NOEMI DURINI, VITTIMA DEI CLAN PATRIARCALI

NOEMI DURINI, VITTIMA DEI CLAN PATRIARCALI

 

di Potnia THERON

Sono veramente schifata dal caso di Noemi Durini.
Che cosa può esserci nella mente di un diciassettenne che picchia la fidanzata?
Non un uomo fatto, sposato, d’altri tempi. No: un diciassettenne.

Non si venga a dire che in questo paese i maschi non hanno un problema serio.
Quel ragazzo è il frutto di un marciume morale, culturale ed estetico.

Non si invochino ad attenuante la droga e i TSO. Non sono pazzi: sono marci.
Respirano in famiglia questo maschilismo orribile: non è un caso che il padre lo abbia aiutato.
Ecco un delitto di un clan maschile in piena regola.

Tutti i maschi, quasi nessuno escluso, chi con manifestazioni evidenti, chi in modo più subdolo e quasi serpeggiante. così sono i nostri maschi: c’è chi picchia e chi, molto borghesemente, ci considera tutte puttane.

E lo Stato, il nostro bello Stato, è il referto più orribile del patriarcato imperante.
Non solo le denunce della madre della ragazza non hanno avuto alcuna conseguenza tale da impedire il delitto, ma addirittura – è di poche ore fa la notizia – pare fosse previsto per i prossimi giorni un provvedimento del tribunale in forza del quale la ragazza sarebbe stata presa in carico dagli assistenti sociali.

LA ragazza?????? La ragazza? La vittima?
Qui siamo veramente ai pazzi. Spero di avere capito male.

Non si pensa neanche lontanamente a mandare quello schifoso stupratore e violento ai lavori forzati con la catena al piede nelle piantagioni. No.
Si pensa di prendere in carico la vittima. Vergognoso!

Che solerzia poi! Non di rado, appena un bambino fa un “disegno sospetto” apriti cielo… ma qui con denunce registrate, testimoni e certezze ci impiegano mesi.
Che schifo!

PUTTANA DALLA VITA IN SU

PUTTANA DALLA VITA IN SU

 

di Ivana FABRIS

Puttana dalla vita in su…
Questo è una donna nell’immaginario di tanti, troppi uomini.

Adesso non diteci che non dobbiamo dare visibilità a questo signore, che sia bene lasciarlo sprofondare nel mare magnum della rete.

Non ditecelo perchè le sue parole sono ancora un barbaro e retrivo sentire comune e VA DENUNCIATO, va portato alla luce, va messo sotto ai riflettori.
Bisogna ritornare alla riprovazione sociale, fenomeno che non conosciamo purtroppo più.

Siamo passati da un moralismo integralista ad un conformismo borghese che scambia libertà con liberismo che nel caso dell’abuso dello stato di ebrezza di una donna come a Firenze (qualora fosse confermata l’ipotesi) o di uno stupro, si declina sulla cultura patriarcale del dominio. Quella che da secoli pone la donna in uno stato di sudditanza e di subalternità.

La sola differenza tra lui e moltissimi che invece hanno meno tracotanza e arroganza, è che ha la spudoratezza di dire a voce alta “puttana dalla vita in su” mentre molti altri lo pensano ma evitano di scriverlo sui social o dirlo dinnanzi a più persone.

E si sente così al sicuro da scrivere una simile violenta oscenità su un social frequentatissimo da milioni di persone, perchè sa che la violenza verbale, quella psicologica e fisica contro una donna, non vengono perseguite come meriterebbero.
Perchè con quel suo “puttana dalla vita in su” sa di poter incontrare il favore fra tanti che sono impregnati dalla cultura del machismo dominante, figlia di un patriarcato che non si vuole che scompaia. Proprio così, non si vuole.

Non vuole il sistema per svariate ragioni che passano dalla cultura del controllo e della sottomissione della forza delle donne, agli interessi economici ad esse collegati e attraverso i quali il sistema trae grande profitto proprio sfruttandole in molti ambiti e per tanti aspetti.
Non lo vogliono le famiglie che in partenza educano le figlie ad accettare e tollerare di dover stare un passo indietro nel sistema produttivo subendo abusi e dominanza di ogni genere e nelle dinamiche famigliari o nel votarle alle cure parentali per definizione.

