DIPARTIMENTO A MAMMETA TOIA!

DIPARTIMENTO A MAMMETA TOIA!

Mamma anni '50

di Ivana FABRIS

E così, dopo averci fatto fare, per oltre 50 anni, DUE lavori pagandoci per UNO solo perchè lo sanno tutti che “two is meglio che one” e spesso anche pagate male.

Dopo averci sfruttate come peggio non si sarebbe potuto: casa, figli, lavoro e ancora figli, lavoro e casa.

Dopo averci penalizzate rispetto alla maternitá.

Dopo averci COLPEVOLIZZATE per la maternità: prima perchè facevamo troppi figli, tra cui troppe femmine in quanto incapaci di figliare dei maschi, poi perché lavorando toglievamo loro troppo tempo, poi perchè li facevamo e questo creava problemi ai datori di lavoro, adesso perchè non ne facciamo più.

Dopo averci tolto il lavoro, dopo averlo tolto ai nostri compagni costringendoci a qualunque lavoro sottopagato e sfruttato pur di mettere insieme almeno un pasto al giorno.

Dopo averci tolto la 194 costringendoci a tenerci figli che non possiamo o non vogliamo avere.

Dopo aver devastato quel po’ di stato sociale che avevamo togliendo consultori e servizi sanitari gratuiti grazie ai colpi di scure su tutto ciò che è pubblico per ingrassare coi nostri soldi le banche.

Dopo averci ricondotte alla sudditanza…OGGI il governo ci dice che ha istituito il Dipartimento Mamme.

Beh, potevate farci sapere senza tante cazzate semantiche che in realtá avevate in mente di trascinarci indietro al 1920 e che da questo momento in poi possiamo solo essere deputate o al ruolo di schiave o al ruolo di fattrici.

Magari diteci anche che se i nostri compagni ci pesteranno o ci faranno fuori, sarà stato perchè ce la siamo cercata e il quadro è completo.

Poi vi stupite se siamo furiose ma state sereni, niente di personale da parte nostra, ci mancherebbe!

Solo così, giusto per essere informate quel tanto che basta a noi per dirvi che il vostro Dipartimento Mamme, popolato da mamme con stipendi da 15.000 euro o da signore e signorine la cui più grande preoccupazione è decidere per noi quello che neanche sanno delle nostre vite, ve lo potete mettere dove non batte il sole perchè se pensate che quando ci chiederete figli per la patria col vostro Dipartimento, ci troverete rassegnate e arrese, avete sbagliato a capire.

DIPARTITEVI VOI membri di questo partito patriarcale anarco-capitalista che è il PD, le vostre dipartimentiste Signore e Signorine Coccodè e tutto il vostro Dipartimento a mammeta e pure a soreta!

RICCARDO LOMBARDI, TRAVAGLIO E IL PLI

RICCARDO LOMBARDI, TRAVAGLIO E IL PLI

Riccardo Lombardi

(PLI – il Partito dei livorosi italiani)

 

di Turi COMITO

Tocca, ogni tanto e con dispiacere, tornare ad occuparsi di quel grande partito che è il PLI. Il Partito dei livorosi italiani.

Soprattutto del suo principe incontrastato. Un tale dalla penna veloce, la vocina stridula, lo sguardo perennemente terreo con su scolpita una smorfia che vorrebbe essere un sorrisino di disprezzo per il genere umano tutto e che si crede la reincarnazione del suo maestro.

Un tale che ondeggia sempre tra il sarcasmo più ovvio e la pedanteria virgolettara tipica di chi spacca un capello in quattro per non cavare un ragno dal buco.

Un tale che si sente sempre tradito da personaggi in cui ha riposto fiducia e che, tenendo perennemente altissima la bandiera dell’indipendenza del giornalismo, non fa passare giorno che dio manda in terra senza bacchettare, correggere, denunciare, stigmatizzare tutti nel nome del dio del qualunquismo destrorso per eccellenza: l’onestà/legalità.

Che, come i più avvertiti sanno, in politica non è una categoria eternamente praticabile.

E’ semplicemente il rispetto delle leggi.

Che non sempre sono, come ovvio che sia, né giuste né ragionevoli né serie.

