PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

PENSIONI: MA LA CLASSE LAVORATRICE CI VA IN PARADISO?

 

di Massimiliano DE ANGELIS – Coordinatore Nazionale del MovES

La classe lavoratrice in Paradiso? Solo se esce viva dall’inferno che le ha preparato e servito il governo.

Dice il sito del Ministero del lavoro che “la previdenza complementare (FONDINPS, ndr) è disciplinata dal D. Lgs. nr 25 del 5 dicembre 2005 e rappresenta un sistema pensionistico il cui scopo è quello di integrare la previdenza di base obbligatoria” (i cosiddetti contributi obbligatori a carico del datore di lavoro, ndr).

E ancora: “Essa ha come obiettivo quello di concorrere ad assicurare al lavoratore un livello adeguato di tutela pensionistica, insieme alle prestazioni garantite dal sistema” di base in età pensionistica.

Altro non sarebbe che la pensione integrativa in mancanza di forme pensionistiche di riferimento per una ormai larga fascia di lavoratori e risulta quindi “costituita dai contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro alla forma pensionistica complementare e dai rendimenti ottenuti, al netto dei costi, negli investimenti nei mercati finanziari dei contributi stessi.”

Come leggiamo sempre dal sito, tra i destinatari dei fondi pensione ci sono i lavoratori dipendenti privati e pubblici e i soci e i lavoratori dipendenti delle cooperative di produzione e lavoro.

Sempre da ciò che si legge, tra le varie tipologie dei fondi ci sono i fondi pensione negoziali, i quali sono istituiti dai rappresentanti dei lavoratori e dai datori di lavoro in ambito della contrattazione nazionale di settore o aziendali e l’adesione è libera e volontaria.

Il lavoratore dipendente, entro sei mesi dall’assunzione sulla scorta dei presupposti di cui parlavamo più sopra, si vede destinare la propria quota di TFR, dal proprio datore di lavoro, alla forma pensionistica complementare istituita appositamente presso l’INPS (appunto FONDINPS). Questo è quanto regolamentato in materia.

In sede di liquidazione anticipata per il lavoratore devono essere rispettati dei requisiti, sia che si decida di riscattare le proprie quote al 50% sia che nella totalità della somma.

Ed è qui che si svela l’arcano che io personalmente ho scoperto nel vuoto legislativo relativamente a ciò: ossia che per poter riscattare la propria quota è necessario che l’ultima azienda per la quale si ha lavorato abbia compilato, necessariamente, un modulo di liquidazione coi propri dati aziendali in base a dei requisiti richiesti al lavoratore.

Perciò il problema nasce quando la propria azienda di riferimento è ”sparita” o nel caso delle aziende che sono “scatole cinesi” dove con una serie di architettture mirate ad evadere e sfruttare al massimo il lavoratore nei suoi diritti, proprio grazie al lassismo degli organismi tenuti a vigilare, controllare, come succede spesso per tante società in Italia: se non vi è la società quindi che compili tale documento, di conseguenza non vi è alcuna possibilità per l’ex lavoratore di ritirare la propria somma.

Se poi sia che si rimanga disoccupati o che si trovi un lavoro in “nero” o retribuito coi voucher o altre forme di precariato, la situazione non cambia e l’avente diritto vede pian piano sparire il proprio denaro proprio per via dei costi di gestione sostenuti dal FONDINPS.

Questo vuoto fa in modo che il lavoratore in oggetto venga abusato ben due volte: sia dall’azienda per la quale ha lavorato che sparisce grazie al mancato controllo capillare degli organi preposti e, alla fine del percorso, non venga riconosciuto neanche dall’Ente Previdenziale che, mancante di documentazione che non ha controllato alla fonte nella sua esistenza, e non eroga il dovuto proprio perchè non contemplato.

Possono essere poche centinaia di euro o molte migliaia per coloro con oltre dieci anni di lavoro (dalla data di entrata in vigore della legge in materia) ma non cambia nella sostanza: molti lavoratori potrebbero avere questa brutta sorpresa col trascorrere degli anni lavorativi fino a perdere decine di migliaia di euro se non si mette mano a tale situazione.

C’è da domandarsi se il legislatore sia stato così “sprovveduto” o se quanto avviene sia stato intenzionale da parte del governo al fine di appianare i buchi e gli sprechi dell’INPS o per pagare i superstipendi o le superpensioni agli amministratori dello Stato.

A me personalmente un dubbio sulla seconda ipotesi viene, dato che negli ultimi anni è stato messo in atto un pesante attacco ai diritti dei lavoratori che sono comodi da usare come pronta cassa per il governo, un bancomat che non delude mai.

Lecito quindi pensare, viste le attuali condizioni cui il mercato del lavoro obbliga, che un terremoto avverrà da qui ai prossimi anni con buona pace della classe lavoratrice. Eterna, però, dopo aver vissuto all’inferno.