STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

STIPENDI DA 92 EURO E LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

Leggiamo in un’ANSA della denuncia da parte del sindacato, di un Call Center che retribuisce i suoi dipendenti con degli stipendi da 92 euro PER UN MESE di lavoro.

Ma non solo, in caso di assenza di TRE minuti dalla postazione per andare in bagno, si viene pure penalizzati (!), al punto che la paga oraria scende fino a 33 CENTESIMI l’ora.

QUESTI i soli numeri che contano per noi poichè riguardano i lavoratori che sono i numeri primi della società.
Per noi, quindi, i numeri che contano non sono e non saranno mai quelli degli schieramenti elettorali che, alla fine e in buona sostanza, guardano solo a se stessi.

Si continua a pensare, anche oggi, che basti un’elezione per fare argine al sistema e che basti uno schieramento per rafforzarsi.
Per giunta con dentro un’entità politica che continua a contribuire a questa macelleria sociale.
L’appoggio al PD nelle giunte locali e al neoliberismo, restando nel gruppo UE, da parte di questa forza, dichiara palesemente che di fatto all’interno della lista “Potere al Popolo” NON esiste una concreta volontà di superamento del vecchio in favore di qualcosa di davvero diverso.

Se invece si fosse puntato a investire sulla LOTTA senza più mezzi termini, questi lavoratori, sfruttati fino al midollo, oggi avrebbero maggior sicurezza di non essere soli e di essere davvero politicamente rappresentati.

Unirsi a chi ha pesatemente contribuito e contribuisce alla definitiva sparizione della sinistra di lotta in favore di quella di governo per amministrare l’esistente e un po’ ovunque in Italia, non ci pare la soluzione giusta per combattere simili drammatiche piaghe che stanno devastando la carne viva del paese.

Allo stesso modo non ci sembra risolutivo affidare ad un movimento di giovani tanto entusiasti quanto poco addentro alla conoscenza della politica e dei problemi di TUTTO il paese, le sorti della ricostruzione della lotta di classe.

Perchè a scrivere enunciati o a lanciare proclami, siamo bravissimi tutti, ma se qualcuno non dice COME si pensa di risolvere questo massacro, poi diventa alquanto difficile essere credibili.

Non tanto presso altre entità politiche, proprio presso quei lavoratori che ormai non solo non hanno più voce e forza per reagire ma che per bisogno sono costretti ad accettare qualunque ricatto e si ritrovano a non avere nemmeno più gli occhi per piangere sui 92 euro di stipendi che dichiarano la loro schiavitù.

 

FONTE: ANSA

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

 

di Leo FARINELLI

TEMA
Come combattere i lavoratori.
Ovvero: “la classe operaia – la collettività lavoratrice che presta le proprie braccia e la mente al servizio di forze redditizie in proprio.”

IL LICENZIAMENTO

IL LICENZIAMENTO – la chiusura dell’Azienda, della fabbrica, dell’ufficio, del luogo di lavoro. Le prime alchimie magiche le vedi mascherate in piccoli provvedimenti di ammodernamento delle macchine e/o strutture, quindi di esubero di personale.

Anche di indifferenza sullo stato della produttività delle fonte di ricchezza. Nello stato successivo vedi che vengono chieste sovvenzioni governative, ovvero ”ricatto” per mantenere lo stato esistente “a tempo determinato”.

Esito negativo della richiesta? Si procede con la chiusura o lo smantellamento dell’azienda.
Si rallentala e intanto la si trasferisce in altro Stato: Albania, Romania, India, Turchia, Cina, Vietnam, ecc.

Accadde così che nella nostra nazione si creano settori di lavoratori, “persone” necessitanti: disoccupati, esodati, cassaintegrati, licenziati, lavoratori in nero, pranzo e cena nel cassonetto, alla Caritas.
Letto in auto, sigaretta di foglie, panino dal fornaio dopo la chiusura, ecc.

Creare disoccupazione è l’arma più meschina e disumana che venga usata per combattere il lavoratore, le sue richieste per vivere, i suoi diritti, il suo salario, per combattere la sua famiglia e separarla. E’ dare martellate sui suoi calli.

Disoccupare, Disgregare, Disarmare il suo essere partecipe alla vita di tutto il pianeta. L’unico intento di quel 20% di miliardari del pianeta è di Frantumare l’idea unitaria dei lavoratori che creano la ricchezza. Combattere il significato non recondito di Unità (Concordia).
Prezzolare i media affinché siano i giullari al loro soldo è ordinamento assodato.