Tanto per dire: era onesto e legale commerciare gli schiavi e disonesto e illegale ribellarsi ai negrieri. Era onesto e legale tenere fuori dal voto le donne e disonesto e illegale manifestare per ottenere questo diritto.

Era onesto e legale il latifondo e disonesto e illegale occupare le terre dei latifondisti. Eccetera. Eccetera. Eccetera.

Ma sto allontanandomi dall’oggetto della riflessione che volevo fare.

Dicevo che tocca occuparsi del Pli e del suo principe.
Perché?

Perché qualche giorno fa mi è capitato di leggere uno dei puntutissimi editoriali del principe del Pli, cioè a dire l’inesausto Marco Travaglio.

Il quale col solito livore giallognolo che gli piglia ogniqualvolta le cose non gli vanno come lui desidera se la prende col capro espiatorio di turno.

In questo caso il duo CasalGrillo padrone del partitello di neo qualunquisti tutti onestà e scontrini che va sotto il nome di Movimento grand hotel cinque stelle cum laude.

La reprimenda (si veda qui) è lunghissima e il nocciolo della questione è il dolore intensissimo che ha provato nel sapere che il suo movimento preferito non solo non ha eletto manco un sindaco ma neppure è andato al ballottaggio in una miserabile circoscrizione di un paesello di montagna addebitando la colpa dell’insuccesso storico alla scarsezza politica del duo.

Non gli passa manco per l’anticamera del cervello pensare che, per esempio, la “colpa” potrebbe essere degli elettori che sono identici al gruppo dirigente: cioè inconsistenti, ondivaghi, volubili e modaioli.

Ma, insomma, sono cazzi suoi, del suo movimento di riferimento e dei lettori del suo giornale.

La cosa in sé non sarebbe manco degna di commento se non fosse per un particolare.

E cioè che nell’articolessa, l’inquisitore di Torino, cita il suo maestro, Indro Montanelli, che fa il ritratto del socialista Riccardo Lombardi accostando quest’ultimo a quella cosa inutile di Grillo.

Il ritratto che fa il vate del giornalismo anarco-individualista-conservatore-democristiano-col-naso-turato per la paura ossessiva dei “comunisti” che vedeva pure sotto il letto scambiando gli acari per agenti del Kgb, cioè Montanelli, è il seguente:

“Più che il potere, amava la catastrofe, per la quale sembrava che madre natura lo avesse confezionato… con un volto che il Carducci avrebbe definito ‘piovorno’, e di cui nessun pittore sarebbe riuscito a riprodurre le notturne fattezze senza ritrarlo su uno sfondo di cielo livido, solcato da voli di corvi e stormi di procellarie: questo era Lombardi, e così sempre mi apparve. In cosa consistesse il suo alto pensiero politico, non so. Ma non credo che sia la cosa, di lui, più importante”.

Un accostamento degno di un cretino. Anzi di due cretini.

Perché il non conoscere il pensiero, e soprattutto l’azione politica di Riccardo Lombardi, non è da ignoranti se si sta a dirigere un giornale: è da cretini.

Perché a differenza di Montanelli – il cui pensiero politico era sconosciuto a lui prima ancora che agli altri e la cui azione politica era quella di scrivere di tutto su tutto con la sola ossessione del “mamma arrivano i comunisti” – Riccardo Lombardi un pensiero politico ce l’aveva.

E a questo è seguita una azione politica esemplare.

Quella che ha portato al primo centro sinistra che ha significato portare un minimo di progresso umano di e diritti sociali in questo paese. Ovvero:
– nazionalizzazione delle imprese di energia elettrica (capito? na-zio-na-liz-za-zio-ne) nel 1962
– aumento delle pensioni per i morti di fame;
– piano delle case popolari
– obbligo scolastico fino a 14 anni
– statuto dei lavoratori
– divorzio
– aborto

Di ciascuna di queste battaglie di civiltà (e di mille altre) Lombardi è stato protagonista tra i maggiori, di quella sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica è stato instancabile ideatore e artefice.

L’eredità di Lombardi è questa.

Quella di Montanelli, non duole dirlo, è Travaglio.
E il Partito dei livorosi italiani.

