VENEZUELA: DIRITTI DELLE DONNE E PARITÀ DI GENERE

VENEZUELA: DIRITTI DELLE DONNE E PARITÀ DI GENERE

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

Il Venezuela potrebbe essere definito sicuramente il paese più avanzato per i diritti sociali e di conseguenza civili, al mondo.
Infatti è l’unico paese che sancisce, inserendoli addirittura nel testo della costituzione, alcuni diritti fondamentali come il riconoscimento del valore sociale del lavoro domestico e altre misure fondamentali sulle libertà femminili.

Ora con la nuova Assemblea Nazionale Costituente si sta tentando di inserire tutti i diritti sociali sanciti dai governi socialisti di Chavez e Maduro nel nuovo testo costituzionale per rendere difficile, in caso di vittoria elettorale neoliberista, lo smantellamento veloce dello stato sociale come purtroppo sta avvenendo nell’Argentina di Macri e nel Brasile di Temer.

L’ANC, discuterà infatti un progetto di legge per la creazione dell’Istituto Nazionale per la Difesa dei Diritti della Donna con facoltà di punire la violenza di genere, considerata un problema sociale di Stato e di interesse pubblico.

Il presidente, Nicolas Maduro, ha presentato la proposta di includere nella nuova costituzione un capitolo completo dedicato alle donne, alla protezione e garanzia dello sviluppo integrale della loro vita.

Infatti, in questi anni di governo bolivariano, le donne hanno ottenuto moltissimo sia come conquiste sociali sia di potere ma non hanno ancora ottenuto una legge sull’interruzione di gravidanza, sempre rimandata o boicottata anche per la forte presenza delle chiese cattolica ed evangelica.

Le donne, dalla costituzione del 1999, hanno ottenuto altri diritti fondamentali come quelli sanciti dalla Ley Orgánica del Trabajo, Trabajadores y Trabajadoras, la quale stabilisce che le lavoratrici in stato interessante hanno diritto ad un riposo di sei settimane prima del parto e venti settimane dopo, durante le quali conservano il salario e il lavoro. Si prevedono inoltre orari flessibili per l’allattamento durante la giornata di lavoro.

Inoltre molti sono i progetti e le missioni del governo bolivariano a sostegno delle donne che spesso sono a capo della famiglia, con interventi quindi a sostegno di donne con figli.

Per lo sviluppo integrale della donna sono stati creati programmi e misiones sociales come il Banco de la Mujer, la Misión Madres del Barrio, Hogares de la Patria, il programma di finanziamento Soy Mujer, il Plan Nacional de Parto Humanizado.

Le donne hanno anche diritto per legge a metà delle cariche politiche elettive.

Esiste una legge contro la violenza di genere fin dal 2007 poi riformata nel 2014, per inserire come reato il femminicidio ma vi sono problemi applicativi e boicottaggi.
Anche per questo, a partire dal 1° Novembre, ha preso il via la campagna per il diritto delle donne ad una vita libera dalla violenza. La campagna durerà fino al 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, e sarà accompagnata dallo slogan: “La pace comincia in casa, basta violenza contro le donne“.
Per l’occasione, il Panteon Nazionale ed altri edifici storici, a Caracas, si sono illuminati di viola, il colore che rappresenta la lotta contro la violenza di genere.

Inaugurando l’iniziativa, la ministra del Poder Popular para la Mujer y la Igualdad de Género, Blanca Eekhout, ha detto che “non può esserci socialismo se la metà della popolazione è esclusa o maltrattata ed ha lanciato un appello agli uomini e alle donne venezuelani a sradicare la discriminazione di genere che contrasta con i valori di convivenza e di unità, propri del “socialismo femminista bolivariano”.

Ora è sempre più chiaro perchè il Venezuela chavista e bolivariano che riconosce i diritti dell’essere umano e particolarmente delle donne, dà tanto fastidio all’imperialismo e al neoliberismo imperante.

 

 

 

VENEZUELA: ELEZIONI REGIONALI VINCE LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA

VENEZUELA: ELEZIONI REGIONALI VINCE LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale del MovES

Domenica 15 ottobre si sono svolte in Venezuela le elezioni per i governatori delle 23 regioni del paese, elezioni a cui ha deciso di partecipare anche l’opposizione, salvo poi, come al solito non riconoscerne il risultato.
Le elezioni si sono svolte nella più assoluta normalità con l’ormai collaudato sistema elettronico che persino la fondazione Carter ha riconosciuto come il sistema elettorale più democratico e sicuro al mondo.

Il risultato con il 95,8% delle schede scrutinate da un risultato inequivocabile 17 regioni al “Polo patriottico!”, le formazioni politiche che sostengono il governo, 5 regioni alla “Mesa de Unidad Democratica – MUD”, raggruppamento dei partiti dell’opposizione di destra e estrema destra, 1 regione non ancora assegnata.

