GOVERNO, BANCHE, SCUOLA E IL MANCATO TALLONE DI ACHILLE

GOVERNO, BANCHE, SCUOLA E IL MANCATO TALLONE DI ACHILLE

 

Questo testo è del gennaio 2016 ma merita la lettura per l’analisi veritiera che fa sulle condizioni della scuola in merito alle azioni da compiersi e alle aspettative che ne conseguono.

Perchè è attuale nelle domande che pone e ci pone.

di Alexandra DMITRENKO

Vogliamo parlare chiaro? A nessuno nel paese importa di noi, della scuola, della legge 107, e ci hanno completamente dimenticati.

Il governo ha commesso però un grave ERRORE POLITICO: nel suo menefreghismo e la sua megalomania ha rovinato decine di migliaia di persone per salvare le banche degli amici e del padre della Boschi.

Questo potrebbe essere il TALLONE di ACHILLE del dittatorello, perché la gente NON dimentica e non dimenticherà chi l’ha rovinata. E questo malcontento grave NON si placherà.

La prova? I diversi tentativi delle ultime settimane per distogliere l’attenzione e insabbiare la faccenda, mostrano che è in ovvie difficoltà:

1. L’idiozia come la Leopolda in stile vecchio Congresso del Partito sovietico
2. L’abbaiare come un chihuahua contro un cane San Bernardo del Cazzaro contro la Merkel, per camuffare lo scandalo delle banche e della (presunta? mica tanto) amante Boschi.
3. Varie dichiarazioni maldestre sulla colpa da attribuire all’UE: è colpa dell’ Europa, ovviamente, se il governo italiano ha fatto il decreto in tempi rapidissimi per salvare le banche in bancarotta (sembra fraudolenta).
4. Tante promesse fasulle che la gente verrà risarcita (in parte). Se lo fanno per alcuni escludendo altri, sarà ancora peggio.
5. Il dispiegamento della propaganda a tutti i livelli (ahaha, vogliono persino mandare la Mummia del Faraone a fare proselitismo a Palermo, capeggiato dalla CGIL!)

Mi direte, ma che c’entriamo noi? C’entriamo, eccome.
Rimangono due anni prima delle elezioni nel 2018, ma il governo pianifica per quest’anno l’instaurazione della più grande infamia, cioè gli Ambiti territoriali, ovvero la consacrazione dell’asservimento totale dei docenti. Inutile tornare sui dettagli.

Inoltre parla delle assunzioni TRIENNALI degli insegnanti. Ma dato che la matematica non è una opinione, 2016 + 3 = ci porta al 2019!!
Che ottimismo, sono veramente convinti di esserci ancora?

Come converrebbe quindi procedere?
Per esempio su due livelli:

1. Inutile appellarsi a TUTTI i docenti, molti sono collaborazionisti e hanno avvallato la 107 facendo la domanda, molti lo sono per natura e per convenienza, qualcuno farà anche il concorso fasullo che produrrà nuovi schiavi. Una parte degli irriducibili però rimane e conviene individuarla bene. Certamente bisogna sabotare e ritardare il più possibile i tentativi di instaurare gli ambiti, boicottando il concorso e negando la collaborazione.

2. Allearsi con le forze scontente nel paese, inutile pensare che quegli irriducibili docenti siano sufficienti da soli: la gente truffata, i pensionati truffati, gli operai che hanno già subito le delizie del Job Act, gli Universitari sotto attacco, la Sanità, ecc..

Fomentare lo scontento tra la gente è sicuramente una misura essenziale.
Sarebbe imperativo fare delle manifestazioni oceaniche, ma conoscendo l’Italia e la scuola, è fantascienza.

Chiedere lo sciopero ad oltranza a scuola, delle occupazioni vere nel paese, sarebbe indispensabile ma pura utopia.
Fare delle azioncine alla Fantozzi che ci piacciono tanto e ci danno la soddisfazione fasulla di fare qualcosa, è inefficace e inutile, come volevasi dimostrare in estate. Certo, va mostrato il nostro scontento, ma non ci illudiamo che diano dei risultati.

Dobbiamo preparare le forze da mettere in atto DOPO, con alcune forze politiche, questo sarebbe imperativo.

Non possiamo sapere quando arriverà il DOPO. Renzie e la sua cricca sono stati messi là dai loro mandanti, la TREELLE (le lobby della Confindustria) per realizzare la privatizzazione del paese. In parte lo hanno fatto e saranno tenuti lì finché serviranno.
Ma non sono insostituibili, perché non devono far perdere troppi consensi. Se la TREELLE deciderà che diventano dannosi (lo vedremo alle elezioni di quest’anno), potrebbe sostituirli con altre marionette per evitare di perdere il potere.

