LA RABBIA DEI PROF PERDENTI IL POSTO

LA RABBIA DEI PROF PERDENTI IL POSTO

 

di Alessandro GIULIANI (da La Tecnica della Scuola)

La rabbia dei prof perdenti posto: la Schiforma Renzi ci ha sbattuti negli ambiti a fare curriculum.
Cosa prova un prof docente di ruolo da trent’anni che perde la cattedra, scivola negli ambiti territoriali e deve produrre il curriculum al preside per essere accettato?

Sicuramente tanta rabbia. Lo testimoniano le lettere che periodicamente riceviamo dai nostri lettori, che nell’ultimo biennio hanno perso posto e sono incappati nella procedura introdotta dal comma 66 della Legge 107/2015.

Ecco l’ennesima testimonianza, di un prof docente quasi 60enne, nativo della Calabria, che insegna Storia dell’Arte a Roma.

Finire trasferito negli ambiti: ecco cosa può capitare ad un docente con trent’anni di servizio. Doversi sottoporre alla dimostrazione tramite curriculum ai presidi. Orribile…non lo auguro a nessuno”.

Il prof, collocato d’ufficio questa estate nell’Ambito territoriale 5 della capitale, se la prende con “ministri, deputati, senatori, sostenitori della Schiforma della scuola”.

Non l’ha presa bene: “Sono veramente disperato. Non so cosa fare. Perché il destino mi riserva questo dispiacere: sono un modesto insegnante che ha fatto il suo lavoro onestamente per 30 anni dopo aver studiato una vita e continua a farlo, aggiornandomi e dare il meglio”.

Poi il prof spiega il perché del suo malessere: “Provate a immaginare; dopo esserti laureato, aver acquisito l’abilitazione all’insegnamento, aver lavorato, veramente, a scuola per trent’anni, tredici di precariato, al Nord, al Sud, al Centro, aver autoprodotto libri di testo, didattiche controcorrente, successi formativi, ti dicono sei senza posto, sei trasferito nell’ambito e devi produrre un curriculum e competere con neolaureati e giovani docenti che non hanno mai insegnato in vita loro”.

Ma quello che più fa male è il pericolo, continua il docente, di finire “davanti a dirigenti che dovranno sceglierti o mandarti a casa, proponendoti dei progetti ‘fantasma’ o 18 ore di materia alternativa o 18 ore da tappabuchi”.

La conclusione, o meglio lo sfogo finale del prof, è contro chi ha introdotto la procedura degli ambiti territoriali e la chiamata diretta: “Tutto questo grazie a Renzi e alla buona scuola. Grazie a tutti quelli che lo condividono e lo lodano”.

 

fonte: http://m.tecnicadellascuola.it/item/32308-la-rabbia-dei-prof-perdenti-posto-la-schiforma-renzi-ci-ha-sbattuti-negli-ambiti-a-fare-curriculum.html

PROFESSOR DE NARDIS, NOI SIAMO INSEGNANTI ITALIANI

PROFESSOR DE NARDIS, NOI SIAMO INSEGNANTI ITALIANI

di Claudia PEPE

Antonio De Nardis, insegnante di L2 in Trentino, ci ha illustrato in un articolo edito dalla “Tecnica della Scuola” il modello scuola adottato dalla regione autonoma e cosa da non sottovalutare, lo stipendio da loro recepito. 2000 euro al mese.

De Nardis fa un’attenta disamina, quasi una solerte predicozza ai noi insegnanti” italiani “sul perché loro hanno uno stipendio più alto del nostro.
Così dice il Professore:” Io sono sicuro che questo modello nel resto d’Italia incontrerebbe molto malcontento e molte riserve. Sicuramente ci sarebbero difficoltà nei primi tempi perché comporta accettare un totale sradicamento dei canonici tempi scuola con cui tutti siamo cresciuti e che conosciamo.