Mio figlio, allontanato da me per un “disturbo relazionale”

Mio figlio, allontanato da me per un “disturbo relazionale”

senza giustizia

La lettera di una madre

Contro la violenza sulle donne,  per promuovere la pace evitando di scivolare in falsa retorica, affinché tutte le donne siano informate di ciò che è accaduto a me come donna e come mamma e per non permettere che certe cose succedano ancora ad altre donne e altre mamme, voglio far conoscere a tutti coloro che vorranno leggere questo mio racconto sulle violenze che sono state fatte a me e a mio figlio minore, a mia madre, unica nonna vivente del minore (di anni 76) e a tutta la mia famiglia, per mano di cosiddette “donne” di alcune Istituzioni, perché ciò che dico corrisponde a verità.

Il giorno 5 marzo 2014 la Giudice (omissis) del Tribunale di (omissis) ha commesso la più grande violenza si possa fare nei confronti di una donna madre, quella di toglierle il proprio figlio.

 

    • Il fatto è accaduto nel corso di udienza di divorzio tra la sottoscritta, (omissis) e il mio ex marito (omissis).

 

    • La giudice (omissis) dopo aver ascoltato a lungo mio figlio (omissis) (nato il ../../2004), che continuava a ripetere di non voler andare a casa del padre perché diceva che veniva sempre maltrattato e umiliato offeso e deriso dal padre e dalla compagna, lo ha costretto ad andare con il padre “promettendogli “ falsamente che dopo soli 3 giorni sarebbe stato riconsegnato alla mamma.

 

    • Due giorni dopo il giorno 7 marzo 2014 la giudice (omissis) ha emesso ordinanza di allontanamento di (il figlio) dalla mamma, disponendo divieto per la mamma di avvicinarsi a tutti i luoghi frequentati dal figlio, divieto di vederlo non prima che fossero trascorsi 45 giorni e successivamente di vederlo solo in luogo “protetto” alla presenza di operatori specializzati all’interno della stanza, per non più di 45 minuti, in incontri videoregistrati.

 

    • Nella stessa ordinanza la giudice (omissis) ha disposto 1 telefonata al giorno tra madre e figlio della durata massima di 10 minuti, registrata e sotto il controllo del padre o di persona di sua fiducia, il collocamento di mio figlio presso l’abitazione paterna, l’affidamento di mio figlio al consultorio ASL (omissis) di (omissis), sito in (omissis), (omissis), la presa in carico di mio figlio da parte del servizio tutela salute mentale (omissis) di (omissis), e terapia psicologica (Neuropsichiatra (omissis)).

 

    • Dal giorno dell’allontanamento attuato, venivano improvvisamente troncate tutte le relazioni affettive del minore: l’unica nonna vivente, descritta da tutti gli specialisti chiamati a relazionare nel merito negli anni su disposizione del Tribunale quale riferimento affettivo significativo, presente sin dalla nascita del nipote quotidianamente nella sua vita, insieme a tutti i parenti di ramo genitoriale materno, venivano estromessi dalla vita del minore, e anche interrotte le sole comunicazioni telefoniche tra gli stessi.

 

    • La sottoscritta poteva rivedere il figlio solo dopo 50 giorni in spazio neutro.
      Il bambino in quella data stava malissimo presentava tic agli occhi (muoveva ripetutamente le palpebre con moto rapidissimo e poi sgranava gli occhi continuamente), aveva la bocca escoriata, le pellicine delle unghie tirate a sangue, croste sulle gambe, orticaria e pruriti diffusi ovunque e “pancia stranamente gonfia, rotonda e durissima” e continuava a ripetere “mamma sto male, mamma sono preoccupato, tanto preoccupato”.

 

    • L’incontro è stato videoregistrato ma non è mai stato consegnato il relativo supporto seppur richiesto.

 

    • La sottoscritta ha fatto presente alle istituzioni e alle Autorità della situazione osservata, e, prima è stato risposto che “ovviamente” il bambino stava male perché aveva subito il trauma dell’allontanamento, poi è stata richiesta e ottenuta la sospensione della potestà della mamma, in modo che la stessa non desse più fastidio e non avesse modo di interferire nelle loro decisioni, e, contestualmente è stata richiesta nuova ennesima perizia psichiatrica sulla mamma con nomina di nuovo e diverso CTU psichiatra, e a distanza di soli 3 mesi da quando era stata depositata l’ultima perizia psichiatrica sulla mamma, nonostante fosse stato accertato e concluso che non c’erano disturbi a suo carico.

