REFERENDUM COSTITUZIONALE UN ANNO DOPO

REFERENDUM COSTITUZIONALE UN ANNO DOPO

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile MovES
 
Tutto il sistema si è impegnato al massimo, un anno fa in occasione del referendum costituzionale, per tratteggiare gli scenari più tragici pur di convincere un elettorato già di suo spaventato e preoccupato di un domani che dichiara la volontà di ritornare al passato, ogni giorno di più.
 
In realtà se il peggioramente c’è stato, è SOLO ed ESCLUSIVAMENTE a causa delle politiche recessive che ci impone la UE.
 
Se la disoccupazione è aumentata, se è peggiorato lo schiavismo è stato ancora SOLO ed ESCLUSIVAMENTE a causa di un governo fantoccio al soldo delle oligarchie europee e globaliste.
 
Se i giovani hanno continuato e continuano a finire nel tritacarne dell’alternanza scuola-lavoro è SOLO ed esclusivamente a causa delle scelte scellerate di un sistema di potere che non solo depreda ma che mira a dominare e a spegnere qualunque forma di ribellione attraverso la svalutazione e la mercificazione delle persone.
 
Se le donne continuano a subire ogni genere di violenza, è SOLO ed ESCLUSIVAMENTE a causa della violenza insita e manifesta in un sistema di potere, quale il neoliberalismo che, mediante la reale schiavitù che impone, utilizza la violenza del sistema patriarcale per togliere ogni diritto, per perpetrare liberamente ogni abuso.
 
In previsione però degli scenari odierni, un anno fa serviva far credere al popolo italiano che tutto ciò che sarebbe successo, sarebbe stata diretta conseguenza della vittoria del No.
 
Serviva per ottenere voti per il Sì, indubbiamente, ma serviva anche per legittimarsi continuità e consenso.
 
Oggi intanto dovremmo aver ben compreso che vincere quel referendum – per quanto una vittoria importantissima – alla fine NON HA PROTETTO LA COSTITUZIONE che rimane lettera morta poichè la nostra sovranità è stata svenduta e resta saldamente nelle mani della UE.
Dovremmo aver compreso, perciò, che questo sistema di potere se ne infischia bellamente della volontà popolare.
 
Non ci sarà futuro, per la nostra Carta Costituzionale e PER TUTTI NOI, non ci saranno MAI PIÙ diritti sociali riconosciuti sino a che resteremo nei trattati.
 
A fronte di ciò, gli schieramenti politici che vanno via via formandosi, dichiarano ormai apertamente che lavorano tutti in funzione del sistema.
 
Non esiste spazio in cui la sinistra autenticamente anticapitalista ed antiliberista venga rappresentata.
 
Fino a che non si formerà un organismo che intraprenda un progetto DIVERSO per proposta politica, obiettivi, azione e partecipazione, da quanto visto sino ad ora nella storia della sinistra di questi ultimi vent’anni, non esisterà democrazia e non esisterà la possibilità di OPPORSI a questo feroce dominio.
 
Dovrà però essere un organismo davvero capace di farsi interprete delle istanze popolari più drammatiche, che scardini modus operandi e visione del sistema partitico che si è andato strutturando nel corso degli ultimi due decenni anche in quella che ancora chiamiamo sinistra malgrado abbia partecipato e partecipi ancora, a favorire e proteggere il PD sia a livello locale sia a livello nazionale.
 
Ma non solo.
Qualunque governo dovesse arrivare al potere, in questo Paese come ovunque, MAI potrà cambiare alcunchè fintanto che rimarremo all’interno del sistema UE e della zona euro.
 
DA QUI bisogna ripartire se davvero vogliamo cominciare a cambiare lo stato di fatto che si annuncia essere ogni giorno più pericoloso per una sempre più vasta massa di italiani.
 
Chiunque neghi questo, alla luce della vittoria referendaria di un anno fa e alla luce di ciò che sappiamo oggi, al di là degli slogan e delle promesse che utilizza per rendersi credibile, di sicuro è un fiancheggiatore del sistema e pertanto NEMICO del popolo.
 