Questo è un sistema che comporta molto lavoro in più, oltre il già tanto lavoro che c’è da fare normalmente. Questo sistema comporta che si sta molto, ma molto di più a scuola, soprattutto di pomeriggio. Diventa in pratica di più di un lavoro a tempo pieno.
Questo lavoro in più è così descritto, e non so perché mi sembra di riconoscere una mia giornata di lavoro. Ma leggiamo:”Il contratto provinciale prevede più obblighi del contratto nazionale.

Ad esempio, il contratto è da 18 ore, ma con 2 ore in più da prestare eventualmente per supplenze. Inoltre, tutti i docenti altoatesini devono prestare ben 220 ore annue come attività funzionali all’insegnamento, a differenza del resto del Paese in cui si svolgono 40 + 40 ore.
In queste 220 ore ricadono consigli di classe, consigli di plesso, collegi docenti, programmazioni settimanali di dipartimento (la cosiddetta Fachgruppe, 34 ore annuali), le ore annuali dei corsi di aggiornamento obbligatorie, le udienze dei genitori.

Per non dimenticare delle sorveglianze obbligatorie da svolgere: sorveglianza all’ingresso dei ragazzi, sorveglianza durante la pausa e sorveglianza durante il servizio mensa.
Oltre tutto ciò, va detto che qui esiste una sorta di organico funzionale. I docenti non esauriscono tutto il monte ore settimanale in lezioni frontali, ma una parte viene anche riservata per offrire corsi facoltativi opzionali (Wahlfach) e corsi della quota obbligatoria opzionale (Wahlpflichtfach).

Senza entrare in troppi dettagli diciamo che si tratta di ore utilizzate per attività di compresenza e di progetto, attività che richiedono sempre un notevole impegno aggiuntivo per essere ideate e programmate.

Caro Professor De Nardis, chi le scrive è un’insegnante che insegna Musica e Sostegno della Scuola secondaria di I Grado. Dalla sua disquisizione immagino che Lei non abbia mai insegnato nelle scuole di tutta Italia, o perlomeno nelle province.

Il precariato forse l’ha conosciuto poco e il modello “Buona Scuola”, per lei sia solo un “Modello Giuditta”. Sono contenta per Lei, per la sua realizzazione, ma vorrei illustrarle il nostro sistema scolastico.

Lei parla del vostro impegno pomeridiano.
Mi permetta di dirle che noi qui in Italia nel pomeriggio, non andiamo al mare, e nemmeno al Club degli Insegnanti anonimi, ma di solito, lavoriamo quanto Lei. Di solito io, e la stragrande maggioranza degli insegnanti non siamo a casa prima delle 17, e a casa il nostro lavoro non si arresta. Ci sono le correzioni dei compiti, l’organizzazione delle lezioni e la preparazione dei programmi differenziati.

Eppure non ci pagano 2000 euro al mese, né abbiamo scuole perfette come le vostre con i gerani che ricadano da finestre con doppi vetri, e tendine che fanno pendant con il tessuto delle poltroncine.

È chiaro che io non le sto dando nessuna colpa. L’errore che ritengo utile precisare, è che non possono esserci due trattamenti diversi in un unico Stato.
Non mi risulta ancora che ci sia un MIUR a regione autonoma, e non mi risulta nemmeno, che in Sicilia e Sardegna, abbiano questo trattamento.

Non parliamo delle tasse che tutti pagano in Trentino Alto Adige, perché qui in Italia, ci sono persone che vanno al Monte di Pietà per pagare cartelle di Equitalia, bollette, mutui e tutto quello che è la nostra realtà quotidiana. Ora, mi domando, perché il vostro lavoro viene riconosciuto e il nostro no? Io sono una di quelle “madri assenti” perché, per assurdo, sono sempre a scuola. Però gratis.

Quante volte non sono potuta andare ai colloqui per i miei figli perché avevo, io stessa, colloqui con i genitori. E anche noi abbiamo la formazione obbligatoria, sorveglianze, supplenze, colloqui, dipartimenti, progettazione, UDA.

Le compresenze purtroppo non possiamo farle perché sono state tagliate insieme al tempo pieno. Il nostro lavoro sommerso è solo nostro, perché siamo professionisti e non potremo mai delegare all’improvvisazione il futuro dei nostri studenti.