Solo e sempre merce per il profitto, per il guadagno…se il potere patriarcale che vive nella parte produttiva del sistema e nelle famiglie, ottiene quel grande profitto è proprio grazie alla cultura del dominio delle donne, di cui lo stupro e la violenza di ogni forma e genere, sono le armi più efficaci per mantenerne il controllo.

Questo signore, pertanto, che ha scritto “puttana dalla vita in su”, altri non è che l’esempio luminoso di come l’idea del corpo di una donna sia solo carne esposta nel libero mercato e in cui è molto comodo dire che se hai una vita sessuale libera sei una puttana.

Cos’è cambiato in 50 anni, dunque?
Nulla. Le donne che vivono liberamente il proprio corpo e la propria sessualità, sono apostrofate oggi, come ieri con il solito titolo: puttana.

Ma la ragione non è mai stata e non sarà MAI la libertà sessuale, bensì il continuare a volersi sottrarre ad un dominio che ha sempre voluto usare il corpo e la sessualità delle donne come feticcio e come alibi per poter esplicitare le peggiori forme di repressione quali la violenza di ogni genere e lo stupro, per ottenere dominio, controllo e profitto.

È così che nasce una puttana per questa società che avalla e propala la sua cultura sotto forma di terrorismo fisico e verbale, dato come agisce, come colpisce trasversalmente, come semina paura e genera sottomissione.

E usa tutti i mezzi, mezzi cui troppo spesso non badiamo o che sottovalutiamo ritenendoli innocui.
Per comprendere meglio, basterebbe solo pensare che si parla di stupri come se non riguardassero PERSONE con sentimenti e psiche, come se fossero solo corpi in cui qualche depravato scarica le proprie frustrazioni e si svuota della propria malata libidine ma soprattutto come se stupro fosse solo una parola e non un corpo ferito e umiliato insieme ad una mente. Come se non riguardasse il pensiero di quelle persone violate fin nel profondo.

Solo il resoconto dello stupro di Rimini, sbattuto in prima pagina da quotidiani come Libero e il Giornale, sono uno stupro nello stupro.
Abusano TOTALMENTE di quella donna anche i direttori di quei giornali che decidono di far uscire un simile dettagliato resoconto al solo scopo di fomentare l’odio verso gli immigrati, come se una penetrazione abusata da un membro maschile dalla pelle scura, fosse diverso da quello agito da un membro maschile con la pelle bianca.

Questo di Libero e de il Giornale, forse, è persino peggiore di uno stupro fisico perchè è ideologico e per nulla diverso dal sentirsi dire puttana mentre ti violenta un aguzzino perchè sei l’oppositrice di un regime.

E a ben poco vale la difesa ad oltranza uscita successivamente. Anzi, per quanto afferma, peggiora enormemente le cose.

Ma temo che una riflessione dobbiamo farla anche noi tutti.
Noi frequentatori della rete e dei social che forse, in un certo qual modo e purtroppo inconsapevolmente, anche noi ne abusiamo quando prendiamo quella donna barbaramente massacrata a Rimini e ne discutiamo per giorni e giorni come se lei non avesse facoltà di leggere, come se non fosse presente, come se non fosse lei.

Denunciare e discutere sui social è d’obbligo ma farne motivo del contendere per interi giorni o settimane, rimpallando a destra e a manca, generando dispute in ognidove, forse è abuso del mezzo e di conseguenza ancora abuso anche della donna.
Perchè chi è stata vittima di un simile carnefice, di se stessa vorrebbe invece che sulla pubblica piazza non   parlasse più nessuno.

Vorrebbe solo silenzio attorno a sè, vorrebbe solo dimenticare che sia accaduto.
Vorrebbe avere il tempo di superare la vergogna che prova ad esser stata brutalizzata a quel modo ed ecco che si ritrova sbattuta in prima pagina sui quotidiani e dei TG o su tutti i social media.
Tutti i dettagli più sordidi e orrendi di quella violenza sotto agli occhi di chiunque, il suo corpo esposto sulla pubblica piazza in ogni infame passaggio di quei criminali sul suo corpo e nella sua mente.
E il tutto a beneficio di un pubblico ancora troppo voyeuristico che legge e immagina.
Vorrebbe poter tacitare e pacificare la sua vergogna e il suo senso di colpa che dopo uno stupro sono i sentimenti più devastanti che una donna prova.