MENTANA, CASAPOUND E GLI SPADA

MENTANA, CASAPOUND E GLI SPADA

 

di Antonio CAPUANO – Coordinatore Nazionale del Movimento Essere Sinistra MovES

Mentana, Casapound e gli Spada: ovvero l’insostenibile leggerezza dell’essere (Super-Partes).
Nell’epoca del “Buonismo” in cui il termine bontà acquisisce un inspiegabile accezione negativa, ecco che opinione pubblica e media, Mentana e Formigli in testa, rivalutano anche i Fascisti, li elevano ad interlocutori e li considerano “pienamente inseriti nel processo democratico“. Con tutte le devastanti conseguenze sociali e politiche che ne conseguono.

La vicenda di Spada e della vergognosa testata al giornalista Rai rappresenta soltanto la desolante punta dell’iceberg, dato che questo problema ha una genesi profonda che parte da lontano e sta recentemente raggiungendo il proprio apice, con soggetti politici e mediatici che fanno a gara a mostrarsi “Super Partes” e per farlo, finiscono solo per diventare amebe prive di personalità, che si lasciano plasmare in funzione del proprio tornaconto e dimenticano che tolleranza e democrazia non sono slogan, ma modi di intendere la vita, forme di libertà nonché conquiste etiche, politiche e sociali frutto di mille storiche battaglie.

Basti pensare proprio a Mentana, emblema del giornalismo 3.0 che forte del suo consenso, si accomoda in casa di CasaPound con l’intento di costruire allo stesso una verginità politica e spiegarci che sono un normale soggetto del processo democratico e come tali vanno trattati.

Ma se la Costituzione più tollerante del mondo, prevede l’antifascismo ci sarà un perché e quindi non ritenere gente che evoca il Duce come un proprio interlocutore, non è certamente simbolo di chiusura antidemocratica, bensì manifestazione di un pluralismo e di un dialogo improntati però al rispetto delle libertà fondamentali.

Del resto l’apologia di fascismo nasce come forma Costituzionale di tutela e non certo come vessante legge discriminatoria.
Ma di sicuro a Mentana è sfuggito questo che per quelli come lui è solo un dettaglio.

Così, a forza di legittimare i vari populismi delle destre “prima gli italiani“, “aiutiamoli a casa loro” etc. si finisce con l’istituzionalizzare una cultura dell’odio, con il suo carico dilagante di intolleranza al seguito.

Accade che Salvini si vanta di certe teorie, che CasaPound e Forza Nuova dettano l’indirizzo politico, la gente sbraita e il consenso cresce, che un Premier possa portare in crisi la Catalogna a suon di proclami populistici sull’indipendenza per poi tradire un intero popolo scappando in Belgio e abbandonarlo a se stesso e quindi, dulcis in fundo, che un mafioso divenga un interlocutore politico e tocchi andare ad intervistarlo in quanto parte del processo democratico, giocandosi il naso e rischiando ben altro.

Del resto del “paradosso della tolleranza” ci aveva già parlato unio come Popper e proprio in nome di quel principio tale per cui “nel nome della nostra tolleranza, dobbiamo rivendicare il diritto a non tollerare gli intolleranti“.

Mi viene da dire che possiamo anche tollerare Mentana (forse) che gioca a fare Dio sui Social (cd. Blastare) perché fa moda e audience, ma allo stesso tempo possiamo e dobbiamo batterci nel nome della libertà e della democrazia perché non siano un post irriverente o una forzatura lessicale sulla tolleranza a cancellare la storia di questo Paese e a riportare in auge una macchia che solo il sangue dei Partigiani prima e la visione dei Padri Costituenti poi, avevano sapientemente lavato via.

Quindi non se la prenda il Direttore Mentana, ma ai suoi post carichi di like su Facebook, continuiamo a preferire gli illuminati discorsi di Calamandrei e i nostri precetti Costituzionali, nel nome dei quali non potremo mai minimizzare su un mafioso che rompe il naso ad un giornalista o peggio riabilitare il periodo più oscuro della nostra storia, neanche se il giornalista del momento quale è Mentana, tiene uno pseudo “confronto democratico” nella sede di CasaPound stringendo la mano ai fascisti.

Sarà che siamo all’antica, ma siamo legati ai valori di un’epoca in cui la democrazia si è conquistata con un pugno chiuso e non svenduta per un pugno di Like.

