CONTRATTO SCUOLA FERMO DA 10 ANNI: DOVE SI VA CON LA CONCERTAZIONE?

CONTRATTO SCUOLA FERMO DA 10 ANNI: DOVE SI VA CON LA CONCERTAZIONE?

Firma contratto scuola

di Laura BASSANETTI

Il 27 giugno scorso all’Aran si è tenuta la prima riunione con i sindacati per dare il via alla contrattazione che terminerà con la stipula del nuovo contratto di comparto.

Mentre assistiamo agli show estivi del nostro Ministro della Pubblica Istruzione che evidentemente pensa che tutti gli Insegnanti e gli altri lavoratori della Scuola siano dei poveri allocchi pronti a bersi la promessa di stipendi doppio o triplicati, la realtà sotto i nostri occhi ci presenta uno scenario ben diverso, ma, se non altro, vero.

Pochi giorni fa si é conclusa la prima giornata di sciopero delle educatrici del Comune di Bologna indetto perché, al contrario di quanto si annuncia in questi spot elettorali, nelle Scuole (non certamente solo bolognesi) si vive la corsa al ribasso delle condizioni lavorative che determinano un peggioramento del servizio per le famiglie con retribuzioni ferme al palo e contrattazioni che arrivano a negare sia lo stipendio nei mesi estivi per molte dipendenti che la copertura del buono pasto in orario di servizio.

L’aumento meno fantasioso di cui, forse, si parlerà in sede di trattativa, invece sfiora appena le 85 euro a mensilità.

Per quanto riguarda l’adeguamento economico degli stipendi degli insegnanti infatti finora é stato premiato solo qualche “docente meritevole” (con le riserve del caso rispetto al termine) dando a tutti gli altri solo circa 8 euro di aumento.

Queste dunque, sono fra le premesse del tavolo di confronto che dovrebbe coinvolgere Organizzazioni sindacali e Ministero per la discussione del rinnovo del Contratto.

E’ addirittura grottesco e ridicolo che si stia parlando di “discussione” aperta nel caso di un adeguamento che manca da 9 anni con il blocco degli scatti di anzianità.

La chiamano “Buona Scuola” ma non si comprende come possa esistere una “Buona Scuola” con docenti “stressati e precari e/o malretribuiti e/o poco rappresentati”.

Infatti la situazione contrattuale dei Docenti italiani e dei loro colleghi Ata e dipendenti statali è completamente sbilanciata a favore dell’Amministrazione e ad aumenti di carichi di lavoro non corrispondono aumenti stipendiali.

Il potere contrattuale degli insegnanti è ridotto ai minimi termini, tanto che possiamo affermare che la situazione è allo scatafascio e gli stipendi sono bloccati da un decennio. Il contratto collettivo nazionale della scuola è fermo al 2006/2009, l’anno 2013 è ancora bloccato per quanto riguarda gli scatti di anzianità, le leggi 133/2008, 150/2009, 107/2015 e le deleghe alla “Buona Scuola”, hanno stravolto profondamente quello che resta dell’attuale contratto scuola.

Dopo questa sequela di leggi invasive degli accordi contrattuali, il rinnovo del contratto scuola si dovrà scontrare inevitabilmente con una normativa caratterizzata da un pesante e nuovo dispositivo legislativo e da un autoritarismo dirigenziale senza precedenti.

Adesso anche i contratti integrativi sulla mobilità sono diventati peggiorativi con l’introduzione degli ambiti territoriali e i sindacati hanno dovuto firmare un contratto sulla mobilità che deroga certamente rispetto alla legge 107/2015, ma che d’altro canto apre la strada alla titolarità del docente su ambito. Il tutto é vanificato dagli istituti previsti dalla legge come la chiamata diretta, tanto per sottolineare l’inefficacia delle firme in deroga cedute dai Confederali.

Allo stato attuale, dunque, permangono forti situazioni di incertezza soprattutto per quanto riguarda l’effettiva possibilità di recuperare il potere di acquisito dei salari che, nel corso degli anni, hanno perso circa il 15% del loro valore.

In primo luogo perché i soldi promessi dal governo con l’accordo del 30 novembre ancora non ci sono.