In termini percentuali il Polo patriottico avrebbe ottenuto il 54,8% e la MUD il 45,2% e la percentuale dei votanti, oltre il 61%, è la più alta registrata nelle elezioni regionali dopo la rivoluzione di Hugo Chavez.

Importante vittoria della rivoluzione, che pur perdendo in numero di regioni, nella passata legislatura ne controllava 20, mantiene, nonostante la guerra economica e mediatica il consenso della maggioranza della popolazione.

In 18 anni nel paese sudamericano si sono svolte ben 23 elezioni e l’opposizione ne ha vinte 2 di cui un referendum su una modifica costituzionale e le ultime elezioni parlamentari prima dell’elezione dell’assemblea Nazionale Costituente del 30 luglio u.s., elezioni parlamentari comunque poco influenti in un paese che come forma di governo è una repubblica presidenziale.

Il presidente Maduro in una intervista alla televisione nazionale VTV ha commentato: “è una grande vittoria della rivoluzione e della pace” e ha invitato tutti i partiti a riconoscere il risultato e a riprendere il dialogo.
I leader dell’opposizione al momento non riconoscono i risultati tranne che nelle regioni dove hanno vinto.

Cosa inventeranno gli USA, l’Unione Europea, i paesi vassalli dell’impero insieme alla destra neoliberista internazionale e alla destra neoliberista e fascista venezuelana per tentare ancora di rovesciare l’esperienza rivoluzionaria chavista? Lo vedremo nelle prossime settimane ma le prime avvisaglie si cominciano a delineare!

Già ci sono le prime dichiarazioni di Luis Almagro, segretario generale dell’OSA, Organizzazione degli Stati Americani, ho come giustamente l’aveva definita Fidel Castro il ministero delle colonie, che da buon maggiordomo di Washington dichiara: “Non è più tempo di risoluzioni o dichiarazioni l’opposizione dovrà unirsi alla gente e ai pochi leader che hanno capito che la cittadinanza del Venezuela chiede libertà e non è disposta a seguire le regole della dittatura“. Un invito neanche troppo mascherato al colpo di stato?

In rete circola un documento prodotto da un sedicente Movimiento Occidental Independiente, che propone la Republica Independiente de Merida, Tachira Y Zulia, tre degli stati conquistati dall’opposizione che costituiscono una mezzaluna al confine con la Colombia.

Nel volantino si forniscono i seguenti dati: Superficie: 620,39 kmq. Poblacion: 6.058.367 Hab. Gentilicio: Zuliano, Tachirense y merideño. Moneda: dolar. Actividad economica: La agricultura, el turismo, la ganaderia, la agroindustria, la truchicultura, las actividades de servicios asociadas a la universidad de Los Andes, la pesca, producción agricola de caña de azucar, café, caraota, ajo, cambur, papa, cebolla, tomate y platano, produccion de petroleo e hidrocarburos. Capital: por decidirse. Presidente: por decidirse.

Devono ancora decidere la capitale e il presidente, ma su una cosa non hanno dubbi: il dollaro sarà la loro moneta. A quando un referendum seccessionista?

Inoltre c’è una denuncia dell’eurodeputato Couso che segnala come già circolasse, prima dell’esito del voto, un documento dell’UE per il non riconoscimento delle elezioni in Venezuela.

Per ora qualcuno potrebbe far conoscere queste notizie ai principali quotidiani del mainstream, forse non le conoscono visto che nessuno ne parla, o forse stanno aspettando che qualcuno da Washington o da Miami suggerisca cosa dire.

LOMBARDIA E VENETO: DUE REFERENDUM INUTILI SE NON DANNOSI

LOMBARDIA E VENETO: DUE REFERENDUM INUTILI SE NON DANNOSI

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale del MovES

Lombardia e Veneto: due Referendum inutili se non dannosi.
Due Referendum promossi dalla Lega di Salvini per sostenere una richiesta di maggiore autonomia regionale. Richiesta a Chi? Per ottenere cosa? Per farne cosa?

Anzitutto possiamo notare come tutti i principali partiti nelle due regioni si sono schierati per il sì ai quesiti. Questo dovrebbe essere il primo segnale d’allarme: i partiti di Renzi, Berlusconi, Salvini, Di Maio e persino della Meloni sono contendenti a livello nazionale, ma alleati di fatto su un Referendum regionale che non cambia nulla o che – e lo vedremo più avanti – potrebbe persino peggiorare le cose per i cittadini.

L’opposizione ai Referendum è sostenuta solo da alcune forze della sinistra antiliberista, alcuni movimenti sociali e sindacali di base con pochissima possibilità di avere spazi per poter informare sul perchè della scelta.