 

    • Il CTU che veniva nominato era il Prof. (omissis), che, stravolgendo i dati psicometrici dei test psicodiagnostici da me effettuati modificava i risultati e riportava indice PTI = 4 (positivo a 5) laddove risultava dai documenti depositati agli atti nel fascicolo di causa indice PTI = 1, diagnosticando dunque di conseguenza disturbi di pensiero alla mamma che incidevano sulle capacità di cura del figlio e sulla possibilità di prendersi cura dello stesso. L’indice PTI infatti, è l’indice che segnala i disturbi di pensiero
      Dunque, sebbene la sottoscritta sia stata sottoposta a ripetute perizie psichiatriche psicodiagnostiche da specialisti pubblici incaricati dal Tribunale di (omissis) e di (omissis) dal 2011 alla data odierna, le quali tutte uniformemente hanno sempre continuativamente e costantemente escluso nel tempo qualsiasi patologia a carico della sottoscritta, e anzi hanno certificato la perfetta condizione psicofisica e le capacità e intelligenza superiori alla media, il dottor (omissis) sulle carte, perché bisogna sottolineare che NON ha mai visitato la mamma e nemmeno l’ha mai incontrata, è stato capace di stravolgere i dati diagnostici per diagnosticare la presenza di disturbi a carico della sottoscritta, e, determinare la sospensione della potestà della mamma sul figlio.

 

    • Per di più, la giudice (omissis), ha disposto che la madre doveva seguire “percorso terapeutico presso il centro salute mentale di (omissis), e sostegno genitoriale presso il centro (omissis) di (omissis), pur essendo domiciliata in (omissis) (da far notare anche che sempre la stessa giudice (omissis) ha disposto che l’ex marito versasse alla sottoscritta assegno mensile per il mantenimento pari a euro 100,00, impedendole di fatto la possibilità di “sopravvivenza” che lo Stato riconosce con assegno sociale pari a euro 500,00 circa – senza tener conto che l’ex marito è comandante pilota di aerei e negli anni versava alla moglie mensilmente per il mantenimento suo e del figlio su disposizione del Tribunale complessivamente prima euro 2.000,00 (anno 2000), divenute poi 1.500,00 (anno 2008), divenute poi, 900,00 ( anno 2010 ), divenute oggi 100,00 (anno 2014)

 

    • Successivamente, la stessa giudice (omissis), “sulla base delle dichiarazioni rese dagli operatori incaricati di seguire il caso, assistente sociale (omissis) e psicologa (omissis), e tenuto anche conto di quanto evidenziato dalla neuropsichiatra infantile (omissis), e, considerando che (la madre) non ha intrapreso alcuno dei percorsi indicati dal Tribunale volti al recupero della relazione madre figlio (senza tener conto che la madre si trovava in (omissis) e non poteva effettuare i percorsi arbitrariamente e scriteriatamente disposti a (omissis) e a (omissis) nemmeno volendo perché con 100 euro al mese non riusciva nemmeno a sopravvivere figuriamoci a sostenere viaggi di centinaia di chilometri (!!!), ha emesso ulteriore ordinanza restrittiva delle visite e delle telefonate tra madre e figlio ritenendo e disponendo “nel solo ed esclusivo interesse del minore che il minore possa vedere ed incontrare la madre unitamente alla nonna materna 2 volte all’anno in occasione delle festività Natalizie e del suo compleanno in uno spazio neutro e sotto la supervisione di operatori specializzati, in un incontro che avrà durata non superiore a 45 minuti, e possa sentire la mamma per non più di 10 minuti nella giornata di mercoledì in una fascia oraria compresa tra le ore 18 e le ore 21, allorché (la madre) sarà contattata telefonicamente da (il padre) o dallo zio paterno del minore o dalla compagna del padre”, e la nonna, insieme alla mamma e preferibilmente in unica telefonata, la domenica per non più di 15 minuti complessivamente” (ord.del 09 aprile 2015 )