Il lavoratore viene relegato nell’angolo e così non ha più diritti, non ha leggi o aiuti divini al suo arco, non ha nessuna assistenza, alcuna speranza.

Quindi, come è stato studiato da Lor Signori, per lui giungono la delusione e la ripicca che nessuno ha aiutato questo singolo (milioni di singoli).

Ecco che si spezza l’unione ideologica di sinistra, di unità.
Si spezza il partito comunista Gramsciano in diverse caselle, in camere stagne amareggiate.

Ecco la magia: i lavoratori divisi in tante categorie e la sinistra divisa in tante bandiere.
Et voilà, ecco la magia: il coniglio che esce dal cappello – il gioco è fatto.

CERCARE UN’OCCUPAZIONE A 51 ANNI

CERCARE UN’OCCUPAZIONE A 51 ANNI

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale MovES

Quello di cercare un’occupazione a 51 anni, sul web, nella giungla di siti “specializzati“ come portali, siti delle società o di agenzie interinali è un vero e proprio lavoro; capirne le modalità con le quali esse operano e ciò che offrono è un vero e proprio lavoro, ma non vieni pagato e come un lavoratore qualsiasi non vieni rispettato nel tuo valore e nella tua dignità.

Il loro modus operandi è differente a seconda di chi ti trovi davanti: alcune funzionano ne più ne meno come un portale, come anche alcune interinali quindi ti iscrivi, invii il c.v. e poi sei tu a cercarti il lavoro consultandolo.

Un mondo surreale che, studiandolo, scopri che nasconde le insidie del mondo del lavoro prima ancora che te lo offrano; impari a capire che la ripresa c’è si ma quella per il culo però: meno del 20% delle già poche offerte di lavoro è a tempo indeterminato, il restante precario nelle più varie “sfumature”.

E allora mi vengono anche in mente le parole della figlia di una amica che ha lavorato a Cinecittà World, “lavoravamo anche 10 ore al giorno per 36 euro con ritmi forsennati sotto il sole di agosto e sia l’acqua che il cibo dovevamo comprarceli”; oppure quelle di mia nipote che lavorava in pizzeria per 3,25 euro l’ora con i cosiddetti voucher. Eccolo qui, il mondo che ho scoperto quando è toccato a me. Questo è stato il mondo che si è presentato ai miei occhi “navigando in internet”, senza contare il fatto che mi son visto scartare anche i part-time di qualsiasi genere contrattuale per motivi logici di distanza.

Poi cominci a pensare che qualcosa è andato storto strada facendo: cosa è cambiato e come, dai tempi felici ad oggi nel mondo del lavoro?
Mi viene in mente la teoria della rana bollita di Chomsky: a poco a poco il lavoratore è stato esautorato di quasi tutto non solo dei diritti ma anche della sua dignità e del rispetto per la sua vita, rendendolo schiavo, sia mai che in un prossimo futuro si voglia aver diritto di vita o di morte su di esso senza nemmeno chiedergli il permesso di prendersela.

Penso ad un amico coetaneo che ha perso la sua occupazione da poco: non pagato degli ultimi tre stipendi e di quasi 30 anni di liquidazione, ferie, permessi e tutti gli istituti compresi anni di contributi; la sua crisi coniugale è conseguenziale: oggi è un uomo distrutto.

Mi ritrovo a pensare che no, non è solo colpa del neoliberismo, del capitalismo ma anche della società che noi abbiamo accettato che ci creassero su misura allo scopo. Lo hanno creato e voluto tutto questo e noi non ci siamo mai chiesti chi dovesse tutelarlo quel bel mondo che vivevamo. Chi doveva controllare? E perché non lo ha fatto?

Perché il datore di lavoro, per i contributi non versati, se la cava con la sola ammenda di 100 euro l’anno e il mio amico dovrà invece vedersi riconoscere i soli contributi figurativi che nulla valgono per il computo della pensione?
Perché tutto questo?

Qualcuno ha di sicuro fatto in modo che arrivassimo, con l’occupazione.

Ma tutti ti dicono che è normale, che oggi è così, che c’è la ripresa e prima o poi qualcosa cambierà perchè a fini meramente propagandistici il premier sostiene che è calata la disoccupazione e c’è la ripresa (Renzi ma davvero pensi che abbiamo l’anello al naso?), come se ci fosse invece una spiegazione logica senza darne una lettura comprensibile.