Le risorse disponibili, infatti, bastano appena per assegnare a pioggia un aumento di 15 euro netti in busta paga e, al momento, non si ha notizia di ulteriori provvedimenti legislativi tesi a recuperare il gap accumulato. E il governo non sembra nemmeno intenzionato a utilizzare i soldi stanziati per il cosiddetto merito.

E non vi è traccia di eventuali provvedimenti volti a recuperare il ritardo di un anno della progressione di carriera, introdotto dal governo Monti, che ha determinato una perdita netta a regime di circa 1.000 euro per ogni dipendente.

La FLC CGIL parla di una strada tutta in salita e piena di incognite per ciò che riguarda il confronto per il rinnovo del contratto, dovrebbe inserire un’autocritica in questo “manifesto”,spiegando che la parte sociale sta scontando l’illusoria idea che si potesse concertare e rappresentare i lavoratori dentro la concertazione di una legge che poteva solo essere respinta fin dalla sua idea di concepirla.

L’abbandono della lotta nel maggio del 2015 contro l’approvazione della legge 107 non poteva che provocare la situazione attuale che puo’avere speranze di modificarsi solo riorganizzando con impegno la classe lavoratrice che potrà risollevarsi togliendo il comando e le decisioni alla burocrazia sconfitta che non può minimamente rappresentarla.

BOLOGNA: UNA STRAGE ANNUNCIATA

BOLOGNA: UNA STRAGE ANNUNCIATA

Orologio strage Bologna
di ASSOCIAZIONE 2 AGOSTO

Eppure la strage era stata preannunciata anche un mese prima, negli ambienti dei servizi se ne troveranno addirittura tracce scritte (rapporto Spiazzi).

Sono tre i segnali di quello che nei primi sei mesi del 1980 sta cuocendo nel ribollente calderone della destra eversiva:

Il primo allarme è contenuto in un documento acquisito dalla Corte d’Assise di Bologna intitolato “Situazione mensile del terrorismo – giugno 1980”, in cui tra l’altro si segnala “la particolare pericolosità del terrorismo di destra che (…) può realizzare imprese terroristiche imprevedibili con alta potenzialità distruttiva e destabilizzante”

Il secondo, molto più preciso, è costituito da quanto un detenuto del carcere di Padova, in presenza del suo avvocato di fiducia, riferisce al giudice di sorveglianza: Il 10 luglio 1980, Luigi Presilio Vettore, detenuto per reati comuni, spiegò al magistrato che era imminente un gravissimo attentato da parte di un gruppo estremista. Lo stesso gruppo gli aveva proposto di partecipare a un successivo attentato contro il giudice di Treviso Giancarlo Stiz, a suo tempo impegnato in indagini connesse a quelle sulla strage di piazza Fontana.

La fonte di Vettore era il neofascista Roberto Rinani, inserito nella cellula eversiva di Massimiliano Fachini.

Ultimo, ma certo non per importanza, è il rapporto al Sisde con cui il colonnello Amos Spiazzi, a suo tempo coinvolto nell’indagine sulla “Rosa dei venti“, preannunciò azioni eclatanti della destra eversiva.

Interrogato dal giudice istruttore di Bologna, Spiazzi affermò: “Il mio appunto contiene effettivamente dei riferimenti alla strage di Bologna, come più volte l’ufficio mi ha fatto rilevare…

LA NOSTRA CULTURA E’ LA VOSTRA PAURA

LA NOSTRA CULTURA E’ LA VOSTRA PAURA

SGB Bologna

 

da SINDACATO GENERALE DI BASE BOLOGNA

Ciò che è accaduto la scorsa settimana nella Scuola Primaria Rodari di Poggetto (il 2 Giugno è stato appeso fuori dalla scuola uno striscione di Forza Nuova con la scritta “la vostra cultura è contronatura) è la dimostrazione di quanto la sottocultura fascista sia sempre presente fra noi e pronta a colpire.

paura

Più di quanto purtroppo siamo disposti ad ammettere, fino a quando il bersaglio non siamo noi.

È per questo che è importante non lasciare sole queste maestre e far sentire invece a quei vigliacchi quanto siano sostenute da un’ampia moltitudine di uomini liberi e donne libere.

Questa scuola sta portando avanti un bellissimo progetto di inclusione.

E si sa, la bellezza spaventa chi ne è completamente sprovvisto; chi dentro di sé ha solo le sfumature nere della propria ottusità.