L’IDEOLOGIA DELLA GOVERNANCE

L’IDEOLOGIA DELLA GOVERNANCE

Piigs, opera di Claire Fontaine
 

Alcune riflessioni sull’Europa e sull’ordoliberalismo a partire da un libro recente.

di Olimpia MALATESTA

«Governance» è una delle parole maggiormente utilizzate nel lessico politico contemporaneo.

Ricorre con frequenza nei documenti ufficiali dell’OCSE, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea e designa il passaggio dalle forme decisionali verticistiche e «Stato-centriche del policy making (tipiche del fordismo)» a forme di coordinazione politica ed economica orizzontali in cui i programmi da attuare vengono concordati attraverso reti che intrecciano diversi livelli: locale, regionale, statale, europeo e globale.

Inserendosi nell’ampio novero di studi governamentali sul neoliberalismo, il libro di Giuliana Commisso, dal titolo La genealogia della governance: Dal liberalismo all’economia sociale di mercato (Asterios, 2016), si pone l’obiettivo di far luce sul significato e i limiti della governance, espressione nient’affatto disinteressata di un mondo che si vorrebbe post-ideologico.

A tale scopo l’autrice individua nelle categorie concettuali foucaultiane lo strumento più adatto per ripercorrerne l’origine e si cimenta in un impegnativo riepilogo dei principali nodi teorici del pensatore francese, riuscendo a restituire la complessità del «dispositivo potere-sapere», a ricostruire la nascita della ragion di Stato nella sua accezione di pratica di governo e ad evidenziare il passaggio da questa alla governamentalità liberale prima e a quella neoliberale poi.

A dispetto di quanto annunciato dal sottotitolo del libro, che recita “L’ordoliberalismo tedesco”, il significato e la portata storica e politica di quest’ultimo vengono presi in esame solamente negli ultimi capitoli, ciò nondimeno densi e ricchi di spunti: se, da una parte, Commisso propone un’efficace sintesi dei principi fondamentali della teoria ordoliberale, dall’altra, la sua totale adesione all’interpretazione foucaultiana dell’ordoliberalismo ‒ oggi dominante anche grazie alla sua ripresa da parte di Pierre Dardot e Christian Laval in La nuova ragione del mondo ‒ pone dei seri dubbi sulla capacità di quest’ultima di afferrare un aspetto cruciale del pensiero ordoliberale: la decisa neutralizzazione dello scontro di classe da realizzare attraverso uno Stato che, come sottolinea Commisso, assimila i meccanismi della governance senza che ciò comporti la sua scomparsa.

Il filo rosso che unisce le diverse sezioni del libro, infatti, è l’argomento secondo cui nel contesto europeo della governance lo Stato non scompare affatto: semmai diviene lo spazio istituzionale attraverso il quale imporre i nuovi vincoli politici ed economici, che vedono nell’esautorazione della sovranità democratica la vera condizione di possibilità della loro esistenza.

Emblematico in questo senso è il ruolo che gli ordoliberali ‒ gruppo di economisti che avviano le loro riflessioni alla fine degli anni Venti e che nel ’48 fondano la rivista «ORDO» ‒ assegnano allo Stato, trasformato in un arbitro incaricato di vegliare sulla concorrenza: rifiutando sia i principi del liberalismo del laissez faire – basato su una visione autoregolativa e armonizzante del mercato – sia qualsiasi forma di pianificazione economica di stampo keynesiano – ai loro occhi intrinsecamente totalitaria – quegli economisti asseriscono che la dinamica capitalistica non sarebbe governata da un «fatalistico processo di sviluppo» (Eucken), essendo piuttosto il risultato di un ordine economico-giuridico, in quanto tale modificabile.

Conseguentemente, la crisi del ’29 non viene ricondotta alle contraddizioni inerenti al modo di produzione capitalistico condannato alla sua Selbstaufhebung ‒ alla sua autodissoluzione ‒ ma esclusivamente alle modalità miopi e irresponsabili con cui il suo processo era stato gestito a livello tecnico.

Occorreva, quindi, costruire quelle «condizioni quadro» che, come puntualizza Wilhelm Röpke, avrebbero assicurato il corretto funzionamento dell’economia di mercato e della sua dinamica concorrenziale senza, ovviamente, intervenire attivamente in essi.

