Renzi, il terrorismo e la cultura al tempo della “Buona Scuola”

Renzi, il terrorismo e la cultura al tempo della “Buona Scuola”

di Claudia PEPE
L’ex premier Matteo Renzi, (ma poi è mai stato ex?), dopo la strage di Barcellona ha dichiarato: “Bisogna investire in sicurezza, in controlli sempre maggiori, in presenza sempre più efficace delle forze dell’ordine Ma accanto a questi investimenti sulla sicurezza, dobbiamo investire in cultura. Loro ci vogliono morti, noi dobbiamo e vogliamo vivere”, prosegue Renzi su Facebook.
Bene, Renzi l’ex premier, ha parlato di cultura. A questo punto se si deve parlare di cultura mi sembra che l’ultima parola la debbano avere gli insegnanti. Gli ultimi intellettuali di questo Paese. Anche se per tutti siamo un fardello da denigrare e accusare.
Io non voglio parlare di Barcellona. Sappiamo che ci vogliono imporre la limitazione della libertà e dei diritti individuali quindi, ad azione corrisponde una reazione.
E la nostra reazione andrà verso questo: la limitazione delle libertà e dei diritti individuali.
Noi insegnanti siamo il primo tramite dopo la famiglia, a spiegare ai nostri ragazzi che queste strategie ignoranti conclamate da pochissimi squilibrati, devono essere abbattute dalla cultura, dalla conoscenza e dalla massima informazione.
Ma a questo punto mi chiedo, quale tempo avremo per educare i nostri ragazzi alla consapevolezza e alla comprensione di questo mondo che sta sanguinando?
Il nostro caro ex Premier dice che dobbiamo investire in cultura, ma di quale sapere parla? Quella che ci propinato con la “Buona Scuola?
Di quale cultura stiamo parlando? Faremo un progetto e un riassunto sulle imprese dell’’Isis che come primo scopo, vuole che noi interveniamo militarmente nel medio oriente?
Vuole che spieghiamo ai nostri ragazzi che la ragione come ci spiega bene Massimo Fontana è che se noi interveniamo in Medio Oriente lo facciamo con la guerra e la guerra crea il caos, il vuoto di potere e sofferenza per la popolazione?
Ma li, dove c’è il caos, il vuoto di potere e sofferenza per la popolazione, l’Isis nasce e prospera. E questo, secondo Renzi, lo possono fare i docenti che oltre ad insegnare il loro programma, a fare tutti gli aggiornamenti, oltre a riempire carte tutto il giorno, oltre a tutto il lavoro sommerso che continuiamo a denunciare, ancora ci parla di investire nella cultura?
L’ex premier ha investito nella Scuola, cercando di distruggerla. La cultura di questa parte politica non è stata mai una fisionomia della “Buona Scuola”, la cultura raffigurata dall’ex premier, sono stati bonus e i vari premi per chi china il capo davanti al Gran Capo. Bonus per imbonirci, per comprare i nostri voti, voti che noi insegnanti non gli daremo mai.
La parola cultura è difficile da comprendere per i politici, perché l’istruzione contrasta l’asservimento.
Abbiamo visto ultimamente come abbiamo investito nella civiltà di Governo: tagli, liceo breve, un contratto ancora fermo da 8 anni. E questo è investire nella civiltà Sig. ex Premier?
Ridate dignità al docente portando gli stipendi al pari di tutti i paesi europei, perché la scuola siamo noi insegnanti. E lasci stare questa benedetta Scuola, pensi ai mille problemi che ha.

La Scuola è già in coma profondo grazie a Lei.
E questo, noi insegnanti, ce lo ricorderemo nella cabina elettorale.
Investiamo nella cultura, certo, ma dateci gli strumenti per farlo.
Tempo pieno, compresenze, allungamento dei cicli scolastici, docenti, materiali.
Gessetti colorati, e perché no, l’aumento del nostro stipendio.