Potrebbe essere questo il momento del DOPO. Comunque, il nostro scopo dovrebbe essere quello di essere pronti per esigere le elezioni anticipate. E se no, almeno per essere pronti per le elezioni del 2018.
Se no, ci terremo la schiforma minimo due anni ancora.
O forse in eterno?

 

 

VOUCHER: ARROGANZA E PREPOTENZA SENZA LIMITI

VOUCHER: ARROGANZA E PREPOTENZA SENZA LIMITI

UNA TRUFFA CONTRO I LAVORATORI, I CITTADINI E LA COSTITUZIONE ITALIANA

Il fantasma del precario. Manifestazione

di Claudio Morselli

L’arroganza e la prepotenza del governo non ha limiti.

Con la reintroduzione dei voucher, aboliti per decreto per evitare il referendum della Cgil, il governo è responsabile di una truffa ai danni dei lavoratori, dei cittadini – soprattutto di chi (più di un milione) ha firmato i quesiti referendari – e della Costituzione italiana.

Il provvedimento è incostituzionale, per violazione dell’articolo 75 della Costituzione sui referendum.

Il provvedimento è altresì incostituzionale per violazione dell’ articolo 1 della Costituzione (“L’italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”), dell’articolo 4 (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) e dell’articolo 36 (“Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”).

I lavoratori continueranno a dover mendicare il poco lavoro disponibile: lavorando da precari e senza diritti.

IL VERO VOLTO DI ART.1-MDP

IL VERO VOLTO DI ART.1-MDP

Pierluigi Bersani e Miguel Gotor

di Michele MALAGUTI

Quindi, mi state dicendo che siete contro i voucher, però domani non voterete contro la manovra che reintroduce i voucher.

Poi, mi raccomando, il 17 giugno tutti in piazza con la CGIL per la manifestazione contro i voucher, proprio quelli che avrete contribuito a far passare non votandovi contro.

Ma siete seri?

Cari tutti di ARTICOLO1-MDP non è ancora chiaro che è proprio con queste operazioni che si è azzerata la credibilità della sinistra?

I VOUCHER-ZOMBI (RITORNO AL PASSATO)

I VOUCHER-ZOMBI (RITORNO AL PASSATO)

Il ritorno degli zombie

di Luca FANTUZZI

Ritorno sulla questione della resurrezione dei voucher in modo maggiormente analitico, dopo averne recentemente parlato su Il Format.

Intanto facendo ammenda del titolo dell’articolo, nel senso che effettivamente i buoni-lavoro sono stati resuscitati, ma – si spera – non per rimanere nella gloria, bensì soltanto come un segno (non della vittoria della vita sulla morte ma, assai più prosaicamente, della vittoria del capitale sul lavoro nella lotta di classe) che non oblitera la comunque inevitabile corruzione del sepolcro.

Più che a Nostro Signore, in sostanza, auspico che assomiglino a Lazzaro, rispetto al quale mi restano assai meno simpatici.

Comunque, sia come sia, nonostante le rassicurazioni dei proponenti il famigerato emendamento, ecco che i voucher si ripropongono (come la peperonata).

Ma sono diversi!, dicono dalla regia, un po’ come quei mariti che spendono lo stipendio al bar o alle slot machine e poi – dopo essere stati buttati fuori di casa – tornano con la coda fra le gambe, assicurando di aver perso il pelo, e anche il vizio.

Ovviamente mentendo: passa qualche giorno e il vizio si riaffaccia, fino alla successiva scenata familiare (il lettore non avrà difficoltà ad immaginare Susanna Camusso nella veste di moglie inviperita, pronta a brandire nuovamente – a mo’ di mattarello – il referendum abrogativo).

Si tratterebbe dell’ennesima stucchevole presa in giro del popolo italiano, tutto sommato neppure troppo interessante, se non permettesse qualche riflessione più ampia di natura giuridica, sulla quale vale la pena soffermarsi.

I.a. Vincolatività del referendum abrogativo

Il primo punto da prendere in considerazione attiene alla vincolatività del referendum abrogativo.

La questione, nei suoi termini generali, è molto chiara: se la Costituzione dispone l’abrogazione di una legge nel caso di pronunciamento in questo senso della maggioranza del corpo elettorale (sia pure con le forme ed i limiti di cui all’art. 75), evidentemente la riproposizione di norme identiche a quelle oggetto di consultazione popolare, magari dopo un breve lasso di tempo rispetto alla consultazione medesima, porterebbe a una censura di incostituzionalità della nuova disciplina.