Ci sono scuole aperte fino alle 16,30 e fino alle 17, e poi si continua con consigli di interclasse e programmazione per la Primaria, oppure consigli e riunioni per la Scuola di I e II grado.
Abbiamo un contratto scaduto da 8 anni, e non ci viene riconosciuta una preparazione che non ha nulla da invidiare alle Scuole di tutto il mondo.

Non voglio parlare come al solito di carta igienica, di cartucce, di fogli per Pc, per materiali che portiamo a Scuola gratuitamente.
Questo sembra sia ormai diventato “normale” per noi insegnanti italiani. Addirittura facciamo la colletta con i punti del Supermercato per avere qualche materiale in più.

Forse dovremo fermarci a fare del volontariato, così paralizzando il nostro lavoro, forse, dico forse, acquisterebbe più valore. Probabilmente se timbrassimo un cartellino come nei pubblici uffici, ecco che allora, non verremo più derisi oppure giudicati in nome di sistemi scolastici che non hanno l’encomio dei politici e di un Governo che investe nella Scuola. Noi, Professor De Nardis, siamo in Italia.

MI EMOZIONO NEL RACCONTARE AGLI STUDENTI LA NASCITA DELLA REPUBBLICA

MI EMOZIONO NEL RACCONTARE AGLI STUDENTI LA NASCITA DELLA REPUBBLICA

Repubblica Italiana

di Claudia TORCHIA

Nonostante ormai da diversi anni si parli nelle scuole del tema di Cittadinanza e Costituzione, rimango sempre un po’ perplessa quando i miei studenti si illuminano al racconto della nascita della nostra carta costituzionale e comprendono che la data scelta per il festeggiamento coincide con la commemorazione di una lontana giornata di giugno di ben 71 anni fa, in cui gli italiani, tutti gli italiani, vennero chiamati a scegliere tra la monarchia e la Repubblica.

Sembra strano, direi quasi impossibile, tuttavia i ragazzi conoscono molto poco la nostra storia più recente a cominciare proprio dalla scelta democratica del due giugno del 1946.

E allora si impone, oltre al racconto degli avvenimenti storici, una inevitabile riflessione sul significato della parola Repubblica e sui valori che la stessa racchiude; sulla meravigliosa sensazione di appartenenza ad uno stato per scelta libera e consapevole; sull’esercizio della sovranità che appartiene al popolo e ci rende cittadini e non sudditi, ma soprattutto sulla consapevolezza della res publica come bene comune, bene di tutti nessuno escluso; bene che tutti siamo chiamati a tutelare in un percorso non sempre facile, fatto anche di tanti sacrifici, ma affrontato con l’intima condivisione di valori fondamentali e democratici sui quali si fonda il concetto stesso di Repubblica e le sue norme affinché nessuno resti indietro e tutti, ma proprio tutti, possano vivere una vita libera e dignitosa , giusta e solidale.

Mi emoziono ogni volta nel raccontare tutto questo ai miei studenti.

Mi emoziono quando parlo dei valori in cui si identifica la scelta degli italiani del 1946 ; Mi emoziono quando parlo dei principi fondamentali scolpiti in apertura della nostra Costituzione; e generalmente, a questo punto della lezione, c’è sempre qualcuno che mi guarda perplesso e mi domanda se veramente credo in quello che sto dicendo.

Che strano vedere volti giovani, giovanissimi, guardarti un po’ increduli e un po’ scettici e in attesa di una risposta che, trascorso un momento di stupore antico, ma sempre nuovo, a causa del loro smarrimento, non tarda ad arrivare.

Ma certo che ci credo. Certo che ci credo, ragazzi. Certo che continuo a crederci.

E non ci credo solo io. Prima di me ci hanno creduto coloro che hanno combattuto una guerra drammatica e cruenta per consegnarci un paese libero; ci hanno creduto tutti coloro che hanno sacrificato la loro vita per i valori della Democrazia e della Giustizia; ci credono tante persone che ogni giorno contribuiscono con il loro lavoro onesto a far crescere il nostro paese.

