L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

L’ANSA, IL TIRO AL BERSAGLIO E RODOTA’

Cecchino, Canada

di Turi COMITO

Il linguaggio esprime una cultura, che sia individuale o collettiva.

È la forma, non sempre ma assai spesso, che prende la sostanza.

I giornali, i media, hanno responsabilità maggiori di altri soggetti nell’orientare l’opinione pubblica anche dal punto di vista delle parole usate per descrivere un evento, una notizia.

Lo scadimento verso il basso – verso il linguaggio della barbarie, dell’inciviltà dell’aberrazione – sembrava fosse una prerogativa di fogli buoni, al massimo, per accendere la carbonella tipo Libero o il Giornale.

Invece dobbiamo constatare che anche quella che dovrebbe essere una agenzia compassata ed equilibrata come l’Ansa fa ormai sempre più spesso uso di espressioni titolistiche da pezzente culturale.

È il caso di questo titolo di oggi sul sito internet dell’agenzia.

La “notizia” è che un combattente dell’Isis è stato ucciso da un cecchino della coalizione a guida americana da una distanza di oltre tre chilometri e mezzo segnando un nuovo “record”.

La notizia, cioè, è che nel tiro al bersaglio umano c’é un nuovo campione mondiale (cui magari dedicheranno qualche film).

La riduzione a campionato di tiro al bersaglio umano di una guerra atroce da parte di una testata giornalistica che dovrebbe misurare persino le virgole, io credo, è il segno più evidente che Stefano Rodotà aveva fin troppa ragione quando diceva che “C’è un impoverimento culturale che si fa sentire, [e che] la cattiva politica è figlia della cattiva cultura”.

Perché il giornalismo è una delle forme della politica, la più vicina alle masse, la più accessibile.

E un giornalismo che, attraverso il linguaggio che usa, fa passare per record sportivo la morte di un nemico è il segno che è svanito definitivamente il confine tra informazione e intrattenimento. Tra notizia e spazzatura mediatica. Il segno che siamo nelle mani di piccoli scarti culturali che si fanno passare per giornalisti.