POSSONO ESSERE GLI STATI UNITI D’EUROPA LA NOSTRA SOLUZIONE?

POSSONO ESSERE GLI STATI UNITI D’EUROPA LA NOSTRA SOLUZIONE?


di Giulio BETTI

Spesso si dice: “Anzichè tornare alle valute nazionali, dobbiamo creare gli Stati Uniti d’Europa, infatti gli USA utilizzano il dollaro tranquillamente, anche se sono un’unione di più Stati!”

Ma è corretta questa affermazione, sovente fatta dai federalisti europei?
La situazione statunitense è adattabile anche gli Stati nazionali europei?

A mio avviso questa affermazione presenta diverse falle.

E’ sì vero che, a livello di dimensioni economiche, l’Eurozona è simile agli Stati Uniti d’America, ma è anche vero che negli USA la spesa pubblica e la tassazione sono decise, in aggregato, dal governo federale, il quale attraverso la Fed determina l’entità dei trasferimenti fiscali ai vari Stati federati.

Una cosa ben diversa dagli Stati dell’Eurozona, i quali possono solo fare pareggio di bilancio, senza possibilità di ottenere altri trasferimenti se le cose dovessero andare male.

Ricordiamo anche che tra gli obiettivi statutari della Fed c’è il raggiungimento della piena occupazione, a differenza della BCE che cerca inanzitutto di raggiungere la stabilità dei prezzi.

Va detto che gli USA sono differenti dall’Europa pure per il fatto che essi sono realmente uno stato unitario: vi è un’identità culturale, nazionale e linguistica che l’Europa non ha. Ci si sente prima statunitensi, e POI californiani, o newkorkesi; da noi ci si sente prima tedeschi, francesi, italiani, e poi (semmai) europei.

Che significa tutto ciò? Che trasferimenti fiscali verso gli Stati deboli europei sono visti con molto scetticismo, se non addirittura rifiutati, dagli Stati europei che si trovano in posizione di forza, politica ed economica. Negli USA, per ragioni di identità culturale, sono più facilmente accettati.

Va precisato che è già molto difficile e divisivo far accettare trasferimenti fiscali all’interno degli Stati nazionali, per sovvenzionare le aree più arretrate (vedi Nord/Sud in Italia, o Ovest/Est in Germania) e tali sovvenzioni creano inoltre svariati problemi.

Perciò gli Stati Uniti D’Europa sono, nei fatti, una strada difficilmente praticabile.

Altro fattore da considerare è che la popolazione USA ha un alto grado di mobilità, per quanto riguarda il lavoro. Un disoccupato del Colorado potrà trasferirsi con più facilità in California per cercare lavoro, rispetto a chi ha lavorato una vita in Italia e deve oggi trasferirsi in Finlandia per cercare un’occupazione.

Ci sono ovvi ostacoli linguistici, culturali ecc., a differenza degli Stati Uniti d’America.

*Da ultimo, gli squilibri in termini di reddito pro-capite in Europa sono molto più intensi in Europa rispetto agli Stati Uniti, infatti paesi come Spagna, Portogallo e Grecia hanno un reddito pro-capite inferiore al 20% rispetto alla media degli altri Stati europei.
Negli Stati Uniti, gli Stati federati in questa condizione sono solo 3, cioè il Mississipi, l’Arkansas e il West Virginia, squilibrio che riguarda 9 milioni di residenti. In Europa riguarda dunque svariate decine di milioni di abitanti in più!
Ciò vuol dire che sarebbero necessari ingenti trasferimenti fiscali, molto più che negli Stati Uniti, e ciò rende gli USE ancora meno accettabili dai paesi europei attualmente egemoni.

Quindi negli USA una valuta unica comporta sì degli svantaggi, ma essi sono più facilmente superabili che in continenti come l’Europa.

Il gioco non vale la candela. Sarebbe, anzi, ancora più dannoso di quanto non lo sia già oggi.

 

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*Fonte: “La Soluzione per l’Euro” (2014) di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi.

ENI & REGENI, PERCHÈ NON CI SARÀ MAI VERITÀ PER GIULIO

ENI & REGENI, PERCHÈ NON CI SARÀ MAI VERITÀ PER GIULIO

 

di Claudio KHALED SER

Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, in audizione alla Camera, ha detto senza mezzi termini qual è il motivo alla base delle difficili indagini sul caso Regeni: la partnership «ineludibile» tra Italia ed Egitto, troppo stretta e consistente (4,6 miliardi di euro di interscambi nel 2016) per fare la voce grossa e mettere a repentaglio un così imponente giro di affari.