E anche se ci sono state pagine buie nella nostra storia repubblicana, pagine in cui questi valori sono stati attaccati con violenza per minare le fondamenta della scelta di libertà dei nostri avi; anche se ci sono stati e ci sono tuttora piaghe aperte e sanguinanti come il terrorismo, la mafia, la corruzione; la Repubblica continua ad essere una scelta importante che ci rende protagonisti attivi della vita democratica e sociale.

Tutto questo, però, postula la consapevolezza del nostro status di cittadini, dei nostri diritti e dei nostri doveri e dell’impegno quotidiano che ognuno di noi deve metterci nell’espletare il ruolo che occupa in società, lavorando con passione, tenacia, coerenza ed onestà.

Ritengo, tuttavia, che questa opera di diffusione della cultura della legalità, non disgiunta da un excursus storico sia sulle vicende che hanno condotto gli italiani il due giugno del 1946 a scegliere la Repubblica, sia sulle vicende turbolente che hanno tentato ripetutamente di minarne i valori condivisi costituisca un patrimonio culturale che non può essere trascurato, ma che deve essere proposto ai giovani fin dalla più tenera età.

I giovani, infatti, dovrebbero prendere coscienza delle origini della nostra Repubblica e del sacrificio di tante persone in difesa dei valori democratici, per poterli spontaneamente sentire propri e, quindi, amarli, rispettarli, difenderli in maniera civile e pacifica ampliando i proprio orizzonti e aprendosi nel contempo, come la sfida del terzo millennio ci impone, a nuove forme di solidarietà e di accoglienza che solo grazie a un patrimonio culturale democratico abbraccino, trascendendo lo status di Cittadino, tutta l’Umanità.

TI RIDONO IN FACCIA? FALLI RIDERE, POI FALLI SMETTERE

TI RIDONO IN FACCIA? FALLI RIDERE, POI FALLI SMETTERE

di Enrico GALIANO

Quando ero all’università il mio professore di filologia dantesca mi disse, ridendo: “Lei non farà mai il professore, si trovi qualcos’altro”.

Era considerato un luminare. Mancavano solo gli inchini e i petali al suo passaggio.

Gli ho anche creduto, idiota che non sono altro. Ho fatto mille lavori anche perché per molto tempo sono stato così stupido da credergli, a quel prof.

Quando ho iniziato a scrivere, con una piccola casa editrice delle mie parti – un’esperienza e tutto quanto eh?, ma pur sempre una casa editrice dal respiro perlopiù locale – beh insomma il mio editore, quando gli feci capire che sognavo di pubblicare un romanzo con una casa editrice importante, mi rise in faccia e iniziò a sciorinarmi i nomi di un po’ di editori chiedendomi: quale, questa? O questa? Allora? Quale vuoi?

Un mesetto fa ero a un matrimonio e al tavolo in cui eravamo a un certo punto è saltato fuori che avevo appena pubblicato un libro, così un conoscente mi ha chiesto se avevo venduto qualche copia, e io candido candido (no, col cavolo: orgoglioso come pochi) gli ho risposto che non lo sapevo ma che in alcune librerie era esaurito.

Lui e la sua ragazza mi hanno riso in faccia. Come se me la fossi inventata.

Adesso faccio il prof in una scuola media: a scuola praticamente ci vivo, manca solo che ci vada col sacco a pelo, e un mese e undici giorni fa ho pubblicato un romanzo che è in classifica da un mese e undici giorni.

Troverai sempre chi ti riderà in faccia.

Anzi no: non sempre: ogni volta che proverai a raccontare il tuo sogno a voce abbastanza alta da farti sentire da qualcuno.

E più il sogno sarà grande, più grandi le risate.

E quindi la morale di questa piccola storia è solo una: falli ridere, falli ridere forte.

E poi un giorno, quando meno se lo aspettano, falli smettere di ridere.