Ed è perfettamente inutile dire che di quanto è avvenuto, la donna non ha colpa.
Qualunque donna sia stata violentata prova quei sentimenti e il silenzio pubblico generale attorno a sè, aiuta ad avviare il lungo e lento quanto doloroso percorso di riparazione di un danno che per giunta non si riparerà mai del tutto.

Invece no. È costretta a sapere che di quei dettagli più intimi delle azioni che quei farabutti hanno compiuto contro di lei, saprà tutta Italia, che entreranno nelle famiglie, che saranno la chiacchiera nei bar, che saranno appunto oggetto di giorni di discussione.

LEI, il suo corpo e la sua sofferenza, dunque, diventati appannaggio di tutti.
Il dolore condiviso è in se stesso riparazione, ma questo a cui abbiamo assistito per la donna di Rimini e per le ragazze di Firenze, non è condivisione, è oggettificazione del dolore.

Come non comprendere, dunque, il sentimento di vergogna che prova la vittima di un abuso grave che scopre di esser stata USATA nuovamente da giornalisti per i più laidi scopi?
Come non immaginare i suoi sentimenti nel sapere che tutta la nazione è al corrente di ogni istante che ha violato la sua intimità fisica e psichica e se ne occupa per le più disparate ragioni ma che raramente è davvero partecipe del suo dolore?
E se non sono stupri nello stupro questi, difficile dire cosa lo sia.

Inoltre lei sa che i dettagli del suo corpo intimo abusato, per i quali prova dolore e vergogna, andranno a beneficio dei perversi e depravati che si alimentano di resoconti degni di uno dei peggiori video di pornografia di questo genere.

Ma non solo. Proviamo un istante anche ad immaginare cosa possa provare sapendo che, quanto pubblicato, di fatto lavorerà contro altre donne alimentando la cultura dello stupro.

Saprà che il suo stupro potrà generare altre nuove vittime come lei perchè andrà a beneficio di chi, poi, può dire di qualunque donna: …puttana dalla vita in su.

 

 

STUPRO DI STATO

STUPRO DI STATO

Matteo Renzi e Debora Serracchiani

di Ivana FABRIS

La Signora Serracchiani, nonché presidente della regione Friuli Venezia-Giulia, due giorni fa e addirittura con una nota stampa (!) si è prodotta in uno dei passaggi più VERGOGNOSI della storia del nostro paese in questi ultimi anni.

Non esagero.

Per il contenuto violento, meschino, infimo e rivoltante della sua esternazione, le sue parole sono state uno schiaffo in piena faccia.

Per chi ha subito uno stupro.

Per chi, tra i migranti, è potenzialmente considerato dal pensiero dominante uno stupratore unicamente per la sua provenienza geografica.
Per chi, tra le vittime, ora saprà di aver subito un insulto meno grave per il solo fatto che a compierlo è stato un italiano e non un migrante.
In più, tanto per non farsi mancare nulla, sono state un aggravio anche sul piano del ‘divide et impera’: stuprate di serie A e stuprate di serie B.

La Signora Serracchiani non solo ha insultato tutte le donne nel loro essere esposte di continuo alla violenza fisica, ma ne ha insultato anche l’intelligenza ed ha alimentato un vergognoso sistema propagandistico che vuole come assodata, logica, normale e conclamata, la violenza contro le donne da parte dei migranti.

Non basta il razzismo della Lega, non basta la xenofobia dilagante nel paese, ci mancava lei.

Dall’alto del suo arrogante quanto vacuo linguaggio da lacchè del sistema renziano, ha osato alzare lo sguardo sulle vittime della violenza.

Ci dovrebbe anche spiegare, la Signora Serracchiani, in che misura uno stupro da parte di un migrante possa essere più grave di quello perpetrato da parte di un italiano.
Come se uno stupro non fosse uno stupro in sé, ma potesse essere davvero meno grave se a compierlo fosse un laureato alla Bocconi piuttosto di un letterato o di un impiegato solo perché nativi sul suolo italiano.

O voleva forse dire che se ad abusare, magari di una ragazzina, sono un padre, uno zio, un fratello, un conoscente, un parente o un perfetto sconosciuto, solo perché italiani, fa meno male?

