TRATTATIVA STATO-MAFIA: ADESSO È STORIA

TRATTATIVA STATO-MAFIA: ADESSO È STORIA

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del Coordinamento Nazionale del Movimento Essere Sinistra MovES

 

La Corte di Assise di Palermo ha sancito quello che, a tanti di noi che lo dicevamo, è sempre valso come appellativo di complottisti: la Trattativa Stato-mafia è esistita.

Questa sentenza ha di fatto messo un punto fermo nella storia del nostro paese, ovvero ha DIMOSTRATO quanto è avvenuto.
Nino Di Matteo è andato fino in fondo sfidando minacce di morte e nell’isolamento delle stesse Istituzioni ed ha vinto.

Nel 1991, a seguito della condanna all’ergastolo di Salvatore Riina e di molti altri boss mafiosi, Cosa Nostra progettò di scatenare una reazione feroce contro lo Stato attraverso omicidi e attentati.

Nel 1992, intanto, con Tangentopoli quel sistema di potere democristiano che conoscevamo, a cui erano subentrati in compartecipazione i socialisti di Craxi, ebbe il suo epilogo.

Con la fine dei partiti storici che da sempre avevano garantito un certo sistema di potere, non esisteva più il referente con cui la criminalità organizzata faceva affari in cambio del controllo dei territori e del mantenimento di grandi serbatoi di voti a cui attingere.

Proprio questo il punto nodale che ha generato la trattativa, secondo il nostro modo di vedere: il vuoto politico che si è creato, l’impossibilità delle mafie di ottenere il potere economico di sempre, unitamente a quelle misure atte a permettere a grandi criminali mafiosi di assicurarsi ancora un posto sicuro all’ombra delle Istituzioni, la fase di ripiegamento al sistema della sinistra italiana.

È proprio nel 1992, infatti, che vennero assassinati i magistrati Falcone e Borsellino che, ormai consapevoli del piano in atto, lavoravano incessantemente per fermare il progetto eversivo della criminalità organizzata.
Alle loro morti seguirono, per tutto il 1993, una serie di stragi che tolsero la vita a numerosi cittadini italiani innocenti.

Nel corso delle indagini che furono aperte dopo quegli orrendi e sanguinari fatti, sull’ipotesi di trattativa Stato-mafia, emerse che già all’inizio del 1994 la mafia era disposta ad abbandonare i propri progetti eversivi e le stragi, per appoggiare il nuovo partito emergente guidato da Silvio Berlusconi e il ruolo di Marcello Dell’Utri è di fatto ormai storia.

Se fino ad oggi tutto ciò era solo una teoria o un’ipotesi, dopo questa sentenza è evidente, è provato quale fosse il disegno criminale e quale la sua completa realizzazione. Infatti attraverso quegli atti oscuri, costati decine di vite umane e il ripiegamento della democrazia alla criminalità organizzata, la mafia ha potuto trovare il suo nuovo referente. Proprio attraverso quella trattativa a cui si sono piegate parti rilevanti delle Istituzioni.

Invece, non sapremo mai, purtroppo, quale fu il ruolo di Giorgio Napolitano vista la distruzione delle intercettazioni tra lui e Nicola Mancino, registrate nellì’ambito dell’inchiesta sulla trattativa.

La Trattativa Stato-mafia è stata un passaggio decisivo anche per la storia di oggi.

Di fatto ha cambiato le sorti di questo paese ed ha avuto un ruolo preciso nel generare le condizioni per l’avvio di un processo volto a minare lo Stato e la politica stessa, favorendo l’attecchimento del sistema di potere quale è il neoliberismo che necessitava si creassero proprio quelle stesse condizioni determinate dalla trattativa, per riuscire ad opprimerci oggi.

TOTÒ RIINA È MORTO MA LA MAFIA STA BENISSIMO

TOTÒ RIINA È MORTO MA LA MAFIA STA BENISSIMO

 

di Antonio CAPUANO – Ccordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra – MovES

 

È morto Totò Riina e non se ne abbiano a male i cattolici, ma per certi morti proprio non si può avere pietà, quella la riservo alle tante vittime di questo infimo essere. Il vero dramma di oggi quindi non è certo l’evento in sé, anzi.

Lo è invece constatare che non in questo Paese non è ancora morta la “cultura della mafia”, cultura di cui Riina è sempre stato preso a “modello” a tutti i livelli: mediaticamente, politicamente, istituzionalmente e socialmente.

Il Capo dei Capi, Onore e Rispetto, Rosy Abate solo parlando di fiction su questo cancro che ha devastato il Paese e me ne sfuggono altre mille…

In Italia la Mafia è mediaticamente mitizzata, romanzata ed elevata a soggetto artistico, come se un mafioso fosse l’equivalente di una nemesi letteraria o di un “Cattivo” dei fumetti, sul quale idealizzare dei difetti per scavare romanticamente nei lati oscuri dell’animo umano.

Non una figura e un problema reale su cui: educare, stigmatizzare, raccontare e denunciare (come fa Gomorra libro, film o serie che non a caso, è l’unica salvabile. Poi il Saviano “politicizzato” ha anche le sue colpe ed ombre, ma Gomorra resta un merito e una rara variazione sul tema).

