COLONIALISMO 2.0, LA RICERCA UNIVERSITARIA E IL NEOLIBERISMO

COLONIALISMO 2.0, LA RICERCA UNIVERSITARIA E IL NEOLIBERISMO

 

di Francesco MAZZUCOTELLI

 

Non bastavano le guerre, le dichiarazioni farneticanti di presidenti fanfaroni, la violenza verbale vomitata ogni giorno dalle tastiere: il mese di settembre 2017 sarà ricordato negli ambienti accademici per un articolo intitolato “The Case for Colonialism“, scritto da Bruce Gilley della Portland State University e pubblicato sulla finora prestigiosa rivista “Third World Quarterly”.

Il colonialismo viene riabilitato concettualmente e riproposto come nuovo modello di gestione e di controllo dei popoli extraeuropei, ritenuti sostanzialmente incapaci di governarsi da soli. Chissà, forse in nome di una malintesa “oggettiva efficacia” e di una “soggettiva legittimità” ci toccherà leggere anche gli argomenti in favore della riabilitazione del nazismo?

È un po’ come quando i nostalgici del dvce pigolano che i treni arrivavano in orario e si costruivano gli edifici modernisti ad Asmara. Peccato che gli ebrei siano finiti nei campi di concentramento e gli etiopi siano stati bombardati con le armi chimiche.

Si potrebbe dire che nel mondo ci sono argomenti più urgenti o che Gilley sia solo un provocatore in cerca del pretesto perfetto per ergersi a martire del “politicamente corretto”, garantendosi così qualche presenza nel programma di Tucker Carlson su Fox News (che è più o meno il corrispettivo di Maurizio Belpietro su Rete 4). Si potrebbe dire che è meglio ignorare, ma non è vero: queste teorie, pubblicate in un contesto formale, rischiano di costituire la validazione intellettuale di tanti discorsi del cazzo se non vengono affrontate.

La prima domanda dovrebbe essere: ma il colonialismo è mai finito? Al netto di errori e deviazioni di tipo ipernazionalista che hanno prodotto regimi militari e conflitti etnici, il fallimento di molti regimi postcoloniali è dovuto solo a fattori interni oppure ci sono anche perduranti pressioni e ingerenze neocoloniali e neoimperialiste?

È metodologicamente accettabile assumere come argomentazione pseudo-“storica” una speculazione su ciò che sarebbe potuto accadere (o forse no) se non ci fosse stato il colonialismo europeo?
Ha senso citare la battuta semi-sarcastica del primo imbecille che passa per le strade di Kinshasa come indicazione che i congolesi bramano il ritorno dei belgi, senza nemmeno ricordare gli spaventosi massacri e le inaudite violenze del colonialismo belga in Congo?
È serio citare pretestuosamente uno studio sui boscimani per comparare la Namibia precoloniale con la Cina della dinastia Qing? Non è come comparare i lapponi al tempo dell’imperatrice Caterina con la Sicilia del Gattopardo, ossia come comparare le noci con le zucche?
È ammissibile scrivere che la Libia e Haiti “non hanno una significativa storia coloniale”?

Con un linguaggio moraleggiante, più adatto al pulpito di Fox News che alle aule di ricerca, Gilley sembra ignorare come da decenni sia ampiamente attestata negli studi coloniali la presenza di ceti, gruppi e strati sociali che, per motivi strumentali e in disprezzo di altri attori locali, hanno accettato o addirittura sostenuto il dominio coloniale. E allora? La storia è piena di gruppi che si assoggettano a nuovi padroni pensando (perlopiù malamente) di sfangarla: niente di nuovo sotto il sole, ma questo giustifica forse le oppressioni?
I corposi dibattiti sulla “agency” (capacità di azione) delle popolazioni locali in rapporto al colonialismo vengono banalizzati in una schematica contrapposizione che deforma in maniera grottesca la critica postcoloniale.

In un articolo che si chiude con una raccomandazione operativa, l’autore cade in una clamorosa contraddizione accusando gli studi postcoloniali di essere “politici”.
Perché poi le posizioni politiche debbano essere ostracizzate rimane un mistero.
Molte critiche si possono giustamente fare a tanti regimi postcoloniali, travolti dal militarismo, dalla corruzione, da un asfissiante nativismo con tratti paranoidi. Molte critiche si possono fare e sono state fatte. Assumerle come base di partenza per postulare la riesumazione delle amministrazioni coloniali o per affermare che l’anticolonialismo è la più grave minaccia alla pace nel mondo e ai diritti umani, ecco, è veramente squinternato. Siamo dalle parti di Vittorio Feltri, ma in questo caso con un’aura supplementare di attendibilità accademica. La “colonial governance agenda” non viene mai chiarita, anche se qui e là si capisce che l’obiettivo è di facilitare le grandi aziende multinazionali e le istituzioni internazionali neoliberiste. È interessante ciò che l’autore suggerisce, ma non dice: che questa roba, questo colonialismo di ritorno esiste di fatto già adesso sotto la forma di più sofisticate formule.

La ridicola chiusura dell’articolo di Gilley ipotizza uno strampalato progetto di ricolonizzazione da parte del Portogallo di alcune isole della Guinea Bissau, ovviamente all’insaputa degli uni e degli altri.
In tutta questa sbrodolata di scemenze e di odio per l’anticolonialismo (bizzarri questi oppressi che ce l’hanno coi loro antichi e meno antichi oppressori!), mai questo esperto di politiche sul clima prestatosi alla storia coloniale si premura di ricordare lo schiavismo predatorio o di introdurre una definizione di colonialismo: un meccanismo strutturale di estrazione di risorse e smaltimento di esuberi a tutto svantaggio dei colonizzati e a tutto vantaggio degli occupanti.