Dall’alto della sua piccola torre d’avorio, ricavata grazie al divenire la favorita del re Sole Matteo, così incapace e disinteressata al compenetrarsi nel dolore di quel popolo che dovrebbe governare non solo in Friuli ma anche come appartenente al PD e quindi come forza di governo, lo sa la Signora Serracchiani cosa significhi essere stuprata?

Evidentemente no.

Così come è evidente che ogni argomento – senza minimamente preoccuparsi del danno che farà a chi è già stato danneggiato – è buono come strumento per procurarsi visibilità e fare audience prima di tutto per sé e, nel contempo, per il suo indegno partito pieno di indegni figuri.

D’altro canto non ci stupisce e neanche ci aspettiamo niente di meglio o di diverso dagli appartenenti ad un partito che, contro le donne, agisce ormai quotidianamente in ogni ambito in cui si esprima con leggi, decreti, provvedimenti e proclami.

Tuttavia non si può tacere dinnanzi alla protervia di simili affermazioni pronunciate solo per protagonismo viscerale associato al propagare una diffusa cultura dell’odio e della divisione.

La nostra Debora, evidentemente caduta ormai nel cono d’ombra che ha investito il suo re, doveva in qualche modo assurgere nuovamente all’attenzione del mainstream e poco conta se per farlo abbia vergognosamente violato, abusato, lei stessa, di tutte le vittime di stupro.

Certo, come donna, in politica se non assumi il dettato patriarcale, se non fai del maschilismo la tua cifra, nessuno ti considera.
Questa è la norma nel PD e nel sistema politico italiano.

Adesso si smentiranno le sue parole, si dirà che abbiamo tutti capito male.

Beh, lo sappia la Signora Serracchiani che a nulla varranno le giustificazioni che saranno diffuse a mezzo stampa sulle sue squallide parole.

A nulla servirà tentare di convincerci che ancora una volta abbiamo frainteso il loro senso.

A nulla servirà dire che lei voleva semplicemente asserire che proprio perché ospiti di un paese, si debba aver maggior rispetto anche in virtù dell’integrazione.

Se proprio fosse una questione di onorare l’ospitalità, inizi la Signora Serracchiani a levare i suoi piedi dal nostro corpo e dalla nostra intelligenza – visto che la stiamo ospitando nelle Istituzioni del nostro paese – risparmiando parole che sono in sé, un’istigazione alla violenza efferata su una violenza altrettanto efferata a prescindere da origine, etnia e posizione sociale.

Il corpo di una donna, violato da chicchessia, cara Signora Serracchiani, non è come entrare in casa d’altri.
Non basta infilarsi le pattine per non sporcare il pavimento giusto per non offendere l’accoglienza della padrona di casa.

Chi ha paura della cultura femminista?

Chi ha paura della cultura femminista?

Giovane donna

di Lea MELANDRI

Perché, mi chiedeva Rossana Rossanda, in uno degli ultimi incontri che abbiamo avuto in Italia, le donne oggi presenti in gran numero nella vita pubblica non riescono a cambiarla, perché il femminismo non è riuscito a generalizzare la sua cultura? E’ la stessa domanda che ci fece alla fine degli anni ’70 e che torna ancora oggi di sconfortante attualità.

Sono tentata di elencare, come faccio ormai da tempo, le difficoltà e gli ostacoli, esterni ed interni, che ha incontrato il movimento delle donne: la resistenza degli uomini ad abbandonare poteri e ruoli che considerano “connaturati” al loro sesso, e a cui fa da copertura più o meno consapevole la “neutralità”; l’intuizione, sia pure oscura e tenuta timorosamente a bada dalla sinistra, che mettere a tema la questione uomo-donna, come ricordava Pietro Ingrao già trent’anni fa, “comporta affrontare punti di fondo dell’origine della società in generale, investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualità e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro; incidere sulle forme di riproduzione della società, sul modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, forme e natura dell’assistenza” (Rossana Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1989).

E’ questa “rivoluzione” dell’ordine esistente – e quindi non solo la lotta contro governi conservatori, politici corrotti e antidemocratici- che spaventa?

Sono le angosce profonde, le insicurezze insopportabili di chi vede comparire nell’autonomia di pensiero delle donne lo spettro di una rimossa inermità e dipendenza infantile dal corpo che l’ha generato? 

