LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

di Matteo SAUDINO

In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico.

Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo.

Al di là delle giustificazioni pedagogiche e didattiche, sostenute con zelo dai soliti esperti menestrelli ben retribuiti dal potere, ogni riforma è stata ideata e progettata rigorosamente all’interno di due parametri, uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista.

Il primo, figlio dell’Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi.

Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un’architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all’emancipazione della persona.
Ogni riforma, pertanto, ha smantellato, spesso tra l’indifferenza dei cittadini e la complicità dei sindacati confederali, un pezzo di scuola statale con una manovra a tenaglia: da un lato contraendo la spesa per l’istruzione, attraverso la riduzione del personale e il taglio delle discipline, dall’altro cambiando la didattica, considerata troppo frontale e contenutistica.

La scuola negli ultimi 25 anni è stata presentata, dalla classe dirigente italiana all’opinione pubblica, come un costo da ridurre e un’auto vecchia da rottamare e da sostituire con una più smart e cool.
In quest’ottica va letto, a mio avviso, il decreto con cui il Ministro Fedeli ha deciso di attuare la sperimentazione del liceo di 4 anni, tanto desiderata e agognata da Gelmini e Aprea.

La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.

Per fare ciò dal Ministero fioccano banalità e bugie a dir poco imbarazzanti del tipo: ci adeguiamo all’Europa (falso, in quanto solo 8 paesi hanno le superiori di 4 anni); il programma non sarà ridotto perché gli studenti faranno in quattro anni quanto gli altri continueranno a fare in cinque (come è possibile? Gli studenti 2.0 sono più intelligenti e veloci oppure sono gli studenti “normali” ad essere tonti e lenti?).

In realtà, il liceo di 4 anni è un’ulteriore tappa di superamento dei quell’idea di scuola democratica, ormai incompatibile, con la società di mercato che il capitale nazionale e internazionale e i governi, che di quest’ultimo ne curano gli interessi, stanno costruendo per i cittadini del XXI secolo.

Serve una scuola veloce che riduca al minimo le conoscenze e il pensiero critico, che sviluppi neutre e asettiche competenze da offrire al mercato del lavoro e che consumi in modo bulimico e compulsivo tecnologia. Nella nuova scuola i contenuti evaporano, i professori si trasformano in preparatori, gli studenti diventano clienti-stagisti e i presidi indossano i panni dei manager.

In questa scuola mutante quello che si fa in 5 anni lo si può fare anche in 4 anni, o addirittura in 3. Studiare, approfondire, leggere, andare a teatro, vedere in modo critico e consapevole film, mostre e musei, discutere e fare i compiti (ORRORE!) sono pratiche secondarie nel nuovo liceo: la centralità è data dall’alternanza scuola-lavoro, dalle certificazioni linguistiche e informatiche, dall’uso delle nuove tecnologie.

La scuola veloce, usa e getta, è progettata per la società del consumo e della precarietà: bisogna diplomarsi prima, per andare prima all’università e per essere rapidamente a disposizione del mercato, il quale, come una divinità, deciderà chi è utile e quanto vale e chi, invece, è inutile e marginale.

Il liceo di 4 anni è il Groupon della formazione: un rapido assaggio di Dante, Platone, Seneca, Caravaggio, Leopardi, Shakespeare; se ti è piaciuto ci ritorni, altrimenti navigando sul tuo smartphone realizzerai altri e più eccitanti interessi. Il liceo di 4 anni è un vero e proprio furto operato sulle spalle dei giovani; è un furto di futuro, di formazione, di opportunità, di crescita individuale e collettiva.

E come tutti i furti, il liceo di 4 anni, mostra la sua natura intrinsecamente classista, poiché meno scuola significa meno conoscenze, meno opportunità e meno esperienze per i figli delle famiglie più povere, sempre che esse decidano ancora di iscrivere i propri figli in un liceo.

