CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE, OVVERO IL SOLITO GIOCO DELLE TRE CARTE

CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE, OVVERO IL SOLITO GIOCO DELLE TRE CARTE

abolizione province
di Ivana FABRIS
 
Infine gli italiani si sono accorti che la cancellazione delle province è stato solo un altro attacco contro i cittadini di tutt’Italia.
 
Il passaggio è stato solo sulla carta ma anche di carta, nel senso che le funzioni a cui erano preposte non sono state trasferite ma gli sono stati tolti i finanziamenti, creando un disagio mostruoso (strade, spazzatura scaricata a lato delle strade intercomunali e provinciali, scuole sempre più malridotte e soffitti che cadono in testa a ragazzi e docenti) oltre al personale deputato a manutenere tali entità.
 
Intanto, però, la vulgata pensa di aver eliminato spese inutile e spese della casta.

E ci siamo cascati ancora.

Di fatto hanno eliminato SOLO LA POSSIBILITÀ per gli italiani di ESPRIMERSI politicamente sull’operato degli amministratori provinciali delegando tutto così ad un potere che si arrocca sempre più e si chiude nelle sue stanze a decidere tutto sulla testa di intere aree geografica, tra l’altro che sono profondamente diversificate le une dalle altre, in questo paese.
 
Un potere accentrato è sempre qualcosa da temere come un’epidemia di peste bubbonica, ma pare che gli italiani, esasperati da un sistema politico ormai degno della decadenza di fine Impero, se ne siano completamente dimenticati.
 
Ancora una volta il sistema neoliberista ha colpito e affondato lo Stato cioè tutto ciò che è PUBBLICO, col solito giochino delle tre carte.
Prima ha ridotto al maggior malfunzionamento possibile l’istituzione pubblica, poi ne ha propagandato a livelli giganteschi i disservizi e infine l’ha affossata col placet dei cittadini stanchi di quel malfunzionamento.
Ma l’aspetto tragico è che quest’altro colpo al funzionamento del paese lo hanno propagandato come cambiamento.
 
Il nostro governo ha di fatto demolito un sistema che si poteva invece SANARE se solo ce ne fosse stata la volontà politica e un sistema consolidato da anni infischiandosene dei disagi che avrebbe comportato.
 
Ma tanto che importa a questa classe politica dello Stato, visto che risponde al neoliberismo che mira proprio allo SMANTELLAMENTO dello Stato?
MORIRE DI LAVORO: QUANDO UN LUOGO COMUNE DIVIENE SENTENZA

MORIRE DI LAVORO: QUANDO UN LUOGO COMUNE DIVIENE SENTENZA

infermiere-morto

La schiavitù legalizzata al tempo del Neoliberismo.

di Antonio CAPUANO

Di lavoro si può morire, lo sappiamo fin dalla notte dei tempi, il fatto è che in una società civile costruita sul passaggio da suddito a cittadino e da schiavo a lavoratore, nonché fondata sul Diritto, ciò dovrebbe essere impedito in ogni modo.

Invece, in un periodo storico nel quale realtà e paradosso si mischiano fino a sfumare i propri confini, accade che il sistema demolisca scientemente le tutele dei lavoratori e li renda automi da spremere senza controllo.

Quando questo poi succede nella pubblica amministrazione e in particolare nel Servizio Sanitario Nazionale, allora vuol dire che il suddetto sistema è al collasso e bisogna prontamente intervenire per riformarlo.

Emblematica quanto drammatica, appare in questo senso la recente sentenza della Cassazione la quale ha fatto letteralmente giurisprudenza, riconoscendo apertamente la “morte da superlavoro” condannando quindi l’ASP di Enna per la morte di un tecnico della Radiologia e attestando una correlazione forte tra la mole nonché la condizione di lavoro e lo stato psicofisico dei dipendenti, particolarmente soggetti a patologie di natura cardiovascolare.

Il caso rappresenta però solo la punta dell’iceberg in un settore che se nonostante la forte crisi, resta una gratuita eccellenza statale, lo deve fondamentalmente al superlavoro di uomini e donne che (statistiche alla mano) è praticamente come se lavorassero 14 mesi e che ha quindi urgente bisogno di una riforma che compatibilmente alla qualità e all’efficienza del servizio offerto al paziente, preservi in primo luogo integrità, dignità e salute di chi svolge lo stesso con diligenza, professionalità e passione.

