GIUSEPPE DI VITTORIO: LA DIGNITÀ POLITICA, LA MILITANZA E L’ONESTÀ

GIUSEPPE DI VITTORIO: LA DIGNITÀ POLITICA, LA MILITANZA E L’ONESTÀ

Giuseppe Di Vittorio: ritrovato un manoscritto inedito di la lettera in cui si dice costretto, a difesa della sua dignità politica, a rifiutare un omaggio natalizio inviatogli dal conte Giuseppe Pavoncelli.

Il documento è stato inviato dal Conte Stefano Pavoncelli al responsabile del Progetto Casa Di Vittorio, Giovanni Rinaldi. L’occasione è scaturita nell’ambito della visita fatta nell’azienda Santo Stefano (come sopralluogo per individuare possibili location) insieme allo scenografo Luciano Ricceri, che cura le ambientazioni della fiction su Di Vittorio, e a Flavio Tallone, direttore di produzione.

dal sito Casa Di Vittorio

 

Cerignola, li 24 Dicembre 1920

Egregio Sig. Preziuso.
In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato.
Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato.

Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti.

Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà.
E’ necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore.
Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa.

Si che, io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento.
Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce.
Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.

Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.

 

Fonte: Casa Di Vittorio

BRASILE: IL GOLPISTA TEMER E’ AL CAPOLINEA?

BRASILE: IL GOLPISTA TEMER E’ AL CAPOLINEA?

Michel Temer, Brasile

di Luis CARAPINHA

Tra denunce e mandati di comparizione in tribunale, il tempo di Temer arranca verso la sua fine nella tormenta politica brasiliana.

Aggrappato come un mollusco ad un potere che sta dando mostra di un’accelerata disgregazione, la caduta del presidente illegittimo è data praticamente per scontata.

Si libra nell’aria lo spettro di Cunha, ex presidente della Camera dei Deputati, condannato per corruzione a 15 anni di prigione.

Un anno fa la collusione dei due politici del PMBD è stata determinate per il golpe istituzionale che ha imposto la rimozione della Presidente eletta, Dilma Rousseff. Fatto il lavoro sporco, sembra giunto il momento del classico sacrificio dei capri espiatori della cospirazione. A questo obbligano anche il larghissimo rigetto popolare di Temer e del suo governo (sono già necessarie le dita delle due mani per contare il numero dei ministri che hanno abbandonato il governo indiziati di corruzione), e le difficoltà a far passare le riforme del lavoro e della previdenza richieste con impazienza dal grande capitale.

In Brasile tutto è peggiorato dopo la scandalosa rimozione di Dilma Rousseff senza crimine di responsabilità.

Sono già oltre 14 milioni i lavoratori disoccupati e si diffonde la crisi sociale nel contesto dell’applicazione dell’inaudito pacchetto di austerità e del saccheggio dell’erario pubblico. Il gigante sudamericano si mantiene in una situazione di recessione economica, considerata la peggiore dal 1948.

Ma la logica del golpe non è quella del contro-golpe. Nel fango del clientelismo e della sistematica venalità dell’alta politica brasiliana, si assiste ad una guerra feroce tra istituzioni e fazioni della classe dominante. Aecio Neves, candidato del partito tutelare della destra brasiliana, il PSDB, sconfitto da Dilma nelle presidenziali del 2014, ha appena visto il suo mandato di Senatore sospeso nell’ambito del tentacolare processo lava-jato. La Procura Generale ha chiesto il suo arresto.

Tuttavia, tutti i grandi settori della borghesia – i partiti della coalizione golpista, il potere economico, giudiziario e l’oligopolio mediatico – convergono nei toni reazionari, neoliberisti e di infeudamento agli interessi dell’imperialismo statunitense e del capitale finanziario transnazionale.

Ventriloquo degli USA, il Brasile post golpe ha invertito il corso della cooperazione regionale e si è aggiunto alla campagna contro il Venezuela bolivariano.

Ci sono segnali contraddittori in merito alle relazioni con la Cina e i BRICS. Al culmine del riallineamento strategico arriva l’invito agli Stati Uniti per effettuare manovre militari multilaterali in Amazzonia, vecchia aspirazione del Pentagono.