Oggi per i giornali e i media, è morto un “Capo”, quindi, cioè anche nel descrivere un Mafioso, uno con la m maiuscola che gli affibia perciò il mainstream, mantenendo canoni leaderistici, come se i mafiosi non fossero tutti e indistintamente merda a prescindere dal “Curriculum” e questo mette i brividi, onestamente.

I residenti che fischiano la forze dell’ordine e spesso ne ostacolano le retate perché la Mafia, la Camorra etc “CI FANNO CAMPARE” (poco importa come) e lo Stato “cattivo” invece no, quindi è il vero nemico.

A livello politico e istituzionale poi, Riina ha rappresentato un fallimento completo e la morte dello Stato di Diritto.

Politici e membri delle Istituzioni ammettevano serenamente anni di “PATTO Stato-Mafia” e occhio ai termini, non RICATTO ma PATTO e quindi la mafia riconosciuta dallo Stato in quanto non nemico pericoloso bensì imprescindibile interlocutore paritario per la spartizione di profitti e controllo dei territori contro serbatoi di voti e potere.

Anni e anni di “41Bis” in cui anziché buttare la chiave e marginalizzarlo al primo rifiuto di parlare, si assisteva ad istituzioni che ne elemosinavano la collaborazione e ne riconoscevano la possibilità di “muovere i fili” anche in carcere, ammettendo candidamente la fallibilità del nostro sistema giudiziario come fosse normale, imponderabile e senza mai porvi rimedio.

Stuoli di politici e funzionari pubblici indagati e condannati giornalmente per connivenza, associazione mafiosa et similia, ma puntualmente difesi, riabilitati e finanche ricandidati.
Appalti pubblici truccati etc.: comportamenti ripetuti e meccanici, quasi a voler tacitamente veicolare il messaggio che la mafia è un potere, che come tale va riconosciuto e legittimato e che quindi, per governare la cosa pubblica il segreto non è combatterla, ma includerla nel sistema e dialogarci.

Per finire, la stucchevole disquisizione sui ritorno a casa in nome della pìetas cristiana, “la morte dignitosa” da riconoscere ad un soggetto che ha ucciso senza pietà per anni.
Per molti (troppi) andava addirittura graziato, nel nome di un Dio, di cui lui stesso si era ben guardato dal seguirne morale, precetti e insegnamenti.

Quindi vedete? Sarà anche morto Riina, ma finché non sarà morto il modello della mafia come “interlocutore” e della cultura della mafia come soggetto e potere sociale, politico e storico da riconoscere, anziché degenerazione da debellare con forza, le vittime non avranno mai davvero giustizia e anche se Riina è morto presto ne avremo altri come lui.

Noi come MovES vogliamo uno Stato degno di chiamarsi tale che torna al suo ruolo istituzionale e costituzionale dove LEGALITÀ e GIUSTIZIA siano una cosa sola, dove spartizione del potere diventi solo un lontano ricordo.
Non è una fantasia ma una condizione di fatto che possiamo attuare anche in Italia se esiste una vera volontà politica e questa c’è nelle forze come la nostra e molte altre che mirano ad un reale cambiamento.

Ecco perché la morte di Riina certamente non mi rende triste, ma nemmeno la idealizzo perché potremo davvero festeggiare solo quando avremo ucciso e debellato “l’IDEOLOGIA” e il MODELLO della MAFIA e non un singolo uomo che li rappresenta, per quanto potente esso sia.
TOTO’ RIINA: LO STATO E’ ANCORA SOTTO RICATTO

TOTO’ RIINA: LO STATO E’ ANCORA SOTTO RICATTO

Riina-minaccia

di Ivana FABRIS

Il 30 gennaio 2017 Totò Riina si dichiara per la prima volta disponibile a sottoporsi ad interrogatorio.

Il 9 febbraio 2017 ci ripensa e ritratta.

Il 5 giugno 2017 la Cassazione apre alla possibilità di revisione della sua condizione carceraria.

Risulta eloquente la successione temporale che è rivelatrice della condizione di fatto di uno Stato che è legittimo pensare sia ancora sotto scacco, ancora ricattato dalla mafia.

In questo paese il problema reale non sono solo le mani che uccidono e grondano sangue innocente ma soprattutto chi le arma, chi le rende ogni giorno più forti e le lascia affondare nella carne viva del paese rendendosi così ricattabile a più livelli.

Il problema da sempre è e rimane QUESTO Stato che ha intessuto ogni forma di potere e ricavato ogni genere di profitto dalle organizzazioni mafiose.

Uno Stato che si è dovuto persino inginocchiare dinnanzi alla mafia nella trattativa con essa, un passaggio storico incancellabile che ha inesorabilmente e progressivamente aperto le porte del baratro in cui la nostra democrazia – che non ha mai goduto comunque di ottima salute – continua a sprofondare.

Indignarsi sulla decisione della Cassazione è comprensibile ma il dibattito dovrebbe vertere a sancire che sul banco degli imputati dovrebbe starci ancora lo Stato che consente che le organizzazioni mafiose si sostituiscano ad esso, per trarne vantaggi politici, potere economico e controllo dei territori.

Qualcuno dirà: “Sì, ma i morti?”

I morti non contano, sono solo un danno collaterale per questo potere e continueranno ad esserlo fino a che noi tutti e le loro famiglie insieme, non esigeremo giustizia nei riguardi dei veri colpevoli.

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