dei buoni sentimenti e/o della convenienza e del calcolo dei poteri costituiti.

Sempre meno disposti a farsi carico del dolore umano e invece spesso disposti a sollevare dubbi e sospetti su quelli che ancora in questa direzione cercano di fare il possibile e anche più.

Come il capitolo intitolato i taxi del mare dimostra.

Ma il valore etico e politico della domanda di Judith Butler sulla valenza geopolitica della vulnerabilità del corpo mantiene tutta la sua pregnante attualità.

Una continua strage di innocenti è quello a cui oggi assistiamo di continuo, senza contare le stragi di creature nelle acque del Mediterraneo, che hanno molto a che vedere con le cause geopolitiche che determinano le altre stragi.

E questo avviene, per quanto ci riguarda, con coinvolgimento emotivo a misura variabile, a seconda del dove avvenga e chi coinvolga, e anche il senso di orrore e di angoscia si manifesta sempre più come sentimento ristretto, domestico, di vicinanza e appartenenza.

Di paura, anche, perché scopriamo che anche noi siamo vulnerabili, esposti. Non c’è la consolazione che venga dal riconoscimento e dalla solidarietà tra umani, destinati a transitare insieme per un tratto di tempo nello stesso mondo.

C’è prevalente solo un duro senso di appartenenza.

Di questo duro senso bisognerebbe ragionare in profondità ma ovviamente non se ne fa nulla.

Ed è una strage di innocenti che non solo dura da tempo ma sembra destinata a non finire mai o chissà quando. E questo perché ci sono interessi potenti in opera, che si danno molto da fare a che le ragioni che favoriscono le condizioni delle stragi non vengano meno.

Il presidente Trump ha firmato un accordo miliardario con l’Arabia Saudita per la vendita di armi americane a quel Paese, che ha responsabilità gravissime per come stanno le cose e tutti lo sanno ma nessuno ha detto niente, a parte qualche pacifista impenitente, ma sono le sue parole ormai buttate al vento.

Che bell’affare, ha detto il presidente Trump a proposito dell’accordo con i Sauditi, servirà per fare il mondo più sicuro. Anche su questo nessuno ha detto nulla mentre su altre cose dette da Trump molti hanno avuto da ridire.

Ma la sicurezza è ormai un mantra metafisico, e nei fatti un affare che riguarda tutti: un affare di militari, di armi, presidi militari ovunque, esercitazioni para belliche ravvicinate, spionaggio informatico, sorveglianza globale e via così.

E, quando ci vuole, guerre sul campo e con i micidiali droni.

Come in Siria, che dura da sei anni e di creature innocenti ne sono state ammazzate oltre ogni misura.

Con la parola innocenti intendo dire proprio gli innocenti, quelli che, secondo l’etimo della parola, non sono in grado di nuocere a nessuno.

E sono appunto i bambini piccoli, quelli che nei mercati delle città del Medio Oriente seguono le madri nei mercati e vengono spazzati via all’improvviso da una bomba o da un kamikaze che indebitamente invoca qualche suo dio; oppure altri impegnati nelle aule scolastiche, o in viaggio per raggiungere una chiesa cristiano copta e credono di poter ricevere il dono di una distribuzione di caramelle e invece entra in azione il piano stragista di qualche gruppo jihadista.

Sembrano proliferare ovunque in certe zone.

Appunto, per dirla con Butler, geopolitica della vulnerabilità del corpo.

Anche in Europa, dove chiamiamo bambini anche gli adolescenti, stanno succedendo vicende simili. Per fortuna in chiave ridotta, bisogna dire, per fortuna abbiamo servizi addestrai e competenti, diciamo in Italia.

Ma dei bambini, dei giovanissimi poco più che bambini muoiono anche qui. Obiettivo sensibile per la stessa logica perversa che devasta altri luoghi del mondo: colpire al cuore il futuro del nemico di turno. La politica della sicurezza, lo stato di sicurezza, i corpi militari preposti alla sicurezza, le disposizioni di sicurezza, il livello di sicurezza: insomma una semantica a dire quale sia la strada imboccata e insieme l’inadeguatezza di questa strada, ci ossessiona in Italia e in Europa. Stato di emergenza permanente.

E Trump ci loda per il nostro tributo alla sicurezza in Afghanistan.