Trattasi di un caso di scuola, che tuttavia si è presentato nella in relazione a disposizioni in materia di affidamento diretto di pubblici servizi locali.

In particolare, l’art. 4, D.L. 13 agosto 2011, n. 138 riproponeva – a distanza di meno di un mese dalla pubblicazione del decreto dichiarativo dell’avvenuta cancellazione! – una norma oggetto di abrogazione referendaria (cioè l’art. 23-bis, D.L. n. 112 del 2008), oltre a “parti significative” delle norme di attuazione della medesima (D.P.R. 7 settembre 2010, n. 168), recando anzi “una disciplina che rende ancor più limitate le ipotesi di affidamento diretto e, in particolare, di gestione in house di quasi tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica, in violazione del divieto di riproposizione della disciplina formale e sostanziale oggetto di abrogazione referendaria, di cui all’art. 75 Cost….”.

La sentenza n. 199 del 2012 della Corte Costituzionale l’ha annullata, riproponendo un principio fondamentale che non può essere messo in dubbio nonostante la lunga teoria di referendum i cui risultati sono stati del tutto disattesi dal legislatore.

Si è trattato spesso, infatti, di norme che difficilmente avrebbero potuto essere oggetto di un contenzioso attraverso il quale sollevare ricorso incidentale alla Corte (si pensi al finanziamento pubblico dei partiti, o al clamoroso caso del Ministero dell’Agricoltura).

I giudici, infatti, che nella sentenza qui in commento hanno riconosciuto la sussistenza di “un conflitto di attribuzioni fra Stato e Regioni”, hanno in passato recisamente negato la possibilità di riconoscere un “conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato” tra i promotori di un referendum “tradito” da un lato, e la Camera e il Senato dall’altro (v. sentenza n. 9 del 1997).

Ma la pronuncia del 2012 non si ferma qui. Ci si legge infatti: “un simile vincolo derivante dall’abrogazione referendaria [cioè l’incostituzionalità di una disciplina analoga o peggiorativa rispetto alla volontà popolare espressa nel referendum] si giustifica, alla luce di una interpretazione unitaria della trama costituzionale ed in una prospettiva di integrazione degli strumenti di democrazia diretta nel sistema di democrazia rappresentativa delineato dal dettato costituzionale, al solo fine di impedire che l’esito della consultazione popolare, che costituisce esercizio di quanto previsto dall’art. 75 Cost., venga posto nel nulla e che ne venga vanificato l’effetto utile, senza che si sia determinato, successivamente all’abrogazione, alcun mutamento né del quadro politico, né delle circostanze di fatto, tale da giustificare un simile effetto”.

Una norma che reintroduce una disposizione abrogata via referendum non è, dunque, sempre illegittima.

Tale circostanza è infatti plausibile se: (1) sono mutate le circostanze di fatto; (2) è mutato il quadro politico.

A cosa si faccia riferimento quando si tira in ballo un mutamento delle circostanze di fatto è abbastanza evidente. Ma cosa vuol dire “mutamento del quadro politico”?

Scrive Giampietro Ferri: “il fatto che, nel corso della XVI legislatura, dopo l’abrogazione referendaria, vi sia stato un cambiamento della maggioranza governativa e che ciononostante la Corte abbia negato che siano avvenuti mutamenti del quadro politico dovrebbe portare a escludere che la giurisprudenza costituzionale faccia dipendere il mutamento del quadro politico dalle vicende riguardanti la maggioranza di Governo. Si potrebbe ipotizzare allora che tale mutamento debba essere collegato a una trasformazione del sistema politico, con la nascita e l’affermazione di nuove forze politiche, il che sembrerebbe però eccessivo.

Più convincente appare l’interpretazione secondo la quale la Corte richiederebbe implicitamente un intervento del corpo elettorale: intervento che, rinnovando e restituendo la piena rappresentatività al Parlamento, potrebbe giustificare l’approvazione di una legge contrastante con l’esito referendario”.

In altri termini, per ribaltare un referendum basterebbe il lavacro delle elezioni.

Io credo invece che sia come minimo necessario che da quelle elezioni escano vincenti una o più formazioni politiche che hanno espressamente inserito, nel loro programma di governo, la reintroduzione della norma in questione.

Pena, la durata infra-quinquennale di qualsiasi decisione referendaria.

I.b. Il caso dei voucher

Il caso dei voucher, tuttavia, è assai differente.

