COLONIALISMI ALLA MICRON ET AL

COLONIALISMI ALLA MICRON ET AL

micron-colonialismo

 

di Claudio KHALED SER

 

Ceuta e Melilla sono territorio spagnolo in Africa.
Voi vi chiederete come mai un pezzo di Europa sta, contro ogni logica, in territorio straniero.
Ce lo chiediamo tutti senza mai trovare una risposta intelligente.

Quest’isoletta felice a pochi km da Tangeri, cuore del Marocco, é stata da sempre presa d’assalto dai marocchini che la ritengono la via più breve per entrare nel Vecchio Continente.
Madrid ha ottenuto dall’Europa poco più di 30 milioni di euro per costruire due muraglie sorvegliate elettronicamente e presidiate con armamento pesante, mitragliatrici con puntatore laser comprese.

RISULTATO: OLTRE 6.000 morti
Seimila PERSONE uccise sul filo spinato,
Seimila UOMINI assassinati dal piombo spagnolo.
Adesso Parigi ci dice che NOI siamo “vomitevoli” (testuale, ndr) e Madrid che NOI siamo rozzi ed incivili, che NOI siamo senza cuore (in buona sostanza, ndr).

Non perdo nemmeno altro tempo per raccontarvi le centinaia di carrette del mare speronate e fatte affondare nelle acque di Gibilterra e nemmeno sto a dirvi le centinaia di persone fatte annegare lungo le ricche coste delle Baleari o le tossicodipendenti spiagge di Ibiza.
Non ne vale la pena.
Ma da voi popolino di toreri e tortillas, non accetto una parola sulla Solidarietà & Accoglienza.

Quello li, si insomma quello che vive all’Eliseo crede che basti il cognome, Macron, per essere macroscopico ed imporre tutta la sua figura sulle scene.
Invece é piccolo, oserei dire Micron.
Vorrei ricordare al micro-presidente la sua politica sull’immigrazione celebrata anche recentemente sulle alture di Ventimiglia.
Ma non solo.

Caro Micron, le faccio un paio di domandine semplici.
Quale bandiera, fiera ed orgogliosa sventola su:

Fortini della Legione Straniera, accozzaglia di delinquenti e criminali, assunta e stipendiata per combattere il Popolo, in Marocco, Algeria, Saharawi?
Quali colori s’agitano nelle foreste del Niger, protette dalle mitragliatrici e dai bazooka?
Quali stendardi stanno al vento in Nigeria, in Togo, in Benin, in Ruanda, in Angola, in Tchad?
A chi appartengono i Mirage e gli elicotteri SA 231 che a volo radente bombardano e sterminano i Tuareg in Camerun?

Potrei continuare presidente Micron, ma dubito che lei sappia o voglia rispondere. a queste.
S’immagini alle altre 769 domandine che potrei rivolgerle.

Siete tra le più oppressive, criminali, antidemocratiche Nazioni del Mondo. Siete colonialisti e venditori di schiavi.

NOI dovremmo prendere lezioni da Voi?
NOI, Italiani, dovremmo parlare di Diritti Umani con gente come voi?

Ma mi faccia il piacere mi faccia….

HOLOT, INFERNO DI UN LAGER ISRAELIANO

HOLOT, INFERNO DI UN LAGER ISRAELIANO

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di Claudio KHALED SER

 

Holot é un campo di concentramento creato dagli israeliani per i non ebrei.
Situato nel deserto del Negev, lontano da qualsiasi sguardo indagatore, é una prigione che ospita 3500 migranti per lo più eritrei, ghanesi, nigeriani.

Catturati alla frontiera mentre chiedono o cercano asilo, vengono rinchiusi nel lager di Holot in attesa di una destinazione lontana.
Nessuno può chiedere d’essere ammesso sul suolo israeliano a meno che non sia ebreo e ricco.

Tra le misure adottate per realizzare lo Stato ebraico l’ultima è il foglio di via, dal 4 febbraio, ai maschi eritrei e sudanesi senza figli con i visti in scadenza (in Israele devono essere rinnovati ogni 2 mesi): entro la fine di marzo, ci sono 3.500 dollari a testa e il biglietto aereo come incentivi, poi le autorità potranno passare agli arresti e alle espulsioni forzate.

