VAROUFAKIS, OVVERO GLI ERRORI DEL VOLONTARISMO

VAROUFAKIS, OVVERO GLI ERRORI DEL VOLONTARISMO

 

Domenico Moro

di Domenico MORO

Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze della Grecia, ha pubblicato su Il manifesto un articolo di critica alle posizioni di Stefano Fassina sull’Europa, sviluppate sull’onda di Brexit.

Fassina propone “la riaffermazione della sovranità democratica a scala nazionale”, aggiungendo che “sono sempre più retoriche e astratte le invocazioni degli “Stati uniti d’Europa” e le mobilitazioni per democratizzare l’Unione Europea, proposte da Diem 25”.

Varoufakis, principale l’ispiratore del movimento Diem25, ha definito “preoccupante” il discorso di Fassina, accusandolo di “ritirarsi dentro posizioni nazionaliste”, simili a quelle di esponenti della destra europea come Marine Le Pen.

La soluzione di Varoufakis per risolvere la crisi attuale è “una ricostruzione democratica del continente” in modo da “ricostruire, attraverso lotte e conflitto, un demos europeo che possa richiedere una costituzione federale e democratica”.

Quindi, mentre Fassina propende per il superamento della moneta unica, Varoufakis è per conservare l’area euro, pensando di poterla democratizzare.

In effetti, in questo Fassina ha ragione, la posizione di Varoufakis appare astratta.

Per capire se è possibile operare una democratizzazione dell’Europa occorre guardare a che cosa è l’Europa oggi nel concreto, cioè alla sua struttura materiale. Tale struttura è data soprattutto dai meccanismi dell’integrazione valutaria, che rappresentano la gabbia che imbraca l’azione del movimento operaio e delle classi subalterne.

Lo spostamento a livello sovrannazionale di importanti competenze economiche, l’esistenza di una banca centrale europea indipendente da qualunque controllo e l’impossibilità a manovrare i tassi di cambio valutari, il tutto dovuto all’esistenza una moneta unica, rappresentano dei vincoli di carattere materiale che non è possibile bypassare.

La questione centrale non sta tanto nel decidere se fare o una lotta a livello nazionale oppure a livello europeo o se combinare i due livelli.

Il punto che, prima di tutto, va chiarito è l’indirizzo generale del movimento dei lavoratori a livello nazionale e europeo.

L’obiettivo della lotta non può non essere la disgregazione dell’area euro, dal momento che la moneta unica è il nocciolo attorno al quale ruota non solo l’applicazione delle politiche di austerity ma anche tutti i processi di riorganizzazione dell’economia e della società europee, indirizzati a scaricare la stagnazione secolare, in cui è inchiodato il modo di produzione capitalistico, sul lavoro salariato e sulle classi subalterne.

Quanto alla realizzazione di lotte europee che coalizzino, come dice Varoufakis, precari italiani, mini-jobbers tedeschi e chi protesta in Francia contro la Loi Travail, bisogna anche qui guardare alla realtà.

L’integrazione valutaria determina non la convergenza dei Paesi europei ma la divergenza delle loro condizioni. Di conseguenza, anche se le politiche neoliberiste si sono sviluppate dappertutto, non dappertutto hanno avuto la stessa intensità e hanno determinato le stesse conseguenze.

Di fatto, la classe lavoratrice europea, a partire dall’introduzione dell’euro e ancor di più dallo scoppio della crisi nel 2008, è molto più divisa che nel periodo precedente.

Qui non si tratta di decidere se esista o meno un demos/popolo europeo, scomodando persino Gramsci come fa Varoufakis.

Si tratta di guardare a come funzionano le cose.

Se la strategia del capitale europeo è complessiva, essa però si articola in modo differenziato e in mercati del lavoro e condizioni istituzionali e politiche molto differenti.

Infatti, non ci pare che, fino ad ora, sia stato possibile realizzare lotte a livello europeo.

L’errore principale di Varoufakis è il volontarismo, ossia pensare che la soluzione sia una questione di esercizio della volontà, che volere sia potere.

Purtroppo non è così.