Roba da pelle d’oca..

In un libro pubblicato nel 2007 la filosofa italiana Adriana Cavarero affronta il tema dell’orrore che, spiega, è il sentimento che meglio condensa il senso della violenza contemporanea.

Ed è la parola che, per questo, meglio descrive l’orripilante senso di ghiaccio corporeo, la pelle d’oca che in certi momenti sentiamo, o dovremmo sentire, di fronte allo spettacolo di una strage, di corpi sembrati, del sangue, delle efferatezze compiute contro dei corpi.

In certe occasioni riusciamo ad avvertire che abbiamo in comune qualcosa con quei corpi, a prescindere dal territorio in cui sono vissuti, ma è un sentimento che lasciamo fuggire, non vogliamo che ci appartenga perché sappiamo che ci impegnerebbe a non voltare lo sguardo..Guerra, terrorismo, nemico e altre categorie della tradizione politica, dice Cavarero, sembrano non avere più la forza semantica di spiegare il quid di questioni così drammatiche, la portata globale dell’attuale carneficina di inermi.

Anche Cavarero invita a un radicale cambiamento del punto di vista.

La riflessione va orientata sulla condizione di vulnerabilità assoluta di chi subisce l’offesa, non sull’abominio di chi porta a compimento l’azione omicida. Guardare a partire dallo sguardo della vittima inerme e non da quello di chi uccide.

Dallo sguardo dell’inerme più inerme, aggiungo io, che non ci lascia scampo appunto perché inerme e non gli puoi rimproverare nulla, che ti inchioda agli apparati giustificativi della tua cultura, ai camuffamenti politici della tua parte politica, alle scappatoie personali del far finta di non sapere.

Mettere a tema la condizione di vulnerabilità, condizione umana che ci vede esposti alla dipendenza dall’altro, alla protezione che ti può offrire così come all’oltraggio che ti può imporre.
Imparare a avvertire, sentire sulla pelle l’orrore a non abituarci a esso, direbbe oggi Hannah Arndt. Ma l’orrore non è un sentimento di paura, avverte Cavarero, esprime raccapriccio, ripugnanza, ci fa sentire vicini alla vittima, e per questo in realtà, dico io, fa paura, perché non crea la distanza necessaria tra noi e “l’altro da noi” che oggi è il mantra securitario, la misura dell’ Immunizzazione..

Una politica della contemporaneità globale ne avrebbe fortemente bisogno invece di questo sentimento.

E dovrebbe imparare indefessamente a scoprirne, se ci sono, le tracce.

Il libro di Cavarero si intitola Orrorismo.

Un neologismo che serviva a non appiattire tutto sula parola terrorismo, che non è affatto la stessa cosa e dice altro, come l’autrice lucidamente spiega.

Ma non ha avuto seguito e non certo perché brutto, come la stessa Cavarero ammette, Forse perché appunto troppo sentimentalmente impegnativo.

Ho scritto pensando a tutte le bambine e i bambini che muoiono qua e là nel mondo per le stragi crudeli dell’informe e asimmetrica ma micidiale guerra in atto, di cui parla solo un pontefice visonario e qualche disincantato analista di geopolitica.

E, a modo loro, alcune donne.

UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

UTERO IN AFFITTO: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

Una riflessione psicologica sull’utero in affitto

 
Il mondo nuovo
 
 
L’immagine è tratta da una delle copertine del libro “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che nel suo libro ha descritto una società futura, non troppo lontano per la verità, nella quale la procreazione è completamente sganciata dai rapporti sessuali.
 
di Sergio STAGNITTA

Monica Ricci Sargentini è una giornalista del Corriere della Sera che, volendo capire meglio come viene gestita nei centri specializzati la maternità surrogata, ha deciso di prendere un appuntamento in un Centro Californiano. Nel suo articolo racconta come si è svolto questo primo appuntamento, scoprendo fatti molto importanti (a fine post, vi lascio il link al suo racconto completo).

Nella sua descrizione si presentano scenari ai quali io, e molto probabilmente molti come me, non avevano nemmeno pensato: uno mi ha colpito in particolare… La Sargentini ad un certo punto chiede: “ma se la mamma surrogata dovesse cambiare idea e tenersi il bambino?” La coordinatrice dei pazienti le risponde: “La mamma sei tu, lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto.