Drammatico sentirti dire da altre vittime come me e tanti di noi, che “se non lo accetti, questo stato di cose, che fai?”
Non so dire come e quanto mi cadano le braccia davanti alla rassegnazione e quando rispondo che si lotta, alla fine so già che rimarrò solo nelle mie convinzioni.

Naturalmente poi senti i datori di lavoro dirti che “noi non abbiamo problemi, lì fuori c’è la fila” e che è anche la componente che è nel più basso istinto razzista conseguenziale del teorema “tutta colpa degli immigratilo straniero ruba il lavoro”.

E no miei cari, se lo straniero ruba il lavoro è perché qualcuno glielo dà e quel qualcuno è italiano: molto semplicemente  l’immigrato soddisfa il bisogno dei padroni di sfruttare e fare il massimo profitto. Ma non soddisfa il mio però, perchè se sono sfruttati gli immigrati, è vero che siamo sfruttati tutti.

Le sorprese però non finiscono: pochi giorni fa mi sono imbattuto in un’offerta di lavoro di una nota azienda di Bari, presso la loro filiale di Ostia-Roma, che secondo il sito produce e commercializza apparecchiature elettromedicali legate alle depurazioni delle acque e che cercava un magazziniere e una segretaria da inserire e far crescere nell’organico in espansione.

Mando il curriculum e dopo un paio di giorni mi chiamano per un colloquio che poi risulterà essere con la responsabile risorse umane solo a titolo conoscitivo.

L’indomani per un “feedback molto positivo nei suoi confronti” vengo convocato per un colloquio vero e proprio; solo che va delineandosi la beffa che coinvolge me e tanti altri, qualcuno venuto per di più da molto lontano: ci ritroviamo in 23, uomini e donne per un colloquio di gruppo.

Lì, si svela l’arcano. Il posto da segretaria o magazziniere era lo specchietto per le allodole per poter avvicinare un numero alto di “candidati” ad essere futuri venditori e lasciamo stare gli eufemismi e le parole per farti prendere una pillola dolce. La verità è che quella pillola si è rivelata essere una dolorosa supposta.

Lestofanti che creano l’illusione nelle persone di aver realmente per un attimo creduto di aver potuto trovare lavoro così da potersi riscattare da una vita davvero dura in cui ti tolgono la dignità e ti umiliano al punto che non sai nemmeno più chi sei.

E sì, per quanto riguarda l’occupazione, qualcosa in questi anni deve essere per forza andato storto.
JOBS ACT, MALAFEDE E INCOMPETENZA

JOBS ACT, MALAFEDE E INCOMPETENZA

di Giorgio CREMASCHI

IL GOVERNO PREPARA ALTRI INCENTIVI PER ASSUMERE I PIÙ GIOVANI MA VUOLE EVITARE CHE LO SIANO AL POSTO DI ALTRI LICENZIATI.
JOBS ACT, MALAFEDE E INCOMPETENZA.

Il ministro Poletti l’aveva detto nella sede ufficiale del palazzo, il meeting di CL: con i nuovi incentivi per assumere i giovani metteremo anche misure contro i furbetti del licenziamento.
Cioè verso coloro che licenziano un lavoratore che costa di più per assumerne uno che costa meno , anche grazie ai soldi dello stato.

Con questa affermazione il ministro del lavoro ha ammesso tutta la malafede del Jobsact, che non ha creato nuova occupazione ma soprattutto ha sostituito o trasformato quella esistente.

Ora che son finiti i tanti miliardi spesi per quelle assunzioni, senza alcun cambiamento reale nei livelli di disoccupazione, il governo ci riprova.
Ora però tutti i nuovi assunti con il Jobs Act non hanno la tutela dell’articolo 18, possono cioè essere licenziati in qualsiasi momento e magari sostituiti con altri più convenienti.

Tutti i dati statistici già segnalano una valanga di nuovi licenziamenti, soprattutto motivati da “ragioni economiche”.

Il governo tutto questo lo sa benissimo, questa infamia l’ha fatta lui, e allora vanta che questa volta ci sarà un clausola per impedire questo sporco gioco sulla pelle dei lavoratori, finanziato dalle casse dello stato.

Che misura mettono allora? Che chi licenzia dovrà aspettare sei mesi prima di assumere.
Una misura ridicola che le aziende possono aggirare in cento modi, come hanno sempre fatto, visto che è già in vigore da tempo e non è mai servita a nulla.

