COMUNISMO IL PD???

COMUNISMO IL PD???

 

di Dario MARCHETTI


Credo che il fallimento del sistema scolastico italiano sia sotto gli occhi di tutti.
La testimonianza più evidente è dato da quegli stralunati webeti che mentre si discute delle politiche portate avanti dal governo a trazione renziota ti dicono che in Italia c’è il comunismo.

Ora, vorrei semplicemente ricordare che il comunismo è un sistema che si fonda sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione (e su una serie di altre cosette, a partire dall’intervento pubblico nell’economia).

Mentre i governi (compresi quelli di centrodestra) che si sono succeduti dal 1994 ad oggi hanno esclusivamente pubblicizzato le perdite e privatizzato i profitti, demonizzando ad esempio la nazionalizzazione di banche e altri settori vitali per l’economia, in quanto occorreva spolpare lo Stato, ovvero i cittadini che lo compongono, a beneficio di ben conosciute lobbies.
Quindi, per favore, facciamola finita con la sagra della coglionaggine e diciamo le cose come stanno: in Italia vige una versione sgangherata del turboliberismo, ovvero il contrario del comunismo.
Punto.
SE AVESSI FATTO ANCH’IO IL MIO DOVERE…

SE AVESSI FATTO ANCH’IO IL MIO DOVERE…

di Antonio GRAMSCI

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

E quest’ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?

 

VAROUFAKIS, OVVERO GLI ERRORI DEL VOLONTARISMO

VAROUFAKIS, OVVERO GLI ERRORI DEL VOLONTARISMO

 

Domenico Moro

di Domenico MORO

Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze della Grecia, ha pubblicato su Il manifesto un articolo di critica alle posizioni di Stefano Fassina sull’Europa, sviluppate sull’onda di Brexit.

Fassina propone “la riaffermazione della sovranità democratica a scala nazionale”, aggiungendo che “sono sempre più retoriche e astratte le invocazioni degli “Stati uniti d’Europa” e le mobilitazioni per democratizzare l’Unione Europea, proposte da Diem 25”.

Varoufakis, principale l’ispiratore del movimento Diem25, ha definito “preoccupante” il discorso di Fassina, accusandolo di “ritirarsi dentro posizioni nazionaliste”, simili a quelle di esponenti della destra europea come Marine Le Pen.

La soluzione di Varoufakis per risolvere la crisi attuale è “una ricostruzione democratica del continente” in modo da “ricostruire, attraverso lotte e conflitto, un demos europeo che possa richiedere una costituzione federale e democratica”.

Quindi, mentre Fassina propende per il superamento della moneta unica, Varoufakis è per conservare l’area euro, pensando di poterla democratizzare.

In effetti, in questo Fassina ha ragione, la posizione di Varoufakis appare astratta.

Per capire se è possibile operare una democratizzazione dell’Europa occorre guardare a che cosa è l’Europa oggi nel concreto, cioè alla sua struttura materiale. Tale struttura è data soprattutto dai meccanismi dell’integrazione valutaria, che rappresentano la gabbia che imbraca l’azione del movimento operaio e delle classi subalterne.

Lo spostamento a livello sovrannazionale di importanti competenze economiche, l’esistenza di una banca centrale europea indipendente da qualunque controllo e l’impossibilità a manovrare i tassi di cambio valutari, il tutto dovuto all’esistenza una moneta unica, rappresentano dei vincoli di carattere materiale che non è possibile bypassare.

La questione centrale non sta tanto nel decidere se fare o una lotta a livello nazionale oppure a livello europeo o se combinare i due livelli.

Il punto che, prima di tutto, va chiarito è l’indirizzo generale del movimento dei lavoratori a livello nazionale e europeo.

L’obiettivo della lotta non può non essere la disgregazione dell’area euro, dal momento che la moneta unica è il nocciolo attorno al quale ruota non solo l’applicazione delle politiche di austerity ma anche tutti i processi di riorganizzazione dell’economia e della società europee, indirizzati a scaricare la stagnazione secolare, in cui è inchiodato il modo di produzione capitalistico, sul lavoro salariato e sulle classi subalterne.

Quanto alla realizzazione di lotte europee che coalizzino, come dice Varoufakis, precari italiani, mini-jobbers tedeschi e chi protesta in Francia contro la Loi Travail, bisogna anche qui guardare alla realtà.