Non commento subito e parto da alcune informazioni tecniche.

Si definisce utero in affitto o meglio, maternità surrogata, la pratica di procreazione nella quale una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per altri.

Ci sono due forme di maternità surrogata o “gestazione per altri” (GPA): la Surrogazione gestazionale, che consiste nel trasferimento nell’utero della madre surrogata di embrioni formati con il seme del padre e della madre (o di donatori nel caso di sterilità di uno dei due). Questa forma viene utilizzata da donne che non possono sostenere una gravidanza. La Surrogazione tradizionale, in cui il seme del padre è utilizzato per fecondare la madre surrogata che è quindi anche la madre biologica del bambino.

Chi può ricorrere a queste forme di maternità? In genere donne prive di utero o ovaie, donne che soffrono di patologie che metterebbero a rischio la vita della gestante e coppie di uomini gay.

Il primo mito da sfatare riguarda il collegamento, ormai praticamente quasi assoluto nei dibattiti pubblici e privati, che chi usufruisce dell’utero in affitto è gay.

Qualche giorno fa ho letto una statistica ripresa dall’Ansa che riporta due dati molto significativi: il primo, che le gravidanze in affitto portate a termine aumentano, negli Stati Uniti, ogni anno del 20%; il secondo dato riguarda gli “utilizzatori finali” di questo metodo di procreazione, secondo la Sai (Surrogate Alternatives Inc.), sette su dieci sono coppie eterosessuali, il resto sono coppie gay e uomini single.

Io ritengo che questo dato sia estremamente importante e significativo perché spesso, soprattutto in Italia, si prova a strumentalizzare i temi legati ai diritti civili e la procreazione, legandoli esclusivamente agli omosessuali, introducendo così una distorsione che spesso rende difficile ragionare in modo produttivo sulle diverse situazioni.

Svincolato quindi l’utero in affitto dalla sola pratica omosessuale possiamo ragionare in libertà sul valore della stessa da un punto di vista psicologico.

Il titolo del mio post “L’oscuro oggetto del desiderio” che riprende il titolo di un famoso film di Luis Buñuel, mette l’accento sull’aggettivo “oscuro”, nel senso che io non riesco a trovare nessun vantaggio nell’uso di questa pratica di procreazione nella ricerca di un desiderio di maternità o paternità.

Proverò di seguito ad argomentare la mia affermazione da tre punti di vista, tre angolazioni differenti ma, come capita spesso, legate le une alle altre: il dono, il mercato e il corpo. 

È solo un dono…

 
Molti affermano, e alcuni paesi tra i quali l’Inghilterra lo inseriscono in modo esclusivo nella propria legislazione, che la sola e giusta modalità per legittimare questa pratica è che sia un dono, ovvero che non ci sia alcun interesse economico. La maternità surrogata è legittima ed eticamente accettabile solo se si trasforma in un atto di generosità.

Rifletto, molto semplicemente, sul senso di un regalo: io posso donare qualcosa di mio, sono libero di regalare ad altri un oggetto, anche molto prezioso, tutti i miei beni, compresa la mia stessa vita, e nessuno può contestare la mia decisione.

Il problema in questo caso è che il dono riguarda un essere umano che per giunta non è neanche nostro.

Sì, perché i figli non sono una nostra proprietà privata, come avveniva nell’antica Roma, e allora come posso donare una cosa che non è mia?

I figli sono affidati ai genitori i quali hanno il diritto/dovere di accudirli ed educarli, cercando di dargli gli strumenti per essere persone più possibile felici, facilitando, nella crescita, soprattutto l’indipendenza e la libertà, l’esatto contrario del possesso che prevede che una cosa comprata è mia per sempre.

Il concetto di dono si basa, quindi, sull’erronea concezione che l’utero sia una sorta di incubatrice, un luogo neutro che produce un prodotto, una proprietà, che si può scambiare, barattare o donare.

È solo libero mercato…

Il secondo aspetto è quello che in assoluto mi fa più rabbia, già la categoria del “dono” è molto ambivalente, figuriamoci quella della compra-vendita.

Vedremo, più avanti, ciò che la psicologia dice rispetto alla relazione madre-bambino e i danni di questa modalità di procreazione, qui però mi soffermo sulla dimensione sociale, quindi politica, dell’utero in affitto.