LA BUONA SCUOLA DEGLI SCHIAVI

LA BUONA SCUOLA DEGLI SCHIAVI

Valeria Fedeli

 

di Potnia THERON

Per tutto l’inverno si sono susseguite voci di corridoio circa l’imminente pubblicazione di un terzo e ultimo ciclo di TFA, il tirocinio formativo attivo, con il quale sarebbe stato possibile (come per l’ultimo ciclo bandito nel 2014) ottenere l’abilitazione all’insegnamento.

Ci avevamo sperato, in fondo, perché, dopo l’avvio della riforma “Buona scuola”, restava da disciplinare la fase transitoria, quella cioè che riguarda tutti coloro che non non entrarono nell’ultimo ciclo di TFA (o perché non ancora laureati, o perché non superarono le prove) e che attendono la nuova fase che si aprirà con il 2021.

Ma per tutti coloro che vivono sospesi in questo limbo di incertezze la doccia fredda è arrivata in primavera, tra fine marzo e inizio aprile: non ci sarà più nessun nuovo ciclo di TFA, ad eccezione dell’ultimo ciclo per il sostegno.

Per abilitarsi, ora, l’unica strada sembra essere il FIT (Formazione iniziale tirocinio): non solo per abilitarsi, ma, assicura la ministra Fedeli, per entrare in ruolo.

Già perché il FIT risponde, a dire del PD, alla lotta al precariato e dunque prevede al termine del percorso di formazione iniziale l’immissione immediata e definitiva in ruolo.

Sembra una notizia splendida, ed effettivamente così sembrano averla accolta gli studenti, dato che, a mia conoscenza, non si è levata che qualche rara e neanche troppo stentorea voce di protesta.

Ho letto su gruppi FB i commenti entusiasti di alcuni aspiranti docenti, come ad esempio: «Un piccolo sacrificio per un grande sogno».

Sarà davvero così? Vediamo dunque nel dettaglio che cosa prevede il decreto sulle nuove modalità di reclutamento dei docenti. Nel dettaglio, sì, ma, vi avverto, tagliando anche un po’ con l’accetta in modo che comprendano tutti, dato che tutte le delucidazioni si trovano nel testo del decreto.

Peccato che quasi nessuno si sia preso la briga di leggerselo: non si contano, infatti, i commenti degli aspiranti docenti sui gruppi di riferimento che sparano le notizie più disparate.

Il FIT è un percorso di tre anni e ha avvio dopo il superamento di un concorso a cadenza biennale, il primo dei quali si terrà nel 2018. Per poter accedere al concorso è necessario aver maturato, alla data di approvazione del decreto, 36 mesi di servizio (come supplenti nelle statali o nelle paritarie) o essere abilitati mediante i precedenti cicli di TFA.

Per tutti gli altri, i neolaureati dunque, si renderà necessario acquisire 24 crediti negli insegnamenti di pedagogia, psicologia, antropologia. Il ministero non ha ancora resi noti i settori disciplinari in cui acquisire tali crediti, ma soltanto le macroaree, cosicché gli atenei non hanno ancora potuto creare “pacchetti” di esami pensati a tale scopo. In linea di massima, considerate che un corso singolo in Statale costa circa 180 euro.

Crediti dunque che l’aspirante docente si trova a dover acquisire dopo essersi laureato, dato che il percorso seguito non prevedeva nessun esame in tali settori. Per chi invece sta ancora studiando, immagino, ci sarà la possibilità di sostenere gli esami all’interno della carriera universitaria, abbattendo così i costi.

Ebbene, una volta che si sarà in possesso di 1) crediti abilitanti specifici per ogni classe di concorso stabiliti con tabella ministeriale; 2) crediti nei settori pedagogico-antropologico-psicologico, si potrà essere ammessi al concorso. Esso prevede tre prove (due scritti e un orale) per i neolaureati senza abilitazione e senza i 36 mesi di servizio, mentre per gli abilitati iscritti in II fascia la prova sarà solo una (orale) e per gli scritti in III fascia (con 36 mesi di servizio) le prove saranno due (scritto e orale).

Si capisce dunque come al concorso accedano tre categorie: neolaureati, abilitati iscritti in II fascia, non abilitati iscritti in III fascia (con 36 mesi di servizio).