Stiamo assistendo ad una mutazione genetica del sistema scolastico statale: scuola precaria per formare lavoratori precari, scuola azienda per educare al mercato, scuola povera di contenuti per formare sudditi consumatori, scuola show per preparare alla società dei talent, scuola dell’alternanza lavorativa per tenere bassi i salari, scuola snella per una società veloce e superficiale, scuola delle competenze per svuotare i contenuti e la creatività, scuola degli invalsi per una società di quiz, scuola dei bignami per una cittadinanza priva di spirito critico.

Il progetto è ormai chiaro da anni e chi vuole un altro tipo di scuola e di formazione pubblica deve armarsi di pazienza e volontà e, come Sisifo, continuare tenacemente ad opporsi a questa tirannia della mercificazione del sapere e delle vite, che a differenza delle altre forme di autoritarismo è molto più subdola, è come un veleno che, iniettato quotidianamente a piccole dosi, ti fa morire senza che la maggioranza degli uomini e delle donne se ne accorga. Il neo-potere democratico-autoritario sa presentarti la corda con cui impiccarti come se fosse una cravatta da indossare per andare ad una festa.

Meno scuola, meno latino, meno matematica, meno compiti, più stage, meno anni di studio, programmi ridotti, materie tagliate, prima all’università, prima nel mondo del lavoro, prima con un guadagno: ecco la mela rossa, luccicante, ma avvelenata offerta agli studenti e alle famiglie in un’epoca di crisi.

Oggi, in una società sempre più liquida e ingiusta, la via da percorrere, invece, è quella diametralmente opposta: serve più scuola, più didattica laboratoriale, più sport, più tempo per studiare, per leggere, per confrontarsi, per conoscersi, per sviluppare capacità critiche, per fare esperienze. Roma non fu costruita in un giorno e allora non si capisce perché togliendo più tempo alla scuola le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovrebbero crescere più sani e robusti intellettualmente.

Se tolgo una torta dal forno venti minuti prima o la faccio cuocere rapidamente a 300 gradi, essa difficilmente sarà più buona. Così vale per tutti i percorsi di crescita e formazione umana, improntati alla libertà e alla dignità.

Un albero per crescere necessità di tempo.
L’anatroccolo per diventare cigno necessita di tempo.
La terra per dare i frutti ha bisogno di tempo.
Viaggiare e scoprire il mondo richiedono tempo.
La bellezza necessita di tempo.
Per essere felici ci vuole tempo.

La velocità è nemica della qualità della vita. Il potere che ruba il tempo che serve per crescere e formarsi, promettendo tempo per lavorare, guadagnare e consumare, è nemico delle persone.

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

di Fulvio SCAGLIONE

La scorsa settimana (fine giugno, ndr) il Consiglio d’Europa ha rinnovato per altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia, prolungando le misure prese dopo l’annessione della Crimea del 2014 e ripetendo l’accusa secondo cui il Cremlino non rispetta gli Accordi di Minsk per la composizione pacifica della questione del Donbass. Sulle motivazioni si può discutere all’infinito. Più interessante discutere sui risultati ottenuti dalle sanzioni, alle quali si dà grande importanza fino a considerarle un’alternativa credibile e incruenta alla guerra. Nel caso della Russia, com’è ovvio, gli spiriti sono assai divisi. Se il lettore si rivolge ai siti più militanti, come quelli dell’Euromaidan aspramente anti-russo dell’Ucraina, o a certe voci della politica americana, troverà un quadro a tinte forti: le sanzioni funzionano, la Russia è sull’orlo del collasso, bisogna insistere e anzi incrementarle. Ma è davvero così? La realtà dice il contrario.

La Russia non ha mollato la Crimea, non cede sul Donbass, mantiene tutto il proprio impegno militare e politico in Siria e dintorni. Questo non vuol dire che essa non paga un prezzo per le proprie decisioni politiche, soprattutto considerato il crollo del prezzo del petrolio che ha impoverito le sue riserve di valuta forte. Ma è un prezzo che le risulta ancora sopportabile, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico. E infatti, a dispetto delle manifestazioni organizzate da Navalnyj e del clamore mediatico che esse riescono a sollevare, il consenso per Vladimir Putin non è mai stato così alto e duraturo nel tempo.Viene così meno la condizione che Robert Pape, professore di Scienze politiche all’Università di Chicago, fondatore del Chicago Project on Security and Terrorism  e grande studioso della politica internazionale, nel saggio intitolato “Perché le sanzioni economiche non funzionano”, giustamente considera fondamentale per poter dire che un embargo ha avuto successo: e cioè, che il Paese colpito da sanzioni cambi in modo significativo la propria politica e si pieghi alle condizioni più importanti imposte da coloro che hanno deciso le sanzioni. Che non è certamente il caso della Russia.

