Referendum Turchia. La verità è che il popolo ha paura di se stesso

Referendum Turchia. La verità è che il popolo ha paura di se stesso

Turchia Erdogan

 

di Antonio CAPUANO

Le urne in Turchia hanno drammaticamente parlato, da studente di Scienze Politiche ascolto e leggo in queste ore analisi e valutazioni accademicamente validissime sul piano politologico, ma a mio modesto parere unite da un errore comune e cioè la mancanza di visione d’insieme. Allora ecco che in questa prevedibilmente noiosa Pasquetta, provo con molta umiltà a mettere insieme il puzzle e ricavarne la motivazione politica, più che quella meramente politologica.

Ovviamente la propaganda dittatoriale ha il suo ruolo e se non ammettessimo che su una vittoria così risicata hanno irrimediabilmente pesato brogli clamorosi, allora contribuiremmo ad alimentarla.

Ciò detto, il dato e conseguentemente il quesito che deve stupire e che nasconde la verità di fondo è un altro: come è possibile che nel 2017 un Referendum che accentra totalmente il controllo dei tre poteri dello Stato nelle mani di un solo uomo ripristinando praticamente il sultanato, non si renda “immune” dai brogli finendo con un secco NO al 90% e apra la strada ad un manipolabile testa a testa da 51-49% in favore del SI?

La risposta mi appare immediata quanto desolante, il popolo non si fida più di se stesso ed ha paura di quella democrazia per cui da sempre si batte.

Erdogan, Orban, Trump, Le Pen(?): al di là delle idee di ognuno, il loro è un elettorato comune che si costruisce sull’effetto “panacea”.

La gente è impaurita e quando hai paura ti aggrappi a quello del gruppo che sbraita in prima fila e millanta la scorciatoia (anche se poi di solito è quello che puntualmente muore per primo…).

Succede quindi che alla gente finisce col piacere la dittatura… scusatemi, “governabilità forte” secondo la nomenclatura ufficiale.

Ed è lì che la follia prolifera con: muri alzati, razzismo imperante e premier che si fanno promuovere a sultani. Insomma, mentre a Sinistra si vivisezionano i singoli casi, la Destra coglie il fattore comune e governa perché la gente insicura vota a destra mentre quella consapevole guarda a Sinistra, lo dice la storia.

No, il problema non sono i brogli o le situazioni contingenti, anche perché ormai le situazioni di richiesta di assolutismo cesaristico sono numerose nonché eterogenee e quindi spiegarsele tutte con il broglio o la repressione, appare quantomeno semplicistico.

Soprattutto pensando che nella civilissima e libera Italia solo qualche mese fa stampa, tv e liberi pensatori vari, ci bombardavano al grido di #bastaunSi per chiederci di votare qualcosa di surrettiziamente, ma sostanzialmente, pericolosamente simile a quanto proposto da Erdogan e lì come la mettiamo?

La soluzione sta alla radice, Demos e Nomos: questi i pilastri della Democrazia, parola del meraviglioso popolo greco da cui essa ha tratto le origini.

La gente si è nuovamente convinta che non ne è capace e che se uno solo decide stanno meglio tutti, era così anche finché non arrivarono i Greci e seminarono un concetto che poi nei secoli si trasformò in vera e propria coscienza di classe, grazie al quale l’individuo si scoprì parte di un qualcosa di più grande (Demos o popolo, appunto) e che a fare da collante c’era il Nomos ossia quell’insieme di valori condivisi su cui fondare una comunità paritaria e non verticistica.

Nell’era degli enti sovrannazionali, delle guerre tra poveri e dei valori che dividono anzi che unire, questi capisaldi sono purtroppo venuti meno e senza di essi è anche più facile fare “politica” perché un popolo vuoto, è un popolo controllabile e se per le destre va bene così, a Sinistra è invece giunto il momento di aprire gli occhi perché se non vogliamo essere complici del sistema, dobbiamo smettere di limitarci a gridare al broglio per nascondere i veri problemi e riprendere invece il percorso verso la vera Democrazia, quella partecipata e non raccontata.