L’integrazione valutaria determina non la convergenza dei Paesi europei ma la divergenza delle loro condizioni. Di conseguenza, anche se le politiche neoliberiste si sono sviluppate dappertutto, non dappertutto hanno avuto la stessa intensità e hanno determinato le stesse conseguenze.

Di fatto, la classe lavoratrice europea, a partire dall’introduzione dell’euro e ancor di più dallo scoppio della crisi nel 2008, è molto più divisa che nel periodo precedente.

Qui non si tratta di decidere se esista o meno un demos/popolo europeo, scomodando persino Gramsci come fa Varoufakis.

Si tratta di guardare a come funzionano le cose.

Se la strategia del capitale europeo è complessiva, essa però si articola in modo differenziato e in mercati del lavoro e condizioni istituzionali e politiche molto differenti.

Infatti, non ci pare che, fino ad ora, sia stato possibile realizzare lotte a livello europeo.

L’errore principale di Varoufakis è il volontarismo, ossia pensare che la soluzione sia una questione di esercizio della volontà, che volere sia potere.

Purtroppo non è così.

Volere è potere se si parte dalle contraddizioni reali e soprattutto se nella proposta si tiene conto degli ostacoli reali. Altrimenti si va incontro alla sconfitta.

Ed è esattamente questo che è accaduto in Grecia l’anno scorso, quando Varoufakis condusse lunghe e fallimentari trattative con la speranza di ottenere dalle istituzioni europee condizioni accettabili.

Di fatto, Varoufakis sta proponendo la stessa ricetta che è fallita in Grecia e che lo ha condotto alle dimissioni.

Ora, pensa che la ricetta possa avere successo se applicata su scala europea.

Ma non è l’aumento della scala che annulla le condizioni oggettive.

Del resto, il problema non sta nella ottusità delle regole europee, dovute alla miopia di qualcuno, come pensa Varoufakis, che rimprovera a Renzi la mancanza dell’ambizione di richiedere un summit per riscrivere quelle regole.

L’architettura dell’euro nasce strutturalmente con uno scopo preciso su indicazione di classi sociali e interessi economici precisi, dei quali Renzi, come altri politici europei, è espressione organica.

Oggi, difendere l’integrazione europea o, peggio ancora, pensare che la crisi si risolva con più Europa, cioè con uno stato federale, finisce per offrire una stampella, per quanto involontaria, a un progetto reazionario che sta vacillando per le sue contraddizioni interne e per l’ostilità di ampi settori popolari e salariati (come è stato evidente in Inghilterra), molto più che per l’azione di forze populiste, xenofobe o di destra. Anche ridurre il dibattito tra chi è per il superamento e chi è per il mantenimento dell’euro ad uno scontro tra nazionalisti, di destra, e internazionalisti, di sinistra, è una semplificazione che non favorisce il dibattito interno alla sinistra europea.

Oggi, a differenza che negli anni ’30, il capitale non punta strategicamente sul nazionalismo bensì sul cosmopolitismo.

E questo sempre per ragioni oggettive, cioè perché il capitale è, nella sua fase storica di accumulazione globale, internazionalizzato.

La disgregazione dell’euro è sufficiente a risolvere le difficoltà dei lavoratori e della sinistra europea?

Certamente no, perché l’uscita dall’euro non abolisce i rapporti di produzione esistenti né crea di per sé rapporti di produzione alternativi.

Ma, d’altro canto, la disgregazione dell’euro è una condizione necessaria, per quanto non sufficiente, a ristabilire condizioni di lotta più favorevoli e a recuperare e allargare spazi di sovranità democratica e popolare, la cui eliminazione è stata determinata soprattutto dalla delega di importanti competenze economiche a organismi sovrannazionali e ai meccanismi autoregolati del mercato e della moneta unica.

L’inutilità del referendum greco dell’anno scorso ne è stata purtroppo esemplare dimostrazione.

Per questa ragione parlare di superamento dell’euro e, quindi, di recupero della sovranità democratica e popolare non può essere scambiato per nazionalismo.

Al contrario, si tratta di un elemento imprescindibile per la ridefinizione di un posizionamento e di un profilo adeguato non solo della sinistra dei singoli Paesi ma soprattutto della sinistra europea.