Il 14 settembre, oltre un anno e mezzo dopo la morte del ricercatore italiano, l’ambasciatore Giampaolo Cantini tornerà al Cairo per curare «l’intero spettro dei rapporti con l’Egitto».
Più il tempo passa, più le relazioni col Paese del Maghreb tornano alla normalità.
E in Italia non manca chi accoglierà con sollievo il ritorno al business as usual con quello che è un cruciale sbocco dell’economia nazionale e mercato energetico.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
Scoperto dall’Eni nel 2015, poco prima del rapimento di Regeni, davanti alle coste dell’Egitto, il giacimento Zhor presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (5,5 miliardi di barili di olio equivalente) e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati (la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo).
L’investimento complessivo della compagnia italiana sfiora i 6 miliardi di euro e può offrire un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
L’ENI, Ente italiano per gli idrocarburi, inoltre, estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale. Un affare irrinunciabile per il Cane a sei zampe (spesso considerato il vero ministero degli Esteri italiano), in Egitto dal 1954 e con l’intenzione di puntare molto sull’area per accrescere il proprio peso.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
Gli scambi commerciali tra Italia ed Egitto ammontano a circa 4,5 miliardi di euro: l’export nostrano vale più di 3 miliardi di euro. Roma, per il Cairo, è il terzo partner commerciale, il primo in Europa. Sono 130 le imprese italiane che operano nel Paese in diversi settori, dagli idrocarburi al tessile, dall’edilizia all’energia, passando dalla meccanica e dal settore bancario.
Tra i big figurano Pirelli, Eni, Saipem, Edison, Ansaldo Energia, Breda, Italcementi, Cementir, Danieli, Trevi, Tecnimont, Iveco, Technit, Carlo Gavazzi.

Tra i grandi affari degli ultimi anni, si ricordano in particolare l’acquisizione nel 2001 da parte di Italcementi del 25% di SuezCement (quota salita al 40% nel 2005) e l’incorporamento nel 2006 da parte di SanPaolo Imi della Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari. Il totale delle gare d’appalto per diversi progetti è stimato intorno i 2,5 miliardi di euro. L’interscambio è in continuo aumento, così come la popolazione egiziana (attualmente oltre 90 milioni), che rappresenta un potenziale mercato enorme per l’Italia.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
Le esportazioni italiane di armamenti nel 2016 hanno raggiunto 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. Per uno dei mercati in cui la Penisola va più forte, la vendita di armi, l’Egitto è un ottimo acquirente.
Secondo quanto comunica l’Istat, recentemente, il Paese guidato dal regime di Abd al Fattah Al Sisi ha ricevuto dall’Italia 2.450 kg di armi e munizioni, per un valore totale di oltre 1 milione di euro. Stando a Rete Disarmo, il Cairo ha stipulato contratti con l’Italia per l’acquisto di armi leggere per un totale di 5.634.409 euro.

A ciò si aggiunge il finanziamento italiano alle missioni militari per il 2017, tra cui anche quella in Egitto per un costo pari a 3,9 milioni e 75 soldati impegnati.
ll business delle esportazioni di armi è proseguito nonostante diverse risoluzioni europee abbiano esortato la sospensione delle forniture di attrezzature che “potrebbero essere usate a fini di repressione interna” anche verso l’Egitto.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma, se non potete dirla, non c’é problema, ci accontentiamo di una barzelletta sulla Giustizia egiziana e la loro ricerca della “verità a tutti i costi”

Beh proprio a tutti i costi, si fa per dire.

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

LICEO DI 4 ANNI, OVVERO IL GROUPON DELL’ISTRUZIONE

di Matteo SAUDINO

In Italia si sa, ogni Ministro dell’Istruzione vuole passare alla storia per aver promosso e attuato una riforma che innovi il sempre vetusto e inadeguato ai tempi sistema scolastico.

Dalla scuola dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola dell’alternanza lavorativa di Renzi-Giannini, dalla scuola delle tre I (internet, inglese, impresa) della Moratti alla snella scuola azienda della Gelmini, abbiamo assistito a variopinti tentativi di rendere la scuola italiana del presente e del futuro più moderna ed efficiente, nonostante essa avesse nel ciclo della primaria e nei licei un punto di forza formativo ammirato in tutto il mondo.