 

    • Infine, il Tribunale di (omissis) con ordinanza del 17 maggio 2016 ha mandato al servizio affidatario del minore (omissis) di organizzare e calendarizzare nell’interesse del minore, 4 incontri tra la mamma e il figlio e la nonna e il nipote, in una fase sperimentale relativa al periodo maggio/novembre 2016, “avuto riguardo al parere favorevole reso dal servizio affidatario di concerto con la dottoressa (omissis) psicoterapeuta privata che effettua psicoterapia al minore (dottoressa ulteriormente aggiunta nel tempo per ulteriore psicoterapia da effettuarsi sempre sullo stesso minore che però i servizi affidatari continuano a dichiarare che “sta bene”), indicata dalla dottoressa (omissis), neuropsichiatra infantile del servizio (omissis), servizio incaricato dal Tribunale di (omissis) di prendere in carico il minore successivamente all’attuato allontanamento dalla mamma. Il risultato di questa fase sperimentale di osservazione e valutazione sarebbe dovuto essere funzionale alla predisposizione delle future modalità di incontro tra gli stessi, come riportato nella relazione di aggiornamento depositata nel fascicolo d’ufficio della causa R G n. (omissis), in data 30/03/2016.

 

L’ultimo incontro di questa fase sperimentale è avvenuto in data 12/10/2016.

Tuttavia da quella data alla data odierna non è mai stato predisposto nessun calendario di incontri tra me e mio figlio, né tra la nonna e il nipote.

Nemmeno risulta depositata agli atti alcuna relazione nel merito contenente eventuale motivazione dell’attuata inibizione degli incontri.

Anzi, risulta audio videoregistrazione del colloquio di restituzione intercorso al termine dell’ultimo incontro avvenuto tra me e mio figlio, dalla quale è possibile sentire che lo specialista del Centro Risorse di (omissis), luogo individuato dal Tribunale per lo svolgimento degli incontri “protetti “ tra madre e figlio , mi ha riferito che gli incontri hanno avuto esito positivo e che sarebbe stato necessario modificarne le modalità in quanto quelle attuali non risultavano essere utili né tanto meno costruttive.

Dopo oltre 2 mesi, in data 21 dicembre 2016, al termine dell’incontro avvenuto in occasione delle festività natalizie tra me e mio figlio, lo specialista del centro Risorse nel corso del colloquio di restituzione relativo, mi ha confermato l’esito positivo anche di questo ulteriore incontro e ha continuato sulla necessità di modificarne le modalità nell’interesse preminente del minore.

Inoltre, il dottore mi ha riferito che nella riunione intercorsa con le operatrici del servizio affidatario, le stesse hanno dichiarato che non sarebbe stata apportata nessuna modifica alle modalità degli incontri tra madre e figlio perché la signora (la madre) non aveva effettuato il percorso terapeutico disposto dal Tribunale e dunque non avrebbe potuto vedere il figlio.

Informato sui fatti, lo specialista psicologo del Centro Salute Mentale competente territorialmente per residenza della sottoscritta, (servizio pubblico competente), in data 17 ottobre 2016 ha inoltrato formale comunicazione dichiarando che i percorsi disposti dal Tribunale risultavano già avviati da oltre 1 anno.

Tuttavia, dopo alcuni mesi, esattamente il giorno 23 gennaio 2017, la Neuropsichiatra del servizio (omissis), dottoressa (omissis), che segue mio figlio in qualità di medico specialista incaricato dal Tribunale, e opera in rete con i servizi affidatari, è stata ascoltata come teste in un procedimento penale (pendente nei miei confronti per denunce strumentali presentate dal mio ex marito in merito a fatti MAI accaduti e comportamenti pregiudizievoli che io avrei tenuto nei confronti di mio figlio e che oggi sono risultati infondati e non corrispondenti) e, ha riferito al Giudice lo stesso identico concetto espresso dalle operatrici dei servizi affidatari dichiarando anch’essa che “la signora (la madre) non ha intrapreso il percorso di sostegno alla genitorialità disposto dalla giudice (omissis)”, pertanto, “NOI riteniamo che non possa vedere il figlio”, palesando accordo di intenti con i servizi incaricati.