Non c’è da stupirsi che temano le differenze: nella mancanza di un sano senso di integrità personale, ogni differenza diventa minaccia e per mantenere un’identità si ha bisogno di costruire barriere e confini.

Questo sono i fascisti: individui sottosviluppati portatori di una sottocultura violenta e vigliacca.

L’attacco alla scuola Rodari ha una valenza che va oltre il singolo episodio:

la controriforma che sta attraversando la nostra società, il revisionismo e il tornare a diffondersi di forme di pensiero reazionarie, inducono sempre più spesso gli insegnanti ad autocensurarsi nello svolgimento del proprio mestiere.

E quando l’autocensura non basta ecco che si scatenano i cani da guardia!

IL SINDACATO GENERALE DI BASE, COSÌ COME HA SOSTENUTO ATTIVAMENTE IL MOVIMENTO “NON UNA DI MENO”, SOSTIENE LE MAESTRE DELLA SCUOLA RODARI E SOSTIENE LA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO CONTRO OGNI FORMA DI AUTORITARISMO, FASCISMO, SESSISMO E RAZZISMO.

SCUOLA: SGB (SINDACATO GENERALE DI BASE), IL SENSO DI UNO SCIOPERO

SCUOLA: SGB (SINDACATO GENERALE DI BASE), IL SENSO DI UNO SCIOPERO

 

di Barbara MORLEO

Presso la Prefettura di Bologna, in rappresentanza del mio sindacato SGB (Sindacato Generale di Base), ho partecipato al mio primo tentativo di conciliazione con l’Amministrazione del Comune di Bologna, a seguito dello stato di agitazione proclamato in vista dello sciopero del personale delle scuole materne comunali e dei nidi comunali.

Ovviamente la conciliazione è fallita.

L’amministrazione cercherà di far passare che la mancanza di accordo con i sindacati e le lavoratrici sia relativa al progetto “Luglio” ma questo è solo la punta di un iceberg.

Il malcontento delle lavoratrici è andato aumentando negli anni fino ad ad assumere proporzioni non più accettabili dopo il contratto di assunzione che è stato stipulato lo scorso anno con l’ente locale.

Questo contratto, che è andato a sostituire il vecchio contratto scuola, si è rivelato presto, per le tante precarie che aspettavano da anni la stabilizzazione, il collaudo di una forma di sfruttamento a tempo indeterminato.

È aumentato il numero di ore frontali settimanali da fare con i bambini ed è facilmente comprensibile quanto sia difficile garantire anche la semplice vigilanza dopo 5 o 6 ore frontali con 25/26 bambini di questa fascia d’età.

Le giornate di 7 ore lavorative si sono dimostrate presto usuranti.

In un solo anno il numero delle malattie è aumentato in maniera rilevante.

Col nuovo contratto è aumentato sensibilmente anche il monte-ore annuale, da utilizzare in modo non frontale. E la cosa peggiore è che parte di questo monte-ore, viene fatto utilizzare illegittimamente alle maestre per coprire le assenze delle colleghe e quindi nuovamente in modo frontale con i bambini.

A questo si aggiunge il taglio dei collaboratori, che fa ricadere sulle maestre, diverse mansioni che sarebbero competenza dei collaboratori.

In questa cornice si inserisce la richiesta da parte dell’amministrazione di prolungare il servizio fino a luglio.

È chiaro che l’unico interesse dell’amministrazione è il risparmio e non la qualità del servizio che si fa ad offrire. Speriamo che di questo si avvedano anche le famiglie.

A fronte della denuncia di demansionamento, sostenuta dalle maestre, l’amministrazione risponde che si tratta di prosecuzione dell’attività didattica.

Ma è semplice capire che, essendo aperte la metà delle scuole, molte maestre saranno spostate in scuole differenti dalla normale sede di lavoro e dovranno occuparsi di bambini che non conoscono in alcun modo…oltretutto in sezioni che raggiungono e superano anche i 30 gradi (essendo le sezioni sprovviste di condizionatori).

L’amministrazione ci dovrebbe spiegare come si può fare attività didattica in queste condizioni.

È chiaro a tutti che la scuola non può proseguire oltre il mese di Giugno e che a Luglio i bambini hanno bisogno di attività all’aria aperta da svolgere nel modo più ludico possibile e preferibilmente ove sia possibile anche rinfrescarsi, quindi preferibilmente in piscina.