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MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

MINISTRA FEDELI: LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO

 

di Jean DE MILLE

Mi è difficile, in questi giorni, non abusare del sarcasmo: quasi che la ragione, il discorso argomentato e razionale, rifiuti di piegarsi alla tristezza circostante, a un paese svuotato di umanità e di senso, dove salvare un migrante rappresenta un crimine, dove l’egoismo meschino conquista quotidianamente nuove fette del mercato politico, dove la miopia e la stupidità regnano incontrastate.

Oggi è la volta della sperimentazione di un percorso breve per i licei: una riduzione del ciclo di studi a quattro anni, che si affianca al degrado dell’alternanza scuola-lavoro.

La nostra deprecabile classe dirigente rimarca in questo modo quanto sia inutile la cultura in questo paese.

Un paese condannato dalle scelte politiche ed imprenditoriali ad occupare un posto di retroguardia nel mercato globale, a competere coi paesi emergenti contraendo salari e diritti sociali, a difendere la nicchia decrescente del proprio benessere con la più spietata guerra di classe condotta contro i poveri, non importa se indigeni o di altra provenienza.

La riduzione del percorso di studi, la decapitazione della scuola pubblica, segna ancora una volta il regresso complessivo del paese, e la sua consapevole rinuncia a investimenti culturali che nessuna politica indirizzata allo sviluppo economico sarebbe in grado di valorizzare. Siamo, e saremo sempre più, una nazione di analfabeti.

Con un lavoro da analfabeti, un futuro da analfabeti, e la prospettiva quasi certa di vivere una vita di merda!

SULLA NATURA UMANA

SULLA NATURA UMANA

di Potnia THERON

Prima di farmi un profilo Facebook, avevo solo un vago presagio sul mondo che mi circonda, un sospetto, un’intuizione che – credevo –, non andava immune da quella sospettosità misantropica e da quell’indole paranoica che mi contraddistingue.

In ogni faccia incontrata per la strada scorgevo un nemico, pronto a sferrare subdoli attacchi a ogni torno d’angolo; quando incontravo per via una persona con determinate caratteristiche, individuate dal mio occhio ricorrendo non raramente a categorie lombrosiane, mi voltavo quasi per un riflesso pavloviano per scorgere se si fosse a sua volta girata a riguardarmi, con l’intenzione di parlar male di me (ovviamente!) o di meglio studiare la mia figura, per colpirmi al momento opportuno.

La sera, sul tram, di ritorno a casa, tenevo stretto il mazzo di chiavi nel pugno, facendo passare ogni chiave fra le dita, sì da formare un rudimentale tirapugni.
Il mio occhio sempre vigile e sollecitato, con inesausta vocazione allarmistica, danzava frenetico sulle mie “dotazioni”, per studiare la possibilità di ricavare ogni dove un’arma da uno zaino, una cartella, una penna nell’astuccio, un taglierino nella tasca.

Riprovavo in cuor mio mille e mille volte l’assalto, la difesa. Provavo i colpi, li paravo.
Studiavo i punti precisi in cui sferrare il pugno, le vie di fuga da imboccare, le strade da evitare, i sentieri che è meglio non frequentare.

Ma poi, per quella stessa curiosità che spinge all’abisso, mi inoltravo in silenzio nei vicoli bui della città, mi aggiravo la notte quasi aspettando l’attacco… scrutavo i mostri nei volti sfatti dei tranvieri che smontavano il turno, indovinavo assassini nelle mani degli spazzini che gettavano la sigaretta dopo aver svuotato un cestino, immaginavo vortici di sadismo nel ghigno dell’infermiera che tornava a casa dopo la notte, con la testa appoggiata al finestrino.

Ogni rictus (*) involontario di quei volti scavati era per me indizio schiacciante di un’anima turbata, pronta ad esplodere.
Trasformavo le liti di condominio per un “Siegfried” un po’ troppo alto, per il cigolio troppo prolungato di una porta, in epiche avventure di resistenza e vagheggiavo di partigiani nel cortile condominiale… sospettavo la delatrice al quarto piano, quella che se si fosse stati nel ventennio – ne ero certa – ti avrebbe denunciato al comitato della razza.