La maggioranza degli stati che consentono la maternità surrogata, tranne poche eccezioni, come abbiamo visto, permettono anche che quest’ultima si possa quantificare in denaro.

Si definisce un contratto nel quale la donna si impegna a portare avanti una gravidanza e cedere il bambino alla nascita ai “legittimi proprietari” in cambio di un compenso in denaro.

Ma chi può accettare un simile contratto? In generale mi chiedo: quale potrebbe essere la motivazione di una donna che accetta la richiesta di un estraneo a portare nel suo utero per nove mesi il suo bambino?

Sarà un preconcetto, ma è difficile immaginarla benestante, felicemente sposata con prole e con una bella professione e disposta ad accogliere per nove mesi un bambino trascurando magari figli, marito e lavoro!

Io penso, e credo di non discostarmi troppo dalla realtà dei fatti, che le donne disponibili a questa pratica semplicemente sono persone povere che “concedono” il loro utero per soldi.

E allora provo rabbia perché questo legittima la prepotenza dell’uomo ricco sul povero, legittima lo sfruttamento del corpo degli altri (come nella prostituzione) a fini economici; solo perché io sono più fortunato e ricco posso permettermi di pagare una donna che per necessità si deve sottomettere ai miei desideri!

Non importa se la coppia sia composta da omosessuali, un uomo solo, una donna sola o una coppia eterosessuale, qui è in gioco il principio più profondo della dimensione umana: la libertà, che purtroppo molto spesso si perde quando siamo in difficoltà e con essa si perde anche la dignità.

Nel mondo esistono milioni di bambini che vivono in condizioni al limite della sopravvivenza, in orfanotrofi, brefotrofi, bambini sfruttati, violentati, senza cure e molto spesso anche senza cibo, mi chiedo: ma perché mai noi dobbiamo soddisfare a tutti i costi il desiderio di maternità e paternità biologica, anche se questo calpesta l’altro e produce sofferenza?

Qui è in gioco quindi non solo la dimensione psicologica, ma anche e soprattutto quella di classe di appartenenza, la casta che mi legittima la spesa di oltre 100 mila euro per portarmi a casa “l’oggetto, oscuro, del mio desiderio”.

Anni di lotta di classe, comunismo, emancipazione economica e culturale buttati al vento.

Secondo me, prima ancora della destra ancorata ai tradizionali valori della famiglia si dovrebbero indignare gli uomini e le donne di sinistra, le femministe (ed infatti lo hanno fatto con diversi manifesti, come quello pubblicato da Libération e firmato da oltre 160 personalità), chi combatte le ingiustizie salariali, sociali, chi parla di uguaglianza di diritti: ecco perché ritengo che la mia riflessione non è, e non vuole essere, in nessun modo, una riflessione ideologica o di parte. 

È solo un corpo…

 
 

“Noi siamo esseri relazionali”

Arrivo quindi alla terza e ultima riflessione, quella psicologica, sulla pratica dell’utero in affitto.

La caratteristica più importante degli esseri umani, quella per la quale penso che valga veramente la pena vivere è che noi siamo esseri relazionali; fin dal concepimento siamo nati per amare ed essere amati.

Esistono innumerevoli studi che descrivono il profondo legame che si costituisce tra la madre e il bambino, ricerche che hanno dimostrato che il neonato riconosce e preferisce selettivamente la voce della madre rispetto a quella di altre donne; lo stesso per l’odore del suo latte e alcuni tratti comportamentali.

Tutto è programmato affinché il bambino e la madre (in futuro anche il padre), si leghino tra di loro in nome di una protezione e un sano sviluppo.

Ricerche a parte, veramente esiste qualcuno che possa affermare con certezza che durante i nove mesi di gravidanza il bambino non venga fortemente influenzato dalla madre e che, anche se non riconosciuto razionalmente, non si crei tra i due un legame potente?

Come si può pensare che il bambino sottratto a quella madre non produrrà in entrambi (madre e bambino) una ferita difficilmente sanabile, ancora di più quando da grande qualcuno gli dirà com’è nato?

Io, addirittura, mi spingo ancora oltre…

Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi occupo anche di coppie e mi è capitato di avere in terapia donne e uomini che provavano ad avere un bambino, e così ho potuto verificare personalmente che la relazione tra genitori e figli nasce ancora prima del concepimento.