Fonti d’apparato in Israele indicano ufficiosamente Ruanda e Uganda come i Paesi di un accordo segreto sui ricollocamenti forzati (negli atti la destinazione si promette «stabile» e «tremendamente sviluppata nell’ultimo decennio»).
Ma nei due Stati africani si nega di aver firmato alcunché o di aver intenzione di ricevere qualcuno.

Quarantamila espulsi da Israele sono una città.
Il governo di Benjamin Netanyahu tenuto in piedi dall’ultradestra religiosa e sionista non scherza e negli ultimi sondaggi il 76% degli israeliani gli dà ragione.,
In realtà si tratta di circa 38 mila africani entrati nel Paese prima che nel 2012 fosse completata una barriera di 220 chilometri alla frontiera con l’Egitto e da allora ignorati o rifiutati come richiedenti asilo, in fuga dal regime eritreo e dalla guerra in Darfour.

Le politiche d’accoglienza di Israele sono le più chiuse tra i Paesi occidentali, di fatto inesistenti verso non ebrei: le poche centinaia di profughi che dal 2013 sono riuscite a entrare illegalmente dalla rotta egiziana, attraverso il Sinai, spesso non hanno fatto richiesta d’asilo per non venire identificate e respinte.

Da marzo, l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione invierà anche una settantina di «ispettori speciali» a rintracciare chi tra loro vive e si mantiene in nero e chi li aiuta a lavorare in ristoranti, locali o con altre occupazioni.
Da maggio 2017 è in vigore anche una legge che obbliga i datori di lavoro a trattenere il 20% dello stipendio a eritrei e sudanesi con visto temporaneo.

Per la «legge sui depositi» l’importo sottratto va in un deposito su un conto speciale aperto dal governo, sbloccato e restituito agli immigrati quando abbandonano il Paese. I 3.500 dollari promessi ad ogni migrante per la loro uscita, vengono offerti da anni: in 20 mila tra eritrei e sudanesi li hanno accettati e alcuni hanno raccontato di essersi ritrovati nelle prigioni in Ruanda.

L’alternativa è essere rinchiusi nel campo di concentramento di Holot gestito dal servizio carcerario, abbandonati al loro miserabile destino.
AFGHANISTAN, UNA GUERRA DI DROGA

AFGHANISTAN, UNA GUERRA DI DROGA

 

di Claudio KHALED SER

 

Vi ricordate le motivazioni dell’intervento armato degli Usa in Afghanistan, nel quale è ancora impantanata anche l’Italia?
Pacificare il Paese; eliminare i talebani; liberare le donne; spazzare via le piantagioni di oppio e costruire una nuova economia.

A 16 anni dall’inizio di quella disastrosa e sanguinosa avventura avviata per vendicare l’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono da parte di sauditi Al Qaeda, l’Afghanistan è ancora in guerra, i talebani non sono mai stati così forti, le donne non sono mai state così oppresse e la produzione di’oppio afgano ha fatto un altro balzo dell’87% e ha raggiunto un nuovo record.

La produzione di oppio in Afghanistan è aumentata dell’87% fino a raggiungere un livello record di 9.000 tonnellate nel 2017 rispetto ai livelli del 2016 e l’area coltivata a papavero da oppio è aumentata fino a raggiungere il record di 328.000 ettari nel 2017, in aumento del 63% rispetto ai 201.000 ettari del 2016.

L’Afghanistan è il primo coltivatore al mondo del papavero da cui vengono prodotti l’oppio e l’eroina e i livelli record della produzione di oppio e della coltivazione del papavero pongono molteplici sfide all’Afghanistan, ai Paesi confinanti e ai molti altri paesi di transito o consumo degli oppiacei afghani.

Il boom della coltivazione del papavero da oppio rimpinguerà le casse dei talebani e dei loro concorrenti dello Stato Islamico, ma anche dei signori della guerra alleati del governo di Kabul.

La regione meridionale dell’Afghanistan – controllata dai talebani e dai loro alleati – ha la maggiore quota di produzione di oppio nazionale con il 57%, che equivale a circa 5.200 tonnellate.
La seconda regione di produzione di oppio più importante dell’Afghanistan è quella settentrionale – in mano alle milizie uzbeke e tagike spesso alleate del governo – con 1.400 tonnellate e il 16% della produzione afghana.
Al terzo posto c’è la regione occidentale con 1.200 tonnellate e il 13%.
Le restanti regioni orientali, nordorientali e centrali rappresentano insieme il 12% della produzione di oppio.