Al di là delle giustificazioni pedagogiche e didattiche, sostenute con zelo dai soliti esperti menestrelli ben retribuiti dal potere, ogni riforma è stata ideata e progettata rigorosamente all’interno di due parametri, uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista.

Il primo, figlio dell’Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi.

Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un’architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all’emancipazione della persona.
Ogni riforma, pertanto, ha smantellato, spesso tra l’indifferenza dei cittadini e la complicità dei sindacati confederali, un pezzo di scuola statale con una manovra a tenaglia: da un lato contraendo la spesa per l’istruzione, attraverso la riduzione del personale e il taglio delle discipline, dall’altro cambiando la didattica, considerata troppo frontale e contenutistica.

La scuola negli ultimi 25 anni è stata presentata, dalla classe dirigente italiana all’opinione pubblica, come un costo da ridurre e un’auto vecchia da rottamare e da sostituire con una più smart e cool.
In quest’ottica va letto, a mio avviso, il decreto con cui il Ministro Fedeli ha deciso di attuare la sperimentazione del liceo di 4 anni, tanto desiderata e agognata da Gelmini e Aprea.

La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.

Per fare ciò dal Ministero fioccano banalità e bugie a dir poco imbarazzanti del tipo: ci adeguiamo all’Europa (falso, in quanto solo 8 paesi hanno le superiori di 4 anni); il programma non sarà ridotto perché gli studenti faranno in quattro anni quanto gli altri continueranno a fare in cinque (come è possibile? Gli studenti 2.0 sono più intelligenti e veloci oppure sono gli studenti “normali” ad essere tonti e lenti?).

In realtà, il liceo di 4 anni è un’ulteriore tappa di superamento dei quell’idea di scuola democratica, ormai incompatibile, con la società di mercato che il capitale nazionale e internazionale e i governi, che di quest’ultimo ne curano gli interessi, stanno costruendo per i cittadini del XXI secolo.

Serve una scuola veloce che riduca al minimo le conoscenze e il pensiero critico, che sviluppi neutre e asettiche competenze da offrire al mercato del lavoro e che consumi in modo bulimico e compulsivo tecnologia. Nella nuova scuola i contenuti evaporano, i professori si trasformano in preparatori, gli studenti diventano clienti-stagisti e i presidi indossano i panni dei manager.

In questa scuola mutante quello che si fa in 5 anni lo si può fare anche in 4 anni, o addirittura in 3. Studiare, approfondire, leggere, andare a teatro, vedere in modo critico e consapevole film, mostre e musei, discutere e fare i compiti (ORRORE!) sono pratiche secondarie nel nuovo liceo: la centralità è data dall’alternanza scuola-lavoro, dalle certificazioni linguistiche e informatiche, dall’uso delle nuove tecnologie.

La scuola veloce, usa e getta, è progettata per la società del consumo e della precarietà: bisogna diplomarsi prima, per andare prima all’università e per essere rapidamente a disposizione del mercato, il quale, come una divinità, deciderà chi è utile e quanto vale e chi, invece, è inutile e marginale.

Il liceo di 4 anni è il Groupon della formazione: un rapido assaggio di Dante, Platone, Seneca, Caravaggio, Leopardi, Shakespeare; se ti è piaciuto ci ritorni, altrimenti navigando sul tuo smartphone realizzerai altri e più eccitanti interessi. Il liceo di 4 anni è un vero e proprio furto operato sulle spalle dei giovani; è un furto di futuro, di formazione, di opportunità, di crescita individuale e collettiva.

E come tutti i furti, il liceo di 4 anni, mostra la sua natura intrinsecamente classista, poiché meno scuola significa meno conoscenze, meno opportunità e meno esperienze per i figli delle famiglie più povere, sempre che esse decidano ancora di iscrivere i propri figli in un liceo.

Stiamo assistendo ad una mutazione genetica del sistema scolastico statale: scuola precaria per formare lavoratori precari, scuola azienda per educare al mercato, scuola povera di contenuti per formare sudditi consumatori, scuola show per preparare alla società dei talent, scuola dell’alternanza lavorativa per tenere bassi i salari, scuola snella per una società veloce e superficiale, scuola delle competenze per svuotare i contenuti e la creatività, scuola degli invalsi per una società di quiz, scuola dei bignami per una cittadinanza priva di spirito critico.