Mi ricordo di una giovane donna che aveva deciso con il suo compagno, dopo un periodo di difficoltà, di avere un bambino.

Ho capito che il suo desiderio si stava consolidando dentro di lei quando mi ha iniziato a parlare di come si immaginava sarebbe stato questo bambino, lo prefigurava nella sua mente, si immaginava il suo viso, le serata passate insieme e molto altro.

Questi aspetti – i desideri, le fantasie, i legami, la costruzione di una maternità, la nascita e poi tutto lo sviluppo affettivo – sono solo alcuni degli elementi che ci rendono e ci permettono di rimanere umani nonostante il progresso e i nuovi diritti acquisiti.

Annullare queste spinte profonde vuol dire trasformare le persone in oggetti.

Naturalmente è chiaro che ci sono, come ho affermato prima, bambini che nascono in condizioni di grande disagio, che hanno avuto la fortuna di avere dei genitori adottivi affidabili, che si sono legati a loro con profondo amore, consentendogli di sanare la loro ferita.

La genitorialità si costruisce ed è proprio vero che un bambino si lega alla persona che lo ama, anche se non è il genitore biologico.  

Io però mio chiedo perché farlo nascere già con questa ferita?

Una cosa è sanare una ferita, altra cosa è crearla!

Riferimenti

Se volete approfondire il tema del mercato dell’utero in affitto, vi consiglio di leggere questo breve racconto di una giornalista, Monica Ricci Sargentini, che ha contattato un centro Californiano per la maternità surrogata, ecco il link: “Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri” https://goo.gl/Yiegrm

fonte: http://www.ordinepsicologilazio.it/blog/psicologia-della-vita-quotidiana/utero-in-affitto-quell-oscuro-oggetto-del-desiderio/

IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

Donne in rivolta - America Latina

di Nazaret CASTRO

Il 3 giugno è tornato in piazza Ni Una Menos in Argentina.

Cosa significa internazionalismo femminista e popolare? Come arriva il femminismo nei quartieri popolari? Perchè la lotta delle donne diventa centrale in questa fase di violenta offensiva neoliberale?

Desendeudadas nos queremos: verso il 3 giugno, le donne argentine contro il ricatto del debito

Il 3 giugno Ni Una Menos è tornata in piazza in Argentina: per l’occasione pubblichiamo qui un approfondimento da Equal Times sul movimento femminista latinoamericano.

l risveglio è arrivato da un giorno all’altro, con estrema urgenza, ma si preparava sottotraccia da decenni.

Il 3 giugno del 2015, giorno del primo corteo Ni Una Menos, le donne argentine hanno assunto la leadership di un movimento tellurico che si è poi esteso a decine di altri paesi, con delle parole d’ordine inequivocabili che nascevano dal rifiuto della brutalità del femminicidio: “Smettete di ucciderci”.

L’anno successivo, il 3 giugno, Ni Una Menos si consoliderà come simbolo di un movimento delle donne rinnovato, che si internazionalizza straripando e tessendo reti che creano sorellanza e uniscono le donne di tutto il continente latinoamericano, fino a sentir risuonare nelle sempre più frequenti manifestazioni il celebre slogan:

Alerta, alerta, alerta que camina: mujeres feministas por América Latina. Y tiemblan, y tiemblan, y tiemblan los machistas: América Latina va a ser toda feminista”.

Questo tremore si è sentito in tutto il mondo, e con particolare intensità negli Stati Uniti lo scorso 21 gennaio quando le donne hanno risposto con forza all’atteggiamento misogino del loro presidente, Donald Trump.

Il successo del primo Ni Una Menos ha sorpreso tutti, comprese le organizzatrici: è stato però possibile grazie ad un lento processo di accumulo di attivismo decennale, tra cui occorre ricordare l’Incontro Nazionale delle Donne ormai giunto alla trentunesima edizione, che ad ottobre a Rosario ha riunito 90.000 donne.

Così come avvenuto alla fine dell’immensa manifestazione di questo 8 marzo a Buenos Aires, si presentano spesso al termine delle manifestazioni dell’Incontro momenti di tensione davanti alla cattedrale (lo scorso 8 di marzo la fine della manifestazione è stata teatro di una pesante repressione della polizia, con diversi arresti “arbitrari” e una vera e propria “caccia alle donne” come denunciato dai collettivi di donne).