Il caso russo, comunque, è emblematico del distacco enorme che ormai intercorre tra la politica e la realtà, tra le crisi e la narrazione di esse che viene propinata ai cittadini elettori e consumatori. La Russia contemporanea, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, è stata sempre sotto sanzioni. Persino durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi della grande alleanza contro la Germania hitleriana, gli alleati avevano bloccato le forniture alla Russia di certi armamenti e certe tecnologie. Nel 1946, all’alba della Guerra Fredda, le sanzioni contro l’Urss presero a crescere, soprattutto per iniziativa degli Stati Uniti, che peraltro erano stati gli ultimi a normalizzare (nel 1934) le relazioni economiche con il Paese dei Soviet. Se l’Urss non è crollata e nemmeno si è piegata alle sanzioni né nei terribili anni Venti e Trenta né nel duro dopoguerra, dovrebbe farlo ora la Russia? In base a quale ragionamento ci aspettiamo un simile risultato?

Quel distacco di cui si diceva è peraltro segnalato da un’altra considerazione.

Non è che la politica delle sanzioni non funzioni con la Russia. Non funziona con nessuno. Nulla è stato ottenuto con Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Siria, dove i diversi embargo non hanno scalfito il potere dei leader ma hanno fatto soffrire la gente comune, rendendola semmai ancor più fedele a quegli stessi leader che si voleva abbattere.

Nulla viene ottenuto ora con la Russia e, a quanto pare, nemmeno con il piccolissimo Qatar.

Però continuiamo a sentirci dire il contrario, a dispetto di tutte le evidenze raccolte in giro per il mondo e in epoche diverse.Si badi a un altro particolare.

Tanto poco funzionano le sanzioni economiche che, in tempi recenti (vedi Iran, Siria, Russia), a esse sono state aggiunte le sanzioni personali, che colpiscono singoli individui legati ai circoli del potere, nel caso della Russia a decine. Segno evidente che si cerca, con affanno, un supplemento di severità.

Bisognerebbe poi interrogarsi sul serio sugli effetti. Diamo un’occhiata globale alla questione. Se lo scopo delle sanzioni era la fine del consenso intorno ai leader russi e la disgregazione del Paese, stiamo ottenendo l’opposto.

Negli Usa la crisi di consenso intorno alla leadership ha raggiunto livelli da semi-colpo di Stato (e per Donald Trump si parla di impeachment) e in Europa, con la Brexit, siamo stati sull’orlo dello sfacelo per la Ue. Che ci sia un nesso?

 

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Fonte: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Adalet, eşitlik ve ekmek: GIUSTIZIA, UGUAGLIANZA E PANE. POPULISMO ANCHE IN TURCHIA?

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Kemal Kılıçdaroğlu

di Maria MORIGI 

«Questo 9 luglio è un primo passo e una rinascita per la Turchia». Accolto a Istanbul da centinaia di migliaia di sostenitori, in un tripudio di vessilli turchi e bandiere con il volto di Ataturk, Kemal Kılıçdaroğlu apre così la più grande manifestazione dell’opposizione turca degli ultimi anni. Una distesa umana si staglia lungo il mar di Marmara, nella grande piazza di Maltepe, ultima tappa dei 430 km della ‘marcia per la giustizia’ iniziata 25 giorni fa ad Ankara.

Kemal Kılıçdaroğlu è nato a Nazimiye nel 1948.

Laureato all’Accademia delle Scienze Economiche e Commerciali di Ankara, entra nel Ministero delle Finanze come vice direttore alla Direzione Generale dei Redditi. Nel 1991 è direttore generale dell’Organizzazione per la sicurezza sociale degli artigiani e dei lavoratori autonomi (SSK), quindi diventa vice-segretario del Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale e poi presiede la Commissione per i lavori dell’ottavo piano di sviluppo quinquennale.