E di fatto, gli incontri tra me e mio figlio da allora e fino alla data odierna sono stati inibiti.

Nemmeno risultano calendarizzati incontri futuri né depositati agli atti relazioni nel merito.

Oltre a ciò, risultano anche inibite le frequentazioni tra la nonna e il minore dalla data del 14 settembre 2016 e, in assenza di motivazioni.

Come anche inibite risultano le frequentazioni del minore con tutti i parenti di ramo genitoriale materno e anche le comunicazioni telefoniche, e, sempre in assenza di motivazioni.

Alla data odierna, 08 marzo 2017 risulta pertanto:

  1.  che gli operatori incaricati di seguire il caso e la dottoressa (omissis) Neuropsichiatra del servizio pubblico (omissis), hanno riferito alle Istituzioni preposte alle cure educazione e istruzione del minore e alle Autorità Giudiziarie competenti fatti che sono risultati non conformi al vero e circostanze che sono state smentite dalle testimonianze rese in sede civile e penale oltre che dalle prove acquisite nei procedimenti pendenti
  2. che le parole utilizzate dall’assistente sociale (omissis) e dalla dottoressa (omissis) nel corso della deposizione resa nel giudizio penale il giorno 23 gennaio 2017 sono chiare ed inequivocabili e non lasciano spazio a fraintendimenti di alcun tipo. I termini utilizzati dalle dottoresse nel corso delle loro deposizioni esplicitano comportamento continuativo e costante nel tempo nei confronti dei coniugi (omissis), di assoluta parzialità e pregiudizio nei confronti della sottoscritta, volontà punitiva e coercitiva nell’esercizio delle loro funzioni. Ad ogni buon fine in via esemplificativa e non esaustiva riporto testualmente quanto dichiarato dalle stesse: (omissis) “la (la madre) doveva sottostare … noi con lei non parlavamo, il signor (il padre) diceva, il signor (il padre) ci informava, ci comunicava, ci chiedeva, e noi facevamo … senza accertare, non era compito nostro … lei non eseguiva e così io ho scritto una relazione al tribunale dei minorenni raccontando quello che ci diceva (il padre) per fargli sospendere la potestà che infatti gli hanno sospeso”; (omissis) “il signor (il padre) mi diceva, mi telefonava, mi chiedeva … che il bambino stava tutto il giorno sul divano a guardare la televisione, senza frequentare nessuno, senza andare a scuola, senza avere contatti con i coetanei … obeso …”
  3. che dalle testimonianze rese risulta che il signor (il padre) aveva contatti costanti e continuativi con assistenti sociali e Neuropsichiatra (omissis) (omissis), che lui scriveva telefonava riferiva chiedeva e i servizi affidatari inoltravano le prescrizioni alla signora (la madre), che doveva eseguire e sottostare (si fa notare che le prescrizioni venivano inoltrate alla signora (la madre) senza preavviso di tempo utile e necessario per l’organizzazione dello svolgimento della visita, ma su questo punto l’assistente sociale ha risposto che “ tanto la signora non lavorava e dunque … mentre il signor (il padre) lavorava e dunque…), ma, poiché non sottostava andava punita con inoltro relazioni strumentalmente create sulla base di fatti segnalati dallo (il padre), e non accertati da nessuno, e, le andava tolta ogni possibilità di intervento e gestione sul figlio con minacce, poi di fatto attuate, di sospensione di potestà e di allontanamento del figlio, con collocamento presso il padre o addirittura presso casa famiglia (da notare che i servizi affidatari hanno accuratamente evitato di contattare qualsiasi parente di ramo genitoriale materno estromettendoli dalla vita del minore – quegli stessi parenti che il bambino vedeva quasi giornalmente sin dalla nascita e con i quali aveva costruito legami affettivi significativi e stabili, che ancora oggi cerca e che gli vengono inspiegabilmente negati)

Che dopo 3 anni di costante e continuativo lavoro svolto in rete dai i responsabili delegati dal Tribunale nella cura educazione e istruzione di mio figlio (omissis) e di interventi attuati e ritenuti utili a tutela della sua salute psicofisica, risultano documentati i seguenti risultati nei rispettivi ambiti:

  1. in ambito scolastico, laddove risulta che quel bambino che quando era collocato dalla mamma frequentava serenamente la scuola con profitto, partecipava dinamicamente alle lezioni e si rapportava con i coetanei interagendo con gli stessi, oggi risulta un bambino con “bisogni speciali e necessità di sostegno”
  2. in ambito relazionale laddove risulta che viene ignorato dai suoi coetanei “nessuno si vuole sedere accanto a lui”, disadattato, vittima di bullismo
  3. in ambito familiare, laddove è stato audio video registrato di continui maltrattamenti subiti dal minore, punizioni inflitte che durano oltre 15 giorni consecutivi dove il bambino viene privato di giochi, tv, svago, frequentazioni e uscite, recluso in camera sua a studiare e ristudiare la stessa materia ossessivamente o fare e rifare lo stesso compito per “perfezionarlo”, sgridato quotidianamente e condizionato e manipolato mentalmente dalle figure di riferimento, impaurito dalle stesse con le quali “non può parlare”, “è preoccupato” e manifesta sintomi ansiosi e stressogeni completamente ignorati, e anzi, il bambino viene colpevolizzato “sono preoccupato … mi sudano le mani, poi le mani sudate si appiccicano al foglio che si sporca e lo devo fare rifare e rifare”. Alle ore 21.00 il bambino dice “è da questa mattina alle ore 11.15 che faccio sempre lo stesso compito che già avevo fatto prima di Natale … la mia scrittura è con le zampe di gallina… (la compagna del padre) mi sgrida sempre … ma io devo andare veloce e allora viene così … ho paura di andare all’inferno … io spero di andare in paradiso, ma se uno fa cose sbagliate … non posso raccontarti … io voglio andare in paradiso”
  4. in ambito affettivo, laddove il bambino risulta privato totalmente del rapporto affettivo della mamma con la quale non gli è permesso nessun contatto, e dell’unica nonna vivente di anni 76, con la quale non gli è permesso nessun contatto, e di tutti i parenti di ramo genitoriale materno che non gli è permesso neanche solo di sentire telefonicamente dal giorno 5 marzo 2014, ovvero dall’attuato allontanamento dalla mamma
  5. in ambito sanitario, laddove è stato certificata in data 29/03/2016 diagnosi di disturbo mentale in asse I “disturbo oppositivo compulsivo”

Nonostante ciò, il padre del minore continua a rappresentare impunemente al Tribunale attraverso il suo legale fatti non conformi al vero che continuano a determinare inverosimilmente emissione ordinanze “immediate” e in accoglimento di ogni sua istanza.

Proprio in data 30 gennaio 2017 ha depositato una memoria difensiva evidenziando ancora

