SCOMODA: UN AGGETTIVO PER LA QUALITÀ DI OGNI INSEGNANTE

SCOMODA: UN AGGETTIVO PER LA QUALITÀ DI OGNI INSEGNANTE

 

di Rosaria GASPARRO

‘Scomoda’ è una parola a cui dare valore.
Racconta di un doppio disagio, quello che si vive e quello che si arreca. Il fastidio del sassolino nella scarpa, la scarpa tolta il sassolino lanciato.

Serve un’educazione scomoda, capace di ribaltarne la visione tecnocratica e autoritaria, che delinea nel successo, nel profitto, nell’utilità e, quindi, nell’esclusione, nel fallimento, nella produzione ristretta dei migliori e in quella più ampia degli scarti umani, il proprio cinico profilo.

Servono maestri scomodi, capaci di disturbare il senso triste e freddo del quotidiano misurabile, perturbatori delle coscienze a partire dalla propria, custodi del senso profondo degli esseri umani.

Tessitori instancabili di relazioni e fiducia, ottimisti per mandato e con una consapevolezza tragica del dolore del mondo, delle ingiustizie e dei privilegi, dell’indifferenza, a cui oppongono, partendo dal presente ulteriore, attenzione, affetto e la sana follia del “domani sperabile”.

L’educazione come atto politico, poetico, forse patetico direbbe Antonia Chiara Scardicchio, come atto generativo, non può che essere scomoda ad ogni potere che chiede conformità e consenso, che guarda con sospetto i liberi pensatori e ne imbriglia l’energia morale, intellettuale e fisica, in stanchi rituali, sigle e strumenti, ordini.

Serve il coraggio sufficiente a dire cosa è male, a non fargli spazio, a riconoscere il disumano nelle sue forme evidenti e in quelle implicite, il disumano che abita ognuno di noi, nessuno escluso.

Serve una passione mai sazia per insegnare e apprendere il bene, come si fa con le tabelline e col tempo dei verbi, fermandoci ogni volta che serve, anche tutti i giorni, a ragionarci su, a ripetere, a ribadire, ad attraversare il male che ci attraversa e a cercare l’approdo comune, la somiglianza umana.

L’umano non va dato per scontato, va addestrato e reso desiderabile, familiare, riconosciuto; va coltivato come tensione interiore, come conversazione intima e riflessione su chi sono, come intenzione verso gli altri, come apertura infinita al tu. Dell’educazione all’umanità chi se ne fa carico?

Mi sono sentita ‘scomoda’ nella vita, nel lavoro, ed è stato un sentire importante, perché mi ha aiutato a non prendere come valore assoluto il mio comodo, la mia pace, il mio benessere.

È stato il pungolo giusto per esprimere critica, dissenso e utopia, per vivere la complessità, per sentire l’insufficienza di questo mondo, per soffrirne, per sentirmi insoddisfatta delle risposte, per non stancarmi di cercare e creare domande e possibilità.

Ben vengano i maestri scomodi, capaci di portare po’ di fiato anche se corto, un po’ di fermento, un po’ di luce anche se fioca, perché “oltre che di carbonio, ossigeno, merda, morte e altre cose…” (Edoardo Galeano) è di luce che siamo fatti.