CONFESSO CHE HO VISSUTO

CONFESSO CHE HO VISSUTO

 

L’ultimo capitolo del libro di PABLO NERUDA “Confesso che ho vissuto”, è dedicato a Salvador Allende e venne scritto tre giorni dopo l’uccisione del presidente.
Solo 13 giorni dopo anche il Poeta moriva.

Maria Morigi

 

“Il mio popolo è stato il più tradito di quest’epoca. Dai deserti del salnitro, dalle miniere sottomarine di carbone, dalle alture terribili dove sta il rame estratto con lavoro inumano dalle mani del mio popolo, sorse un movimento liberatore di grandiosa ampiezza.

Quel movimento portò alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende affinché realizzasse riforme e misure di giustizia non più rinviabili, affinché riscattasse le nostre ricchezze nazionali dalle ginfie straniere […]

Dal nostro lato, dal lato della rivoluzione cilena, stavano la costituzione e la legge, la democrazia e la speranza.
Dall’altro lato non mancava nulla. C’erano arlecchini e pulcinella, pagliacci a mucchi, terroristi con pistola e con catene, frati falsi e militari degradati.

Gli uni e gli altri giravano nel carosello della disperazione. Andavano tenendosi per mano il fascista Jarpa e i suoi cugini di “Patria e Libertà”, disposti a rompere la testa e l’anima a quanto esiste, allo scopo di recuperare la grande azienda che per loro era il Cile.

Insieme a loro per rendere più amena la farandola, danzava un grande banchiere e ballerino, un po’ macchiato di sangue: era il campione di rumba Gonzales Videla, che ballando la rumba consegnò tempo fa il suo partito ai nemici del popolo. Adesso era Frei che offriva il suo partito democristiano agli stessi nemici del popolo, e ballava alla musica che questi suonavano, e con lui ballava l’ex colonnello Viaux, delle cui malefatte fu complice.
Questi erano i principali artisti della commedia. […]

Il Cile ha una lunga storia civile con poche rivoluzioni e molti governi stabili, conservatori e mediocri. Molti presidenti piccoli e solo due presidenti grandi: Balmaceda e Allende. E’ curioso che entrambi venissero dallo stesso ceto, dalla borghesia ricca, che qui si fa chiamare aristocrazia.

Come uomini di principi, impegnati ad ingrandire un paese rimpicciolito dalla mediocre oligarchia, i due furono portati a morte allo stesso modo. Balmaceda fu costretto al suicidio per essersi opposto alla svendita della ricchezza del salnitro alle compagnie straniere.

Allende fu assassinato per aver nazionalizzato l’altra ricchezza del sottosuolo cileno, il rame. In entrambi i casi l’oligarchia cilena ha organizzato delle rivoluzioni sanguinose. In entrambi i casi i militari hanno svolto la funzione della muta dei cani.

Le compagnie inglesi nel caso di Balmaceda, quelle nordamericane nel caso di Allende, fomentarono e finanziarono questi movimenti militari. In entrambi i casi le case dei presidenti furono svaligiate per ordine dei nostri distinti “aristocratici”. I saloni di Balmaceda furono distrutti a colpi d’ascia. La casa di Allende, grazie al progresso del mondo, è stata bombardata dall’aria dai nostri eroici aviatori…

Allende non è mai stato un grande oratore. E come statista era un governante che chiedeva consiglio per tutte le misure che prendeva. Fu un antidittatore, il democratico per principio fin nei minimi particolari. Gli toccò un paese che non era più il popolo principiante di Balmaceda; trovò una classe operaia potente, che sapeva di cosa si trattava. Allende era un dirigente collettivo, un uomo che, senza provenire dalle classi popolari, era un prodotto della lotta di quelle classi contro la stagnazione e la corruzione dei loro sfruttatori.

Per queste cause e ragioni, l’opera realizzata da Allende in così breve tempo è superiore a quella di Balmaceda; non solo, è la più importante nella storia del Cile. Solo la nazionalizzazione del rame è stata un’impresa titanica. E la distruzione dei monopoli, e la profonda riforma agraria, e molti altri obiettivi che vennero realizzati sotto il suo governo collettivo.

Le opere e i fatti di Allende, di incancellabile valore nazionale, resero furiosi i nemici della nostra liberazione. Il simbolismo tragico di questa crisi si rivela nel bombardamento del palazzo del governo, evoca la guerra lampo dell’aviazione nazista contro indifese città straniere, spagnole, inglesi, russe; adesso succedeva lo stesso crimine in Cile; piloti cileni attaccavano in picchiata il palazzo che per due secoli è stato il centro della vita civile del paese.

Scrivo queste rapide righe a soli tre giorni dai fatti inqualificabili che hanno portato alla morte il mio grande compagno, il presidente Allende. Sul suo assassinio si è voluto fare silenzio; è stato sepolto segretamente; soltanto alla sua vedova fu concesso di accompagnare quell’immortale cadavere.

La versione degli aggressori è che trovarono il suo corpo inerte, con visibili segni di suicidio.
La versione che è stata resa pubblica all’estero è diversa. Immediatamente dopo il bombardamento aereo entrarono in azione i carri armati, molti carri armati, a lottare intrepidamente contro un sol uomo: il Presidente della repubblica del Cile, Salvator Allende, che li aspettava nel suo ufficio, senz’altra compagnia che il suo grande cuore, avvolto dal fumo e dalle fiamme.

Dovevano approfittare di un’occasione così bella.
Bisognava mitragliarlo perché non si sarebbe mai dimesso dalla sua carica.

Quel corpo è stato sepolto segretamente in un posto qualsiasi.
Quel cadavere che andò alla sepoltura accompagnato da una sola donna che portava in sé tutto il dolore del mondo, quella gloriosa figura morta era crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile, che ancora una volta avevano tradito il Cile. (…)”

PABLO NERUDA

 

grazie a Maria Morigi per aver proposto il testo