Il referendum abrogativo – che sarebbe stato vinto a man bassa dalla CGIL – non si è infatti tenuto perché lo stesso Governo ha cancellato le norme oggetto della consultazione popolare.

Si può quindi concludere che, nel caso di specie, la giurisprudenza della Corte sopra richiamata non si applica, trattandosi di fattispecie del tutto differente?

Si può, in altri termini, pensare che un governo possa tranquillamente cancellare qualsiasi disposizione oggetto di referendum salvo poi reintrodurla identica una volta che il referendum è stato cancellato?

A mio avviso, l’interpretazione sostanziale e sistematica della Corte Costituzionale nelle sentenze sopra succintamente citate conduce a ritenere applicabile, in via analogica, anche al caso dell’abrogazione e reintroduzione dei voucher (ove le due discipline siano effettivamente sovrapponibili) i principi della sentenza n. 199 del 2012, con tutte le conseguenze del caso.

E ciò per l’evidente limite per cui non è possibile immaginare una “riviviscenza” (non solo della disposizione oggetto del referendum ma anche) del referendum stesso.

Ciò premesso, il problema si fa tuttavia più complesso nel momento in cui si tenti di immaginare modalità concrete per attivare il sindacato della Corte la quale – non essendovi nel caso di specie diritti regionali lesi – può essere adita soltanto incidentalmente nel quadro di un previo contenzioso di natura civile o penale.

Ma quale? L’unica ipotesi che mi viene in mente è quella di un prestatore che – “assunto” da una impresa con questo nuovo “contratto di prestazione occasionale” – sostenga la nullità dello stesso e chieda al giudice di ricostruire il rapporto esistente fra le parti in termini costituzionalmente coerenti, magari entro lo schema della subordinazione.

Sinceramente mi sembra una strada impervia, per non dire addirittura improponibile. Io, però, se fossi responsabile di un’impresa, questo nuovo “contratto” aspetterei un po’, prima di usarlo…

II. I voucher vecchi e nuovi

Dunque vediamo più da vicino questo art. 54-bis che si vorrebbe introdurre nella legge di conversione del disegno di legge n. 50 del 2017, quello cioè con cui – sotto il falso nome di decreto a favore delle popolazioni colpite dal sisma del Centro Italia – il Duca Conte Gentiloni ha redatto la Legge europea sui conti di primavera (sulle cui nefandezze si è detto qui e qui).

Che c’entrano i voucher con disposizioni in materia di Iva? Nulla di nulla, così come è assurdo che disposizioni come quelle in parola siano analizzate dalla Commissione Bilancio e non dalla Commissione Lavoro.

Ma sono tali e tante le sconcezze, che queste quisquilie non le nota più nessuno.

D’altronde, nella stessa legge di conversione è spuntato fuori anche un articolo di interpretazione autentica delle disposizioni che hanno condotto il Tar a bocciare le nomine dei direttori dei principali musei italiani da parte del Ministro Franceschini, in modo da mettere una pezza all’ignobile spettacolo della settimana scorsa.

Pezza che, come sempre accade, è assai peggiore del buco. Vabbè, lasciamo perdere e torniamo all’emendamento.

II.a. La mancanza di un inquadramento dogmatico coerente

Il comma 1 definisce il concetto di “prestazione occasionale” che può essere “acquisita” a certe condizioni. Qui si riscontra subito un problema grave.

L’occasionalità è infatti commisurata soltanto all’ammontare dei compensi percepiti dal prestatore, sia quelli rivenienti dal singolo committente, sia in complessivo nell’anno solare.

Al comma 20 si aggiunge poi un altro limite quantitativo, quello delle 280 ore annue (non mi pronuncio sulla tecnica legislativa a dir poco bizzarra).

Certo, rispetto ai vecchi voucher le soglie sono più basse (5.000 Euro per committente, che divengono 6.666 nel caso di prestatori appartenenti a determinate categorie svantaggiate; 2.500 Euro per prestatore), ma l’errore di fondo – la mancanza di una definizione contenutistica della prestazione occasionale – resta pari pari il medesimo.

In questo quadro, è meritorio il tentativo di qualificare come “contratto” il rapporto che si instaura fra le parti. Tentativo che, però, comporta una serie di problemi ricostruttivi dell’istituto quasi impossibili da risolvere.

Primo: uno stesso rapporto è, in alcuni casi, qualificato come contratto, mentre in altri resta al di fuori dello schema contrattuale, come accadeva con i precedenti voucher. Ai sensi comma 6, infatti, “alle prestazioni di cui al presente articolo possono fare ricorso: (a) le persone fisiche, non nell’esercizio dell’attività professionale o d’impresa, per il ricorso a prestazioni occasionali mediante il Libretto Famiglia di cui al comma 10; (b) gli altri utilizzatori, nei limiti di cui al comma 14, per l’acquisizione di prestazioni di lavoro mediante il contratto di prestazione occasionale di cui al comma 13.