Volere è potere se si parte dalle contraddizioni reali e soprattutto se nella proposta si tiene conto degli ostacoli reali. Altrimenti si va incontro alla sconfitta.

Ed è esattamente questo che è accaduto in Grecia l’anno scorso, quando Varoufakis condusse lunghe e fallimentari trattative con la speranza di ottenere dalle istituzioni europee condizioni accettabili.

Di fatto, Varoufakis sta proponendo la stessa ricetta che è fallita in Grecia e che lo ha condotto alle dimissioni.

Ora, pensa che la ricetta possa avere successo se applicata su scala europea.

Ma non è l’aumento della scala che annulla le condizioni oggettive.

Del resto, il problema non sta nella ottusità delle regole europee, dovute alla miopia di qualcuno, come pensa Varoufakis, che rimprovera a Renzi la mancanza dell’ambizione di richiedere un summit per riscrivere quelle regole.

L’architettura dell’euro nasce strutturalmente con uno scopo preciso su indicazione di classi sociali e interessi economici precisi, dei quali Renzi, come altri politici europei, è espressione organica.

Oggi, difendere l’integrazione europea o, peggio ancora, pensare che la crisi si risolva con più Europa, cioè con uno stato federale, finisce per offrire una stampella, per quanto involontaria, a un progetto reazionario che sta vacillando per le sue contraddizioni interne e per l’ostilità di ampi settori popolari e salariati (come è stato evidente in Inghilterra), molto più che per l’azione di forze populiste, xenofobe o di destra. Anche ridurre il dibattito tra chi è per il superamento e chi è per il mantenimento dell’euro ad uno scontro tra nazionalisti, di destra, e internazionalisti, di sinistra, è una semplificazione che non favorisce il dibattito interno alla sinistra europea.

Oggi, a differenza che negli anni ’30, il capitale non punta strategicamente sul nazionalismo bensì sul cosmopolitismo.

E questo sempre per ragioni oggettive, cioè perché il capitale è, nella sua fase storica di accumulazione globale, internazionalizzato.

La disgregazione dell’euro è sufficiente a risolvere le difficoltà dei lavoratori e della sinistra europea?

Certamente no, perché l’uscita dall’euro non abolisce i rapporti di produzione esistenti né crea di per sé rapporti di produzione alternativi.

Ma, d’altro canto, la disgregazione dell’euro è una condizione necessaria, per quanto non sufficiente, a ristabilire condizioni di lotta più favorevoli e a recuperare e allargare spazi di sovranità democratica e popolare, la cui eliminazione è stata determinata soprattutto dalla delega di importanti competenze economiche a organismi sovrannazionali e ai meccanismi autoregolati del mercato e della moneta unica.

L’inutilità del referendum greco dell’anno scorso ne è stata purtroppo esemplare dimostrazione.

Per questa ragione parlare di superamento dell’euro e, quindi, di recupero della sovranità democratica e popolare non può essere scambiato per nazionalismo.

Al contrario, si tratta di un elemento imprescindibile per la ridefinizione di un posizionamento e di un profilo adeguato non solo della sinistra dei singoli Paesi ma soprattutto della sinistra europea.

Il superamento dell’euro è forse l’unico elemento, in ogni caso il principale elemento, attorno al quale in questa fase storica si possano riaggregare i popoli europei e soprattutto la frammentata classe lavoratrice europea, i cui pezzi sono stati messi gli uni contro gli altri, e ricostruire così un vero internazionalismo europeo che oggi, non a caso, è pressoché inesistente.

12 Luglio 2016

fonte: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=603053596524801&set=pb.100004604973226.-2207520000.1500231980.&type=3&theater

 

LA PRIGIONE DI YANIS E QUELLA DEI GRECI (In morte di Diem25)

LA PRIGIONE DI YANIS E QUELLA DEI GRECI (In morte di Diem25)

Yanis in prison

 

di Massimo RIBAUDO

L’ex Ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ci ha mostrato la verità su quanto successe in Grecia dopo l’elezione di Alexis Tsipras, leader di Syriza a capo di una maggioranza di governo della sinistra che si autodefiniva radicale.

