PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

PERCHÈ LE SANZIONI NON FUNZIONANO (SPECIALMENTE QUELLE CONTRO LA RUSSIA)

di Fulvio SCAGLIONE

La scorsa settimana (fine giugno, ndr) il Consiglio d’Europa ha rinnovato per altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia, prolungando le misure prese dopo l’annessione della Crimea del 2014 e ripetendo l’accusa secondo cui il Cremlino non rispetta gli Accordi di Minsk per la composizione pacifica della questione del Donbass. Sulle motivazioni si può discutere all’infinito. Più interessante discutere sui risultati ottenuti dalle sanzioni, alle quali si dà grande importanza fino a considerarle un’alternativa credibile e incruenta alla guerra. Nel caso della Russia, com’è ovvio, gli spiriti sono assai divisi. Se il lettore si rivolge ai siti più militanti, come quelli dell’Euromaidan aspramente anti-russo dell’Ucraina, o a certe voci della politica americana, troverà un quadro a tinte forti: le sanzioni funzionano, la Russia è sull’orlo del collasso, bisogna insistere e anzi incrementarle. Ma è davvero così? La realtà dice il contrario.

La Russia non ha mollato la Crimea, non cede sul Donbass, mantiene tutto il proprio impegno militare e politico in Siria e dintorni. Questo non vuol dire che essa non paga un prezzo per le proprie decisioni politiche, soprattutto considerato il crollo del prezzo del petrolio che ha impoverito le sue riserve di valuta forte. Ma è un prezzo che le risulta ancora sopportabile, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico. E infatti, a dispetto delle manifestazioni organizzate da Navalnyj e del clamore mediatico che esse riescono a sollevare, il consenso per Vladimir Putin non è mai stato così alto e duraturo nel tempo.Viene così meno la condizione che Robert Pape, professore di Scienze politiche all’Università di Chicago, fondatore del Chicago Project on Security and Terrorism  e grande studioso della politica internazionale, nel saggio intitolato “Perché le sanzioni economiche non funzionano”, giustamente considera fondamentale per poter dire che un embargo ha avuto successo: e cioè, che il Paese colpito da sanzioni cambi in modo significativo la propria politica e si pieghi alle condizioni più importanti imposte da coloro che hanno deciso le sanzioni. Che non è certamente il caso della Russia.

Il caso russo, comunque, è emblematico del distacco enorme che ormai intercorre tra la politica e la realtà, tra le crisi e la narrazione di esse che viene propinata ai cittadini elettori e consumatori. La Russia contemporanea, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, è stata sempre sotto sanzioni. Persino durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi della grande alleanza contro la Germania hitleriana, gli alleati avevano bloccato le forniture alla Russia di certi armamenti e certe tecnologie. Nel 1946, all’alba della Guerra Fredda, le sanzioni contro l’Urss presero a crescere, soprattutto per iniziativa degli Stati Uniti, che peraltro erano stati gli ultimi a normalizzare (nel 1934) le relazioni economiche con il Paese dei Soviet. Se l’Urss non è crollata e nemmeno si è piegata alle sanzioni né nei terribili anni Venti e Trenta né nel duro dopoguerra, dovrebbe farlo ora la Russia? In base a quale ragionamento ci aspettiamo un simile risultato?

Quel distacco di cui si diceva è peraltro segnalato da un’altra considerazione.

Non è che la politica delle sanzioni non funzioni con la Russia. Non funziona con nessuno. Nulla è stato ottenuto con Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Siria, dove i diversi embargo non hanno scalfito il potere dei leader ma hanno fatto soffrire la gente comune, rendendola semmai ancor più fedele a quegli stessi leader che si voleva abbattere.

Nulla viene ottenuto ora con la Russia e, a quanto pare, nemmeno con il piccolissimo Qatar.

Però continuiamo a sentirci dire il contrario, a dispetto di tutte le evidenze raccolte in giro per il mondo e in epoche diverse.Si badi a un altro particolare.

Tanto poco funzionano le sanzioni economiche che, in tempi recenti (vedi Iran, Siria, Russia), a esse sono state aggiunte le sanzioni personali, che colpiscono singoli individui legati ai circoli del potere, nel caso della Russia a decine. Segno evidente che si cerca, con affanno, un supplemento di severità.

Bisognerebbe poi interrogarsi sul serio sugli effetti. Diamo un’occhiata globale alla questione. Se lo scopo delle sanzioni era la fine del consenso intorno ai leader russi e la disgregazione del Paese, stiamo ottenendo l’opposto.

Negli Usa la crisi di consenso intorno alla leadership ha raggiunto livelli da semi-colpo di Stato (e per Donald Trump si parla di impeachment) e in Europa, con la Brexit, siamo stati sull’orlo dello sfacelo per la Ue. Che ci sia un nesso?