Nella foto qui sotto, tratta da Lavaca.org, una immagine dell’azione poetico-politica #FemicidioEsGenocidio, da parte di diversi collettivi di donne contro i femminicidi e le responsabilità dello Stato, tenutasi il 30 maggio 2017 a Buenos Aires.

Feminicido es Genocidio

Rompere il silenzio

Ni Una Menos è stato, prima di tutto uno strumento comunicativo, organizzato da giornaliste femministe, che è riuscito a rendere visibile una realtà tanto mostruosa quanto naturalizzata: ogni 30 ore una donna muore in Argentina, solo per il fatto di essere donna. Questo è stato allo stesso tempo un tentativo di mettere in luce la catena di continuità che va dall’abuso per strada, il divario retributivo o i micro-machismi quotidiani, fino alla violenza sessuale ed il femminicidio. Le cifre ballano, perché ora negli stati latinoamericani, nessuno si è occupato di elaborare le statistiche della guerra silenziosa che l’antropologa Rita Segato chiama “femi-genocidio”.

In Argentina, ci sono organizzazioni femministe come MuMaLa che pubblicano le cifre dei femminicidi: nel 2016 sono state 322 le donne assassinate; nel 66% dei casi, per mano del proprio compagno o ex compagno. Nel resto del continente la situazione non è più promettente. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne uccise, nel 2013 sono state assassinate 4.762 donne o, detta in altro modo, 13 donne al giorno. In Honduras, nonostante la sua piccola dimensione, nel 2014 ci sono stati 531 femminicidi; El Salvador ne conta 230. Uno stillicidio silenzioso e mortale.

Fino a quando non si è rotto il silenzio. A pochi giorni dopo il ritorno dall’ultimo Incontro, le donne argentine hanno saputo che, mentre manifestavano per le strade di Rosario, Lucia, 16 anni, era stata torturata, violentata ed assassinata a Mar del Plata.

È morta di dolore, impalata, lacerata.

Le donne argentine nel giro di poche ore hanno convocato la manifestazione del 19 ottobre, il mercoledì nero. Ed hanno continuato a tessere: hanno convocato un inedito sciopero il 25 di novembre, che ha avuto risonanza in decine di paesi. In Ecuador, il 26 novembre scorso c’è stata la prima manifestazione nazionale contro i femminicidi.

Le donne colombiane si sono date appuntamento, con l’hashtag #rompeelsilencio, per una gigantesca donazione di scarpe che rappresentasse il vuoto che lasciano le donne quando spariscono. Si trattava di “mostrare che solo per il fatto di essere donne abbiamo davanti una enorme possibilità di morire e che questo, che è grave ed inconcepibile, lo assumiamo come qualcosa di normale”, ” nelle parole di una delle ispiratrici del movimento, María Isabel Covaleda.

Ni la tierra

Internazionalismo femminista e popolare

“E’ stata impressionante l’espansione del movimento, ma è stato possibile solo perché c’era una costruzione a fuoco lento nei territori” afferma la ricercatrice Veronica Gago.

Nuove alleanze vengono tessute fuori e dentro il paese, e prendono forma in modalità che spesso gli esperti di relazioni internazionali non riescono a rinchiudere nelle loro categorie. “Comincia a crearsi una specie di internazionalismo che si intreccia con il popolare in un modo molto potente, articolandosi in una forma non-verticale” sostiene Gago.

E parafrasando Emma Goldman, possiamo dire che la rivoluzione che interessa alle donne latinoamericane è a ritmo di danza. Le esperienze sono differenti e combinano rivendicazione politica con arte e divertimento.

Come la rapper cilena Anita Tijoux che nella canzone Antipatriarca ci ricorda che “Non sarò quella che obbedisce / perchè il mio corpo mi appartiene”. O i differenti femminismi periferici o delle donne nere, che dopo anni passati a rendere lisci i propri capelli perché gli avevano fatto credere che i loro crespi fossero brutti, scoprono nei ricci indomabili il miglior simbolo della loro forza e libertà. O i graffiti provocatori e le performance delle boliviane “Donne creando”.

