VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

VIOLENZA SESSUALE A SCUOLA: INSEGNANTE ASSOLTO, COLPEVOLE LA VITTIMA

 

di Claudia PEPE

Dalla Tecnica della Scuola: “Per i giudici della Suprema Corte di Cassazione non si può parlare di violenza quando la ragazza «esprime gradimento» e soprattutto quando i fatti dimostrano che non c’è una condizione di inferiorità fisica o psichica dell’allieva nei confronti dell’insegnante”.

Dopo aver letto questo articolo, io come al solito, provo una rabbia e un disappunto che devo fare un giretto per casa, respirare e cercare di calmarmi.

Dopo aver fatto ciò vado a leggere cosa è successo.
I fatti sono questi: una ragazza di 17 anni affetta da «disturbo specifico misto di apprendimento», è stata oggetto di abusi sessuali da parte di un “insegnante”, prima nei locali della scuola, poi fuori dall’istituto.

Col termine disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) ci si riferisce ad un gruppo eterogeneo di disturbi consistenti in significative difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità di ascolto, espressione orale, lettura, ragionamento e matematica, presumibilmente dovuti a disfunzioni del sistema nervoso centrale.

Possono coesistere col disturbo specifico di apprendimento, problemi nei comportamenti di autoregolazione, nella percezione e nell’interazione sociale, però questi non costituiscono di per sé un disturbo specifico dell’apprendimento.

Ma cosa è successo? Un “professore” ha compiuto atti “repentini”, cioè improvvisi, istantanei: insomma delle sveltine con una ragazza all’interno della Scuola e fuori.

Bene, intanto non mi sembra di poter chiamare “insegnante”, una persona che compie atti sessuali, aggiungo anche “repentini” solo per definire il tipo di atti, e mirati solo ad uno scopo.
Non mi sembra giusto chiamare “insegnante”, una persona che consciamente non riesce a reprimere i propri istinti sessuali animali.

Se ci pensava prima di abusare di una ragazza, trovava molti modi per placare il suo sesso bollente.
Per esempio ci si può chiudere in bagno, si correggono compiti, si va a fare la spesa, si legge un libro, si fa un po’ di ginnastica, e se proprio tutto ciò non fosse sufficiente, ci si chiude in un cinema dove trasmettono film hard e ci si masturba.
E lì la sua “repentinità”, avrebbe avuto un successo enorme.

Ma l’ennesima beffa, è che per i giudici non si configura nessun reato. Neanche la pedofilia. No, perché la ragazza avrebbe dovuto esprimere “dissenso sussistente”.

Siamo alle solite, la ragazza avrebbe dovuto gridare, urlare, sbraitare.
Latrare e inveire come un animale in gabbia. Una gabbia che probabilmente neanche lei sapeva di vivere, di abitare, consegnandone le chiavi al suo carceriere.

La ragazza ha dichiarato di aver provato «sensazioni positive al contatto fisico con l’insegnante».
E su questo esprimo i miei dubbi. Una ragazza che viene penetrata in pochi minuti, che coscienza può avere dell’amore, del sesso, della complicità, del bene.

I giudici hanno escluso “l’incapacità della ragazza di determinarsi rispetto ad una scelta”.
Ma certo signori, giudichiamo come al solito una ragazza che ha dei deficit, e non condanniamo “l’uomo dalla sveltina facile”.

Avanti andiamo avanti così con le donne, con le ragazze e ora anche con le bambine.
Tanto, si sa, le donne non sanno pensare, non sanno riflettere, né considerare.
Andiamo avanti così a difendere un uomo che non mi azzardo a pensare se abbia famiglia o meno, ma nella mia rabbia so che è un “insegnante”.

Un insegnante che dovrebbe prendersi cura, aiutare, diventare un facilitatore per gli allievi in difficoltà, non diventare un facilitatore dello sporco e della menzogna.

