LA CRIPTA E I SOLONI

LA CRIPTA E I SOLONI

Cimitero

di Jacob FOGGIA

 

Un fantasma s’aggira per l’Europa: il fantasma del populismo.

E dinanzi a questo ectoplasma indefinito, a gambe levate fuggono analisti, politici di professione e intellettuali dal pedigree socialista.
Spaventati, sconcertati, inorriditi. Emmanuel Macron, ex-Ministro francese dell’Economia, dell’Industria e del Digitale, leader di En Marche!, candidato per il centro alla Presidenza della Repubblica francese, è stato fischiato ad Amiens, sua città natale, dai lavoratori della Whirlpool.
Gli stessi che, in sciopero contro la delocalizzazione della fabbrica in Polonia, hanno applaudito Marine Le Pen.
Nello stesso distretto industriale in cui altri lavoratori rischiano dai dieci ai trenta anni di galera per aver sequestrato due manager nel 2014, all’apice della vertenza sulla dismissione della Goodyear.
E la Francia non è il Congo belga.
La Francia è la Francia.
Romantico riferimento della nostra raffinata socialdemocrazia dai tempi della Gauloises blu, delle Renault e di tutto quello che suscita invidia.
Pare di sentirli, i “nostri”.
Hanno toppato, stavolta, ‘sti operai francesi.
E i renziani non glielo mandano a dire. Hanno spalancato – reazionari che non sono altro! – le porte alla politica dell’insulto, della paura, del pregiudizio. Si sono concessi ai mezzucci della destra triviale, volgare e offensiva. Antieuropeista e xenofoba. Vergogna, operai!
E noi che vi abbiamo sempre trattato come persone normali! Interessante. Il punto di vista dei nostri democratici, sulla Francia e non solo. Un paradosso pieno di sfaccettature divertenti e tragiche. Le chiavi di lettura per accedere ad una distopia dei parametri, ad un rovesciamento dei riferimenti, che gela le ossa.
C’era un libro-inchiesta qualche tempo fa. Parlava delle reazioni dei cittadini statunitensi all’11 settembre. Si intitolava “Perché ci odiano”?
Beh, diciamo che il rapporto tra la “sinistra” e la cosiddetta “gente comune” segue la stessa falsariga.
La stessa trama del libro.

Partiamo da principio. Quando la “sinistra” parla di populismo non si rende conto – o non vuole rendersi conto – che indirettamente la destra, parlando delle stesse cose, parla di “bisogni”.

Reali o percepiti, autentici o indotti che siano, è quello il focus.
La preoccupazione per il salario differisce dall’ansia di un eventuale licenziamento, e questi dalla sicurezza dei quartieri solo per l’apparente immaterialità o non immanenza di due parametri su tre.
Ma il bisogno resta intatto.
E non c’è classe sociale – o, ancor peggio, non c’è individuo – incapace di valutare ciò di cui necessita, di pesare i benefici e i malefici di ogni azione.
La supponente sinistra intellettuale, stampella di una sinistra politica antipopolare al limite dell’oltraggioso, potrà tranquillamente scaricare sulle consuete categorie dell’impreparazione culturale della plebaglia le conseguenze di un agire economicamente delinquenziale.
Ma noi, che siamo d’altra scuola, non possiamo liquidarla così, la faccenda.
La sconfitta epocale dei progressisti, quella definitiva, almeno da noi, risiede nel non essere riusciti a mostrarsi alla “gente comune” neppure col volto del più blando, retrivo e molliccio welfare state.
Nessuno che dica: la Svezia.
Ma, cazzo, manco niente!
La celebrata ascesa al governo della prima coalizione di Centro-sinistra del dopo Tangentopoli, nel 1996, salutata con fuochi d’artificio e proclami degni di una seconda liberazione, ha di fatto collimato con la più massiccia e invasiva campagna di ristrutturazione del mercato del lavoro e di privatizzazioni del secolo scorso.
Una pioggia di interventi, di pacchetti, di leggi e decreti legge, atti a segmentare e smantellare il mondo dei ceti subalterni così come lo si conosceva e a favorire l’ingresso del padronato nella “new economy” da meravigliarsi di quanto le piazze fossero vuote e silenti.
Roba da applausi a scena aperta alla triplice.
Roba da pensare che non abbiano fatto altro.
Il tutto accompagnato dallo scollamento con quella base di cui per anni si è favoleggiata l’esistenza.
Apprendistato, interinale, tirocinio formativo sono termini introdotti nel giugno del 1997.
L’epoca della flessibilità.
Il precariato sancito per legge delega. Poco prima di spellarci le mani per il Nobel a Dario Fo.

La sinistra, specie quella d’alto bordo, ripugna gli appetiti popolari.

Prova istintivo disgusto per le passioni del volgo. Inorridisce dinanzi a quelle che ritiene forme di isteria, modelli dell’irrazionale, superstizioni fanatiche.
Tanto quando si parla di masse in festa per un successo sportivo quanto per l’accanimento con cui certe categorie in bilico difendono il proprio fottuto posto di lavoro o la fermata di un autobus.
Forti delle loro infarinature positiviste, razionaliste, illuministe, del loro citazionismo da fumoso jazz club di un romanzo sudamericano, da distanze siderali si scandalizzano: della paura per la concorrenza straniera che scuote i lavoratori precarizzati, per il vortice liberista che spinge al ribasso il valore del proprio tempo, per gli affitti alle stelle in quartieri popolari gentrificati che spingono verso le cinture urbane della “guerra fra poveri”.

La loro politica di tolleranza e pacificazione si basa sui chilometri di spazio che li separano dalle contraddizioni del reale.

