LORIS, GRAZIE PER AVERCI INSEGNATO A VIVERE

LORIS, GRAZIE PER AVERCI INSEGNATO A VIVERE

 

di Claudia PEPE

 

Loris Bertocco, 59 anni, di Fiesso d’Artico, ha abbondonato questa vita.
L’ha fatto per scelta, per sofferenza, per legittima difesa. Una legittima difesa da una vita che lo aveva reso invalido da anni e, negli ultimi tempi, anche cieco.

Viveva con una madre anziana e una sorella malata.
Solo, di fronte ad un mondo che non intravedeva la sua disperazione e la sua afflizione.

Loris era un uomo che nonostante fosse nato sotto una cattiva stella, si era aggrappato alla resilienza.
Quella capacità di reagire nonostante il sole non entrasse più nelle sue stanze senza luci.

Era invalido cieco, ma impegnato nella cultura, nelle radio.
Era un ambientalista convinto e tra i fondatori dei Verdi italiani.
Non aveva mai smesso di partecipare a lotte sia territoriali che di portata globale: contro il nucleare e i mutamenti climatici, per la riconversione ecologica, per la pace.

Loris era una di noi. Un uomo.
E proprio perché uomo senza retorica e senza enfasi, ha deciso la sua morte.
Nessuno può giudicarlo, nessuno deve voler capire.

Della sua morte hanno dato notizia gli esponenti dei Verdi Gianfranco Bettin e Luana Zanella.
Loris aveva sollecitato la Regione Veneto a legiferare in materia, ma non ha trovato risposte alla sua legittima scelta.

Allora ha abbracciato la sua morte e, corteggiandola come una fidanzata, proprio quella del primo banco con il viso più dolce del mondo, le ha dichiarato il suo amore.

Loris ha lasciato parole bellissime, parole che devono farci riflettere, che devono farci sedere un attimo, nonostante le nostre tribolazioni e farci pensare. Perché la sua scelta potrebbe essere la nostra scelta di oggi e di domani. Un giorno che non sapremo mai quando arriverà.

Un uomo, Loris, che ha lasciato alla nostra umanità distorta, il suo amore per la vita, il suo patimento, la sua lotta, e la sua protesta per l’insufficiente assistenza che le persone come lui ricevono dalle istituzioni preposte. La sua morte l’aveva programmata da tempo, ma fino alla fine ha creduto nell’approvazione di questa legge sul testamento biologico e sul fine vita in Italia.

Loris non ce la faceva più.
Desiderava la morte, desiderava non soffrire più, desiderava una morte consapevole.
Non una morte collegata a macchine, leziosa e artificiale.

Perché la morte la possiamo possedere se non abbiamo il coraggio di affrontarla.
E lui, ha deciso di chiudere gli occhi, di dormire, di non soddisfare più la sofferenza, di non darle più soddisfazione.

Ha incominciato ad anelare questa morte dolce, quella morte che nasce dal non poter più vivere.
Ha lasciato uno scritto e tutti noi, adesso, dobbiamo ascoltarlo:

“Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere in un istituto e come un vegetale, non potendo nemmeno vedere, cosa che sarebbe per me intollerabile.
Proprio perché amo la vita credo che adesso sia giusto rinunciare ad essa vista la sofferenza gratuita sia fisica che spirituale che stanno progressivamente crescendo senza possibilità di revisione o di risoluzione positiva.
Il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata.
Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazione di gravità, perché questa diffidenza degli amministratori, questo nascondersi sempre dietro l’alibi delle ristrettezze finanziarie, anche quando basterebbe poco, in fondo, per dare più respiro, lenimento, dignità?
Per questo il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul ‘testamento biologico’ e sul fine vita di cui si parla da tanto, che ha mosso qualche passo in Parlamento, ma che non si giunge ancora a mettere in dirittura d’arrivo Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte, perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità.”

Caro Loris hai scelto di chiudere la tua vita in un Paese non tuo, in una stanza d’ospedale fredda, sterile, senza i profumi della tua infanzia, senza la dolce ninna nanna di chi ti ha accompagnato nella tua vita e ti ha dovuto lasciare andare da solo ad abbracciare la morte.

No so se soffrire di più verso questo Stato che narra di avere la più bella Costituzione del mondo, oppure nella sua negligenza nel non voler applicare uno dei suoi articoli più importanti. Quell’articolo 13 che recita: “La libertà personale è inviolabile”.

Se fossi stata una tua amica, ti avrei accompagnato. Ma questo Paese ammette qualsiasi forma di violenza, e non il tuo amore per la vita.
Perché la tua morte è stato ancora una volta un inno alla vita, un inno all’amore, alla libertà, alla pietà.

Eri immerso in una notte senza fine, in una vita che ti ha visto emigrare per far rispettare la tua dignità.
Se fossi stata una tua amica, quando dicevi che volevi morire senza soffrire, avrei fatto di tutto per accontentarti.