Qualunque siano le ragioni e le forme che ha preso nel tempo la misoginia maschile, diffusa a destra come a sinistra, tra politici e intellettuali, capitalisti e lavoratori, nativi e migranti, l’interrogativo che più inquieta resta quello che riguarda le donne stesse, la loro rabbiosa acquiescenza, l’adattamento a ruoli tradizionali di ancelle o cortigiane, il profluvio di discorsi lamentosi sui famigliari da accudire, sulle carriere interrotte, sui meriti calpestati, sul doppio e triplo fardello di chi si trova oggi a far da ponte tra privato e pubblico.

Se la bontà come virtù ha perso smalto, non si può dire lo stesso per l’imperativo che vuole le donne “brave e belle”.

Non è forse questa l’immagine femminile che ci viene offerta indistintamente dagli schermi televisivi e dalla scena politica? Se non sono corpi-sfondo-cornice, esposti come specchi per le allodole anche in trasmissioni di carattere culturale, sono le diligenti segretarie che filtrano le mail e a cui il conduttore rivolge di tanto in tanto paterni sguardi, chiamandole confidenzialmente per nome.

Oppure sono loro stesse conduttrici, preferibilmente di bella presenza, preparate, impeccabili, attente e pazienti nell’ascolto come nella mediazione, in quell’arena di oratori scalmanati che sono ormai i dibattiti televisivi.

A quarant’anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di società – a partire dalla divisione tra privato e pubblico, identificata col diverso destino di un sesso e dell’altro -, non si può dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza e responsabilità nuove.

Quello che qualcuno ha chiamato sprezzantemente “piccoli cenacoli autoreferenziali”, residui di una “vecchia guardia” femminista preoccupata di mantenere la propria “egemonia, sono le centinaia di associazioni, gruppi, centri di documentazioni, biblioteche, librerie, case editrici, collettivi, case delle donne, centri antiviolenza, riviste, ecc., che hanno resistito finora all’arrogante messa sotto silenzio e marginalizzazione da parte della cultura dominante, custodi di un patrimonio di sapere che potrebbe dare risposte adeguate agli interrogativi del presente: personalizzazione della politica, populismo, razzismo, omofobia, trionfo della merce, esaurimento delle risorse naturali, crisi di un modello di sviluppo.

L’indignazione per le donne-oggetto, per lo scambio sesso-carriere, per la prostituzione trattata come opportunità di emancipazione femminile, ha portato anni fa un milione di donne e uomini nelle piazze.

Come mai allora tanto silenzio sulla cancellazione dell’intelligenza che ha saputo negli anni costruire un’immagine del maschile e del femminile fuori dagli stereotipi di genere, un’idea di individuo “intero”, né solo corpo né solo mente, la prospettiva di una collettività responsabile della conservazione della vita, di quello che è rimasto finora destino di un sesso solo?

Non c’è bisogno di richiamare l’attenzione, come abbiamo fatto tante volte, sui grandi eventi culturali – la Fiera del libro di Torino, il convegno annuale dei filosofi di Modena, ecc. – dove i libri e le riviste del femminismo sono pressoché assenti.

filosofi Modena

Nel suo delirante ma lucidissimo sessismo, Otto Weininger ebbe almeno il coraggio di scrivere che

“si può ben pretendere l’equiparazione giuridica dell’uomo e della 
donna senza perciò credere nella loro eguaglianza morale e intellettuale”.

Non mi sembra che, a oltre un secolo di distanza, si sia andati molto oltre.

 

(foto di proprietà di Margherita Fabris)

Quelle insospettabili violenze

Quelle insospettabili violenze

no

di Ivana FABRIS

In questa giornata vorrei fermarmi a riflettere su come ci focalizziamo sempre e solo sulla violenza fisica, contro le donne, ma in realtà è della violenza che si annida nelle pieghe del perbenismo, del conformismo, del moralismo di un certo pensiero borghese che ci dovremmo occupare e preoccupare maggiormente.

Perchè spesso il sessismo e la discriminazione, ma anche le patologie peggiori, nascono e si nutrono avidamente proprio da questi modelli sociali.

In generale ognuno pensa di volere che le donne italiane e non, si emancipino definitivamente e vedano riconosciuti i loro diritti che, ci tengo a ribadirlo, non sono di genere, ma sono UMANI.
Ma nei fatti, poi, non è così.