Come mai questo unanimismo? Forse perchè questi quesiti sono inutili, non cambiano nulla e non disturbano i manovratori?

Si dice da parte dei due Presidenti Regionali che il Referendum viene fatto per sentire la volontà popolare. Ma è vero? Assolutamente no!
Questi quesiti referendari non fanno domande precise: le uniche sulle quali il pronunciamento popolare potrebbe davvero decidere e contare.

Pensate, nell’ordine, al referendum greco sul memorandum della Troika, quello sulla Brexit, quello nostro costituzionale o quello sull’iindipendenza della Catalogna? Ecco, quelle consultazioni con il voto di domani in Lombardia e Veneto non c’entrano nulla. C’erano invece domande chiare che esigevano altrettante risposte chiare e infatti la politica ha faticato a reggere il responso popolare quando non lo ha rinnegato.

Questi referendum in realtà non chiedono nulla e sono perfettamente adatti a quelle forze politiche italiane che sono abituate a rinnegare i programmi subito dopo averli varati. Tutti sono impegnati sul nulla.
I due quesiti sono molto simili, quello veneto chiede solo: “Volete più autonomia?”
Quello lombardo aggiunge qualche accenno al rispetto dell’unità nazionale e della Costituzione e fa esplicita richiesta di più risorse.

Ma QUALI risorse?

L’Italia deve rispettare il Fiscal Compact, quello che Renzi e Salvini dicono di voler cambiare che è stato inserito nella Costituzione.
La modifica dell’articolo 81 della Costituzione, riguardante appunto l’introduzione del Fiscal Compact, è un atto devastante della nostra democrazia, compiuto quasi alla unanimità dal Parlamento precedente.

Ci sono poi il Patto di Stabilità che impedisce l’autonomia di spesa degli enti locali e il controllo diretto della UE sui bilanci pubblici.
Come si può chiedere più autonomia e più risorse per le regioni se tutto il meccanismo di governo imposto dalla Unione Europea impedisce ogni libertà di spesa a tutte le istituzioni pubbliche?

Immaginate cosa accadrebbe se Maroni e Zaia, Presidenti delle due regioni più ricche del paese che assieme hanno un quarto della popolazione, promuovessero una loro iniziativa istituzionale per cancellare il Fiscal Compact e il Patto di Stabilità.
Questa proposta sì, che avrebbe bisogno del consenso popolare proprio perché si tratterebbe di imporre allo Stato una diversa politica economica che ovviamente andrebbe in conflitto con i vincoli europei.

Invece Lega Nord e tutte le principali forze politiche italiane sono oggi appiattite nella difesa di questa Unione Europea.

Meglio quindi chiedere un’autonomia che non è consentita a nessuno e fare domande che non vogliono dire nulla nel sistema economico governato dalla Troika. Meglio un Referendum finto che impegnarsi davvero in un conflitto col potere centrale.

I due Referendum non propongono una reale ristrutturazione delle spese dello Stato e delle Regioni, richiedono solo più risorse alle Regioni del nord a scapito di quelle del sud, ma nemmeno una proposta iniqua di questo tipo può essere consentita dai vincoli di bilancio, vincoli per altro non contestati dai due Presidenti.

L’ipotesi più probabile, invece, è che dietro questi inutili quesiti se ne nasconda uno vero e molto più pericoloso, proprio considerando che i Referendum sono entusiasticamente accolti nel mondo imprenditoriale: visto che non si possono avere più risorse pubbliche perchè ottenere più autonomia privatizzando?

I servizi come trasporti, scuola, servizi sociali e soprattutto sanità nelle due Regioni sono già ampiamente affidate ai privati.

Il sì richiesto ai cittadini serve dunque ad aumentare la connessione sempre più stretta tra pubblico e privato nella gestione dei servizi e dello stato sociale, dove Lombardia e Veneto sono già indiscutibilmente all’avanguardia.

Concluderei con un dettaglio tecnico sull’organizzazione pratica del Referendum in Lombardia, Referendum che costerà alla Regione 43 milioni di Euro circa: si voterà con un sistema elettronico attraverso tablet ma, nonostante le possibilità tecnologiche consentano senza troppe difficoltà la soluzione del problema, le postazioni non saranno adattate all’utilizzo in autonomia di non vedenti e ipovedenti.

 

 

 

LABOUR E CORBYN: DOVE VINCE LA SINISTRA

LABOUR E CORBYN: DOVE VINCE LA SINISTRA

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale MovES

Labour e Corbyn, dove la sinistra torna ad essere vera può vincere. Ovvero: dal letame nascono i fior.

Quando Jeremy Corbyn divenne segretario labour portò subito entusiasmo in una base laburista che sembrava ormai resa amorfa da anni di politiche neoliberiste e reazionarie della gestione Blair.