Con la linea diretta di successione ad interim di Temer pure oscurata dall’ombra della corruzione, cresce la mobilitazione popolare nelle strade come hanno testimoniato la dimensione dello sciopero generale del 28 aprile e la richiesta di elezioni dirette.

Questo è l’elemento decisivo per rompere la tela machiavellica tessuta dietro il paravento della lotta alla corruzione e la sua strumentalizzazione, allo scopo di mettere sotto processo e e squalificare politicamente Lula, favorito nella vittoria nelle urne.

Per prevenire – come avverte il PCdoB – l’approfondimento del golpe antidemocratico, in questo momento di crisi strutturale del capitalismo nel mondo.

 

Fonte: http://www.marx21.it/index.php/internazionale/america-latina-e-caraibi/28086-brasile-il-golpista-temer-e-al-capolinea

UN ALTRO STATO E’ POSSIBILE

UN ALTRO STATO E’ POSSIBILE

Matteo Renzi - Raffaele Cantone

di Ivana FABRIS

Questo filmato è di un paio di anni fa e riascoltando oggi questi pochi minuti, non si può non provare un moto di disgusto e di rabbia insieme.

Che Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, faccia la disamina che si sente nel video, è un vero insulto ed anche l’esempio di come lavori la propaganda del governo fantoccio servo del neoliberismo in questo Paese.

Il giudice Cantone ci parla dei furbetti del cartellino, ci parla di esempi, ci dice anche del sistema burocratico dell’amministrazione dello Stato in cui il controllo è impossibile come se lui stesso non rappresentasse quel governo e quello Stato che VOLONTARIAMENTE alimentano tutto questo.

Al tempo stesso, lui che parla di esempio, non dice naturalmente che l’esempio dovrebbe partire dall’alto, che dovrebbe essere quello di uno Stato in cui rigore e rettitudine, efficienza e snellezza delle procedure, sono un dovere civile oltre che morale.

Non dice che una delle peggiori cause della corruzione NON sono i furbetti del cartellino, ma sono dell’apparato degli amministratori dello Stato, quelli con stipendi o pensioni a 5 zeri, con privilegi che dissanguano il pubblico, che determinano la vita politica del Paese, sono i famigerati boiardi.

Non dice nemmeno, ovviamente, che al governo tutto questo SERVE perché quegli amministratori fanno comodo quando si tratta di scambiarsi favori, quando si tratta di riciclare da un incarico all’altro politici che devono uscire da un certo sistema di potere, che servono per far sì che politica e amministrazione tecnocratica siano un tutt’uno.

Non dice che tutto questo serve per annientare quel poco che resta dell’idea di Stato negli italiani perché consentirà l’abbattimento della democrazia in favore di qualcosa di mostruoso in quanto tirannia vestita da tecnocrazia.

Eppure un altro Stato È POSSIBILE.

In politica NON ESISTE NULLA di irrealizzabile.

È sufficiente che esista LA VOLONTÀ POLITICA di cambiamento.

Ma perché ciò accada, deve iniziare a soffiare un vento forte di cambiamento che spazzi via una classe politica al soldo delle oligarchie e possa arrivare a governare una sinistra moderna che abbia visione e capacità di rappresentare i principi di giustizia sociale secondo il tempo che viviamo.

Non più, quindi, uno Stato assistenzialista ma uno Stato che VOGLIA e sappia, pertanto, farsi carico DI OGNI SINGOLO ITALIANO, dalla nascita alla morte e che sia uno Stato che creda nei giovani, nelle potenzialità di questo paese e del popolo italiano.

Utopia? NO.
Realtà possibile.

Dipende solo da tutti noi volerlo.

Viadotto di Fossano. Crollano i ponti in provincia ma non il provincialismo

Viadotto di Fossano. Crollano i ponti in provincia ma non il provincialismo

Come approfittare della globalizzazione culturale ed evitare di essere autorazzisti e di sparare stupidaggini sull’Italia.

di Turi COMITO

Peggio della globalizzazione culturale c’è solo il provincialismo globalizzato. 