Il progetto è ormai chiaro da anni e chi vuole un altro tipo di scuola e di formazione pubblica deve armarsi di pazienza e volontà e, come Sisifo, continuare tenacemente ad opporsi a questa tirannia della mercificazione del sapere e delle vite, che a differenza delle altre forme di autoritarismo è molto più subdola, è come un veleno che, iniettato quotidianamente a piccole dosi, ti fa morire senza che la maggioranza degli uomini e delle donne se ne accorga. Il neo-potere democratico-autoritario sa presentarti la corda con cui impiccarti come se fosse una cravatta da indossare per andare ad una festa.

Meno scuola, meno latino, meno matematica, meno compiti, più stage, meno anni di studio, programmi ridotti, materie tagliate, prima all’università, prima nel mondo del lavoro, prima con un guadagno: ecco la mela rossa, luccicante, ma avvelenata offerta agli studenti e alle famiglie in un’epoca di crisi.

Oggi, in una società sempre più liquida e ingiusta, la via da percorrere, invece, è quella diametralmente opposta: serve più scuola, più didattica laboratoriale, più sport, più tempo per studiare, per leggere, per confrontarsi, per conoscersi, per sviluppare capacità critiche, per fare esperienze. Roma non fu costruita in un giorno e allora non si capisce perché togliendo più tempo alla scuola le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovrebbero crescere più sani e robusti intellettualmente.

Se tolgo una torta dal forno venti minuti prima o la faccio cuocere rapidamente a 300 gradi, essa difficilmente sarà più buona. Così vale per tutti i percorsi di crescita e formazione umana, improntati alla libertà e alla dignità.

Un albero per crescere necessità di tempo.
L’anatroccolo per diventare cigno necessita di tempo.
La terra per dare i frutti ha bisogno di tempo.
Viaggiare e scoprire il mondo richiedono tempo.
La bellezza necessita di tempo.
Per essere felici ci vuole tempo.

La velocità è nemica della qualità della vita. Il potere che ruba il tempo che serve per crescere e formarsi, promettendo tempo per lavorare, guadagnare e consumare, è nemico delle persone.

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

di Fulvio SCAGLIONE

La scorsa settimana (fine giugno, ndr) il Consiglio d’Europa ha rinnovato per altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia, prolungando le misure prese dopo l’annessione della Crimea del 2014 e ripetendo l’accusa secondo cui il Cremlino non rispetta gli Accordi di Minsk per la composizione pacifica della questione del Donbass. Sulle motivazioni si può discutere all’infinito. Più interessante discutere sui risultati ottenuti dalle sanzioni, alle quali si dà grande importanza fino a considerarle un’alternativa credibile e incruenta alla guerra. Nel caso della Russia, com’è ovvio, gli spiriti sono assai divisi. Se il lettore si rivolge ai siti più militanti, come quelli dell’Euromaidan aspramente anti-russo dell’Ucraina, o a certe voci della politica americana, troverà un quadro a tinte forti: le sanzioni funzionano, la Russia è sull’orlo del collasso, bisogna insistere e anzi incrementarle. Ma è davvero così? La realtà dice il contrario.

La Russia non ha mollato la Crimea, non cede sul Donbass, mantiene tutto il proprio impegno militare e politico in Siria e dintorni. Questo non vuol dire che essa non paga un prezzo per le proprie decisioni politiche, soprattutto considerato il crollo del prezzo del petrolio che ha impoverito le sue riserve di valuta forte. Ma è un prezzo che le risulta ancora sopportabile, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico. E infatti, a dispetto delle manifestazioni organizzate da Navalnyj e del clamore mediatico che esse riescono a sollevare, il consenso per Vladimir Putin non è mai stato così alto e duraturo nel tempo.Viene così meno la condizione che Robert Pape, professore di Scienze politiche all’Università di Chicago, fondatore del Chicago Project on Security and Terrorism  e grande studioso della politica internazionale, nel saggio intitolato “Perché le sanzioni economiche non funzionano”, giustamente considera fondamentale per poter dire che un embargo ha avuto successo: e cioè, che il Paese colpito da sanzioni cambi in modo significativo la propria politica e si pieghi alle condizioni più importanti imposte da coloro che hanno deciso le sanzioni. Che non è certamente il caso della Russia.