 

.
Fonte: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Troikalypse now? La fine dell’euro non è la fine del mondo

Troikalypse now? La fine dell’euro non è la fine del mondo

 

di Antonio CAPUANO

Tra le varie tematiche trattate a Rozzano (MI) il 9 Aprile nel corso degli incontri nazionali che abbiamo voluto chiamare “Eppur Si MovES” è emersa con forza anche quella sull’uscita dalla zona EURO/UE e il dibattito appassionato e costruttivo mi ha portato ad alcune riflessioni del giorno dopo.

Ecco che dopo la Brexit infatti, i cui i “drammi” sono più mediatici che concreti, anche la Repubblica Ceca ha capito che la moneta unica è un suicidio e quindi vuole sganciarsi dall’ipotesi di aderire per escludere soprattutto i rischi derivanti al tasso fisso dato che questo esaurisce le risorse economiche dello Stato, fa schizzare il debito pubblico, blocca le politiche pubbliche e gli investimenti interni (data la ridotta sovranità nazionale che l’UE inevitabilmente comporta), fa crollare i salari, e distrugge l’economia reale (mentre produce redditi soltanto per coloro che speculano in quella finanziaria).

Davanti a un quadro del genere o si reagisce o si resta lì a contare i giorni che ti dividono dal fare la fine della Grecia…

E’ incredibile e finanche surreale come la gente sembri ormai vedere nell’Euro l’inizio e la fine del mondo e prenda per folle chi teorizza l’uscita, è ovvio naturalmente che un Paese che esce dovrebbe poi affrontare qualche anno di difficoltà (sempre misurate alle capacità politiche del proprio governo), ma dato che la situazione è già critica, provare ad uscire e ripartire appare tutto meno che una follia e tanti Paesi importanti se ne sono resi conto e si muovono concretamente in tal senso.

Ovviamente PRIMA di uscire dall’Euro un governo deve avere un programma ben chiaro attraverso cui rilanciare il più rapidamente possibile l’economia, la moneta, la produzione e il mercato del lavoro interno dato che l”uscita deve rappresentare l’inizio di un progetto serio e non certo un mero slogan senza seguito con cui illudere la gente in campagna elettorale.

Su questo tema sussistono vari dubbi e se a diradarli non basta vedere le scelte di grandi Paesi europei usciti o pronti ad uscire, proviamo a buttare giù un elenco:

– Economicamente uscire dall’eurozona è un’operazione, seppur maestosa e che richiede grande progettualità politica a lungo termine, assolutamente fattibile in linea di principio come affermano grandissimi economisti e in particolare in un Paese con il nostro potenziale industriale ed economico. (Eravamo la 5° economia mondiale, negli anni ’90, non 90 anni fa…)

– Politiche pubbliche espansive ben impostate possono garantire un pronto cuscinetto all’uscita.

A chi si preoccupa del “libero mercato” e degli accordi UE su frontiere, internet, etc è facile rispondere:

In primo luogo, il libero mercato non dipende dalla UE ma dalla concezione interna al Paese che può chiudersi o meno nelle proprie frontiere a livello economico, dato che anche senza gli enti sovrannazionali l’esercizio dei trattati bilaterali permetteva accordi inclusivi o esclusivi, ed è un istituto che può assolutamente attuarsi prescindere dall’euro;

Ci sono settori strategici come le rinnovabili, la manifattura, l’industria in cui l’Italia è un eccellenza e che se rilanciati e valorizzati possono assolutamente far ripartire l’economia.

Ammesso e non concesso che si debba rinunciare ad alcuni gadget tipo il “roaming” ad esempio (ma non è affatto sicuro), direi che se il “prezzo” del roaming telefonico è rappresentato da Paesi in ginocchio o quasi come Grecia, Finlandia e Italia con la gente disperata, vorrà dire che faremo volentieri tutti una ricarica sul cellulare in più pur di avere un disoccupato in meno, non credete?

Il disegno neoliberista invece preferisce regalarti pseudo-libertà di tendenza, mentre ti toglie quelle fondamentali: e il tutto senza che la gente se ne renda conto.

Nonostante la narrazione neoliberista infatti c’è vita, alle condizioni attuali SOLO fuori dall’Euro, in tanti lo hanno capito e si muovono in questa direzione. Adesso tocca a noi in quanto Sinistra agire prontamente anche in Italia perché un organismo sovranazionale fondato sull’iniquità e l’ingiustizia sociale, se a destra diventa un idolo polemico in quanto strumento di propaganda e poco più, a Sinistra non può invece che essere un vero e proprio ostacolo politico da superare presto e bene.

La propaganda lasciamo alle destre e teniamo per noi l’indemandabile bisogno di concretizzare un progetto serio in tal senso,

Il tempo scarseggia come e più della moneta quindi dobbiamo tornare subito ad investire sul futuro,

Prima che sia troppo tardi…