Corbyn dovette affrontare, sostenuto dalla base e soprattutto dai giovani laburisti, un durissimo scontro, forse non ancora terminato, con l’apparato di partito e la maggioranza del gruppo parlamentare che nulla avevano più di sinistra.

In Gran Bretagna in questi anni sono successe cose che hanno ravvivato un entusiasmo alla politica di molte persone, oltre a Corbyn il referendum sulla Brexit, dopo il quale Corbyn si è mosso con abilità riuscendo a dare alla scelta popolare a favore dell’uscita dalla UE una prospettiva sociale e solidaristica e non xenofoba e individualistica come era voluta dalle destre pro-Brexit.

Nonostante avesse tutti contro, dalle destre interne ed esterne al partito, ai mezzi di comunicazione e informazione e all’entourage neoliberista europeo, Corbyn riuscì alle ultime elezioni a far crescere il consenso al partito in modo sorprendente per tutti gli osservatori e i sondaggisti.

Ora, in un momento in cui i conservatori, ogni tanto succede anche a loro, si stanno dividendo proprio su come portare avanti la trattativa con la UE sulla Brexit si profila uno scontro tra la premier Theresa May e il suo rivale, il ministro degli esteri Boris Johnson.

Scontro che potrebbe portare a nuove elezioni entro 6 mesi; i sondaggisti e persino i bookmakers danno molto probabile una vittoria Labour e un Jeremy Corbyn premier.

Persino molti giornali come il settimanale “The Economist”, che avevano contrastato le posizioni del segretario laburista che avrebbero portato, secondo loro, il Labour alla marginalità politica ora scrivono di probabile vittoria elettorale laburista.

“The Economist” scrive: “Sei mesi fa l’opposizione lottava per la sopravvivenza. Adesso si prepara per il governo”.

ARABIA SAUDITA: BUFALE PER CONTINUARE UN GENOCIDIO

ARABIA SAUDITA: BUFALE PER CONTINUARE UN GENOCIDIO

اطفال اليمن ضحية العنجهية السعودية
(trad: Bambini nello Yemen vittime dell’Arabia Saudita)

 

di Dario BIANZANI – Coordinatore Nazionale MovES

Arabia saudita: imperialismo, neoliberismo, petromonarchia e bufale per continuare un genocidio.

L’Arabia Saudita è da sempre, insieme ad Israele, il gendarme dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente.
Per comprendere i meccanismi che hanno portato, nell’ultimo secolo, alle grandi tragedie successe in Medio Oriente basta guardare a quello che dal 2015 sta succedendo nello Yemen, dove una guerra che, pur avendo anche risvolti di guerra civile, è in gran parte una guerra di stampo imperialistico e coloniale.

Yemen dove, a seguito della rivolta della popolazione sciita rappresentata dagli Houthi, vi è stata un’invasione da parte di una coalizione di paesi sunniti guidata dall’Arabia Saudita.

Questa situazione ha provocato almeno 8000, civili uccisi di cui 1500 bambini.
Un’epidemia di colera, scoppiata a causa del blocco aereo, terrestre e navale organizzato dalla coalizione a guida saudita per piegare la popolazione ha provocato almeno 1800 vittime e vi sono circa 400 mila casi sospetti in tutto il paese. Milioni di persone sono in fuga da una drammatica situazione che l’Onu definisce “la più grande crisi umanitaria nel mondo“.

La coalizione a guida saudita che è sostenuta anche da paesi come Stati Uniti, Francia e Regno Unito, che ne forniscono l’intelligence militare, è stata più volte criticata per l’efferratezza delle sue operazioni militari.

Ma la comunità internazionale ha reagito sempre in modo tiepido e il consiglio di sicurezza dell’Onu, come spesso succede, non riesce a prendere decisioni significative e nemmeno ad organizzare una commissione di inchiesta indipendente.
Questo grazie al ruolo di USA e Regno Unito nonchè alle minacce di ripercussioni economiche fatte ad altri paesi dalla petromonarchia saudita che, tra l’altro, cerca di ricrearsi una certa verginità nell’opinione pubblica diffondendo false notizie su un’improbabile apertura della società saudita.

Alcuni giorni fa, infatti, è circolata una notizia che indicherebbe come prossima la possibilità che anche le donne saudite possano avere la patente di guida e possedere un’automobile anche se con alcuni limiti.
Peccato che questa notizia viene ampiamente diffusa dalla stampa occidentale ma che in Arabia Saudita nessuno ne conosce l’esistenza.

Non è che magari il re Saud cerca di farsi vedere come un modernizzatore per poter continuare a fare ciò che vuole nella penisola araba?

E ai governi come il nostro non è che fa comodo così, per poter continuare a fornire armi ai sauditi che le useranno per continuare ad uccidere nello Yemen?