Queste cifre spaventose dovrebbero farci prendere una considerevole pausa di riflessione su come trovare una soluzione praticabile e realizzabile per fermare le droghe che fluiscono dall’Afghanistan.

E’ chiaro che un simile mercato, con flussi di milioni di dollari, faccia gola a tutti e che si ricorra ad ogni mezzo per accaparrarsi una fetta del mercato.

Ricapitolando, la Religione, il Terrorismo, la Jihad…. non c’entrano nulla.

E’ una guerra di droga, tra fabbricanti di droga, coltivatori di droga, venditori di droga.
Droga che finisce in tutte le città del Mondo, spedita con navi, aerei, treni.
Alla luce del sole.
Vi sembra facile far partire tre navi mercantili al mese da Kabul o 6 aerei cargo con destinazione Parigi – Londra – New York strapieni di eroina?

Ecco come è ridotto, dopo 16 anni di intervento “democratico” occidentale e italiano, un Paese come l’Afghanistan dove dovevamo portare la Democrazia, la Pace e la Libertà.
LAPIDAZIONE ALL’ITALIANA

LAPIDAZIONE ALL’ITALIANA

 

di Claudio KHALED SER

Noi non siamo l’Arabia Saudita.
Loro usano i sassi, noi le parole.
Uccidiamo l’adultera seppellendola sotto un cumulo di insulti.
Perché noi siamo civili, mica quei trogloditi là.

Quelle due sono americane e le “made in USA” non hanno dio, non hanno pudore, vengono qui apposta per darla e quando uno se la prende hanno pure il coraggio di protestare.

Sono donne e questo dice tutto, da Eva in avanti non ce n’é una che si salvi. Forse la nostra mamma, ma non indaghiamo.

Le donne si ubriacano, si drogano, mettono le sottane per far vedere il culo, mostrano le tette e si tingono i capelli.
Poi si lamentano se prendiamo cio’ che ci spetta di diritto.

Quei poveri ragazzi (quarantenni) di Firenze sono stati irretiti, violentati, hanno cercato di dire di no, hanno urlato nell’androne “non te lo voglio dare” ma non é servito a niente. Le fameliche se lo son preso tutto e poi, siccome non era abbastanza, li hanno pure denunciati.

Non esiste un “porco Adamo” c’é sempre una “porca Eva”.

Ma le donne non sono tutte come quelle, molte sui social hanno giustamente puntato il dito contro le sorelle americane.
Le hanno seppellite sotto una valanga di “puttanelle” e “se la son cercata”.
Donne contro donne, come in Arabia Saudita, dove son proprio le donne della famiglia a lanciare le prime pietre.

Dov’é finita la solidarietà di genere ?

Quel grand’uomo di Adinolfi ieri ha chiarito il fatto :
“La donna per natura é tentatrice e l’uomo spesso soccombe”
Ecco, soccombe mi pare il verbo adatto.

Poi ci sono gli sfigati come me che non sono mai “soccombuti”.
Io da quando avevo 15 anni che cerco di soccombere……ho dovuto accontentarmi di “Federica la mano amica”.

Non é mai troppo tardi, se per caso c’é in giro una ubriaca che mi vuol soccombere, si faccia avanti cosi’ la smetto di soccombere da solo.

I MURI DI GAZA

I MURI DI GAZA

di Claudio KHALED SER

La prossima volta che dalla Striscia di Gaza sarà sparato un colpo di pistola giocattolo o sarà lanciato un palloncino verso Israele, l’esercito sionista comincerà a costruirci sopra una cupola d’acciaio per evitare che la cosa si ripeta.

Il soffitto permetterà anche di separare questo spazio dal cielo. Quando si formerà la prima crepa, e sarà sparato un altro colpo di pistola giocattolo e sarà lanciato un altro palloncino, gli ufficiali procederanno alla fase successiva: inondare la Striscia di Gaza finché non sarà completamente sommersa.
Dopo tutto, è della sicurezza d’Israele che stiamo parlando.