Del resto mentre l’uomo di destra grida al problema, quello di Sinistra trova la soluzione…

L’ordine regna sulla città

L’ordine regna sulla città

gioventù balilla

 

di Claudio TACCIOLI

 

L’ordine regna su Brescia.

I camper, estremo rifugio dove si raccolgono gli ultimi lembi di dignità, dopo aver perso lavoro e casa, vengono sequestrati dalla Polizia Locale.
Le coperte, per avvolgere le proprie notti al riparo in qualche angolo della nostra stazione ferroviaria, sequestrate dalla Polfer.
Gli appartamenti ALER svuotati se si è troppo poveri e indigenti. Se, anche, quell’affitto ridotto diventa impossibile. Non importa che fine faranno le madri, i padri, i figli sfrattati.
Niente e nessuno intacchi il decoro della città. Ne violi le regole, pur disumane che siano.

Un “sano” spirito di disciplina soffia dal centro verso le periferie.

Dagli uffici amministrativi municipali si prendono decisioni ordinate e coordinate con ogni altra istituzione di controllo e di repressione.

Dall’assessorato alla scuola, Roberta Morelli, porta il suo contributo al nuovo “clima cameratesco”.
In collaborazione con l’UNSI (Unione Nazionale Sottoufficiali Italiani), il Comune di Brescia organizza dei corsi sia per i ragazzi delle superiori che, novità, per quelli della secondaria.
Si impara, appunto, l’obbedienza che è fondamento dell’ordine: articolato e sviluppato “nelle discipline sportive di origine militare”.

La disciplina era una frusta (un flagello) formata da più strisce di materiale vario, dalla canapa al metallo. Una sorta di “Gatto a nove code”; sia per auto-flagellarsi in maniera rituale e religiosa. Che per punire i sottoposti, i subordinati quando diventavano insubordinati. In Russia, al tempo degli Zar, si chiamava Knut e veniva usato per punire i contadini. I cosacchi, oltre alle armi, lo tenevano agganciato al polso, pronto alla bisogna.
La sottomissione è l’obbiettivo di ogni disciplina. Sia intesa come insieme di regole che come strumento di punizione, scelta o subita.

Nessun spirito critico, nessun palpito ribelle, nessun pensiero disobbediente e azioni conseguenti, saranno più ammessi nell’ambito delle nuove logiche securitarie, propagandate nelle scuole e applicate nelle repressioni; qui e là della nostra città.

Non sia mai che, alle prossime elezioni, i razzisti, i fascisti e i loro complici, possano usare proprio quest’arma per scalzare il neo partito dell’ordine e delle discipline bresciane: il PD e alleati!

Brescia deve, assolutamente, apparire e essere ordinata e pulita; non solo nell’aspetto urbano, ma nelle menti e nei cuori dei suoi residenti.

 

Cominciare dai più piccoli è, la storia insegna, un passaggio obbligatorio.

 

Ci fu un tempo in cui pensammo che la crescita umana passasse attraverso la costruzione invincibile dello spirito critico.

Oggi, la qualità ricercata, è sempre più la sottomissione e l’obbedienza dentro il gruppo dato.
Ci fu Il tempo delle autogestioni e della ribellione permanente.

Della gioia di pensare in libertà e di scegliere senza comandi e obblighi.

Questa, al contrario, è l’epoca dell’obbedienza che si rifà virtù. Delle, conseguenti, condanne per i reati di solidarietà. Della repressione sottile e continua che penetra negli anfratti più riservati delle vite resistenti alle leggi ingiuste.

E’ quasi grottesco che l’assessorato alla scuola partecipi a queste logiche.
Penso alla pedagogia libertaria con la sua educazione alla libertà; alla scuola non repressiva, privata di autorità e di gerarchia.

Dove i ragazzi “sono liberi di fare quello che vogliono, a patto che le loro azioni non provochino alcun danno agli altri, secondo il principio (…) «Libertà, non Licenza».

Non vogliono più degli esseri umani capaci di giudizio indipendente. Vogliono dei meri esecutori che non infastidiscano i delegati alla guida.

«È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. »

(Henry David Thoreau, Disobbedienza civile)