Perché l’amore è più grande dell’egoismo, è più grande del ritornare a casa e vederti interpretare quella vita che non ti apparteneva.
Ti avrei aiutato in tutte le maniere, ma in Italia le leggi le fanno gli obiettori di coscienza, invece di persone che di coscienza vivono.
Se fossi stata una tua amica mentre urlavi i tuoi appelli disperati verso questo Governo che lascia suicidare i precari e fa finte di niente, e mentre il tuo appello sulla legge sul testamento biologico restava inascoltato nelle tenebre di notti senza fine, avrei sperato di guardarli in faccia questi responsabili della nostra esistenza, per farli vivere nei tuoi occhi che hanno cercato fino alla fine di vedere il sole.

Le persone che soffrono, non rientrano nei programmi di questo Stato sordo, cieco e muto.
Non garantiscono la scelta di uomini che vogliono esercitare la loro libertà.

Il tuo viaggio deve essere stato il calvario di un Cristo appeso alla sua croce, nell’interminabile salita verso il Golgota dove ci vede tutti innocenti.
Hai dovuto pagare anche la tua morte, dopo aver pagato la tua vita.
Sei morto in esilio, non sfiorato da dolci carezze e baci sui tuoi occhi.
Se fossi stata tua amica, adesso sarei orgogliosa di te, del tuo coraggio, della tua lotta, del tuo amore.

Per me, per i tuoi amici, per la vita. Io non sono stata una tua amica, ma sono una madre. E questo, per me, è un inno di liberazione.
Perché so che tutti quelli che ti hanno amato, non soffriranno più per il tuo dolore, per lo strazio in cui hai dovuto vivere.

Grazie Loris, oggi mi hai insegnato ad esistere, e se fossi stata una tua amica, oggi come sempre, sarei orgogliosa di te. Ma so che tu sei oltre a me e a tutti.
Essere tua amica deve essere stata una fortuna che non capita a tutti.
Grazie di essere venuto al mondo per insegnarci a vivere.
Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

Charlie Gard: mia la vita, mia la morte

di Luigi BRANCATO

Come spesso accade per tanti casi mediatici come quello del povero piccolo Charlie, ci troviamo tutti a condividere, anche se in parte infinitesimale, il dolore dei familiari. Quasi come se Charlie Gard fosse un po’ figlio di tutti noi.

E ci troviamo a chiederci come avremmo reagito noi. Ad ogni persona sana di mente e con un minimo di cultura la scelta sembra ovvia: avremmo accettato i suggerimenti dei medici e della commissione etica ed avremmo posto fine alle sofferenze del povero neonato, aiutandolo a morire nel modo meno doloroso possibile.

Mi son trovato più volte, discutendo con i sostenitori della pena di morte, a dire che ‘la legge’ e ‘lo Stato’ devono ergersi a difendere il diritto fondamentale alla vita di un condannato quand’anche il coinvolgimento personale ed il dolore dei familiari, o congiunti di una vittima, dovessero far vacillare queste certezze.

Perchè lo Stato non puó in nessun caso essere autorizzato a togliere la vita.

Perchè significherebbe che le idee e le considerazioni personali, le credenze, le correnti politiche, i governi in carica, le ondate mediatiche, le considerazioni religiose ed ogni altro tipo di delirio, che appartengono ad un determinato periodo storico, hanno maggiore valenza rispetto ai diritti naturali dell’uomo.
Primi fra tutti i diritti alla vita, ed alla morte.

Nel caso del piccolo Charlie, come nel caso Englaro, credo che nessun medico o comitato etico debba avere il diritto di sostituirsi alla decisione del malato. E nel caso in cui il malato non sia in grado di esprimere la propria volontà, al testamento biologico, o alla volontà dei famigliari, o dei più vicini congiunti previo accertamento di stabilità mentale e di capacità di intendere e di volere.

Per quanto condivisibile, e di altissimo valore etico, e per quanto valida, e difficile, razionale e giusta, la decisione dei medici, supportata dal tribunale, non avrebbe dovuto essere imposta. Ma spiegata, e ragionata. Con organi di supporto psicologico e terapia.

Eppure in casi come questi, oltre i valori umani, entrano in gioco altri interessi di tipo politico ed economico.
La cura sperimentale proposta dai medici statunitensi avrebbe potuto (forse) offrire qualche speranza ai genitori ed al piccolo se fosse stata intrapresa subito e se la malattia fosse stata individuata nelle fasi iniziali.
Ma la diagnostica costa.
E, lo dico con cognizione dato che questa è la mia professione, la ricerca pure. Ed i trattamenti sperimentali anche, specialmente quelli per malattie rare che non offrono nessuna prospettiva di guadagno.

Mi sarebbe piaciuto, avendone la facoltà, accarezzare il viso di quel dolcissimo bambino e regalargli io stesso la morte degna che credo si meriti.
Ma facendolo contro la volontà dei genitori, mi sarei sentito un assassino, non un angelo liberatore.

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