Praticamente tutti cadiamo in piccole o grandi trappole comunicative, in modelli preconfezionati dalla cultura patriarcale che ancora ammorba la nostra società e che, come un veleno, si insinua nelle nostre vene sin da piccoli anche a causa di un’educazione in cui l’idea della donna è ancora legata a doppio filo ad un’icona cattolico-moralista che la vede comunque in una posizione di subalternità rispetto all’uomo.

Proviamo solo a pensare che nell’immaginario collettivo, per esempio, una donna che nella sua vita sceglie di non diventare madre o di sposarsi (sì, anche quello, specialmente nella provincia italiana che costituisce una larga fetta del tessuto sociale del paese) viene vista come qualcuna che ha negato se stessa, una donna incompleta, una che ha “ripiegato” e che usa l’alibi della scelta consapevole, secondo la vulgata, e che alla fine viene considerata, a tutt’oggi, come una donna che ha una “marcia in meno” rispetto a tante altre che invece hanno scelto di avere figli.

Oppure soffermiamoci sull’insulto: verso le donne, anche da parte di altre donne, la prima parola che viene pronunciata spesso è “puttana”.
Inezia? No, semmai indicatore di come venga percepita la donna: corpo sessuato, moralmente esposto a continuo giudizio e a prescindere dal motivo per cui viene giudicata.

Ma più banalmente, vorrei dire a tutti che sarebbe ora di SMETTERE di usare la parola femminicidio.
Non esiste niente di più sessista di questo termine: quando si uccide una donna, è una persona alla quale si toglie la vita o solo all’appartenente ad una specie a sè stante dal genere umano?

Viviamo un ghetto comunicativo creato ad arte che mira a strutturare ghetti che difficilmente poi si scardinano e che a loro volta generano altri ghetti.

Che dire, poi, del fatto che il primo pensiero su una donna è legato alla sua avvenenza? Se non ci si crede, basterebbe parlare un po’ con quelle donne fuori dai canoni estetici prestabiliti dalla società, per capire quanto debbano faticare per guadagnarsi stima e rispetto in ogni ambito in cui si relazionino.

Ma pure le famiglie non scherzano. La bellezza è uno dei primi obiettivi cui tendono i nuclei famigliari verso una ragazza. Residua, quindi, un retropensiero più o meno inconscio, che senza bellezza non ci sarà incontro, quindi non ci sarà unione o matrimonio, quindi niente maternità, propaggine di una cultura ottocentesca mai morta che vedeva le figlie femmine come un capitale a perdere, atto solo alla riproduzione e da questo si può chiaramente intuire quale sia la concezione della famiglia italiana media sulle donne.

E delle pressioni che a causa di questo vengono esercitate? E l’autostima che non viene mai rafforzata adeguatamente in una ragazza, per non parlare poi di quando si traduce in disistima?
Indubbiamente rafforzare la personalità di una donna, significa che sarà poi più difficile piegarla ai dettami della società e del marito o della famiglia.

Ma è comunque vero che anche i ragazzi lo sentono come problema, quello della bellezza fisica, ma la società tende ad essere più benevola e tollerante verso un ragazzo meno belloccio rispetto a come si relaziona con una ragazza.

Non parliamo poi di quale sia il pensiero comune sulla libertà sessuale di una donna. E’ generalizzato che, se una donna ha una vita sessualmente e consapevolmente attiva, se ha molte relazioni nel corso della sua esistenza, c’è sempre anche se in minima parte, anche se non lo si dice a voce alta, una certa riprovazione.

Un uomo è un uomo, ha diritto di scegliere quante più partners perchè fa esperienza, una donna che si comporta allo stesso modo, “la dà all’ingrosso” quando il giudizio è, come dire, gentile.

La cosa sconcertante è che questo pensiero appartiene anche alle nuove generazioni, indistintamente, ragazze o ragazzi che siano.

Ci sarebbe poi da scrivere lungamente su come a tutt’oggi i rapporti uomo-donna siano determinati da equilibri instabili che ancora attingono ad una cultura che vede la supremazia maschile voler avere la meglio. E quando ciò accade, al di là delle soggettive convinzioni sull’essere a favore della parità, è di esercizio di potere che si parla, non certo di rapporti paritari.
Oggi molti uomini cercano una donna forte e consapevole ma poi pretendono che si uniformi e adegui al rispetto della figura maschile in quanto tale nel senso più ancestrale del termine.