Che dire di quello del primo piano, che, ancorché triste ritratto di checca, ti avrebbe mandato al confino a sciacquare i tuoi giorni attaccandoti addosso l’infamia di una denuncia “morale?

L’assemblea si tramutava in un’occasione straordinaria di studio, durante la quale, con lo sguardo dell’etologo, passavo in rassegna minuziosamente tutti i tratti dei partecipanti, il minimo movimento involontario, il contegno del viso, quel modo nervoso di lasciar vagolare gli occhi.

Testavo le tempre, le osservavo nei loro “duelli”, smontando il coraggio che sa solo parlare e divinando invece la forza omicida nell’omuncolo colto e misantropo.

Tentavo persino di penetrarne i gusti erotici, perché certo non possono essere disgiunti dall’intimo carattere dell’individuo. Nello sguardo lascivo che cadeva su uno stivaletto intrecciato, e chiuso quasi da fermare il sangue, si precisava il livore feticistico del collezionista che adora e non osa, nella sicumera tronfia dell’uomo virile si profilava la sua sottomissione tra le lenzuola domestiche, sull’affabile sorriso rossastro del buon parrocchiano lasciavo che si dischiudessero i castelli di De Sade: vi vedevo vergini imprigionate, violenze domestiche e catene trascinate per notti insonni.

Cullavo in me simili pensieri, consapevole della loro natura egotica e solipsistica, certa che non li avrei mai condivisi con anima viva.
Come avrei potuto condividerli, quando gli amici, i parenti, i conoscenti liquidavano tutti i miei sospetti con una diagnosi di paranoia? Eh certo, quella è paranoica! Psicosi! Ma figurati: non parlavano di te…Ha detto così…ebbene? Sei tu che ci romanzi sopra…che ti fai i film!

Eppure film e romanzi fanno la storia, ben più delle inutili azioni di popoli e guerrieri. Eppure i prodotti dell’arte sanno spiegare il reale ben più che gli accidenti del caso, prodotti del molteplice variegato. L’arte risponde all’intima vera coscienza dell’animo umano e delle ombre che in esso di adivano.

Oggi che ho Facebook, mi accorgo che i miei sospetti rimanevano sempre molto al di sotto del vero.

Quando leggo di tifosi di una squadra che arrivano ad augurare la morte al figlio di quello che era stato il loro eroe fino a un momento prima, fino a quando almeno un’altra squadra non lo ingaggiasse, mi rendo conto di come intravvedevo solo da lontano la miseria e la meschinità umana.

Quando leggo che è stato provvidenziale che un giovane pakistano sia morto, ché altrimenti dovevamo pagare per “farlo campare”, capisco che non c’è nessuna fiducia da nutrire in questo tristo animale, che nasce senza un pelo e, forse per questo, così miserevolmente vergognoso.

Quando leggo gli insulti, la cattiveria, l’invidia che, con codardia vile e meschina, si digita da una tastiera, nella placidità delle proprie stanze, si definisce in me lo schifo per il genere umano.

Arrivo a vagheggiare lo stato di natura, in cui simili perversioni della specie umana sarebbero falcidiate dalla strozzatura della selezione, non supererebbero la prima notte in savana, divorati dai leoni e lasciati poi in pasto agli avvoltoi, in una terra desolata dove albergano scorpioni e serpi velenose.

Quando osservo la serialità di commenti “coraggiosi” sento la pena e lo schifo e torno a sognare di guerre, guerre in cui non sporcherebbero un piede, ché, dal vero, non sarebbero in grado di dirti che dissentono da quello che dici.