Ecco perché si rende necessaria una riforma che riconosca ad esempio anche la piena autonomia della figura dell’OSS, la quale non può essere sostituita da un pluslavoro degli infermieri.

La risposta, in virtù dei nostri principi costituzionali e checché ne dica qualcuno non può risiedere certamente nella privatizzazione selvaggia o nei continui tagli ad un settore già irragionevolmente vessato. Urge un forte investimento strutturale e di capitale nel tema che ridefinisca le priorità statali in materia e permetta un pronto rilancio della Sanità.

Settore Sanitario in cui gli investimenti non sono mai a fondo perduto dato che un Paese che valorizza le proprie eccellenze mediche e garantisce il giusto stile di vita ai propri cittadini è un Paese in salute e quindi è anche un Paese produttivo. Laddove si rammenti ovviamente che, sotto il fumo dell’economia finanziaria fatta dal virtuale, si nasconde anche l’economia reale fatta di persone e si decida di rimettere al centro del sistema queste e non i loro soldi, al fine di rilanciare davvero un Italia ormai claudicante.

Perché un paese che non si cura e soprattutto non tutela chi ci cura, è inevitabilmente destinato a morire e se non reagiamo al più presto, non ci sarà da stupirsi se presto gli Italiani dovessero ritrovarsi a constatare che il loro Stato, gli ha brutalmente “staccato la spina”, chiedendogli eventualmente somme irreali per riattaccarla.

La salute è un Diritto, non un privilegio e tanto meno un bene di consumo ed è paradossale doverlo ribadire, ma del resto il Neoliberismo si forgia da sempre, in un inesorabile sonno della ragione.

E’ tempo di svegliarsi Popolo, prima che l’elettroencefalogramma divenga irreparabilmente piatto…

SIA CASA O SCIALUPPA, LA SINISTRA DEVE ESSERE AFFIDABILE

SIA CASA O SCIALUPPA, LA SINISTRA DEVE ESSERE AFFIDABILE

Costruire nave

di Gualtiero VIA

Molte persone in queste settimane stanno guardando con grande fiducia al ruolo e alla proposta rappresentate da Anna Falcone nel tentare di unire le forze a sinistra del PD.

Se ne sta discutendo – di questo ma anche di molto altro – anche nel Movimento Essere Sinistra (MovES), alle cui posizioni mi sento particolarmente vicino.

In più di un caso ho visto come le qualità personali e la competenza di Anna Falcone siano avvalorate come garanzia dell’affidabilità del suo tentativo.

Dirò, su questi argomenti, alcune cose di cui mi sono in questi anni convinto.

Lo so che ad avanzare riserve su un progetto di unità della sinistra è facilissimo essere etichettati come “duri e puri a cui non interessa vincere”. Chi mi conosce saprà se sono così etichettabile. Quelli a cui non interessa ragionare possono fermarsi qui.

Tutti/e le/gli altri/e spero vorranno continuare a leggere.

Una premessa: a me della “unità dalla sinistra” in sé e per sé non importa più nulla. NULLA.

Mi può interessare se essa è (o diventa) un mezzo efficace per le battaglie cruciali, urgenti, necessarie che incombono.

Queste battaglie secondo me sono: creazione di posti di lavoro (veri), uscita dal fiscal compact e dall’euro e comunque dall’austerità, giustizia sociale, rilancio del pubblico, ambiente, pace (vera). Mi fermo (tralascio ricerca e istruzione e altre cose), spero che ci capiamo.

Su tutto e tutti, rispondere a quella che chiamo crisi educativa e morale.

Allora, dicevo che non trovo decisivo l’argomento che il proponente di un progetto (idea, appello, ecc.) è molto credibile, stimabile professionalmente, ecc.

Mi darete ragione, spero, se ricordo che la competenza in un campo specifico, da specialista, da sola non garantisce nulla. Lo dice l’esperienza.

Dirò una cosa che forse a qualcuno potrà suonare bestemmia, ma la politica è una tecnica e uno specialismo, molto specifici l’una e l’altro. Aggiungo subito: NON E’ SOLO QUELLO. Però quello è, intanto.