E per tutto ciò ci sono le Polisportive che hanno il loro personale perfettamente formato per far fronte a queste differenti esigenze e necessità.

A fronte di tutte le problematiche fin qui elencate ce n’è un’altra per noi ancora più grave, ovvero la decisione assunta dal Comune di Bologna di sostenere economicamente le famiglie che iscrivono i propri figli ai nidi privati e quindi di incentivare questa scelta, anziché sostenere e implementare le sezioni dei nidi e delle materne comunali, da sempre patrimonio e vanto pedagogico non solo italiani ma europei.

Queste sono le ragioni per cui la conciliazione è fallita e indiremo lo sciopero.

IRMA BANDIERA. LA MEMORIA PARTIGIANA

IRMA BANDIERA. LA MEMORIA PARTIGIANA

Irma Bandiera partigiana

di Manuel CIARLEGLIO

Estratto dal libro Fangén. Epika edizioni, 2013.

… Seguii le indicazioni aprossimative della bibliotecaria, e così, senza chiedere altre informazioni, mi ritrovai davanti alla targa: “via Irma Bandiera”. Niente più. L’iscrizione non riportava la minima informazione sulla vita di Irma Bandiera.

Rimasi lì davanti, un po’ imbambolato, con gli occhi sul nome stampato, senza sapere che fare, pensando che forse era il caso di lasciar perdere quella ricerca.

-Ma tu, ragazzino, lo sai chi era Irma Bandiera?- La voce rauca di una anziano mi riportò alla realtà. Gli rivolsi lo sguardo sorpreso, e lo salutai con un semplice sorriso.

-Ti ho visto osservare l’iscrizione con tanto interesse che mi sono sorpreso. E mi sono detto che deve esserci un motivo…

-Certo che c’è un motivo –lo interruppi-. È il nome della mia scuola, Irma Bandiera, e volevo sapere chi fosse.

-Davvero non lo sai? Nessun professore ti ha mai detto perché la tua scuola si chiama così?

-Mi hanno spiegato solo che è stata una partigiana. Ma di partigiani ce ne sono stati tanti; Irma Bandiera deve aver fatto qualcosa di speciale, se le hanno intitolato una strada e una scuola.

-È così, infatti. Irma è stata speciale, molto speciale.
L’anziano parlava con voce dimessa, mi ispirava fiducia, e capii che dietro i suoi occhi azzurri e malinconici c’erano tante risposte.

-Lei l’ha conosciuta?

L’anziano dapprima fece solo un gesto affermativo col capo, poi respirò profondamente prima di rispondermi.

-Avevamo la tua età; eravamo compagni di scuola, tutt’e due del ’15. Già da bambina aveva quel carattere deciso, ma era dolcissima. Poi, crescendo, è anche diventata una donna bellissima. Ma questo non importa. Davvero vuoi sapere perché le hanno intitolato una via e una scuola? Non è una storia per bambini…

-Non sono un bambino, ho dodici anni. –fu la mia risposta.

Il vecchio abbozzò un sorriso mentre si passava il fazzoletto sul volto

-Sai che hai ragione? Io, alla tua età ne avevo viste di tutti i colori. E non me le raccontarono, le ho viste io, con i miei occhi. Ma non mi dare del lei, per favore, che mi fai sentire più vecchio di quello che sono. Puoi darmi del tu e chiamarmi Guerrino, che è il mio nome.

-Va bene, come vuoi -gli risposi, con un sorriso-. Però me la racconti la storia di Irma Bandiera?

-Sì, stai tranquillo, adesso te la racconto.

Guerrino mi invitò a sedermi su una panchina all’angolo con via de Coubertin; eravamo a pochi passi dall’arco del Meloncello, la strada era tranquilla e l’ombra degli alberi ci proteggeva dal sole già forte di metà giugno. E proprio lì, sulla stessa via che porta il suo nome, quell’anziano signore dagli occhi azzurri e tristi cominciò a raccontarmi la storia di Irma Bandiera, anzi, la sua storia di Irma Badiera. La storia di un amore frustrato.