Tra queste condizioni quadro Walter Eucken individua nella stabilità monetaria (quindi nel principio anti-inflazionistico), sottratta a ogni controllo politico, il dogma sacro da non violare. Di qui anche l’abbandono deciso di ogni politica di pieno impiego: «se l’azione di governo si limita a controllare l’inflazione e a ridurre la fiscalità, il tasso di disoccupazione si stabilirà a un tasso “naturale” relativo», chiarisce Commisso.

Un tasso «naturale» che l’Unione Europea fissa oggi attraverso il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), l’indicatore economico del tasso di disoccupazione che non genera spinte inflazionistiche (nel caso dell’Italia oscilla tra il 10,5% e il 12,7%!).

Si tratta dei medesimi principi che ispirano il Trattato di Lisbona, che all’articolo 2.3 indica in «un’Economia sociale di mercato fortemente competitiva» ‒ espressione coniata dall’ordoliberale Müller-Armack nel 1947 ‒ il quadro di riferimento per «uno sviluppo durevole dell’Europa fondato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi».

L’indipendenza della BCE e le regole di bilancio dell’Unione sono perfettamente in linea con i principi economici ordoliberali.

Si pensi per esempio al pareggio di bilancio inserito in Costituzione all’articolo 81 che, vincolando la spesa pubblica, elimina ogni spazio operativo per politiche fiscali espansive da parte dello Stato.

Anche il principio di sussidiarietà, di esplicita derivazione ordoliberale, orienta l’intero quadro del Trattato di Maastricht: esso «vincola la potenza pubblica, sia lo Stato che la comunità, dall’intervenire in quei settori sociali in cui le “persone” e le “aggregazioni della società civile” (ad esempio, le imprese sociali, le associazioni, il volontariato, il terzo settore) possono provvedere al soddisfacimento dei bisogni sociali».

In questo contesto, se è pur vero che la capacità dei singoli Stati di modificare le condizioni quadro del mercato viene sistematicamente ridotta – se non eliminata del tutto –, essi, lungi dallo scomparire, incorporano attivamente i nuovi criteri gestionali, mentre, come puntualizza Commisso, «l’Unione ha il potere di coordinamento e di sorveglianza, e la possibilità di raccomandare modifiche nella politica fiscale e applicare sanzioni contro i governi per la violazione delle norme concordate».

Michel Foucault si accorge prima di molti altri che la specificità della governamentalità ordoliberale non consiste tanto nella chiara delimitazione del campo di azione dello Stato – quale era invece l’operazione condotta dal liberalismo del laissez faire – quanto, piuttosto, nella ridefinizione del suo ruolo: lo Stato diviene il garante del meccanismo concorrenziale.

Commisso elogia la straordinaria preveggenza di Foucault nell’aver compreso con estremo anticipo i meccanismi della governance, molto prima, cioè, che si manifestassero i segni della sua attuale crisi.

È però arrivato il momento di riflettere sui limiti della lettura foucaultiana che non sono solo di natura puramente storiografica, come Commisso puntualmente segnala. Si deve infatti riconoscere che, diversamente da quanto afferma Foucault, l’ordoliberalismo non fu affatto una corrente d’ispirazione liberale sorta dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e affetta da una «fobia dello Stato».

Semmai sarebbe più opportuno parlare di una ‘fobia dirigistica’, e cioè di una profonda sfiducia verso qualsiasi forma di pianificazione economica. L’impiego dell’espressione «fobia dello Stato» conduce a facili fraintendimenti (anche se una lettura attenta di Nascita della biopolitica dovrebbe prevenirli).

Gli ordoliberali, infatti, non difendono in alcun modo una concezione di Stato minimo à la Nozick: la simpatia non troppo velata di Alfred Müller-Armack per il fascismo italiano, ma anche la fraseologia antidemocratica che auspica l’intervento di uno Stato forte ‒ di esplicita derivazione schmittiana ‒ che avrebbe dovuto ristabilire una netta separazione tra lo Stato e la società civile viene impiegata senza eccezioni da tutti gli ordoliberali già all’inizio degli anni Trenta. Anche se sarebbe ingiusto, prima ancora che scorretto, liquidarli come dei criptonazisti.