Che per certi versi potrebbe anche starci, come concetto, ma quantomeno dovrebbe essere binario, ossia dovrebbe prevedere anche l’accettare che la propria compagna abbia i suoi meccanismi ancestrali che non sono solo regolati dalla biochimica del corpo ma anche da strutture mentali differenti senza per questo servirsene per continuare a denigrarla o per sminuirla.

Il senso è che ci vogliono forti ma poi molti temono che la nostra forza sia una sorta di dominio. Che spaventa, perchè evoca quello materno.

E adesso sarei pure curiosa di vedere le facce di molti tra quelli che stanno leggendo queste parole: il conflitto madre-figlio, il “male” assoluto.
In realtà un po’ esagero, ma nemmeno più di tanto perchè il condizionamento esiste ed è ancora preponderante anche nella sua ricaduta sul rapporto di coppia.

Non si contano i conflitti più o meno acclarati che una coppia vive a causa di questo perchè purtroppo non si contano le madri che esercitano un potere esclusivo sui figli maschi, madri che sono soffocanti la personalità di un uomo, che ne detengono un controllo feroce anche nell’età adulta, che non li svezzano mai, mantenendo vivo e pulsante un cordone ombelicale che diviene fortemente limitativo e persino castrante, che vede figure materne ergersi ad icone del martirio dal vago sapore mariano, pur di piegare la volontà dei figli maschi assoggettandoli ad un senso di colpa millenario.

Ed è così che una madre diviene conflitto ed è così che un figlio, il più delle volte inconsciamente, vedrà in ogni donna una potenziale rappresentante di quel modello di madre-matrigna.

Ed è così che una donna forte che un uomo si sceglie per compagna, diviene un potenziale nemico. Talvolta fino a slatentizzare vere e proprie patologie che radicano nel dominio e che, allo stesso tempo, attingono dal dominio e fino alle estreme conseguenze.

L’altra faccia della medaglia, invece, è quella di chi per almeno un trentennio ha creduto che emanciparsi significasse, come donne, di farsi trattare al pari di come vengono trattano gli uomini. E, negli ambienti di lavoro, questo meccanismo ha rivelato tutti gli aspetti perversi dei modelli che ci hanno propinato.

Io, invece, rivendico la mia specificità di donna ed esigo di avere il diritto di affermare di esserlo esprimendo la mia autenticità e la mia libertà di essere ciò che sono, nel mio femminile e nel mio maschile, ma altrettanto esigo il diritto ad essere riconosciuta e protetta, nel mio desiderio di maternità.

Perchè dico questo? Perchè gli ultimi 30 anni hanno dimostrato che siamo diventate uomini rimanendo donne, ma giusto per un bisogno imposto da una società predatrice di diritti in cambio di omologazione.
E ci siamo trovate così, senza nemmeno rendercene conto, a fare bambini che poi non possiamo crescere e ci convinciamo che sia giusto così, a danno dei bambini stessi e a danno del nostro bisogno di esprimere il nostro materno.

Ma la cosa paradossale, è la guerra che ci fanno le donne stesse, quelle che hanno assunto con orgoglio e in tutto e per tutto, il ruolo maschile all’interno della società, e che quando affermi di voler crescere tuo figlio almeno fino all’anno e mezzo, ti tacciano di essere “mammona”.

Povere, mi fanno quasi compassione, per come hanno perso la loro identità pur di sanare le loro frustrazioni e appagare le loro ambizioni o per un insano senso di rivalsa, perchè in realtà non sanno che è l’esatto contrario, ovvero che se è ad avere un figlio indipendente affettivamente e non, che si tende, allora gli si dovrà dare il tempo di maturare quel distacco necessario e che questo richiede tempi specifici di maturazione nella crescita emozionale di OGNI bambino.

E siamo state, così, sfruttate due volte: come esseri umani e come donne che non hanno MAI potuto esercitare il diritto di scegliere di essere se stesse.
E siamo state costrette, così, a piazzare i nostri figli di qui e di là nelle varie strutture che la società ancora ci fornisce, parcheggiandoli come pacchi postali pur di far fronte alle necessità lavorative, sentendoci in colpa verso i figli, in colpa verso una società estremamente esigente ma anche giudicante e frustrate nel non poter vivere serenamente la maternità.