Così radicale, che dopo aver vinto, in modo glorioso, un referendum in cui il popolo greco testimoniava il suo fiero NO alle imposizioni del Memorandum della Troika, queste, formulate anche in modo più oneroso per il popolo greco, sono state accettate in modo completo da Alexis Tsipras, che ha addirittura espulso da Syriza tutti gli esponenti contrari a questo tradimento della democrazia nei confronti di un vero e proprio golpe politico e finanziario da parte della Commissione Europea, del FMI e della BCE.

Yanis Varoufakis ci ha permesso di sapere come e perché si sono arresi, con viltà, Tsipras e il suo partito.

E’ cronaca di questi giorni:

Solo lo scorso 25 gennaio il premier Alexis Tsipras  in udienza pubblica aveva promesso che non un altro euro sarebbe gravato sulle tasche del contribuente greco.

Oggi ha fatto il contrario, perché dall’inizio della crisi siamo in presenza del quarto taglio alle pensioni.

E’ ora difficile invece comprendere per quale motivo si sia arreso, e con la stessa viltà, proprio lui, Varoufakis, il teorico e promotore di Diem25, affermando che in Francia si debba votare Macron, uno degli esponenti ortodossi dell’ideologia ordoliberista tedesca che ha trascinato il popolo greco in catene.

Interessi personali? Forse, ma impossibili da verificare.

Yanis Varoufakis non è un marxista ortodosso, e forse non è mai stato marxista. Sì, ovviamente accetta l’interpretazione scientifica, e chiarissima, di Karl Marx, del modello capitalista ma è troppo inquinato dalle teorie dei modelli neoclassici: di quelle made in Usa, in particolare.

Quindi, di fondo, resta un liberale.

Il quale, dopo aver visto come è stata strangolata la Grecia e dopo averlo denunciato con coraggio, va ammesso, ora chiede di votare proprio per Emmanuel Macron che vuole applicare alla lettera le direttive di Bruxelles, per la Francia. Quelle direttive di austerità del settore pubblico, di morte totale del welfare e della dignità del lavoro, si pensi alla Loi de Travail, per distruggere lo Stato, come l’ordoliberismo vuole, lasciando sopravvivere soltanto la polizia e la giustizia per I ricchi che se la possono permettere.

Yanis ormai vuole vivere nella sua cella, come Diem 24, come Sinistra Italiana, MDP, PRC, come Possibile.

Perché agli altri compagni della prigione neoliberista si possono sempre vendere libri per farli sognare di uscire, o prendere qualche voto per sedere in Parlamento a far vedere che ci si oppone ai secondini.

Sapendo che non si potrà mai uscire. E questo lo ha proprio dimostrato chiedendo il voto per Macron.

Yanis Varoufakis, ascolta il grido dei giovani studenti francesi. Ricorda quando eri un ragazzo sulle spiagge greche.

Ni Patrie, Ni Padron, Ni Le Pen, Ni Macron.

E smetti di prendere in giro chi sogna un’Europa diversa. L’ Europa deve cadere. Al più presto.

 

p.s. Se volete leggere cosa Yanis Varoufakis sa dell’Euro e le sue contraddizioni, ecco i link della sua cronaca del golpe greco.

https://esseresinistra.wordpress.com/2015/09/02/la-primavera-di-atene-1-uno-spettro-si-aggira-per-leuropa-lo-spettro-della-democrazia/

https://esseresinistra.wordpress.com/2015/09/04/la-primavera-di-atene-2-la-medicina-tossica/

https://esseresinistra.wordpress.com/2015/09/08/la-primavera-di-atene-3-come-e-perche-hanno-organizzato-il-colpo-di-stato/

https://esseresinistra.wordpress.com/2015/09/13/la-primavera-di-atene-4-leuro-pone-gli-stati-e-le-popolazioni-in-un-conflitto-continuo/

https://esseresinistra.wordpress.com/2015/09/16/la-primavera-di-atene-5-una-crisi-europea-che-va-risolta-dai-popoli-europei/