L’insopprimibile disprezzo da essi manifestato nei confronti delle masse proletarie colpevoli di esercitare pressioni sullo Stato non può però di certo farli apparire come dei campioni di democrazia parlamentare, contrariamente alla mitologia sociale che all’alba della fondazione della Bundesrepublik Deutschland li voleva da sempre coraggiosamente antinazisti e convintamente democratici.

Al di là delle imprecisioni di «ordine genealogico» occorrerebbe però sondare le capacità esplicative della concezione foucaultiana del potere.

Questa visione trasversale, molecolare e acefala, che disciplina i corpi e dirige le condotte individuali modulandole sulle esigenze del sistema economico nel suo complesso, fornisce indubbiamente degli strumenti preziosi per comprendere il livello «microfisico» su cui si esercita la governamentalità ordoliberale: del resto, in uno scritto del 1946, lo stesso Franz Böhm segnala la necessità di stabilire legalmente «un comportamento economicamente corretto» attraverso un sistema di «punizioni» e di «ricompense» capaci di «orientare» ‒ che qui significa ‘disciplinare’ ‒ la condotta economica del singolo individuo.

Tuttavia, questa lettura ‘individualizzante’ dell’ordoliberalismo si arresta proprio lì dove una critica compiuta dovrebbe invece iniziare ad articolarsi.

Essa non riesce, o forse non vuole, cogliere gli aspetti strutturali dell’ordoliberalismo: ossia la centralità che il conflitto di classe (o meglio, la sua decisa eliminazione) assume nella logica stessa del suo discorso.

Ciò che Foucault in definitiva non esplicita, ma che sarebbe purtuttavia presente nelle premesse della sua analisi, è che l’obiettivo politico (teorico e pratico insieme) dell’ordoliberalismo è la disattivazione dell’opposizione di classe, la soppressione di qualsiasi immaginario di contrapposizione di interessi, quindi la creazione di una società in cui il conflitto è strutturalmente sedato.

Questa ferma negazione del conflitto si esprime nella volontà di depoliticizzare interamente l’economia ed è presente sia nella teoria ordoliberale delle origini, sia nella sua ‘applicazione’ politico-economica dell’era Adenauer, durante la quale veniva messa in piedi una potente macchina propagandistica che decretava la fine del conflitto sociale: der Klassenkampf ist zu Ende ‒ «la lotta di classe è finita» ‒ recitava lo slogan principale della campagna finanziata dalla Aktionsgemeinschaft Soziale Marktwirtschaft, think thank per la promozione dell’economia sociale di mercato composto da imprenditori ed economisti ordoliberali, tutt’oggi attivo.

Si consideri a tal proposito il disprezzo di Wilhelm Röpke per quella che definisce Interessentenherrschaft ‒ «il dominio dei soggetti d’interesse», generatrice di disordine e discordia, cui contrappone invece l’ordinata e imperturbabile «democrazia del consumatore».

Ciò che agli occhi degli ordoliberali risulta inammissibile è quindi quella che sempre Röpke definisce la «politicizzazione della vita economica»: che lo Stato divenga il terreno di scontro di interessi sociali tra loro confliggenti è una circostanza assolutamente intollerabile.

Lo spiega bene Alexander Rüstow all’inizio degli anni Trenta, quando, richiamandosi a Schmitt, definisce lo Stato «la preda della società civile». Soltanto la «prestazione economica» del singolo individuo può incidere sui processi economici e sul successo personale, non la politische Machtstellung ‒ «posizione di potere politico» ‒ delle classi sociali, ammonisce Röpke. Si comprende come questa «morale prestazionale», basata su un sistema di ricompense e punizioni, possa funzionare solamente se applicata ad individui: è precisamente per questo motivo che ogni opposizione tra classi deve essere rimossa. Essa rappresenta un potente elemento di discordia che minaccia di turbare l’armonia della società, la quale, a sua volta, si deve appunto fondare esclusivamente sulla prestazione economica del singolo individuo, unico soggetto al quale è possibile elargire «ricompense economiche».