La domanda è: sono solo in malafede o sono anche cialtronescamente incompetenti?

POVERTA’ E DISUGUAGLIANZA. GLI ITALIANI SANNO CHE LA SITUAZIONE STA PEGGIORANDO

POVERTA’ E DISUGUAGLIANZA. GLI ITALIANI SANNO CHE LA SITUAZIONE STA PEGGIORANDO

povertà-assoluta

Dati e analisi di Fondazione Di Vittorio e Techné

 

La crescita di diseguaglianze e povertà è in continuo aumento in Italia.

Anche avere un lavoro non protegge più dal rischio povertà.

Per 3 italiani su 10 la situazione economica personale è peggiorata rispetto a un anno fa. E’ lo scenario tratteggiato da un’analisi effettuata da Fondazione Di Vittorio della Cgil e Tecnè su ”Fiducia economica, diseguaglianze e vulnerabilità sociale” aggiornata al 2° trimestre 2017.

Un indice, quello della fiducia economica, che costituisce, ha sottolineato lo studio, un fondamentale indicatore dello stato di salute del Paese che aiuta a decifrare i problemi e più in generale della condizione delle persone.

Una fotografia, quella scattata dallo studio, che non sorprende visti i livelli ancora elevati di disoccupazione, il numero altissimo delle persone in povertà o che rinunciano a curarsi per mancanza di mezzi.

Ma a tutto questo si aggiunge quell’area di ”fragilità economica e sociale”, prevalentemente composta di persone che hanno un reddito appena sufficiente a tirare avanti e che rischiano di scivolare verso condizioni di povertà o semi-povertà di fronte a eventi improvvisi come una separazione o una grave malattia.

Il 32% degli italiani giudica, dunque, peggiorata la propria situazione economica e il 24% si sente più vulnerabile di un anno fa.

La forbice economica si allarga e avere un lavoro non protegge più dai rischi di povertà.

Nonostante il miglioramento di alcuni parametri macro economici, si legge nello studio, il 62% degli intervistati dichiara che la situazione economica personale non è cambiata rispetto ai 12 mesi precedenti. Il 32% dichiara, invece, un peggioramento a fronte del 6% che giudica migliorate le proprie condizioni.

E dopo un periodo così lungo di crisi, il permanere di condizioni difficili per una consistente quota di popolazione, non può che portare a un pessimismo sulle attese per i prossimi 12 mesi.

Infatti, il 20% degli intervistati, infatti, teme un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni economiche nel prossimo futuro, il 70% pensa che non cambierà nulla e solo il 10% si attende un miglioramento.

Secondo lo studio Fondazione Di Vittorio e Tecnè, la crisi economica non ha fatto soltanto crescere il numero delle famiglie povere, ma ha prodotto un crescente sentimento di vulnerabilità che il miglioramento dei parametri macro economici sembra attenuare solo in parte e soprattutto in quella quota di popolazione a più alto reddito.

In questo quadro solo il 4% si sente economicamente e socialmente più sicuro rispetto a un anno fa, mentre il 24% si sente più vulnerabile e fragile e il rimanente 72% si sente come prima.

Nel complesso, sottolinea lo studio, solo il 22% vive una condizione di serenità economica e sociale, il 46% dichiara di trovarsi in una condizione di equilibrio instabile e il 32% vive costanti o gravi difficoltà economiche.

Il lavoro svolge ancora un effetto positivo, ma in modo meno accentuato rispetto al passato.

Se, infatti, fra i lavoratori dipendenti scende al 20% la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale invece al 58% la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli o in equilibrio instabile.

Si tratta, evidenzia ancora lo studio, di un fenomeno più volte denunciato ma che trova un’ennesima ed evidente conferma in questi dati di un lavoro che si impoverisce e si precarizza contribuendo, sulla base di questa condizione reale, a creare un generale effetto di scarsa fiducia fortemente basato anche sul crescere delle diseguaglianze.

Infine, evidenzia lo studio, ”l’ascensore sociale rispetto al periodo pre-crisi si è bloccato per il 55% delle persone. Sale per un ristretto 7%, che dichiara di aver migliorato la propria condizione, ma scende per il 38% degli intervistati”.

 

fonte: http://www.globalist.it/news/articolo/2008956/poverta-e-diseguaglianza-per-1-italiano-su-3-la-situazione-a-peggiorata.html

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