Il caso russo, comunque, è emblematico del distacco enorme che ormai intercorre tra la politica e la realtà, tra le crisi e la narrazione di esse che viene propinata ai cittadini elettori e consumatori. La Russia contemporanea, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, è stata sempre sotto sanzioni. Persino durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi della grande alleanza contro la Germania hitleriana, gli alleati avevano bloccato le forniture alla Russia di certi armamenti e certe tecnologie. Nel 1946, all’alba della Guerra Fredda, le sanzioni contro l’Urss presero a crescere, soprattutto per iniziativa degli Stati Uniti, che peraltro erano stati gli ultimi a normalizzare (nel 1934) le relazioni economiche con il Paese dei Soviet. Se l’Urss non è crollata e nemmeno si è piegata alle sanzioni né nei terribili anni Venti e Trenta né nel duro dopoguerra, dovrebbe farlo ora la Russia? In base a quale ragionamento ci aspettiamo un simile risultato?

Quel distacco di cui si diceva è peraltro segnalato da un’altra considerazione.

Non è che la politica delle sanzioni non funzioni con la Russia. Non funziona con nessuno. Nulla è stato ottenuto con Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Siria, dove i diversi embargo non hanno scalfito il potere dei leader ma hanno fatto soffrire la gente comune, rendendola semmai ancor più fedele a quegli stessi leader che si voleva abbattere.

Nulla viene ottenuto ora con la Russia e, a quanto pare, nemmeno con il piccolissimo Qatar.

Però continuiamo a sentirci dire il contrario, a dispetto di tutte le evidenze raccolte in giro per il mondo e in epoche diverse.Si badi a un altro particolare.

Tanto poco funzionano le sanzioni economiche che, in tempi recenti (vedi Iran, Siria, Russia), a esse sono state aggiunte le sanzioni personali, che colpiscono singoli individui legati ai circoli del potere, nel caso della Russia a decine. Segno evidente che si cerca, con affanno, un supplemento di severità.

Bisognerebbe poi interrogarsi sul serio sugli effetti. Diamo un’occhiata globale alla questione. Se lo scopo delle sanzioni era la fine del consenso intorno ai leader russi e la disgregazione del Paese, stiamo ottenendo l’opposto.

Negli Usa la crisi di consenso intorno alla leadership ha raggiunto livelli da semi-colpo di Stato (e per Donald Trump si parla di impeachment) e in Europa, con la Brexit, siamo stati sull’orlo dello sfacelo per la Ue. Che ci sia un nesso?

 

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Fonte: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Adalet, eşitlik ve ekmek: GIUSTIZIA, UGUAGLIANZA E PANE. POPULISMO ANCHE IN TURCHIA?

Adalet, eşitlik ve ekmek: GIUSTIZIA, UGUAGLIANZA E PANE. POPULISMO ANCHE IN TURCHIA?

Kemal Kılıçdaroğlu

di Maria MORIGI 

«Questo 9 luglio è un primo passo e una rinascita per la Turchia». Accolto a Istanbul da centinaia di migliaia di sostenitori, in un tripudio di vessilli turchi e bandiere con il volto di Ataturk, Kemal Kılıçdaroğlu apre così la più grande manifestazione dell’opposizione turca degli ultimi anni. Una distesa umana si staglia lungo il mar di Marmara, nella grande piazza di Maltepe, ultima tappa dei 430 km della ‘marcia per la giustizia’ iniziata 25 giorni fa ad Ankara.

Kemal Kılıçdaroğlu è nato a Nazimiye nel 1948.

Laureato all’Accademia delle Scienze Economiche e Commerciali di Ankara, entra nel Ministero delle Finanze come vice direttore alla Direzione Generale dei Redditi. Nel 1991 è direttore generale dell’Organizzazione per la sicurezza sociale degli artigiani e dei lavoratori autonomi (SSK), quindi diventa vice-segretario del Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale e poi presiede la Commissione per i lavori dell’ottavo piano di sviluppo quinquennale.

Nel 2002 viene eletto deputato del Partito Popolare Repubblicano, CHP, Cumhuriyet Halk Partisi (oggi principale partito di opposizione) nel seggio di Istanbul. Le sue attività ispettive e le sue denunce contro finanziamenti illeciti, malversazioni, corruzione di membri del partito al governo, hanno dato seri problemi di immagine alla Turchia allontanando la prospettiva di entrare nell’UE.