-Io e Irma Bandiera -mi disse- ci conoscevamo sin da quando eravamo bambini, più giovani di te. Già allora si capiva che era una persona speciale: aveva quegli occhioni grandi, brillanti, che mettevano soggezione. Erano gli anni venti, noi bambini cantavamo orgogliosi canzoni fasciste. In quegli anni una gran parte dell’Italia ci credeva davvero nel fascismo; era una rivoluzione italiana, diceva Mussolini, e noi bambini eravamo educati nel culto alla nuova Italia fascista. Ma la Mimma, già allora, era diversa.

-La Mimma?

-Sì, Irma Bandiera: in famiglia la chiamavano affettuosamente così, Mimma. Non so perché.

Lei era diversa, ti dicevo, davvero. I suoi genitori, Angelo e l’Argentina Manferrari, erano liberali, una famiglia benestante, gente perbene e molto istruita. Siccome suo papà non aveva simpatia per il fascio, e frequentava ambienti socialisti e liberali, a Irma le avevano insegnato a stare attenta, a non dire mai una parola di troppo.

Io, invece, ero di una famiglia più modesta: mio padre era bottegaio, poi, con la guerra, dovette chiudere il negozio, e ci rimase solo la casa. Insomma, venivamo da due mondi diversi io e la Mimma, ma eravamo vicini. E avevamo fatto la scuola assieme. Dalla mia casa alla sua erano cinque minuti a piedi.

-E tu, eri fascista? –interruppi l’anziano, con tutta la mancanza di tatto di cui può essere capace un bambino.

Guerrino mi fece segno con la mano di non interromperlo.

-Se mai lo sono stato, mi è passata presto la voglia di essere fascista. Ero appena più grande di te quando cominciai a vedere con i miei occhi gli squadristi in azione. Qui, in via Saragozza, ho visto gente pestata a sangue solo perché si era negata a cantare con loro o a fare il saluto romano.
A quindici anni le canzoni fasciste non le cantavo più. E quando sentivo i loro slogan sbraitati a gran voce cambiavo strada senza pensarci su nemmeno un secondo.

Irma Bandiera la incontravo abbastanza spesso sulla strada di casa, e ogni volta che la vedevo mi sembrava più bella. La salutavo, le sorridevo; lei mi rispondeva appena, educatamente, e tirava diritto per la sua strada. Non sono mai riuscito a riavvicinarmici, dopo la scuola. Mi sarebbe piaciuto, ma ero timido e squattrinato, mentre lei era una signorina educata ed elegante. Cosa avrei potuto offrirle, io?
Qualche anno più tardi fui chiamato per andare in guerra, come tanti.
Mi toccò l’Albania, il fronte greco. Ci rimasi un paio d’anni, poi ho ricevuto una bella scheggia di mortaio nella gamba destra. Ogni tanto mi fa ancora male, soprattutto quando piove; ma le voglio bene a questa ferita, perché probabilmente mi ha salvato la vita.

Quando tornai a casa, nel gennaio del ’43, la ferita alla gamba mi fece anche un bel regalo: dopo due mesi fra casa e ospedale cominciai a camminare con l’aiuto delle stampelle; passeggiavo qua attorno per fare esercizio, e così, un bel giorno, me la ritrovai davanti: la signorina Irma Bandiera, elegantissima come sempre e più bella che mai. Mi guarda e mi dice: “Guerrino, che bella sorpresa, sei tornato a casa. Mi fa piacere. Che contenti devono essere tua madre e tuo padre.” Mi sorrideva, era davvero felice di vedermi. A me era sempre piaciuta, e timido come ero, non sapevo cosa dirle. Le risposi che speravo finisse presto la guerra, e che tutti i ragazzi del quartiere tornassero a casa sani e salvi. Poi, non sapendo come sostenere la conversazione, mi lamentai della mia ferita alla gamba. “Non sembra grave” disse lei, “vedrai che fra qualche mese salterai come uno stambecco.” Proprio così mi disse, mi ricordo come se fosse stato ieri. Scoppiai a ridere: “Ma chi l’ha mai visto uno stambecco a Bologna? Se ne vedi uno, poi mi spieghi come salta”.

Si mise a ridere anche lei, e ti giuro che vederla ridere in quel modo, divertendosi con me, è stato il regalo più bello che m’abbia fatto la vita.