Lui è stato giudicato innocente perché “non ha costretto la ragazza a trattenersi nei locali contro la sua volontà, non ha allontanato altri studenti per poter stare solo con lei, non si è avvalso di qualunque delle facoltà derivanti dal suo status per commettere le contestate attività sessuali” (fonte Sole 24 ore).

Ma dove è andata a finire la coscienza dell’uomo, l’etica civile e sociale, l’educazione, il rispetto, la solidarietà? Dove stiamo atterrando, quando un insegnante è assolto per la sua repentinità sessuale, invece di essere radiato immediatamente dal suo ruolo di educatore e di professionista?

Non vorrei essere polemica, ma questi giudici sembrano essere laureati all’Università di Arcore, oppure simili a che dice “All’inizio fa male ma poi la donna si abitua”.

Ma ormai noi donne e non solo, non dobbiamo più meravigliarci.
La Cassazione, se ben ricordo, fu quella che stabilì che se una donna indossava dei jeans non poteva essere violentata.

Questo episodio mi ricorda l’antica Roma quando la pedofilia era lecita e consigliata.
Ma siamo nel 2017 signori, e un “professore” è stato assolto per non essere stato capace di mettere sotto l’acqua gelida il suo membro ricoperto di vermi.

Io sono nauseata, disgustata e stanca.
Ma continuerò a combattere e a denunciare. Finché avrò respiro.

E se per la legge non è condannabile lo è ampiamente per la scuola e per noi docenti che ogni giorno diamo la vita al più grande capolavoro che la natura ci regala. I nostri ragazzi, i nostri studenti.
ABBANDONO SCOLASTICO: LA CASSAZIONE STABILISCE CHE NON È REATO PENALE ABBANDONARE LE SCUOLE MEDIE

ABBANDONO SCOLASTICO: LA CASSAZIONE STABILISCE CHE NON È REATO PENALE ABBANDONARE LE SCUOLE MEDIE

 

della Redazione di Orizzonte Scuola

L’art. 731 c.p. punisce con l’ammenda fino a 30 euro “chiunque, rivestito di autorità o incaricato della vigilanza sopra un minore, omette, senza giustificato motivo, di impartirgli l’istruzione elementare”.

Attualmente l’obbligo scolastico è esteso fino al conseguimento del diploma di licenza di scuola media (scuola secondaria di primo grado) o al compimento del quindicesimo anno di età se il minore dimostri di aver osservato per almeno otto anni le norme sull’obbligo scolastico (art. 8 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859), ma il non mandare i figli a scuola dopo la licenza elementare non è più penalmente rilevante.

La Corte di Cassazione, Sezione Terza Penale, con la sentenza 31 gennaio 2017, n. 4520 ha puntualizzato infatti che non c’è reato in caso di abbandono scolastico durante le scuole secondarie di I grado.

In pratica l’abrogazione dell’art. 8 della legge n. 1859 del 1962 ad opera del D.Lgs. n. 212 del 2010 non consente più di estendere la previsione dell’art. 731 cod. pen. anche la violazione dell’obbligo di frequentare la scuola media inferiore, con conseguente esclusione della rilevanza penale. L’art. 731 cod. pen. punisce con l’ammenda fino a 30,00 Euro chiunque, rivestito di autorità o incaricato della vigilanza sopra un minore, omette, senza giustificato motivo, di impartirgli l’istruzione elementare.

Secondo quanto stabilito dall’art. 8 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, l’obbligo scolastico è stato esteso fino al conseguimento del diploma di licenza di scuola media (scuola secondaria di primo grado) o al compimento del quindicesimo anno di età se il minore dimostri di aver osservato per almeno otto anni le norme sull’obbligo scolastico (comma 2). Lo stesso art. 8 prevedeva al comma 3, che per i casi di inadempienza all’obbligo si applicano ‘le sanzioni previste dalle vigenti disposizioni per gli inadempimenti all’obbligo della istruzione elementare’.