Dunque, il singolo cittadino che ha bisogno di una colf, di un giardiniere, di una baby sitter o di una badante, dell’insegnante che impartisce ripetizioni, acquista tramite il sito dell’Inps un carnet prepagato di buoni-lavoro da 10 Euro, pomposamente ribattezzato “Libretto di famiglia”, e lo spende via via che gode delle prestazioni.

Al pagamento del prestatore pensa l’Istituto di previdenza, che – attenzione! – è informato dal committente “entro il giorno 3 del mese successivo allo svolgimento della prestazione” (commi da 10 a 12).

Di contro, un’impresa che vuole utilizzare i voucher deve concludere un “contratto di prestazione occasionale”, cioè un contratto “mediante il quale un utilizzatore… acquisisce, con modalità semplificate, prestazioni di lavoro occasionali o saltuarie di ridotta entità…”.

Cosa voglia dire una disposizione di questo tipo, mi è ignoto, come mi è ignoto il senso del comma 20, secondo cui, “in caso di superamento… [dei limiti quantitativi delle prestazioni richiedibili al singolo prestatore], il relativo rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato…”.

Cioè: una “cosa” che non è sicuramente un rapporto di lavoro (nel caso del “Libretto di famiglia”: Circ. Inps n. 88/2009 e Circ. n. 17/2010) oppure che è bensì un rapporto di lavoro, ma “semplificato”, diviene – mediante una trasformazione ex lege a carattere sanzionatorio – il più stabile dei contratti giuslavoristici, cioè il contratto (i) subordinato (ii) a tempo pieno (iii) indeterminato. Una follia (lo stesso art. 2, c. 1, D. Lgs. n. 81 del 2015 era stato meno tranchant nel prescrivere – in modo comunque molto confuso – che, “a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche a [determinati] rapporti di collaborazione”).

Queste, diciamo, stravaganze si ripercuotono anche nella disciplina dei commi 2 e 3.

Da un lato il prestatore ha i contributi versati alla Gestione separata, come un collaboratore coordinato e continuativo (o come un “vecchio” collaboratore a progetto), ma ha diritto “al riposo giornaliero, alle pause e ai riposi settimanali secondo quanto previsto… [dal] decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66” (cioè il decreto che fissa le norme di base in materia di orario di lavoro, concetto – anche questo – proprio della sola subordinazione).

Dal punto di vista dogmatico, un pastrocchio.

II.b. Le “maglie larghe” del sistema anti-frode

Che ci sia bisogno di uno strumento che permetta di pagare, in modo fiscalmente corretto, ma senza troppe complicazioni, prestatori che svolgono funzioni residuali e saltuarie (giardinieri, baby sitter, insegnanti che danno ripetizioni) è indubbio.

Quello che si è imputato ai voucher, con sempre maggior forza, era la loro utilizzabilità negli ambiti più disparati, sostanzialmente in frode alle altre disposizioni di legge (il caso dell’autotrasportatore a voucher è celebre).

Le cose non sono sempre state così, ne ho parlato diffusamente qui.

In breve, i buoni-lavoro nascono con gli artt. 70 e ss. del D. Lgs. n. 276 del 2003 (Legge Biagi), per remunerare le “prestazioni occasionali di tipo accessorio” svolti da “soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne” (disoccupati, casalinghe, studenti, pensionati, disabili, extracomunitari: art. 71), quindi (tra il 2004 e il 2008) sono estesi all’agricoltura (per vendemmie, raccolta di pomodori e olive, ecc.) e quindi a “qualsiasi settore produttivo il sabato e la domenica e durante i periodi di vacanza da parte di giovani con meno di venticinque anni di età”.

Successivamente si dà la possibilità di utilizzare i voucher anche agli enti locali, mentre nel 2010 sono aggiunti fra i possibili fruitori cassaintegrati, iscritti a liste di mobilità, lavoratori a part-time ed è stato eliminato il massimale di giornate lavorabili presso un solo committente.

Poi, arriva la Fornero che riscrive l’istituto e lo snatura.

Dal 2012 è “lavoro accessorio” quello “di natura meramente occasionale” che “non dà luogo… a compensi superiori a 5.000 Euro” annui (di cui non più di 2.000 da uno stesso committente).