Prima che questo avvenga, anche se i piani sono già pronti, il “modesto e povero” esercito israeliano deve arrangiarsi con strumenti più semplici: sta infatti costruendo una nuova “barriera” intorno alla Striscia, la madre di tutte le recinzioni e di tutti i muri dei quali Israele si sta circondando, alta sei metri e profonda dieci. Israele é uno stato con un muro nel cuore: non c’è niente che gli piaccia di più che circondarsene.

La storia è piena di sovrani megalomani che hanno costruito palazzi. Per adesso, la megalomania israeliana si limita ai muri. Barriere di separazione, recinzioni di filo spinato, recinzioni buone (quella al confine con il Libano) e cattive: il paese è tutto una recinzione. Basta dare ai responsabili della difesa una scusa e si circonderanno di recinzioni costate miliardi.
Per una cosa del genere i soldi si trovano sempre.

Esiste la recinzione degli orrori al confine con l’Egitto, per tenere lontani i profughi africani, e la recinzione di separazione di fronte agli scalzi abitanti del campo profughi di Dheisheh in Cisgiordania. Ora tocca alla recinzione in filo spinato di Gaza per sostituire quella sotto la quale sono stati scavati i tunnel e impedire che ne vengano scavati altri.
La prossima sarà una recinzione elettronica intorno alla città arabo-israeliana di Umm al Fahm, in risposta al “terrorismo” che prolifera da quelle parti.

Il capo del commando sud ha fatto l’annuncio, i corrispondenti militari lo hanno servilmente citato e Israele ha risposto con uno sbadiglio o con un sì d’indifferenza. Si tratta di un metodo collaudato: prima si demonizza un obiettivo (i tunnel), poi si trova una soluzione megalomane.
Ecco così materializzarsi un altro progetto sionista da 800 milioni di dollari che sarà costruito da lavoratori moldavi e da richiedenti asilo africani.
Eccolo qui: un altro muro.

I dettagli vanno dal fantastico al grottesco, come l’uso di bentonite, un’argilla che diventa viscosa a contatto con l’acqua. Oppure una rete di sicurezza “vedi e spara” che può uccidere con un semplice joystick, manovrato da coraggiose soldate che saranno elogiate dai mezzi d’informazione per ogni uccisione.
O ancora enormi gabbie di ferro dotate di tubature impermeabili e sensori di segnalazione.

Al sistema manca solo un tipo di avvertimento: quello che segnala che tutto il sistema sta impazzendo.
Donald Trump al confine con il Messico, Israele a quello con Gaza: due follie decisamente simili.

In Israele avvengono numerosi incidenti automobilistici. Provocano più morti di tutte le azioni terroristiche provenienti dalla Striscia di Gaza, ma nessuno ha pensato di spendere per le strade la stessa quantità di denaro spesa per il nuovo giocattolo dell’apparato militare.

Ci sono pazienti che muoiono in ospedale, parcheggiati nei corridoi perché non ci sono abbastanza letti. Il denaro usato per la barriera di Gaza potrebbe aiutare.
Anche questo salverebbe delle vite, ma gli ospedali non rientrano nel culto della sicurezza, e quindi nessuno penserebbe mai di spendere i soldi usati per il confine con Gaza nel centro medico Hadassah di Gerusalemme.

Gaza è una gabbia, le cui porte vengono chiuse oggi in maniera ancora più severa, con una decisione autoritaria, arrogante e unilaterale, come sono tutte le misure d’Israele nei confronti dei palestinesi: dalla costruzione di una barriera di separazione sul loro territorio agli insediamenti.
Non è difficile immaginare i sentimenti degli abitanti nei confronti di questa nuova chiusura.
Non è difficile neppure immaginare quale tipo di stato sia oggi Israele, uno stato che si circonda di muri fino alla follia.

Come per le misure adottate in passato, anche questa non risolverà nulla.
L’unico modo di affrontare la “minaccia” proveniente da Gaza è dare a Gaza la sua libertà.
Non c’è mai stata e mai ci sarà un’altra soluzione.
E quando questo muro sarà costruito, gli appaltatori s’arricchiranno e gli israeliani che vivono vicino al confine potranno festeggiare.
Ma presto nel muro spunteranno alcune crepe e la gioia degli abitanti svanirà di nuovo.

Israele ha deciso di costruire un altro muro e ne pagherà il prezzo.
“Finché un solo Palestinese sarà vivo, nessun muro lo fermerà”
Era Hamas, era il 1980.
È oggi.

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