Ci parlino pure del lavoro, le tante che hanno stuoli di tate, baby-sitter, colf e varie altre figure sostitutive, ma la realtà dei fatti è che non è negando se stesse che ci si afferma. E va detto pure che, mediamente, le donne non hanno la possibilità economica di farsi coadiuvare nel proprio vissuto quotidiano e che la sola risultante, alla fine, è quella di vivere una condizione di sfruttamento che non ha eguali e una negazione continua di sè in nome di un’emancipazione fittizia, oserei dire manipolatoria, per come ci è stata concessa e venduta dal sistema.

La cosa tragica, in tutto questo, è che non siamo minimamente consapevoli dei perchè.

Poche donne, purtroppo, si rendono conto che ogni manifestazione della violenza quotidiana che una donna subisce, mira alla destrutturazione della forza della donna stessa.

Lo diciamo tutte perchè tutte siamo sicure che la forza, la resistenza, la capacità di sopportazione della fatica e del dolore, in una donna sono elevatissime.
Altrettanto sappiamo tutte che è una donna quella che in generale riesce a far fronte a casa, lavoro, figli, famiglia originaria e non.

Sappiamo tutte che la vera forza, il vero traino sociale è proprio la donna.
Ma non siamo abbastanza consapevoli che solo piegandoci diventiamo “governabili” per la società. Una società che il sistema erige a sua immagine e somiglianza, in cui, quindi, lo sfruttamento e l’annichilimento di una forza potenzialmente pericolosa per il sistema di potere, è il suo fine primo.

Una società, dunque, in cui la cultura patriarcale è uno dei meccanismi più distruttivi che appartengono ad un’economia come la nostra, ossia il capitalismo.

Non va mai mai mai dimenticato, inoltre, che la prima forma comunitaria con cui veniamo a contatto, è proprio la famiglia e che questa, da sempre, è funzionale al sistema nel generare individui conformi al tipo di società che il potere si prefigge di ottenere.
Dunque è lecito dire che se lo sfruttamento e l’annichilimento di un uomo è importante, quello di una donna è essenziale.
Ed è proprio la famiglia a creare i presupposti giusti per l’ottenimento di un certo modello sociale, specie nei confronti delle donne.
Si comincia quindi dal particolare per passare all’universale.

Infatti, una figlia che non si ribella è manipolabile per i bisogni genitoriali, di qualsiasi natura siano, e sarà più “mansueta” per il marito, più abituata a rassegnarsi che “tanto gli uomini sono così” – altra forma di sessismo feroce e di manipolazione che mortifica anche gli uomini – quindi più gestibile una volta inserita nel sistema e basta provare a pensare in ambito lavorativo, ad un soggetto remissivo, per capire quali saranno gli effetti.

Una figlia che ha poca autostima, difficilmente sarà assertiva e quindi non eserciterà facilmente il suo diritto ad autodeterminarsi, con tutto ciò che comporta. E nell’ambito della società e delle istituzioni o verso l’autorità costituita, altrettanto difficilmente sarà ribelle e oppositiva a ciò che vuole negare il suo diritto all’affermazione di sè.

Una figlia che ha bisogno della conferma sociale, è una persona che si piegherà più facilmente ai voleri della propria famiglia, a quella del compagno/marito ma anche della società, quindi anche del datore di lavoro che la sfrutta o la mobbizza.

Una figlia che non ha raggiunto la sua libertà sessuale è una figlia che non avrà mai il pieno possesso del suo corpo e quindi del suo piacere, che non sarà consapevole fino in fondo del suo essere persona, padrona della sua esistenza, che non sarà mai libera fino in fondo di essere se stessa e libera di ribellarsi e di esercitare una scelta consapevole.

Non sarà quindi, nemmeno mai una madre libera che cresce figli a loro volta liberi.

Riflettiamo, dunque, ogni qualvolta affermiamo un pensiero verso una donna se quel pensiero è realmente scevro da condizionamenti e pregiudizi che alimentano il modello patriarcale.

Perchè spesso il grande male si annida nelle piccole e apparentemente insignificanti cose che compongono il nostro quotidiano, quelle che sovente, noi società,  non consideriamo come violenze perchè guardiamo alla violenza come a qualcosa di eclatante senza considerare, invece, che chi ci domina ha bisogno di nutrirsi soprattutto della nostra inconsapevole violenza, rendendoci, così, drammaticamente e inconsapevolmente complici.

 

(immagine dal web)

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