In che modo, infatti, si potrebbe valutare la performance economica di intere classi sociali? Una risposta a questo interrogativo, forse, la formula Alfred Müller-Armack, il quale, nel ’32 elaborò l’idea profondamente antimarxista per cui le classi sociali, lungi dal risultare da rapporti di forza e di dominio, sarebbero invece conseguenza del loro «servizio al progresso» (Dienst am Fortschritt). In altre parole, il profitto non dipenderebbe affatto dal possesso dei mezzi di produzione concentrati nelle mani di pochi, ma sarebbe «un risultato della funzione dinamica», del «merito» della classe imprenditrice.

Ciò che quindi la Weltanschauung ordoliberale, così come l’ideologia della governance, sistematicamente obliterano è il conflitto sociale, di classe, consustanziale al modo di produzione capitalistico, rimosso integralmente grazie alla pervasiva diffusione del modello dell’autoimprenditorialità che sposta il conflitto dalla dimensione sociale a quella interpersonale. In definitiva, proprio perché hanno in orrore gli Interessenten e la lotta derivante dalla loro interazione politica, gli ordoliberali eliminano dal loro orizzonte di pensiero la contrapposizione di interessi caratteristica dello spazio statuale.

Al suo posto, il cieco rispetto delle condizioni-quadro, ossia dei vincoli economici e politici transnazionali, da parte di una governance europea ideologicamente neutra e appassionatamente disinteressata, tenta oggi di sbarazzarsi di quell’ingombrante prodotto della modernità che è la sovranità popolare, pericoloso strumento attraverso il quale le classi subalterne potrebbero far valere la loro forza.

EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

Alberto Bagnai

Il presente estratto è contenuto nell’articolo del Professor Alberto BAGNAI “Project Fear. Media e democrazia al tempo dell’euro“, pubblicato su MicroMega n.4/2017, pp.136-138

di Alberto BAGNAI

Premessa: la ripartizione fra redditi da lavoro (salari, stipendi) e da capitale (profitti, interessi, rendite) è un tema cruciale del dibattito politico.
Al capitale interessa aumentare la quota dei profitti sul reddito nazionale, al lavoro quella dei salari.
Questi interessi confliggono: chi vuole aumentare la quota dei profitti, in re ipsa vuole diminuire quella dei salari.

Il capitalismo funziona così.

La politica dovrebbe mediare democraticamente questo conflitto.
Non è un caso se la nostra Costituzione esordisce parlando di “Repubblica democratica fondata sul lavoro”: una dichiarazione di metodo (democratico) e una presa di posizione (a tutela degli interessi dei più deboli, i lavoratori, ché i più forti a tutelarsi ci pensano da sé).
Perché parlare di queste ovvietà?
Perché prima di entrare nella “illogica” degli scenari a apocalittici di cui mi è stato chiesto di occuparmi, desidero riflettiate su chi ve la propone: i grandi media.
Oggi più di ieri questi sono espressioni di grandi concentrazioni di potere economico e finanziario.
In quanto tali, legittimamente difendono gli interessi di chi li finanzia.
Non c’è nulla di male, purché non lo si dimentichi.
Quando un giornale una televisione vi prospettano scenari nefasti, dovreste chiedermi se i vostri interessi coincidano con quelli dei loro proprietari.

La risposta è spesso negativa.

Quando un organo di stampa dei padroni (masters come li chiamava Adam Smith), deplora le conseguenze che un’uscita dall’euro avrebbe per i lavoratori, i casi sono due: o chi scrive non sa fare gli interessi della proprietà, e quindi è inattendibile perché incompetente; oppure li sa fare troppo bene, e quindi è inattendibile perché fornisce una rappresentazione della realtà tendenzialmente distorta.

La scienza economica scioglie questo dilemma.

Nel 1996 Rudiger Dornbusch metteva in guardia contro il populismo indicava nella moneta unica una panacea per i mali europei (1).
Era chiaro al liberista Dornbusch quanto è chiaro al progressista Streeck: l’euro non è solo una moneta.
Nessuna moneta è solo una moneta: ogni moneta è un’istituzione figlia dei rapporti di forza prevalenti e funzionale a una certa distribuzione del reddito.

La moneta unica altera gli equilibri fra capitale e lavoro in vari modi.