E chiosano con una scrollata di spalle e con un giudizio tranchant ogni timore che dal basso lambisce le finestre delle loro torri d’avorio.
Ma pensiamoci un attimo. Davvero questa plebaglia è la stessa che da secoli invoca il sabba e poi brucia la strega?
Davvero queste fogne metropolitane sputano ancora orde di volontari ai pifferai magici di turno?
Davvero è solo questione di “cultura”, di “analfabetismo di ritorno”, di “ignoranza funzionale”?
Davvero, come spesso capita, alla prossima sconfitta elettorale delle coalizioni di centro-sinistra bisognerà invocare il cambio del popolo? O c’è dell’altro?
Questi della Whirlpool sapevano chi era ‘sto Macron? A occhio e croce, sì. Non foss’altro che a lui, a Emmanuel, è intitolata una legge.
La “Loi Macron”, per l’appunto.
Una legge sul lavoro – nello specifico, sui trasporti e il trattamento dei lavoratori impiegati temporaneamente sul suolo di Francia – che faceva da corollario, o da “cespuglio”, alla ben più celebre “Loi travail”. Il disegno di legge, approvato dal governo Valls (di cui Macron era Ministro dell’Economia) nel luglio del 2016, che – tra le altre cose – semplifica i licenziamenti, riduce il diritto al riposo per le prestazioni occasionali, trasforma la reperibilità in riposo non retribuito, limita le indennità per ingiusto licenziamento, aumenta la giornata lavorativa per gli apprendisti (fino a 40 ore settimanali) e modifica al ribasso gli straordinari.
Un disegno di legge che incendiò la Francia e sulla quale il Macron si disse persino possibilista rispetto ad un ulteriore aumento delle ore lavorative anche per i dipendenti non apprendisti.
Sarà una nostra malevola impressione ma, ehm, sì. Quelli della Whirlpool sapevano chi stavano fischiando.
La sdegnosa sinistra, a questo punto, lascerà il suo calice di cognac sul comodino Luigi XVI ed esclamerà, con fiero disappunto, che la collusione del soggetto con le politiche anti-popolari di Valls e Hollande (tutti rigorosamente espressione del socialismo europeo) non è elemento sufficiente per parteggiare per una fascista come la Le Pen.
Che poi, detto da quelli che propagandano il superamento delle ideologie ogni due per uno, fa pure sorridere.
Ma tant’è.

Il guaio, e siamo sempre lì, non è chi cavalca il malcontento. Il guaio è chi il malcontento lo crea.

I mesi di Matteo Renzi da Presidente del Consiglio sono stati mesi di scudisciate all’orgoglio di intere categorie di lavoratori, a cominciare dalle maestre per finire agli infermieri. Mesi di vuoti progetti da piccolo Cesare finiti spedendo ragazzini di sedici anni a pulire i cessi dei McDonald’s nel nome della “Buona Scuola” e di un’alternanza scuola-lavoro che prepara allo sfruttamento intensivo come Hogwarts ha preparato Herry Potter.
Il Jobs Act non era e non è affatto meglio della legge sul lavoro francese.
E anche in quel caso, da noi, le piazze hanno riecheggiato uno strano silenzio confederale.
La mancanza di garanzie, l’impossibilità di una progettazione domestica degna di questo nome, la frenesia da conquista di un posto qualunque e il successivo parossistico bisogno di mantenerlo, spezza in due il morale della classe.
Che si frammenta in comunità sempre più slegate, sempre più isolate.
Fino alla monade che lotta con la monade concorrente.
Il precariato esistenziale – amministrato dalle sinistre di governo nell’arco di un doppio decennio – ha frantumato ogni solidarietà, ridotto in pezzi ogni appartenenza, acuito la competizione tra straccioni, messo sul lastrico migliaia di donne e di uomini disposti a tutto pur di riconquistare un posto al sole. O di non perdere quel che ancora si trattiene.
In questa situazione – perché questa è la situazione, signori, capiamoci! – chi è più colpevole? Chi genera afflizione sociale e derelitti pronti a battersi, come i barboni in un noir, tra le vie di una Gotham city, per un posto letto o un pasto alla Caritas?
O coloro che a costoro offrono la più becera, oscena, irritante soluzione?
I secondi sono il frutto marcio delle politiche dei primi.

No, noi non stiamo con la Le Pen. Come non stiamo con Salvini. Se questa è la domanda.

Ma troviamo disgustoso al limite dell’offensivo l’atteggiamento di certi saccenti e boriosi intellettuali, che dall’alto delle loro conoscenze accademiche, sputano sentenze su quella fascia di popolazione ormai disorientata e pronta ad azzannare.
Per bisogno, non certo per odio.
Offensivo il giudizio sugli operai “reazionari”, dopo che a questi ultimi è stato tolto persino il beneficio del dubbio su certe “immacolate” figure politiche.
“Lo vuole l’Europa!”, si è urlato per lustri. Come una formula salvifica.
La gente, quella comune, quella che poi fa i serbatoi di voti, ha atteso pazientemente. Si è sacrificata, nell’attesa della venuta della dea.
Ma Europa è un mostro che divora i suoi figli triturandoli negli ingranaggi di una burocrazia invisibile e impalpabile.
La “gente comune” potrà anche non sapere nulla dei meccanismi di palazzo. Ma sa da che parte sta il nemico.
E chi glielo indica, ahinoi, vince. E tirar fuori la storiella dei “fascisti” cattivi ogni tot probabilmente non servirà ad evitarlo.
Un fantasma s’aggira per l’Europa: il fantasma del populismo.
Ad autorappresentarsi come unico argine: coloro che lo hanno evocato.
Coloro che lo hanno liberato dalle cripte.