Se i voucheristi sono cassintegrati o in liste di mobilità o ricevono l’assegno di disoccupazione, il limite massimo percepibile nell’anno è di 3.000 Euro. Punto.

I voucher possono essere utilizzati da chiunque, imprenditore o meno, con limitazioni risibili (sono vietati in caso di appalto e limitati in agricoltura).

Detto in professorese: “il lavoro accessorio non è più relegato ad ipotesi marginali, ma – del tutto affrancato dalla vocazione sociale e di politica attiva che lo animava – costituisce modalità ordinaria per la regolazione di tutti i rapporti di lavoro” (Bollani, La nuova disciplina del lavoro occasionale di tipo accessorio, in AA.VV. (a cura di), Previdenza, mercato, lavoro, competitività, Torino, 2008, 404); pertanto “la natura occasionale ed accessoria della prestazione – e dunque la legittimità del ricorso al lavoro accessorio – deve essere valutata… in base all’unico criterio quantitativo di 5.000 Euro nel corso dell’anno solare” (Putrignano, in Argomenti Dir. Lav., 2014, 3, 811).

Renzi si è limitato ad alzare la soglia a 7.000 Euro ed a specificare che la percezione dei voucher non dà diritto all’assegno di disoccupazione.

Per ridurre l’abuso dei voucher, il comma 14 dispone che “è vietato il ricorso al contratto di prestazione occasionale: (a) da parte degli utilizzatori che hanno alle proprie dipendenze più di cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato; (b) da parte delle imprese del settore agricolo, salvo che per le attività lavorative rese da [determinati] soggetti…; (c) da parte delle imprese dell’edilizia…; (d) nell’ambito dell’esecuzione di appalti di opere o servizi”.

Ora, non è pensabile che chi ha scritto l’emendamento non sappia che fare riferimento alle “imprese con non più di 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato” significhi di fatto estendere l’utilizzo dei voucher anche a moltissime aziende che – tramite altre forme di lavoro precario, a partire dal tempo determinato (i cui limiti quantitativi non si applicano a tutta una congerie di ipotesi specificamente normate all’art. 23 del D. Lgs. n. 81 del 2015, uno dei principali decreti attuativi del Jobs Act) – in realtà impiegano un numero maggiore di lavoratori. Significa, cioè, permettere alla maggioranza delle aziende italiane di utilizzare anche i nuovi voucher, esattamente come usavano ed abusavano dei vecchi (per una diversa interpretazione, leggi qui).

Ma c’è anche di peggio.

Premesso che a pagare effettivamente il prestatore è l’Inps (il comma 19 ha cura di specificare che i costi del bonifico sono a carico del percipiente…), rimborsato mediante apposita piattaforma informatica o F24, al fine di permettere l’individuazione degli aventi diritto alla riscossione, ai sensi del comma 17, “l’utilizzatore è tenuto a trasmettere almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione… una dichiarazione contenente, tra l’altro…, a) i dati anagrafici e identificativi del prestatore; b) il luogo di svolgimento della prestazione; c) l’oggetto della prestazione; d) la data e l’ora di inizio e di termine della prestazione…”.

Tuttavia (comma 18), “nel caso in cui la prestazione lavorativa non abbia luogo, l’utilizzatore è tenuto a comunicare… la revoca della dichiarazione trasmessa all’INPS entro i tre giorni successivi al giorno programmato di svolgimento della prestazione…”.

In sostanza, non vi sarà modo di punire chi, dopo aver fatto svolgere una prestazione a voucher, preso atto dei mancati controlli da parte degli organi preposti, paghi in nero il prestatore e cancelli, con una semplice telefonata all’Inps, la richiesta fatta.

Sempre che uno – soprattutto se trattasi di impresa – voglia davvero perdere tempo con questo farraginoso meccanismo di prenotazione.

Infatti, “in caso di violazione dell’obbligo di comunicazione di cui al comma 17… si applica la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da Euro 500 a Euro 2.500 per ogni prestazione lavorativa giornaliera per cui risulta accertata la violazione”.

Sai che paura.

Dice: eh, ma tu vai sempre a pensare male.

Vero. Però noto che quando si tratta di evitare l’evasione del comune cittadino, lo Stato le pensa proprio tutte.

Senza entrare in argomento, la kafkiana ritenuta alla fonte sui redditi da locazione turistiche, nonché le disposizioni di molte leggi regionali (v. p.e. l’art. 70 della L.R. Toscana n. 86 del 2016) volte a censire i proprietari di seconde case in città o al mare, sono esempi concreti.