  • che la (la madre) ha svolto opera demolitoria dell’equilibrio psicofisico del fanciullo fino alla data che il minore aveva abitato con la madre, laddove è risultato l’esatto contrario, essendo stato dichiarato dai testi ascoltati in questo procedimento, oltre che risultare da tutta la documentazione medica in essere dalla nascita del minore e fino alla data odierna, che il minore fino a quando era collocato dalla mamma era un ragazzo sereno, che andava a scuola con piacere, che andava bene a scuola, era motivato e aveva normali quotidiani rapporti di relazione con i coetanei con i quali si rapportava e interagiva. Non era obeso e faceva sport continuativamente e costantemente (docenti scuola elementare; genitori coetanei; maestri sportivi;sanitari e specialisti strutture pubbliche e private) e laddove è risultato che sono stati prodotti “guasti” al minore a causa e per effetto dell’allontanamento richiesto e disposto, e delle terapie intraprese, e dei comportamenti attuati, come spiegato scientificamente e descritto dalla letteratura
  • chiedendo strumentalmente al giudice di richiedere alla (omissis) una relazione di aggiornamento sull’andamento della terapia intrapresa da (il figlio) “al fine di verificare gli esiti del percorso riabilitativo intrapreso dal minore” laddove la (omissis) ha già certificato che il minore presenta disturbo oppositivo compulsivo, che dalla disamina di tutta la documentazione medica esistente sin dalla nascita del minore, oltre che dalle testimonianze rese sia nel civile che nel penale, oltre che dalle audio videoregistrazioni in essere alcune delle quali disposte per ordine della stessa Giudice (omissis) e di altre di autorità, NON ERA PRESENTE fino a quando il minore era collocato presso la madre e intratteneva continuativamente e costantemente rapporti equilibrati con tutti i parenti dei rispettivi rami genitoriali, oltre che con i coetanei e in assenza degli attuali registrati maltrattamenti e comportamenti “punitivi” e deprivazioni in ogni ambito, con condizionamento psicologico e manipolazione mentale attuati attraverso inibizione della propria autodeterminazione e della inibizione degli affetti e nonostante sia stata proprio lei a seguire “psicologicamente” il minore; la giudice, Dottoressa (omissis), ha prontamente accolto l’istanza e disposto in conformità, evidentemente senza porsi alcun dubbio sulla strumentalità dell’istanza, laddove a chiunque viene spontaneo chiedersi cosa mai dovrebbe relazionare una professionista che ha avallato l’allontanamento del minore dalla mamma, che ha espresso parere sulle visite e telefonate tra la mamma e il figlio e tutti i parenti di ramo genitoriale materno nonché relativamente a tutti gli ambiti della vita del minore determinando emissione sentenze relative conformi e sulla base del suo parere medico espresso? Potrebbe forse riconoscere i propri errori? Potrebbe mai non difendere le proprie sciagurate scelte? Potrebbe mai riconoscere di aver imposto al minore terapie psicologiche e percorsi psicologici non necessari, né risultati utili, e addirittura ammettere di aver danneggiato il minore, la mamma, la nonna modificandone l’esistenza e il corso della vita degli stessi … oppure tenterà ad ogni costo e in ogni modo di difendersi?

La verità che emerge è che mio figlio minore (omissis) è stato allontanato da me e da tutto l’ambiente di riferimento materno per “disturbo relazionale” diagnosticato dalla CTU dottoressa (omissis) “a vista” e su impressioni/valutazioni soggettive, in assenza di qualsiasi indagine diagnostica/testologica

, e che le misure disposte e attuate conseguentemente dal Tribunale di (omissis) nel procedimento in corso RG (omissis) corrispondono alle misure suggerite per i casi di “PAS/alienazione parentale”, ridefinito “disturbo relazionale”.

Che la teoria relativa al disturbo è priva di riconoscimenti ufficiali a causa della assenza di evidenze scientifiche e non è codificata dai principali sistemi classificativi delle malattie DSM–5 e ICD 10, oltre a non essere basata su studi fondati e replicabili, ma costruita sulla base di una falsa premessa, ovvero un forte pregiudizio secondo il quale la stragrande maggioranza delle accuse di maltrattamento in famiglia in particolare quelli mossi dalla parte nel caso di controversia per l’affido, sono risultate false, artificiosamente costruite allo scopo di ottenere indebiti vantaggi in sede giudiziale, come appunto nel mio caso, laddove le procedure di valutazione offerte hanno rifiutato di prendere in considerazione tutte le spiegazioni alternative al comportamento della/e parte/i coinvolta/e, mettendo a rischio l’incolumità e la salute del minore, che di fatto a distanza di 2 anni dal giorno dell’attuato allontanamento dalla mamma e da tutto l’ambiente familiare materno è stata certificata come danneggiata con emissione diagnosi di disturbo mentale in asse I al minore “disturbo oppositivo compulsivo” (cert. 29/03/2016)

Che appare quanto meno inopportuno che professionisti si siano riferiti a una patologia non riconosciuta a livello scientifico e non classificata come malattia, laddove anche la federazione nazionale dell’ordine dei medici, la società italiana di psichiatria e la società italiana di pediatria si sono espresse contro il suo utilizzo, sottolineando come in assenza del necessario conforto scientifico si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”, come infatti accaduto nel mio caso.

Una madre

 

fonte: https://mammeinrete.wordpress.com/2017/04/16/mio-figlio-allontanato-da-me-per-un-disturbo-relazionale/

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