Si tratta di una distinzione importante perché non solo determina differenti prove di accesso, ma anche un diverso percorso.

Gli abilitati che abbiano superato il concorso vengono immessi a un anno di servizio, al termine del quale vengono ammessi in ruolo, i precari con 36 mesi devono invece frequentare il primo e il terzo anno per poi essere ammessi in ruolo.

Veniamo a tutti gli altri, ai neolaureati, cioè a tutti quanti stanno ancora studiando e che nel 2018 saranno già dottori.

I vincitori del concorso accederanno a un primo anno di tirocinio retribuito, per il quale stipulano un contratto. Il compenso? Pare che sia 600 euro lordi, che dovrebbero essere al netto circa 400 euro al mese.

Ma questa è una rosea previsione: bisogna studiare bene le tabelle retributive.

Al termine del primo anno, occorre superare un esame per essere ammessi al secondo anno, durante il quale si lavora a scuola per un compenso più o meno analogo a quello del primo anno, che tuttavia potrà essere integrato con supplenze brevi, il terzo anno dovrebbe coincidere con un incarico annuale di supplenza, con gli stipendi previsti regolarmente per i supplenti. Infine dovrebbe arrivare il tanto agognato ruolo!

Ora che abbiamo visto che cosa prevede il famigerato decreto, vi chiedo se c’è ancora qualcosa per cui essere entusiasti? Non basta aver studiato 5 anni, conseguito crediti in materie come linguistica, geografia e storia fuori dal piano di studi, altri crediti in settori antropo-psico-pedagogici, no, non basta.
Bisogna superare un concorso. Un concorso i cui vincitori il governo intende pagare 400 euro. Ma ci rendiamo conto?

Questo è schiavismo!

Senza considerare chi, come me, ha già terminato il suo percorso universitario e deve acquisire i 24 crediti a proprie spese e a fondo perduto, dato che non è sicuro di superare poi il concorso.

Si tratta, a mio avviso, di uno sbarramento di classe: tanti studenti che si sono laureati con tanti sacrifici si trovano a dover pagare anche la mazzata dei corsi singoli.

Nel mio caso, poi, nel caso dei dottori di ricerca (ma qui aprirei una parentesi infinita) si raggiunge il vertice dell’assurdità: il governo è talmente orientato alla valorizzazione della cultura e della ricerca che il più alto titolo di istruzione vale in Italia meno di zero.

Proprio così.
Un dottore di ricerca, che ha studiato circa 8 anni, producendo anche contributi accademici e scientifici, si ritrova a dover seguire la stessa identica trafila di un neolaureato.

L’assurdità è che un dottore di ricerca può, in linea teorica, diventare ricercatore e dunque insegnare in università, ma non può farlo in un liceo.

Paradossalmente neppure i nostri professori universitari potrebbero insegnare in un liceo, se non hanno conseguito l’abilitazione.

La “buona scuola” legalizza una situazione di sfruttamento intollerabile, con un trattamento economico da fame, che non garantisce neppure la tanto agognata immissione in ruolo perché non è sicuro che si passino gli esami previsti al termine di ogni anno. Se, infatti, uno risultasse bocciato al secondo anno, direbbe addio al ruolo e avrebbe lavorato quasi gratis per due anni.

Ma poi è davvero credibile la promessa della Ministra?

Dove mai li troveranno tutti questi posti, dato che vanno smaltiti i precari che tengono famiglia e che, giustamente, hanno la precedenza? È chiaro dunque che solo una piccola parte degli aspiranti passerà il concorso, ma la quasi totalità di essi pagherà profumatamente le università attraverso i corsi singoli o con le tasse universitarie per allungare il percorso in modo tale da acquisire i 24 crediti.

Questa è la realtà, questa è buona scuola.

Questa è la verità che la maggior parte degli studenti di lettere, i più interessati dato che l’insegnamento è spesso uno sbocco (se non nei voti, ma senz’altro obbligato, date le scarse prospettive di lavoro nel nostro paese) del corso di laurea, ignora.