Monumenti – insieme ai voucher, insieme a mille altre norme che questo governo ed i precedenti sfornano a getto continuo – alla vergogna normativa.

Fonte: http://losmemorato-ilblog.blogspot.it/2017/06/i-voucher-zombi-ritorno-al-passato.html

IL RITORNO DEI VOUCHER E IL LORO ABUSO

IL RITORNO DEI VOUCHER E IL LORO ABUSO

lavoratore precario

di Carmine TOMEO

Diciamo la verità: quando poche settimane fa il governo, con tratto di penna, aveva cancellato i voucher, quanti credevano davvero nella buona fede dell’esecutivo?

Di certo non occorreva intrufolarsi segretamente nelle stanze di Palazzo Chigi per capire che l’intenzione di Gentiloni e Renzi non era fare un passo indietro rispetto alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, ma semmai di evitare il referendum promosso dalla Cgil, che avrebbe potuto segnare la seconda, pesante sconfitta del governo in una consultazione popolare, dopo quella dello scorso dicembre sulle modifiche costituzionali.

Ed infatti, alla prima occasione utile, l’uscita da destra dai voucher è arrivata con un emendamento alla manovra economica correttiva che reintroduce i buoni lavoro sotto altro nome nel giorno in cui milioni di cittadini si sarebbero dovuti esprimere per la sua abrogazione.

Un atteggiamento spregiudicato, che già il vice presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena ha definito anticostituzionale; mentre la Cgil ha biasimato il comportamento del governo ed ha già minacciato il ricorso alla Consulta ed una manifestazione indetta per il prossimo 17 giugno contro la reintroduzione truffaldina dei voucher.

È qualcosa, ma non abbastanza.

Questo governo ed i suoi predecessori hanno già dimostrato scarsa attenzione per le pronunce di altri poteri dello Stato.

Ne sono una dimostrazione i raggiri rispetto alle decisioni sull’acqua pubblica o sulle trivellazioni petrolifere; ma la stessa discussione sulla legge elettorale denota quanto il governo ed un Parlamento di nominati considerino vincolanti le decisioni della Consulta.

Alla fine, quello che è stato prodotto sul lavoro accessorio è una pezza peggiore del buco da coprire e le anticipazioni che erano state fornite, viste alla luce di quanto partorito, sembra fossero servite solo da cuscinetto per le polemiche che inevitabilmente sarebbero venute fuori.

Ad esempio, si parlava inizialmente che un limite per l’azienda utilizzatrice del lavoro occasionale fosse il numero di 5 dipendenti. L’emendamento alla manovra correttiva che ha reintrodotto i voucher, specifica, invece, che i 5 dipendenti devono essere assunti con contratti a tempo indeterminato.

Così, se un’azienda, ad esempio di 50 lavoratori, avesse alle sue dipendenze solo 5 operai con con contratto a tempo indeterminato e tutti gli altri inquadrati con contratti interinali, a chiamata, a tempo determinato, non avrebbe alcun ostacolo ad inserire lavoratori da pagare con buoni lavoro.

Oppure da pagare in nero.

Cosa si sono inventati nel PD e cosa hanno approvato insieme al partito di Renzi, Lega Nord e Forza Italia?

L’emendamento che porta la firma di Titti Di Salvo (ex Cgil ed ex Sel, ora PD) prevede che le imprese non possano più acquistare i buoni lavoro dal tabaccaio (ma inizialmente questa possibilità non era prevista nemmeno per i precedenti voucher), ma attraverso una piattaforma dell’Inps alla quale l’impresa dovrà iscriversi ed aprire un conto con un tetto massimo di 5.000 euro annui.

Inoltre, l’azienda dovrà dare, almeno un’ora prima, comunicazione all’Inps dei dettagli della prestazione che non potrà essere inferiore alle 4 ore.

Meglio di prima, quindi?

Neanche per sogno anche perché, come spesso si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli.

E nel dettaglio della nuova regolamentazione del lavoro occasionale, si nasconde, appunto, la possibilità per le imprese di far lavorare a nero.

L’emendamento che reintroduce i voucher prevede la possibilità di revocare la dichiarazione trasmessa all’Inps per usufruire della prestazione occasionale entro i tre giorni successivi al giorno previsto per lo svolgimento dell’attività.

Ecco, quindi, cosa può accadere: un’azienda trasmette all’Inps la comunicazione per il lavoro occasionale, ad esempio per 4 ore di lavoro.

Non arriva nessun controllo per l’accertamento della regolarità della prestazione (ed è noto quale sia il rischio per un’impresa di subire un’ispezione) ed entro tre giorni l’azienda revoca la comunicazione, paga in nero il lavoratore e mantiene inalterato il conto di 5.000 euro annui che costituirebbe il tetto massimo per usufruire del lavoro occasionale.