Con l’entrata in vigore del decreto legislativo 13 dicembre 2010, n. 212 (intitolato ‘Abrogazione di disposizioni legislative statali, a norma dell’articolo 14, comma 14-quater, della legge 28 novembre 2005, n. 246’) e in particolare dell’allegato I, parte 52, l’art. 8 della legge n. 1859 del 1962 è stato definitivamente abrogato.

Ne consegue che è venuta meno la previsione che consentiva di estendere l’ambito applicativo dell’art. 731 cod. pen. anche alla violazione dell’obbligo scolastico della scuola media inferiore.

Oggi nessuna norma penale punisce l’inosservanza dell’obbligo scolastico della scuola media anche inferiore (così (Sez. 7, ord. n. 29439 del 22/11/2015, P.G. Potenza in proc. Sabatino, non massimata), perché non è previsto dalla legge come reato.

 

Fonte: Orizzonte Scuola

MORIRE DI LAVORO: QUANDO UN LUOGO COMUNE DIVIENE SENTENZA

MORIRE DI LAVORO: QUANDO UN LUOGO COMUNE DIVIENE SENTENZA

infermiere-morto

La schiavitù legalizzata al tempo del Neoliberismo.

di Antonio CAPUANO

Di lavoro si può morire, lo sappiamo fin dalla notte dei tempi, il fatto è che in una società civile costruita sul passaggio da suddito a cittadino e da schiavo a lavoratore, nonché fondata sul Diritto, ciò dovrebbe essere impedito in ogni modo.

Invece, in un periodo storico nel quale realtà e paradosso si mischiano fino a sfumare i propri confini, accade che il sistema demolisca scientemente le tutele dei lavoratori e li renda automi da spremere senza controllo.

Quando questo poi succede nella pubblica amministrazione e in particolare nel Servizio Sanitario Nazionale, allora vuol dire che il suddetto sistema è al collasso e bisogna prontamente intervenire per riformarlo.

Emblematica quanto drammatica, appare in questo senso la recente sentenza della Cassazione la quale ha fatto letteralmente giurisprudenza, riconoscendo apertamente la “morte da superlavoro” condannando quindi l’ASP di Enna per la morte di un tecnico della Radiologia e attestando una correlazione forte tra la mole nonché la condizione di lavoro e lo stato psicofisico dei dipendenti, particolarmente soggetti a patologie di natura cardiovascolare.

Il caso rappresenta però solo la punta dell’iceberg in un settore che se nonostante la forte crisi, resta una gratuita eccellenza statale, lo deve fondamentalmente al superlavoro di uomini e donne che (statistiche alla mano) è praticamente come se lavorassero 14 mesi e che ha quindi urgente bisogno di una riforma che compatibilmente alla qualità e all’efficienza del servizio offerto al paziente, preservi in primo luogo integrità, dignità e salute di chi svolge lo stesso con diligenza, professionalità e passione.

Ecco perché si rende necessaria una riforma che riconosca ad esempio anche la piena autonomia della figura dell’OSS, la quale non può essere sostituita da un pluslavoro degli infermieri.

La risposta, in virtù dei nostri principi costituzionali e checché ne dica qualcuno non può risiedere certamente nella privatizzazione selvaggia o nei continui tagli ad un settore già irragionevolmente vessato. Urge un forte investimento strutturale e di capitale nel tema che ridefinisca le priorità statali in materia e permetta un pronto rilancio della Sanità.

Settore Sanitario in cui gli investimenti non sono mai a fondo perduto dato che un Paese che valorizza le proprie eccellenze mediche e garantisce il giusto stile di vita ai propri cittadini è un Paese in salute e quindi è anche un Paese produttivo. Laddove si rammenti ovviamente che, sotto il fumo dell’economia finanziaria fatta dal virtuale, si nasconde anche l’economia reale fatta di persone e si decida di rimettere al centro del sistema queste e non i loro soldi, al fine di rilanciare davvero un Italia ormai claudicante.