E’ il caso delle centinaia di donne afrodiscendenti che da dodici anni scendono in piazza a San Paolo in Brasile con uno spettacolare spezzone carnevalesco Ilù Obà de Min, che nella lingua africana yoruba significa “donne che suonano i tamburi per il dio Xangò”. “Molte donne dicono che il tamburo rende più forti. Ognuna ha i suoi motivi per dirlo. Unite, facciamo camminare Ilù Obà per il mondo” racconta una delle donne del gruppo che ogni anno rende omaggio ad una donna nera.

Tra tamburi, graffiti e canzoni, scoprono quanto di speciale accade ogni volta che si incontrano le donne, quello che l’attivista messicana Raquel Gutierrez chiama “entre mujeres” (“tra donne”) “Costituire spazi per riunirsi, per parlare, per sostenersi l’un l’altra… la lotta si intinge di nuovi colori che cominciano a vedersi e ad attaccare problemi sociali molto pesanti come la violenza intrafamiliare.

Il “tra donne” prolifera in tutte le lotte e nei molteplici angoli del paesaggio sociale dell’America Latina”.

Queste reti, informali però molto reali, hanno preso forma con il lancio dello sciopero dello scorso 8 marzo che ha avuto risonanza in tutto il mondo. Concretamente in Paraguay è diventato uno “sciopero contro il patriarcato e il capitalismo che ci sfrutta. La forza e la resistenza delle donne si vedono e sono in movimento” dice a Pagina12 l’attivista paraguaiana Alicia Amarilla Leiva, leader del Coordinamento nazionale delle donne lavoratrici indigene (Conamuri).

La sfida che lancia Rita Segato al movimento rende l’idea della dimensione dell’opportunità che hanno davanti le donne latinoamericane: “Credo che questo 8 marzo ha come obiettivo ricostruire lo stile di far politica delle donne. Se negli anni sessanta il femminismo ha detto “il personale è politico”, il cammino che propongo non è la traduzione del domestico in termini pubblici, ma l’opposto: domesticizzare la politica, de-burocratizzarla, umanizzarla in chiave domestica”.

 

Donne in lotta

Il femminismo arriva nei quartieri popolari

Le donne latinoamericane ballano, manifestano, si sciolgono i capelli, tessono assieme una internazionale femminista delle donne indigene, afrodiscendenti e dei settori popolari, che si espande con sempre maggiore protagonismo nei quartieri popolari. Sembra essere questo uno dei tratti caratteristici di questo movimento rinnovato: “Il femminismo era rifiutato nei quartieri, era percepito come una ideologia delle elites, legato alla classe media e all’accademia.

Adesso sembra che il discorso della violenza sui corpi sia diventata una questione abbastanza importante nei quartieri; e questa sensibilità attraversa trasversamente le classi sociali “afferma Veronica Gago. Cosi lo spiega Gabriela Olguin della Confederazione dei lavoratori dell’economia popolare e dirigente della cooperativa El Adoquin, composta da 400 lavoratori ambulanti: “L’incontro tra settori popolari e femminismo si è dato molto lentamente. Il discorso femminista è stato nelle mani delle progressiste colte, ed inoltre il femminismo è stato antiperonista.

Fino ad ora si è imposta una visione classista, ma per essere un movimento di massa realmente capace di apportare trasformazioni il femminismo deve andare avanti con tutte noi”.

Dall’altra parte della frontiera, nella periferia di San Paolo in Brasile, Helena Silvestre, leader del movimento di base Lotta popolare, afferma: “Il mondo capitalista ci sfrutta, ci opprime, ci impacchetta, ci etichetta e ci vende”.

Il capitalismo trasforma le donne in colpevoli delle violenze che soffrono sul proprio corpo.

Le povere, le negre, le indigene, le LGTBI, sono, da secoli, quelle che più di tutte muoiono assassinate, quelle che vengono violentata, quelle che muoiono a causa di un aborto illegale mentre le bianche possono abortire nel confort delle cliniche speciali”.

Ma adesso, continua, “le donne povere, doppiamente sfruttate, si ribellano alla situazione in cui si trovano. Le donne nere incontrano nella propria storia la forza di cui hanno bisogno per prendersi carico dei propri capelli ricci e del proprio posto in battaglia”.