Ci culliamo beati nel miraggio del nostro progresso, nel sogno pacifico di questa bella Europa che ha steso il suo manto sul tramonto dei popoli e, come una compassionevole regina, ci ha accolti quando giungemmo supplici, con il corpo dilaniato dai nostri nazionalismi, con le vesti sporche dei nostri regimi. Eppure, io lo so. Io sono sicura che non è cambiato niente.

Sono certa che se domani tornasse un regime quella del terzo piano mi denuncerebbe, quello del quinto manderebbe il mio amico al confine. Io sento la loro perfidia, corre sulla loro pelle, la sento in virtù di una sensibilità animale che si sviluppa quando a lungo si sia covata rabbia e paura.

Non sono lontani gli olocausti, i genocidi, la follia disumana. I delatori sono qui, nelle nostre città… le vili spie, gli squadristi che si rifugiano nell’abbraccio dei commilitoni sono in giro per le nostre strade.

Attendono solo il fischio di tromba, che dopo un lungo silenzio, li risvegli come se Rabbi Loew, improvvisamente, ficcasse lo schem (**) nella bocca di un golem immane.

Nulla è cambiato.

Nulla cambia, ché in fondo l’uomo è sempre lo stesso, sempre questo triste funambolo in bilico sul baratro dell’abisso più vasto: il peccato della ragione contro la natura.

 

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(*) rictus: contrazione spasmodica dei muscoli facciali periorali, per cui la bocca assume un atteggiamento simile al riso;
(**) schem: foglietto su quale scrivere la parola “EMET” da ripiegare e riporre sotto la lingua del Golem al fine di animarlo

COSA VUOI DIRMI SUI ROM?

COSA VUOI DIRMI SUI ROM?

Campo Rom - Magliana

di Antonio CAPUANO

Perdonatemi,

cosa si intende esattamente con frasi tipo “non si può pensare che tutti i Rom siano cattivi, ma nemmeno che siano tutti buoni ed avere così un atteggiamento buonista a prescindere…“?

In primo luogo, tale assunto è applicabile a tutto il genere umano, dato che è pacifico asserire, come buoni o cattivi ci siano in tutte le razze, classi e etnie, nessuna esclusa.

Ciò detto, nessuno vuole favorire i Rom rispetto ad altri, si vuole solo garantire pari accoglienza, assistenza e dignità ad ogni essere umano che ne palesi il bisogno, senza differenze culturali o etniche di sorta.

Perché vedete, mai come in fatto di solidarietà, accoglienza e integrazione, non sussiste di grazia, la via di mezzo che spesso si decanta, dato che non esistono esseri umani di serie A o di serie B, quindi o si è solidali con tutti o semplicemente non lo si è, punto.

In ultima istanza, chiedo venia per questa mia richiesta, ma si potrebbe gentilmente abolire l’obbrobrioso termine “buonista”?

Da quando un concetto puro e nobile come la bontà, ha assunto un accezione negativa o è divenuto condannabile?

Siamo alla morte della società civile, bontà vostra.

Sto esagerando? Non credo, perché il declino di un Popolo inizia sempre dal impoverimento del bagaglio lessicale dello stesso, più una lingua è chiusa e incerta sul senso della parole di cui si serve e più essa divide.

Lo dice la storia…

SIA CASA O SCIALUPPA, LA SINISTRA DEVE ESSERE AFFIDABILE

SIA CASA O SCIALUPPA, LA SINISTRA DEVE ESSERE AFFIDABILE

Costruire nave

di Gualtiero VIA

Molte persone in queste settimane stanno guardando con grande fiducia al ruolo e alla proposta rappresentate da Anna Falcone nel tentare di unire le forze a sinistra del PD.

Se ne sta discutendo – di questo ma anche di molto altro – anche nel Movimento Essere Sinistra (MovES), alle cui posizioni mi sento particolarmente vicino.

In più di un caso ho visto come le qualità personali e la competenza di Anna Falcone siano avvalorate come garanzia dell’affidabilità del suo tentativo.

Dirò, su questi argomenti, alcune cose di cui mi sono in questi anni convinto.