Il superamento dell’euro è forse l’unico elemento, in ogni caso il principale elemento, attorno al quale in questa fase storica si possano riaggregare i popoli europei e soprattutto la frammentata classe lavoratrice europea, i cui pezzi sono stati messi gli uni contro gli altri, e ricostruire così un vero internazionalismo europeo che oggi, non a caso, è pressoché inesistente.

12 Luglio 2016

fonte: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=603053596524801&set=pb.100004604973226.-2207520000.1500231980.&type=3&theater

 

CERCASI UMANESIMO

CERCASI UMANESIMO

Evo Morales Josè Bergoglio

di Jean DE MILLE

Oggi un’amica mi ha mostrato un articolo di Left, dal titolo alquanto emblematico: AAA laicità cercasi.

Vivremmo dunque asfissiati da un potere teocratico, racchiusi tra le maglie di una pervasiva e totalitaria morale religiosa? Per l’articolista evidentemente sì, come per una parte dei simpatizzanti della sinistra, che evidentemente privi di più stringenti problemi, in primis economici, ritengono prioritaria una lotta per una non meglio definita laicità, la quale si traduce nella pratica in un’estensione dei diritti individuali e della potestà e potenzialità della sfera soggettiva.

Questo surplus di laicità e di libertà viene rappresentato dalla sinistra post-classista come lotta di emancipazione dal retaggio della tradizione religiosa.

Ed in questo vi è qualcosa di vero: si tratta di spezzare gli ultimi vincoli, insieme etici e conformistici, con cui un cattolicesimo ormai residuale ostacola il pieno dominio della cultura materialistica su ogni sfera dell’umano.

La moderna declinazione del laicismo non è nient’altro che una sovrastruttura del capitalismo, che sotto una maschera emancipatrice prepara l’omologazione ai valori scanditi dal mercato.

Dove un’ideologia che si presenta scissa da qualsiasi considerazione circa i rapporti di classe, e che sancisce la libertà illimitata dell’individuo, pone le basi per una libertà compiutamente diseguale, tanto più estesa quanto più ampie saranno le capacità economiche del soggetto.

Per la prima volta sarà possibile vendere ed acquisire la libertà come merce: libertà di accedere al mercato della surrogacy, libertà di giocare reversibilmente con la propria identità sessuale, libertà di soddisfare ogni pulsione libidica, libertà di anestetizzare le conseguenze delle proprie azioni, libertà di espandere in ogni direzione la propria personalità senza altre restrizioni che non siano quelle dettate dalle risorse materiali e culturali.

Da non credente sono convinto che il comunismo, in quanto totale umanesimo, abbia tra gli altri compiti quello immane di raccogliere su di sé gli approdi più alti della riflessione e dell’etica cristiana, a partire da una concezione dell’uomo e della vita assolutamente irriducibile alla pura razionalità economico-strumentale.

Dal mercato della maternità surrogata fino alla nuova frontiera dell’eutanasia obbligatoria, mi sembra che cristianesimo e comunismo possano incontrarsi su un terreno comune, liberante, e sovversivo rispetto ai valori del capitale.

PEZZI DI RICAMBIO

PEZZI DI RICAMBIO

Pezzi di ricambio

di Giuseppe MASALA

Quando crollò il blocco dei paesi comunisti centinaia e centinaia di ricercatori di altissimo livello si ritrovarono da un giorno all’altro a fare i lavori più disparati per sbarcare il lunario: tassisti, guide turistiche e in qualche caso pure peggio.

Magari, e noi non lo sappiamo, nei nostri primi viaggi organizzati nei paesi dell’Est post caduta del Muro siamo stati accompagnati – chissà – da un grande matematico o da un grande fisico o da un grande biologo.

Il collasso della ricerca scientifica e il malessere dei ricercatori è senza dubbio un buon misuratore empirico dello stato di salute di una nazione.

Mi è ritornata in mente questa cosa oggi, dopo aver letto che un ricercatore di storia dell’integrazione europea di 39 anni dell’Università di Catania ha piantato tutto – dopo 20 anni di studio, 3 monografie, 25 ricerche e decine di articoli – per mettersi a vendere pezzi di ricambio per automobili.

La strada è stretta e il margine per svoltare è sempre più ridotto.