La globalizzazione culturale è l’irresistibile espansione di canoni culturali anglosassoni considerati automaticamente moderni e civilizzatori il cui effetto è l’omologazione culturale di tutto il pianeta. 

Lo si vede ovunque – dal polo nord al polo sud, da Hokkaido a Gibilterra – e in qualunque ambito: nell’abbigliamento globale (jeans e cappellini da baseball per tutti a tutte le età), nella musica (se non canti in inglese sei uno sfigato), nel cibo (Macdonalds), nella pubblicità (ormai gli slogan sono tutti in inglese), nel cinema (fateci caso, tanto per fare un esempio: grazie ai film americani conosciamo più la geografia statunitense e i nomi dei 50 stati dell’unione che quelli delle regioni d’Italia).

Per tacere dell’opprimente anglo-italiano del parlare comune, di quello economico, di quello informatico, di quello eurocratico.

E questo senza volere scomodare i precetti dogmatici dell’economia liberista ormai imperanti ovunque.

A fronte di questo blob dilagante e omologante – che teoricamente dovrebbe/potrebbe dare vita ad un “uomo nuovo” senza frontiere e di larghe vedute grazie a lingua e usi e costumi importati dai paesi più “avanzati” – resiste però, imperterrito, il provincialismo globale.

Quest’ultimo altro non è che l’elevazione del proprio piccolo, piccolissimo, punto di vista a generalissimo sistema di interpretazione dell’universo.
Non fa eccezione nessuno, ad occhio e croce, sul pianeta. E così i francesi continuano a credersi il sale della terra. Gli inglesi i padroni del mondo per interposta persona (i cugini americani). Gli americani i civilizzatori esportatori di democrazia. I tedeschi gli unici che sanno fare di conto.

Naturalmente, non sfuggono al provincialismo globale gli italiani. Che, essendo bipolari, passano dal considerarsi quelli che hanno inventato tutto (diritto, arti, gastronomia di qualità, ecc.) e quindi i migliori del mondo al considerarsi il rifiuto indifferenziato del pianeta, la feccia, il posto dove tutto fa schifo e va malissimo.

Una delle innumerevoli prove di cotanto provincialismo ci è dato in queste ore dal discorrere sul crollo del viadotto di Fossano. 

Sui media e sui social media è tutto un fiorire di frasi fatte del tipo “solo in Italia queste cose” con tutte le varianti possibili e immaginabili tarate sul versante “facciamo schifo”.

Eppure basterebbe poco per rendersi conto di quanto si è provinciali nell’affrontare queste cose.

Basterebbe servirsi del minimo sindacale di globalizzazione culturale tanto amata dai provinciali globali. Cioè del traduttore di Google e di Wikipedia.

Provate: scrivete nella paginetta di Google “bridge collapsed” e vi si schiuderanno davanti le immensità della conoscenza.

Il primo risultato che vi apparirà è il rinvio alla pagina di Wikipedia “List of bridge failures“.

Vedrete, per esempio, che dal 2000 ad oggi i ponti/viadotti crollati sono 91 e si sono verificati praticamente tutto il globo (con una certa prevalenza negli Stati Uniti) per le cause più oscene o più sconsiderate.

In Portogallo per esempio un ponte è crollato perché per anni dragavano sabbia da sotto i piloni.

In Giappone ne è crollato un altro semplicemente perché era andato in sovraccarico.

Provate questo semplice sistema ogni volta che state per scrivere un post sulla corruzione, o su qualunque altra stronzata vi sembri caratterizzare l’Italia. 

Vedrete, vi si schiuderanno orizzonti nuovi e, se non siete completamente col cervello in pappa, rinuncerete a scrivere dabbenaggini.
Siete in piena globalizzazione culturale. Questa ha anche qualche aspetto positivo.
Approfittatene.

Luca Lotti: il ministro furbo

Luca Lotti: il ministro furbo

Luca Lotti

di Turi COMITO

Il signor ministro Alopecia Ridens, al secolo Luca Lotti, come da facili previsioni, resterà al suo posto.