Lo so che ad avanzare riserve su un progetto di unità della sinistra è facilissimo essere etichettati come “duri e puri a cui non interessa vincere”. Chi mi conosce saprà se sono così etichettabile. Quelli a cui non interessa ragionare possono fermarsi qui.

Tutti/e le/gli altri/e spero vorranno continuare a leggere.

Una premessa: a me della “unità dalla sinistra” in sé e per sé non importa più nulla. NULLA.

Mi può interessare se essa è (o diventa) un mezzo efficace per le battaglie cruciali, urgenti, necessarie che incombono.

Queste battaglie secondo me sono: creazione di posti di lavoro (veri), uscita dal fiscal compact e dall’euro e comunque dall’austerità, giustizia sociale, rilancio del pubblico, ambiente, pace (vera). Mi fermo (tralascio ricerca e istruzione e altre cose), spero che ci capiamo.

Su tutto e tutti, rispondere a quella che chiamo crisi educativa e morale.

Allora, dicevo che non trovo decisivo l’argomento che il proponente di un progetto (idea, appello, ecc.) è molto credibile, stimabile professionalmente, ecc.

Mi darete ragione, spero, se ricordo che la competenza in un campo specifico, da specialista, da sola non garantisce nulla. Lo dice l’esperienza.

Dirò una cosa che forse a qualcuno potrà suonare bestemmia, ma la politica è una tecnica e uno specialismo, molto specifici l’una e l’altro. Aggiungo subito: NON E’ SOLO QUELLO. Però quello è, intanto.

Uno dei pregi assoluti, a mio personale parere, del MovEs, che io ho scoperto da poco, è che mantiene (o rimette in auge) la elementare, normale razionalità politica, come metro di valutazione di cose, situazioni e proposte.

I motivi per cui imprese varie e diverse, degli ultimi decenni, non potevano che naufragare, erano ovvi e banali.

Girotondi, referendum dai quesiti ipertecnici e in realtà, effettivamente, toccanti cose marginali, unità finte volute da piccoli gruppi di leader in realtà esausti, vagheggiate “unità” o volontaristici collegamenti fra lotte territoriali, ciascuna, specifica e particolare, magistrati prestati alla politica con improvvisazione e superficialità assolute… Mi fermo per carità di patria.

Una tenda, un riparo improvvisato, si arrangia come si può e dove si può, e si fa prima a farlo che a parlarne.

E passata la notte lo si disfa, o abbandona.

Non così, però, una casa. Non così una scialuppa, se ci si deve affrontare il mare aperto.

Che sia più casa o scialuppa quello che dobbiamo costruire dobbiamo capirlo insieme, ed è cruciale, ma quale che sia la risposta, dev’essere un qualcosa in cui crediamo davvero, tutti/e, e che potremo non solo sentire nostro, ma in cui potremo sentirci in piena coscienza di invitare tanti, tanti, tanti altri/e, chiunque si renda disponibile.

Per questo le scorciatoie non esistono.

Una casa sta in piedi e offre riparo o no.

Una scialuppa tiene il mare ed è ben governabile o no.

In questo, i materiali e il progetto sono decisivi. E’ così.

La realtà funziona così. La vita funziona così. Quando dico che la politica è “una tecnica” è questo che intendo.

Una cosa può funzionare quando i suoi materiali e il progetto con cui è realizzata danno affidabilità, non quando una persona onesta, ma non strettamente qualificata (come leader politico, dico), per buona volontà e ottimismo ce la consiglia.

Dobbiamo essere molto esigenti, intanto con noi stessi, perché poi verremo richiesti di affidabilità da chi non conosciamo, da chi è diverso da noi, da chi è distante da noi (se ciò non avvenisse vorrebbe dire che non riusciamo ad uscire da recinti limitati, penso io).

L’ho fatta troppo lunga, scusatemi.

Queste cose dobbiamo dirci e chiarirci, credo, con grande onestà.

Amicus Plato, sed magis amica veritas.