Mi diede una carezza: “Auguri per la gamba. Vedrai che starai bene, stambecco.” Ridemmo di nuovo, poi se ne andò verso casa. Prima di chiudersi il portone alle spalle si voltò e mi regalò un ultimo sorriso. Mi fece tanto bene, quel sorriso. Tanto bene che una settimana dopo comincia a dare i primi passi senza stampelle. Nel giro di pochi mesi ricominciai a camminare; lento e zoppo, ma camminavo. E nella primavera del ’44 i fascisti, per compensarmi della ferita alla gamba, mi diedero un lavoro. Guadagnavo una miseria ma, durante la guerra, anche quella miseria era un lusso. E dovetti ringraziare, pensa te, dovetti ringraziare. Ero vivo per fortuna, quasi ci rimetto una gamba per salvare la pelle, e appena ricomincio a camminare, quelli mi mettono a lavorare con uno stipendio da miseria. E dovevo ringraziare.

-Scusa, ma questa storia cosa c’entra con Irma Bandiera?
Guerrino sorrise. Aveva un sorriso triste, che spesso si perdeva in un sospiro. Si passò la mano fra i capelli bianchi e tossì un paio di volte.

-La sto prendendo un po’ alla larga, ma sai, a volte non è facile ricordare…

Si bloccò su queste parole. Anch’io rimasi in silenzio, lo osservavo e lo sentivo respirare forte, come se gli mancasse l’aria. Quando riprese a parlare, lo fece quasi sottovoce.

– Quella mattina mi alzai presto, molto presto, per andare a lavorare. Non riuscivo a dormire per via del caldo, così alle sei ero già in piedi, più mattiniero del sole. Salutai mia madre, che si era già alzata, e uscii. Camminavo verso via Saragozza, e lì, proprio lì, stesa sul selciato, me la trovai davanti. Era lei, Irma Bandiera. La Mimma. La riconobbi subito. Più magra che mai, sfigurata; con il volto, le mani e il petto pieni di lividi e bruciature, ma la riconobbi subito. La Mimma. L’avevano tirata per terra come un sacco di spazzatura. Portava un vestito scuro, elegante. Ma glielo avevano strappato addosso; si vedeva. Anche i fori delle pallottole si vedevano. E i rigagnoli di sangue. Gli occhi, poi, gli occhi…
E qui si ferma. Vedo sulle sue labbra che vuole parlare ancora, ma non ce la fa. Non piange, non ci sono più lacrime, chissà da quanto. C’è solo il vuoto, un silenzio secco. Allora provo a dire qualcosa sottovoce, una banalità penso.
-Erano stati i tedeschi…

-No, ragazzo -mi interrompe subito-, non erano stati i tedeschi. Quella è la cosa peggiore: non erano stati i tedeschi. Le mani che l’avevano torturata per una settimana, fino ad ucciderla, non erano state mani tedesche. I tedeschi non erano così carogne. I soldati tedeschi ti uccidevano guardandoti negli occhi. Erano soldati, nemici, invasori, nazisti, tutto quello che vuoi, ma ti uccidevano guardandoti negli occhi. Le più luride carogne erano quei fascisti italiani, bolognesi come noi, come Irma. Loro la uccisero.
Evidentemente, nessuno sapeva che Irma Bandiera fosse entrata nei partigiani, ma quella mattina, appena la vidi sul selciato, capii tutto. Conoscevo i fascisti e i loro metodi. Chi, come e dove, invece, sono particolari che ho saputo molto più tardi, quando la guerra era già finita.
-E non me li puoi raccontare?
-Quella è un’altra storia, sai; un’altra brutta storia… Quello che io non potevo sapere, allora, era che Irma era diventata staffetta della settima brigata Garibaldi.

Il giorno in cui la catturarono aveva portato armi alla sua base, a Castelmaggiore. Da lì uscì poi con dei documenti in codice, per consegnarli ai partigiani di Funo d’Argelato. Arrivata in paese si incontrò con un altro partigiano, ma improvvisamente si videro circondati da una pattuglia di S.S. e una decina di camice nere.

Quelli, le camice nere, erano i peggiori: erano tornati dal fronte dopo l’armistizio pensando di essere degli eroi; si sentivano come leoni. E invece erano solo dei burattini in mano a Hitler.

Cretini, oltre che carogne. Furono loro. Le mani che la torturarono furono mani italiane. Le mani che l’accecarono furono mani italiane. Perché anche quello le fecero. Le strapparono gli occhi. Davanti a casa sua.
-Ma perché?
-Per farla parlare. Volevano sapere dove si nascondevano gli altri partigiani.
-E lei ha parlato?
-Chi, la Mimma? Ma neanche per sogno. Zitta, lei. Muta.