Nel 2002 viene eletto deputato del Partito Popolare Repubblicano, CHP, Cumhuriyet Halk Partisi (oggi principale partito di opposizione) nel seggio di Istanbul. Le sue attività ispettive e le sue denunce contro finanziamenti illeciti, malversazioni, corruzione di membri del partito al governo, hanno dato seri problemi di immagine alla Turchia allontanando la prospettiva di entrare nell’UE.

Dal 2010 è leader del Partito Popolare Repubblicano, portandolo dal 21% al 25% in un quinquennio.

Nel 2012 viene eletto vicepresidente dell’Internazionale Socialista.

Dai suoi seguaci è detto “Gandhi indiano”, mentre i suoi nemici lo considerano un fiacco e “oscuro buracrate” che ha già rotto abbastanza…Kemal non è un leader carismatico, anzi appare come una persona fragile, troppo cedevole, poco “politica”.
La sua ideologia è considerata confusa e ambivalente, poiché si destreggia tra i valori laici dello Stato repubblicano indipendente di Ataturk (che per i Turchi sono ‘conservazione di princìpi’), i valori socialisti (difficili da definire nel marasma odierno), le necessità di traguardi economici e la forma particolare che ha il Nazionalismo in Turchia (I Curdi devono essere integrati o spazzati via?).
“Ambivalenza” significa che nel CHP coabitano – non senza frizioni – tutte queste anime del Popolo Turco.
Sappiamo che al presunto colpo di stato di luglio 2016, seguì una feroce repressione: 50mila turchi arrestati, 140mila persone licenziate per presunti legami con la cerchia di Fethullah Gulen, accusato da Erdogan di essere l’artefice del tentato colpo di Stato.
Sappiamo che il 14 giugno viene arrestato Enis Berberoglu, noto giornalista e numero due del CHP condannato a 25 anni di carcere per “rivelazione di segreto di Stato” (aveva fornito nel 2014 al quotidiano Cumhuriyet un video che mostra un tir carico di armi – destinate ai ribelli siriani – oltrepassare il confine con la Siria scortato dai servizi segreti turchi. Per quel video ancora oggi sono dietro le sbarre undici dipendenti del giornale).
Kemal Kılıçdaroğlu, l’oscuro burocrate, decide quindi di fare opposizione fuori dal Parlamento e si rivolge direttamente al Popolo.

Nel giugno 2017 proclama e guida una marcia pacifica da Ankara ad Istanbul.

Adalet - Marcia in Turchia

Il loro cammino simbolico – 430 km in tutto – terminerà domenica 9 luglio sotto la prigione di Maltepe dove è detenuto Berberoglu.
Tutto è iniziato con qualche decina di manifestanti, poi il fiume si è ingrossato e adesso sono decine di migliaia. Il corteo ha il timore costante di attacchi e provocazioni. Ogni tanto le macchine che li incrociano, lungo la strada D-100, rallentano per scaricare insulti. Qualche giorno fa, accanto al campeggio dove dormivano i marciatori, un furgone ha riversato qualche chilo di letame. Ma Kılıçdaroğlu invita i suoi a rispondere sorridendo, ha anche distribuito un manuale in 12 punti che raccomanda di non cedere alle provocazioni. .. Il presidente Erdogan li accusa di fiancheggiare i terroristi … La polizia ha arrestato due giorni fa 6 militanti dell’Isis che sarebbero stati pronti a fare una strage alla marcia… la parola ADALET, GIUSTIZIA, campeggia su migliaia di magliette e cappellini bianchi.
“Per un sistema giudiziario in cui la legge non venga utilizzata come strumento di oppressione“… “dobbiamo unire questo Paese così lacerato attorno al diritto alla giustizia e a valori democratici”“i militanti marciano sotto 37 gradi di temperatura con un solo slogan: “diritti, legge, giustizia”… “questa marcia ha suscitato consapevolezza nella società. Ora le persone possono facilmente parlare dei loro guai. In questo contesto che abbiamo creato è emerso il problema che chi subisce ingiustizia non ha accesso al sistema giudiziario. La loro via è bloccata. Questa marcia ha l’obiettivo di iniziare un processo per il superamento di questo blocco”.
Domenica saremo un milione”, si augurano i marciatori, “In questa marcia non c’entrano i partiti, ma solo la giustizia. Se vuole, può venire anche il presidente Erdogan”.
Un anziano se ne va in giro con un cartello al collo: “Un giorno anche tu avrai bisogno di questa giustizia”.
Per concludere: è mai possibile che l’Europa non capisca assolutamente da che parte stare?
Chi va aiutato e chi no? Che dietro i pessimi governi e le pessime politiche, le alleanze e le strategie, gli interessi delle imprese e delle banche… dietro, ma anche sopra, c’è un POPOLO con il bisogno di Giustizia.
L’INVASIONE DEI MIGRANTI È UNA BALLA COLOSSALE (LA NOSTRA INCAPACITÀ NO)