Ma perché essere maliziosi? Perché non avere fiducia nell’utilizzo corretto e regolare del lavoro accessorio così regolato?

La risposta è nei numeri forniti da istituti ufficiali.

Le statistiche dell’Inps mostrano che da quando i voucher furono liberalizzati, l’utilizzo del lavoro accessorio è cresciuto notevolmente.

Si è passati da 38,5 milioni di voucher venduti nel 2013 agli oltre 134 milioni nel 2016, utilizzati praticamente in ogni settore economico e produttivo; negli anni è cresciuto il numero dei lavoratori coinvolti.

Ciò significa che per moltissimi lavoratori essere pagati con buoni lavoro non è una esperienza estemporanea, ma semmai che si ripete.

Una situazione che lascia intuire come per questi lavoratori la precarietà sia una condizione consolidata.

Questa estensione del lavoro accessorio non inganni rispetto all’emersione del lavoro nero.

Nel testo dell’Inps sul lavoro accessorio (WorkINPS Papers, settembre 2016), si legge infatti che “Quanto alle relazioni con il lavoro nero, non si sono prodotte evidenze statistiche significative in merito all’emersione, grazie ai voucher, di attività di lavoro sommerso mentre invece diverse situazioni (come nel caso di rapporti regolati con un solo o pochissimi voucher) non fugano di certo il sospetto che il voucher sia in realtà un segnale tipo iceberg di attività sommersa anche di dimensioni maggiori di quella emersa”.

Tanto che, con buona pace del governo, di Renzi e dei suoi lacchè, l’Inps definisce “irrealistiche” le aspettative “che il voucher servisse per l’emersione dal nero”.

Semmai, sostiene l’Istituto previdenziale, le evidenze fanno “pensare, più che a un’emersione, a una regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero”.

A conferma di questa situazione, l’Inail aveva già mostrato preoccupazione per il significativo aumento delle denunce di infortunio, anche mortale che hanno riguardato i voucheristi, pervenute all’ente assicurativo lo stesso giorno del pagamento del primo voucher, facendo supporre che la regolarizzazione del lavoratore occasionale possa essere sovente avvenuta solo a seguito di infortunio.

Ora, si consideri questa situazione, che le nuove regole sul lavoro accessorio non fermano ma semmai possono incentivare, e la si metta in relazione con la media italiana degli addetti per azienda. In Italia, secondo elaborazioni Istat su dati Eurostat, le aziende occupano mediamente 4 lavoratori.

Sono oltre 4 milioni le imprese fino 9 dipendenti, dove sono impiegati il 46% dei lavoratori del nostro Paese.

Questa è, come minimo, l’area economica e produttiva dove anche i nuovi voucher possono trovare applicazione, dove cioè è facilissimo trovare imprese che impieghino al massimo 5 lavoratori con contratti a tempo indeterminato.

E guarda caso, si legge nello studio Inps sul lavoro accessorio già citato, che il committente del lavoro accessorio è tipicamente un’impresa piccola, non una famiglia (come spesso hanno raccontato gli accaniti sostenitori dei voucher), determinandosi “una domanda molto frammentata, con protagoniste le aziende piccole, con o senza dipendenti”.

È evidente, quindi, l’operazione truffaldina e gattopardesca che è stata portata avanti sui voucher: prima sono stati aboliti per evitare il rischio di una nuova sconfitta referendaria, che sarebbe stata esiziale per le sorti del governo e per le mire di Renzi di un nuovo incarico a Palazzo Chigi; poi sono stati reintrodotti, con altro nome, qualche limitazione di facciata, rivolti alla stessa vastissima platea di committenti, che possono produrre gli stessi abusi di prima, lo stesso lavoro nero di prima e che servono a perseguire gli stessi obiettivi che avevano portato alla liberalizzazione dei voucher: aumentare il grado di precarietà nel mondo lavoro, indebolire ancora i lavoratori, far pagare la riduzione del costo del lavoro ai lavoratori già stremati da anni di crisi, stagnazione economica e misure di austerità.

Per resistere ed opporsi a queste misure non basterà un’ulteriore raccolta firme, né un appello al Capo dello Stato e nemmeno semplicemente un ricorso alla Consulta.

Occorre, invece, ridare protagonismo ai lavoratori in lotta.

 

fonte: https://www.lacittafutura.it/editoriali/il-ritorno-dei-voucher-e-del-loro-abuso.html