Dal 2010 è leader del Partito Popolare Repubblicano, portandolo dal 21% al 25% in un quinquennio.

Nel 2012 viene eletto vicepresidente dell’Internazionale Socialista.

Dai suoi seguaci è detto “Gandhi indiano”, mentre i suoi nemici lo considerano un fiacco e “oscuro buracrate” che ha già rotto abbastanza…Kemal non è un leader carismatico, anzi appare come una persona fragile, troppo cedevole, poco “politica”.
La sua ideologia è considerata confusa e ambivalente, poiché si destreggia tra i valori laici dello Stato repubblicano indipendente di Ataturk (che per i Turchi sono ‘conservazione di princìpi’), i valori socialisti (difficili da definire nel marasma odierno), le necessità di traguardi economici e la forma particolare che ha il Nazionalismo in Turchia (I Curdi devono essere integrati o spazzati via?).
“Ambivalenza” significa che nel CHP coabitano – non senza frizioni – tutte queste anime del Popolo Turco.
Sappiamo che al presunto colpo di stato di luglio 2016, seguì una feroce repressione: 50mila turchi arrestati, 140mila persone licenziate per presunti legami con la cerchia di Fethullah Gulen, accusato da Erdogan di essere l’artefice del tentato colpo di Stato.
Sappiamo che il 14 giugno viene arrestato Enis Berberoglu, noto giornalista e numero due del CHP condannato a 25 anni di carcere per “rivelazione di segreto di Stato” (aveva fornito nel 2014 al quotidiano Cumhuriyet un video che mostra un tir carico di armi – destinate ai ribelli siriani – oltrepassare il confine con la Siria scortato dai servizi segreti turchi. Per quel video ancora oggi sono dietro le sbarre undici dipendenti del giornale).
Kemal Kılıçdaroğlu, l’oscuro burocrate, decide quindi di fare opposizione fuori dal Parlamento e si rivolge direttamente al Popolo.

Nel giugno 2017 proclama e guida una marcia pacifica da Ankara ad Istanbul.

Adalet - Marcia in Turchia

Il loro cammino simbolico – 430 km in tutto – terminerà domenica 9 luglio sotto la prigione di Maltepe dove è detenuto Berberoglu.
Tutto è iniziato con qualche decina di manifestanti, poi il fiume si è ingrossato e adesso sono decine di migliaia. Il corteo ha il timore costante di attacchi e provocazioni. Ogni tanto le macchine che li incrociano, lungo la strada D-100, rallentano per scaricare insulti. Qualche giorno fa, accanto al campeggio dove dormivano i marciatori, un furgone ha riversato qualche chilo di letame. Ma Kılıçdaroğlu invita i suoi a rispondere sorridendo, ha anche distribuito un manuale in 12 punti che raccomanda di non cedere alle provocazioni. .. Il presidente Erdogan li accusa di fiancheggiare i terroristi … La polizia ha arrestato due giorni fa 6 militanti dell’Isis che sarebbero stati pronti a fare una strage alla marcia… la parola ADALET, GIUSTIZIA, campeggia su migliaia di magliette e cappellini bianchi.
“Per un sistema giudiziario in cui la legge non venga utilizzata come strumento di oppressione“… “dobbiamo unire questo Paese così lacerato attorno al diritto alla giustizia e a valori democratici”“i militanti marciano sotto 37 gradi di temperatura con un solo slogan: “diritti, legge, giustizia”… “questa marcia ha suscitato consapevolezza nella società. Ora le persone possono facilmente parlare dei loro guai. In questo contesto che abbiamo creato è emerso il problema che chi subisce ingiustizia non ha accesso al sistema giudiziario. La loro via è bloccata. Questa marcia ha l’obiettivo di iniziare un processo per il superamento di questo blocco”.
Domenica saremo un milione”, si augurano i marciatori, “In questa marcia non c’entrano i partiti, ma solo la giustizia. Se vuole, può venire anche il presidente Erdogan”.
Un anziano se ne va in giro con un cartello al collo: “Un giorno anche tu avrai bisogno di questa giustizia”.
Per concludere: è mai possibile che l’Europa non capisca assolutamente da che parte stare?
Chi va aiutato e chi no? Che dietro i pessimi governi e le pessime politiche, le alleanze e le strategie, gli interessi delle imprese e delle banche… dietro, ma anche sopra, c’è un POPOLO con il bisogno di Giustizia.