Il più immediato è che, in caso di crisi mondiale, il calo delle esportazioni non viene ammortizzato dal normale meccanismo della flessibilità del cambio.
Se il cambio è rigido, quelli che devono flettersi, per rendere più convenienti beni nazionali, rianimando i fatturati delle imprese, sono i salari.
Nessuno accetta volentieri tagli di stipendio: il lavoratore quindi va reso più ricattabile, mandandolo a spasso (l’austerità a questo serve: ad aumentare la disoccupazione) e indebolendo le sue tutele (a questo serve il job act).
Disoccupazione, precarietà e bassi redditi diventano così strutturale al sistema, con buona pace di chi, a sinistra, ripete la favola liberista secondo cui la moneta sarebbe solo un intermediario neutrale degli scambi, privo di effetti reali.
Pensate alla Grecia: l’euro ha permesso al potere centrale europeo, egemonizzato dai nostri fratelli tedeschi, di ricattare un paese chiudendo le sue banche.
Solo una moneta?
Ai bassi redditi di molti corrispondono i crescenti redditi di pochi, di quelli ai quali il gioco conviene, che poi sono quelli che controllano i media.
Il nostro mondo è una loro rappresentazione.
Questo, una volta agli intellettuali era chiaro.
Antonio Gramsci, il cervello al quale nel 1928 il regime “volle impedire di funzionare”, così si era espresso nel 1916 a proposito del giornalismo:
tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice“. (3) Il 1916 non è poi così distante…
1. R. Dornbusch, “Euro Fantasies: Common Currency as Panacea”, Foreign Affairs, vol. 75, n.5, settembre-ottobre 1996.
2. W. Streeck, “Why the Euro divides Europe“, New Left Review, n. 95, settembre-ottobre 2015.
3. A. Gramsci, “Discorsi di stagione”, Avanti!, edizione piemontese, 22/12/1916 (citato da F. Maimone in L. Barra Caracciolo, “Capitalismo e fascismo: tra la marcia su Roma, il Sudamerica e la globalizzazione irenica“.
Micromega, Almanacco di Economia, 4/2017
LA SINISTRA AL TEMPO DEI MERCATI

LA SINISTRA AL TEMPO DEI MERCATI

spin doctor

di Ivana FABRIS

Siamo da decenni nel tempo della politica gestita dagli spin doctor anche in quella che chiamiamo sinistra.

Non ci si crede – a me personalmente (e con un certo orrore) è toccato scoprirlo da vicinissimo con un politico famoso non più tardi di 4 anni fa – ma quella visione della politica che conoscevamo, è completamente SPARITA.

Tutto è legato alla comunicazione. Anzi, al marketing. Magari fosse solo comunicazione.

Non si parla di simbolo ma di brand.

Si fonda un partito solo dopo aver fatto sondaggi e calcolato presumibilmente la percentuale di voti che potrebbe prendere.

Le fusioni avvengono sempre in virtù dei numeri che otterrebbe quella coalizione ai seggi elettorali e non in base a quanta azione farà e a quanto sarà davvero contro il sistema.

Come se un campo agricolo dovesse dare frutti senza prima la fatica di ararlo, concimarlo e seminarlo…

E non serve nemmeno avere contenuti rilevanti di autentico cambiamento se hai uno spin doctor dalla tua, quindi anche mezzi economici, ovviamente.

Perciò, quando hai i comunicatori che ti indicano cosa dire, come dirlo e quando dirlo, come vestirti a certi eventi pubblici (camicia bianca d’ordinanza oppure una a righe molto casual? Manica risvoltata o abbottonata?), come atteggiarti, come pettinarti o come raggiungere l’emotività delle persone e sanno dotarti di buone frasi ad effetto, così come ogni buon addetto marketing e vendite dovrebbe saper fare, è sicuro che entri nell’immaginario collettivo di un popolo drogato da una comunicazione mediatica anche se questa è senza contenuto.

Se poi hai un buon amico giornalista che ti sponsorizza dalle pagine di un quotidiano nazionale, allora sei doppiamente a cavallo.

Poi, però, ci stupiamo che il popolo italiano, anche a sinistra, sia quello che è stato in questi ultimi 20 anni.