“Se il capitalismo cresce frammentando, per lottare contro il capitalismo dobbiamo fare l’esatto opposto: stare unite. La violenza machista è profondamente strutturata” commenta Olguin.

Per dirlo con le parole di Helena “Il mondo ci uccide quando ci trasforma in culo e tette, quando ci nega il diritto alla pensione, quando non abbiamo una casa dovre crescere i nostri figli, quando ci fa credere che è più bello avere il naso fine e le labbra rosa”.

“Sono tanti i dolori che soffriamo, che possiamo diventare forti assieme solo se ci uniamo, noi donne lavoratrici”.

 

Nazaret Castro è una giornalista e ricercatrice spagnola. Vive da anni in America Latina e collabora con diverse testate giornalistiche oltre ad essere co-fondatrice del progetto Carro De Combate che si occupa di inchieste su consumi alimentari e grande distribuzione.
fonte: http://www.dinamopress.it/news/il-tempo-della-rivolta-delle-donne-in-america-latina

RACHANA E LE RAGAZZE PERDUTE

RACHANA E LE RAGAZZE PERDUTE

Rachana Sunar, Nepal

di Maria G. DI RIENZO

Rachana Sunar, 22enne – in immagine qui sopra – vive in un villaggio del Nepal occidentale.

La sua missione è mettere fine ai matrimoni di bambine.

Sfuggita per un pelo a un destino simile, priva di risorse che non siano la sua volontà e la sua passione, la giovane donna va di porta in porta a diffondere il suo messaggio, organizza incontri, impedisce i matrimoni intervenendo di persona o chiamando la polizia (i matrimoni di minori sono illegali, nel suo paese, dal 1963).

Come potete intuire, Rachana non si è scelta un compito facile: il 37% delle sue simili, in Nepal, sono già mogli prima dei 18 anni e molti uomini sono seccati dal vedersi sottrarre le bambine-spose da sotto il naso, al punto che mentre la CBS stava girando un documentario sulla storia di Rachana una folla di scalmanati si è minacciosamente presentata a casa sua.

Ma ciò non ha spostato di una virgola la sua attitudine: “Se una ragazza ascolta la mia storia, di come ho iniziato il mio viaggio, almeno le sto dando speranza. – ha spiegato – Sì, c’è gente a cui non piace il lavoro che faccio, ma anche se muoio per questa ragione, so che la mia morte ispirerebbe le mie sorelle ad andare avanti. Se io mollo, in questo momento, non c’è nessuno che oserebbe affrontare la questione al posto mio. Sono felice di farlo, anche rischiando la mia vita.”

Il documentario si chiama “The Lost Girls” – “Le ragazze perdute” e, tanto per far capire subito come stanno le cose, si apre con un proverbio nepalese: “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. E’ stato diffuso per la prima volta in questo mese di maggio e sta girando abbastanza su internet da essere trovato facilmente, ma siete in difficoltà potete provare qui: http://www.girlsnotbrides.org/

Documentario Nepal

Di recente, Rachana ha fondato un’ong, Sambad (che significa Dialogo) per aiutare bambine e bambini a scoprire il loro valore e a ricevere un’istruzione di base. Per alcuni di questi piccoli, le lezioni della maestra Rachana – che adorano e ricoprono di doni in carta colorata – saranno l’unica occasione loro offerta nella vita di imparare qualcosa, per molte femminucce sono l’unico momento nella loro attuale esistenza in cui si sentono amate e apprezzate.

Il lavoro della giovane attivista ha generato onde che potrebbero rivelarsi decisive: nel suo distretto è nato un movimento che si propone di far cessare i matrimoni precoci entro il 2020 e lei stessa è riuscita a consegnare personalmente una lettera al Primo Ministro del Nepal in cui chiede al governo di farsi carico della questione. “Vi sosterremo.”, le ha assicurato il Primo Ministro.

La straordinaria forza di Rachana si alimenta dal suo sognare in grande. Dopo aver ricordato come la propria madre si sentisse la persona più sfortunata del mondo ad aver avuto solo lei e sua sorella minore, come la nonna paterna avesse suggerito al figlio di avvelenarle tutte e tre e prendersi un’altra moglie, e che il padre era solito battere sua madre ogni singolo giorno, dice con voce piena di emozione e di determinazione:

“Voglio rendere le tutte le madri del nostro villaggio orgogliose di avere figlie.”