L’INVASIONE DEI MIGRANTI È UNA BALLA COLOSSALE (LA NOSTRA INCAPACITÀ NO)

di Fulvio SCAGLIONE

La questione dei flussi migratori si rivela ogni giorno di più la tempesta perfetta per la fragile barca della Ue, bucherellata in pari misura dai ritardi culturali e dalle inanità politiche. In Europa si scontrano due fronti che dicono cose opposte ma fanno la stessa cosa perché, in estrema sintesi, uno non ha la testa per capire e l’altro non ha le palle per agire.

Cominciamo da quelli, solitamente detti “ di destra” o “populisti”, che propongono ricette mai davvero spiegate e quindi inconcludenti (tipo: “aiutiamoli a casa loro” o rimandiamoli al mittente) perché temono l’invasione.
Diventerà mai possibile spiegar loro che non c’è alcuna invasione? I numeri dei migranti paiono enormi perché ad affrontarli c’è giusto un pugno di Paesi, l’Italia e la Grecia soprattutto. In queste condizioni, 1 milione e 200 mila richieste d’asilo come quelle presentate nel 2016, l’anno record, ovviamente sembrano (e sono) un’enormità. Ma sono poca roba se confrontate con la realtà europea, un insieme di Paesi che conta 503 milioni di abitanti (6,9% della popolazione mondiale) e vale il 20% degli interscambi commerciali globali. Tanto più che queste richieste sono per lo più respinte: in Italia il 61%.

Inoltre: se ci fosse una vera invasione, saremmo già stati…invasi. Basta dare un’occhiata di fronte a noi. In Medio Oriente vivono 410 milioni di persone che per il 32% hanno meno di trent’anni. In Africa vive la maggioranza di quel miliardo e 200 milioni di persone che hanno meno di 25 anni. Ma non solo. Sono tutti in Africa i cinque Paesi del mondo con l’età media più bassa. Ovvero: Niger, con l’età media a 15,1 anni; Uganda e Mali, 15,5 anni; Malawi e Zambia, 16 anni. Il che fa sì che nel continente africano l’età media sia 28 anni, contro i 46,1 della Germania, i 44,5 dell’Italia e i 44,3 dell’Austria. Aggiungiamo le dittature, le carestie, una spruzzatina di guerre. Davvero crediamo che quella che sta arrivando sulle nostre coste sia un’invasione? Davvero non abbiamo capito che l’emigrazione verso l’Europa è una cosa per benestanti (quindi pochi), perché i veri poveri (tanti) non se la possono permettere e restano laggiù?

Davvero non abbiamo capito che l’emigrazione verso l’Europa è una cosa per benestanti (quindi pochi), perché i veri poveri (tanti) non se la possono permettere e restano laggiù?