Spero che ignorino, me lo auguro, perché altrimenti il loro silenzio oltre che inquietante è colpevole.

Negli ultimi mesi sono venuta in università praticamente ogni mattina e non ho sentito un megafono, non ho visto un picchetto, uno striscione. Niente, il nulla più assoluto.

Andate tutti sbandierando il ’68, vi infiammate per la contestazione, vivete nel sogno di The Dreamers (spero che almeno si sappia ancora che cos’è, data l’ignoranza che regna sovrana) e… nulla.

Continuate, forse, ad ascoltare De André… eppure siete ancora coinvolti! Si posta Gramsci nell’anniversario della morte e poi nella vita reale c’è un silenzio da cimitero.

I nostri bisnonni e i nostri nonni hanno lottato, a volte a prezzo della vita, per i diritti sindacali e noi? Noi davvero accettiamo 400 euro al mese e siamo ancora entusiasti, con la solita retorica del “Pütost che gnent l’è me il Pütost”?

Gramsci ci avrebbe sputato addosso!

I nostri genitori sono scesi in piazza per molto meno, il 68 ha dimostrato che si può contestare tutto e cambiare, mettere in discussione tutto ciò che è acquisito e noi? Noi siamo così colpevolmente rassegnati. Ci muoviamo con questa cauta prudenza che caratterizza gli infermi e gli sfigati. Abbiamo reti di migliaia di amici su FB e non sappiamo organizzare un cazzo di picchetto! A dire il vero ho visto, adesso che ci penso, un banchetto, ma era per i migranti.

Intendiamoci: nulla in contrario.

Non mi sentirete con la retorica leghista del “prima noi”, ma direi dell’”anche”!

Come facciamo a difendere gli altri se non riusciamo a difendere noi stessi? Come possiamo indignarci per il caporalato quando la nostra retribuzione oraria si aggira sulle stesse cifre?

Non lo capiamo che è la stessa battaglia? La stessa battaglia che infuria in ogni ambito e che ci rende schiavi di una sperequazione infame.

Ma se davvero da domani i tutti quanti smettessimo, smettessimo di farci i cazzi nostri, di aspettare cosa dirà il ministero e ci accampassimo nelle piazze tutto cambierebbe.

Se, quando ci propongono 400 euro per uno stage, rispondessimo loro con quel che meritano, uno sputo in faccia, sarebbero tutti obbligati a pagarci di più.

Davvero non lo capiamo che siamo sfigati parassiti della generazione che ha lottato? Davvero non lo capiamo che accettare 400 euro è un lusso perché nessuno può mantenersi con quella cifra e significa che c’è qualcuno dietro che ci mantiene?

Mi chiedo: cosa aspettiamo a farci sentire, in un paese in cui prima dei 35 anni raramente si è autonomi, e spesso neanche dopo.

Accettiamo tutto passivamente, attendiamo! Attendiamo i responsi di una trista sibilla, la ministra, che chiede a neolaureati e dottori di ricerca di conseguire 24 cfu, lei che non ha neppure un diploma?

Dove sono i sindacati? Dove sono i collettivi? Dove sono i giornali che martellavano S.B. (meglio non nominarlo!) con le famose 10 domande che riguardavano fighe depilate e posizioni negli amplessi? La verità è che la stampa è tutta di regime.

Nessuno martella la Fedeli chiedendole come è possibile questa ingiustizia che rasenta le leggende su Maria Antonietta. Vuole essere chiamata ministra, lei che tutti noi dovremmo chiamare soltanto maestra.

Ragazzi, svegliamoci, perché, se non facciamo nulla e alla svelta, sarà troppo tardi. Questo paese, già forse irrimediabilmente avviato al declino, fallirà completamente. Se i giovani, la forza di un paese, sono un ammasso di snervati e flaccidi viziati non ci sarà salvezza.

E “buona scuola” non è che un capitolo nello sfacelo generale tra disoccupazione, sfruttamento e demolizione delle nostre coscienze.

Cosa dobbiamo ancora aspettare?

Forse che i soldi di mamma e papà siano finiti e che, al fine, torneremo ad avere FAME!

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