La mozione di sfiducia non è passata e, anzi, lui, lo sportivo portavoce di renzifonzi dentro il governo, contrattacca e ribatte agli estensori della mozione di sfiducia con tre argomenti. 
Uno più cretino dell’altro.
Il primo argomento cretino è che il Parlamento non si deve “trasformare in una gogna mediatica”. Il Parlamento però non è mai stato una “gogna mediatica”, lo sono i media e i social media, casomai.

E il confondere il Parlamento con Twitter è tipico di chi non ha la più pallida idea di cosa faccia e dove.

Il punto è la Consip

In definitiva, nel suo caso, si è discusso dell’opportunità – tutta politica, tutta democratica, tutta ragionevole – che un Ministro indagato per rivelazione di segreto d’ufficio (in relazione all’Affaire Consip) si togliesse dalle sue funzioni (volevo dire altro…) che ha espletato in modo non consono agli obblighi costituzionali e lasciasse il posto a qualcun altro che indagato non è. Giusto per una questione di forma visto che la forma, in democrazia, è importante tanto quanto la sostanza. Un “servitore dello Stato”, come lui asserisce di essere, queste cose dovrebbe saperle. E di sicuro le sa. Ma non le capisce. Sta in questo, come dovrebbe essere noto, i dire cretinate: nel sapere le cose ma non capirle.

Il secondo argomento cretino, nell’autodifesa del ministro Alopecia ridens, è quello che dice che la vera ragione della richiesta delle dimissioni è l’attacco politico alla “stagione riformista” renzifonziana di cui lui è uno dei massimi esponenti. 

Non possedere un vocabolario che spieghi cosa fa l’opposizione parlamentare.

L’argomento è idiota perché è di una ovvietà disarmante. E una verità lapalissiana, non si cita nemmeno per semplice buon gusto e per non passare per deficienti. Le opposizioni in uno Stato democratico degno di questo nome contestano – con argomenti fondati, infondati o per principio – quello che la maggioranza fa.

E’ evidente che qualunque opposizione usi ogni strumento in suo possesso per mettere in difficoltà un governo e le sue politiche.

Sarebbe strano, e preoccupante, il contrario. Questo vale in generale.

Nella fattispecie del governo renzifonzi 1 e renzifonzi 2 ( a.k.a. Gentiloni) vale ancora di più, perché il recente risultato del referendum dice proprio questo: la “stagione riformista” renzifonziana (tutta, non solo quella costituzionale) è considerata “una cagata pazzesca” da una sostanziosa maggioranza elettorale.

E’ quindi ancora più ovvio, naturale direi, che le opposizioni più agguerrite tentino ogni strada per liquidare tale “stagione riformista”.

La domanda (retorica) a questo punto è una: che argomento di difesa sarebbe questo se non un argomento idiota?

Il ministro minaccia

Il terzo argomento cretino tirato fuori da Luca Lotti è quello delle minacce.

Ci fa sapere, questo giovane cervello purtroppo non in fuga, che le accuse di rivelazione di segreto d’ufficio sono infondate e che lui querelerà chiunque dica il contrario. Insomma, lui non ha mai passato a nessuno nessun segreto. Bene, se è così la prima querela che dovrebbe presentare in un Tribunale è verso chi lo ha accusato e lo ha fatto indagare (tale Marroni, amministratore delegato della Consip).

Invece niente, querela o è pronto a querelare tutti e non querela il suo accusatore. Roba da pazzi. 
O da cretini.

Per chiudere un’ultima parola.
Benché le considerazioni prima esposte portino dritti verso un solo risultato (il ministro ha evidenti carenze intellettuali), io mi lascio prendere sempre dal dubbio e mi consento una ipotesi di riserva.

E cioè che il ministro sia furbo e non scemo.

E qui le cose peggiorano, perché mi viene in mente quell’episodio del film “Signore e signori, buonanotte” in cui un giornalista intervistando un ministro sotto inchiesta chiede a questi perché non si dimette ricevendo in risposta che lui non lo farà mai perché rimanendo al suo posto potrà difendersi da una posizione di forza.
Ecco, comunque si guardi la cosa il risultato è demoralizzante.

Questa classe politica di “rottamatori” al governo è fatta, nei suoi esponenti più rappresentativi, o da cretini o da furbi.
In entrambi in casi una disgrazia supplementare per questo paese.

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