Perché un paese che non si cura e soprattutto non tutela chi ci cura, è inevitabilmente destinato a morire e se non reagiamo al più presto, non ci sarà da stupirsi se presto gli Italiani dovessero ritrovarsi a constatare che il loro Stato, gli ha brutalmente “staccato la spina”, chiedendogli eventualmente somme irreali per riattaccarla.

La salute è un Diritto, non un privilegio e tanto meno un bene di consumo ed è paradossale doverlo ribadire, ma del resto il Neoliberismo si forgia da sempre, in un inesorabile sonno della ragione.

E’ tempo di svegliarsi Popolo, prima che l’elettroencefalogramma divenga irreparabilmente piatto…

VOUCHER: ARROGANZA E PREPOTENZA SENZA LIMITI

VOUCHER: ARROGANZA E PREPOTENZA SENZA LIMITI

UNA TRUFFA CONTRO I LAVORATORI, I CITTADINI E LA COSTITUZIONE ITALIANA

Il fantasma del precario. Manifestazione

di Claudio Morselli

L’arroganza e la prepotenza del governo non ha limiti.

Con la reintroduzione dei voucher, aboliti per decreto per evitare il referendum della Cgil, il governo è responsabile di una truffa ai danni dei lavoratori, dei cittadini – soprattutto di chi (più di un milione) ha firmato i quesiti referendari – e della Costituzione italiana.

Il provvedimento è incostituzionale, per violazione dell’articolo 75 della Costituzione sui referendum.

Il provvedimento è altresì incostituzionale per violazione dell’ articolo 1 della Costituzione (“L’italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”), dell’articolo 4 (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) e dell’articolo 36 (“Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”).

I lavoratori continueranno a dover mendicare il poco lavoro disponibile: lavorando da precari e senza diritti.

TOTO’ RIINA: LO STATO E’ ANCORA SOTTO RICATTO

TOTO’ RIINA: LO STATO E’ ANCORA SOTTO RICATTO

Riina-minaccia

di Ivana FABRIS

Il 30 gennaio 2017 Totò Riina si dichiara per la prima volta disponibile a sottoporsi ad interrogatorio.

Il 9 febbraio 2017 ci ripensa e ritratta.

Il 5 giugno 2017 la Cassazione apre alla possibilità di revisione della sua condizione carceraria.

Risulta eloquente la successione temporale che è rivelatrice della condizione di fatto di uno Stato che è legittimo pensare sia ancora sotto scacco, ancora ricattato dalla mafia.

In questo paese il problema reale non sono solo le mani che uccidono e grondano sangue innocente ma soprattutto chi le arma, chi le rende ogni giorno più forti e le lascia affondare nella carne viva del paese rendendosi così ricattabile a più livelli.

Il problema da sempre è e rimane QUESTO Stato che ha intessuto ogni forma di potere e ricavato ogni genere di profitto dalle organizzazioni mafiose.

Uno Stato che si è dovuto persino inginocchiare dinnanzi alla mafia nella trattativa con essa, un passaggio storico incancellabile che ha inesorabilmente e progressivamente aperto le porte del baratro in cui la nostra democrazia – che non ha mai goduto comunque di ottima salute – continua a sprofondare.

Indignarsi sulla decisione della Cassazione è comprensibile ma il dibattito dovrebbe vertere a sancire che sul banco degli imputati dovrebbe starci ancora lo Stato che consente che le organizzazioni mafiose si sostituiscano ad esso, per trarne vantaggi politici, potere economico e controllo dei territori.

Qualcuno dirà: “Sì, ma i morti?”

I morti non contano, sono solo un danno collaterale per questo potere e continueranno ad esserlo fino a che noi tutti e le loro famiglie insieme, non esigeremo giustizia nei riguardi dei veri colpevoli.

Dimensione carattere
Colors