Però attenzione: non è che gli altri, gli illuminati, siano di tutt’altra pasta. Parlano parlano ma alla fin fine… Il nostro premier Gentiloni è andato alle riunioni Ue a chiedere di “discutere del ruolo delle ong, della missione di Frontex, delle risorse a disposizione per lavorare in Libia e negli altri Paesi africani, della possibilità di allargare i nostri programmi”. Di fatto, a chiedere di rovesciare la pratica politica di questi ultimi anni. Perché solo una settimana prima il Consiglio d’Europa si era chiuso rinviando sine die il riesame del regolamento di Dublino (quello che incastra l’Italia, costringendola a trattare e curare tutti coloro che sbarcano, anche se non è all’Italia che mirano), senza affrontare i buchi della missione Frontex, senza parlare delle imbarcazioni “umanitarie” che i migranti vanno quasi a prenderli a casa e poi li scaricano a noi e solo a noi, senza rifinanziare gli aiuti per lo sviluppo dei Paesi dell’Africa da cui tanti migranti cominciano il viaggio. E quando l’Italia, forte di un’esperienza storica senza pari, chiedeva un ruolo di primo piano in Libia, Francia e Regno Unito ci hanno risposto picche, impegnati come sono a completare il disastro da loro stessi avviato con la guerra del 2011.

Emmanuel Macron era tutto un miele sul dovere di aiutare l’Italia. Ma alla prima ondata di migranti, quella di questi giorni, ha sbarrato il confine di Ventimiglia e si è messo a pontificare di “richiedenti asilo” (i migranti buoni) e “migranti economici” (quelli cattivi), come se non sapesse che distinguerli è sempre più difficile, per non dire impossibile

Parole tante, fatti pochi. Muri dappertutto, così la grana tocca al vicino. E mistificazioni a non finire. Emmanuel Macron, l’homo novus francese che dovrebbe rifare l’Europa a braccetto con la Merkel, al Consiglio d’Europa era tutto un miele sul dovere di aiutare l’Italia. Ma alla prima ondata di migranti, quella di questi giorni, ha sbarrato il confine di Ventimiglia e si è messo a pontificare di “richiedenti asilo” (i migranti buoni) e “migranti economici” (quelli cattivi), come se non sapesse che distinguerli è sempre più difficile, per non dire impossibile. Uno che cerca di sfuggire alla carestia e alla desertificazione è un “migrante economico”? E uno che arriva dalla Nigeria ricca di petrolio e tormentata da Boko Haram è per forza un “richiedente asilo”? Un commerciante siriano di Aleppo che ha parenti e relazioni in Germania che cos’è?

Dietro l’apparente diversità delle posizioni, quindi, c’è un vero pensiero unico: l’unico migrante buono è quello che finisce a casa d’altri. Dichiarazione di fallimento politico di un’Europa che, in fondo, per affrontare i flussi migratori avrebbe dovuto fare una cosa molto semplice e molto desiderate ma a quanto pare impossibile: unirsi e agire unita.

 

fonte articolo e immagine: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/06/30/linvasione-dei-migranti-e-una-balla-colossale-la-nostra-incapacita-no/34766/

ANCHE LE FORMICHE (E LE CICALE) NEL LORO PICCOLO SI INCAZZANO

ANCHE LE FORMICHE (E LE CICALE) NEL LORO PICCOLO SI INCAZZANO

Carrello spesa

di Maria Emanuela MASSARI

Mi son davvero stancata di sentirmi ricordare che io, in quanto italiana, ho vissuto sopra le mie possibilità, che devo accontentarmi di una pensione contributiva perché, a suo tempo, i miei genitori hanno percepito pensioni retributive e via di questo passo, chi più ne ha, più ne metta.

Il debito pubblico insostenibile è una ottima scusa per toglierci il welfare e i diritti sociali, gli unici veri diritti che fanno davvero la differenza!

In verità io credo che insostenibile per davvero sia solo la vita che si prospetta nel futuro a chi non appartiene alla classe dei ricchi.

Quello che io davvero vorrei, è di vivere senza dover lavorare come un mulo per pagare affitto, luce, gas, riscaldamento e cibo senza che poi nulla mi resti tra le mani.

Vorrei poter vivere senza l’angoscia di non sapere che fine farò quando non sarò più in grado di lavorare.

Ma oggi pare sia chiedere troppo.

Sapete che vi dico?

Tutto quello che può mandare in tilt questo sistema mi aggrada!