Dopo una settimana di torture la portarono davanti a casa sua, più morta che viva.

Da dietro le finestre i suoi vicini ascoltavano quelle carogne dei fascisti che imprecavano: “Dio boia, dicci almeno qualche nome e ti lasciamo entrare a casa; dietro a quella porta ci sono i tuoi, ti cureranno, potrai vivere.”

Ma lei, niente, muta come un pesce. Volevano farla parlare con quel ricatto indegno.
Ma nemmeno in quel modo le tirarono fuori una parola. Nemmeno accecandola.
Alla fine la portarono al Meloncello, le scaricarono addosso un mitra e la buttarono in mezzo alla strada.

Sembrerà incredibile, ma quando la vidi aveva il sorriso sulle labbra. Morì così, sorridendo ai suoi assassini. Chissà a cosa stesse pensando per non sentire il dolore delle torture.
Dopo aver parlato tanto, senza una pausa, Guerrino rimase improvvisamente in silenzio. Vedevo il suo viso stanco, allora mi avvicinai a lui sulla panchina e gli misi la mia mano di bambino sulla spalla. Guerrino respirò profondamente un paio di volte, poi, senza alzare lo sguardo, continuò.

-Quella mattina, puoi immaginarti, non sapevo dove andare. Avrei voluto raccogliere il suo corpo ancora tiepido e riportarla a casa sua, ma sapevo che dietro a quelle finestre c’era almeno una spia dei fascisti pronta a vendermi per due soldi o per un chilo di carne.

-Ma tu non eri partigiano.

-Non ancora. Ma dimostrare pietà per il cadavere di una partigiana era una colpa sufficiente per fare la stessa fine. Cominciai a camminare. Camminavo e camminavo senza sapere dove dirigermi. Non avevo più dove andare. Non me la sentivo di tornare a casa, vedere i miei genitori, raccontare quello che avevo visto. No, non potevo tornare a casa e uscire il giorno dopo come se tutto continuasse uguale a prima. Per momenti non ricordavo nemmeno il mio nome, pensavo di essere impazzito. Non ero più io, non mi riconoscevo, non ritrovavo dentro di me l’uomo che ero stato fino a quel giorno. Sapevo solo che quella mattina era cambiato tutto. A forza di camminare arrivai su a San Luca. Entrai in chiesa, e non so quante ore rimasi seduto lì dentro, davanti all’altare.
Quando uscii era già di pomeriggio; mi persi nei campi, poi nei boschi. Camminai tutta la notte cercando istintivamente la montagna. Passai Sasso Marconi e continuai a camminare, sino all’alba. Durante il giorno mi nascondevo in fienili e cascine abbandonate, e la notte camminavo fra gli alberi.

Tre giorni più tardi avevo un paio di stivali ai piedi, un fazzoletto rosso al collo e un mitra in mano.

I primi mesi rimasi con la brigata stella rossa, poi fummo annientati dai tedeschi sul monte Sole.

Io riuscii ad attraversare il fronte con quattro ragazzi di Modena.

Passai quell’inverno senza pensare al passato né al futuro, senza nemmeno chiedermi se la guerra sarebbe mai terminata. Ma l’immagine del cadavere di Irma sul selciato ritornava ogni notte. Ogni notte. Mi ero rotto dentro; tutto mi si era rotto dentro, anche la paura. Andavo in battaglia ridendo; la guerra, la vita e la morte avevano perso ormai qualsiasi senso per me.

A Bologna ci tornai il 21 aprile del ’45, partigiano della brigata Maiella. Quel giorno, mentre il resto della città festeggiava, sotto l’arco del Meloncello io piansi in silenzio le ultime lacrime che riuscii a trovare dentro di me.

Pianse in silenzio le ultime lacrime che trovò dentro di sé. Ci sono frasi che senti una volta nella vita, ma rimangono lì. Non sai perché ma non se ne vanno più. Come certi visi.

Come il viso del partigiano Guerrino, quel giorno di giugno del 1980, mentre si alza dalla panchina, mi saluta e si allontana in silenzio.

fonte: http://emanuelciarleglio.blogspot.it/2014/01/irma-bandiera-la-memoria-partigiana.html