Uno dei pregi assoluti, a mio personale parere, del MovEs, che io ho scoperto da poco, è che mantiene (o rimette in auge) la elementare, normale razionalità politica, come metro di valutazione di cose, situazioni e proposte.

I motivi per cui imprese varie e diverse, degli ultimi decenni, non potevano che naufragare, erano ovvi e banali.

Girotondi, referendum dai quesiti ipertecnici e in realtà, effettivamente, toccanti cose marginali, unità finte volute da piccoli gruppi di leader in realtà esausti, vagheggiate “unità” o volontaristici collegamenti fra lotte territoriali, ciascuna, specifica e particolare, magistrati prestati alla politica con improvvisazione e superficialità assolute… Mi fermo per carità di patria.

Una tenda, un riparo improvvisato, si arrangia come si può e dove si può, e si fa prima a farlo che a parlarne.

E passata la notte lo si disfa, o abbandona.

Non così, però, una casa. Non così una scialuppa, se ci si deve affrontare il mare aperto.

Che sia più casa o scialuppa quello che dobbiamo costruire dobbiamo capirlo insieme, ed è cruciale, ma quale che sia la risposta, dev’essere un qualcosa in cui crediamo davvero, tutti/e, e che potremo non solo sentire nostro, ma in cui potremo sentirci in piena coscienza di invitare tanti, tanti, tanti altri/e, chiunque si renda disponibile.

Per questo le scorciatoie non esistono.

Una casa sta in piedi e offre riparo o no.

Una scialuppa tiene il mare ed è ben governabile o no.

In questo, i materiali e il progetto sono decisivi. E’ così.

La realtà funziona così. La vita funziona così. Quando dico che la politica è “una tecnica” è questo che intendo.

Una cosa può funzionare quando i suoi materiali e il progetto con cui è realizzata danno affidabilità, non quando una persona onesta, ma non strettamente qualificata (come leader politico, dico), per buona volontà e ottimismo ce la consiglia.

Dobbiamo essere molto esigenti, intanto con noi stessi, perché poi verremo richiesti di affidabilità da chi non conosciamo, da chi è diverso da noi, da chi è distante da noi (se ciò non avvenisse vorrebbe dire che non riusciamo ad uscire da recinti limitati, penso io).

L’ho fatta troppo lunga, scusatemi.

Queste cose dobbiamo dirci e chiarirci, credo, con grande onestà.

Amicus Plato, sed magis amica veritas.

NON NEI TEATRI MA CASA PER CASA, STRADA PER STRADA: PER USCIRE DALLA UE

NON NEI TEATRI MA CASA PER CASA, STRADA PER STRADA: PER USCIRE DALLA UE

Terremoto L'Aquila

di Ivana FABRIS

Abbiamo L’Aquila ridotta in macerie da anni.

Abbiamo Accumoli, Amatrice e tutti i comuni devastati dal sisma in centro Italia, senza possibilità di ricostruire le proprie abitazioni.

Migliaia di persone che hanno perso TUTTO.

Un tutto che non sono esclusivamente i muri delle proprie abitazioni, ma un tutto fatto di istanti, di memorie, di immagini che il crollo di una casa spazza via in pochissimi attimi.

Migliaia di persone che non hanno più nemmeno un’istantanea delle proprie ascendenze, immagini che il tempo inesorabilmente va a liquefare nell’immaginario di ogni singolo.

Migliaia di persone che non hanno più una propria storia, che non hanno più un passato e, di conseguenza, non hanno un futuro.

Il sisma ha spazzato via le loro identità ma quello che è criminale è che chi ci governa li ha resi invisibili agli occhi di tutti.

Migliaia di persone che sono ormai coscienti che non ci sarà NESSUNA ricostruzione.

Non ci sarà perchè mancano i soldi perchè avvenga.

Ma la vera beffa, oltre al gravissimo danno, è che mancano i soldi per ricostruire ma per salvare le banche venete (giusto per fare due nomi a caso) i soldi ci sono eccome: 5 MILIARDI di euro di denaro PUBBLICO che verrà usato per sanare un disastro finanziario PRIVATO arricchendo ulteriormente chi lo ha generato.

In pratica il capitalismo finanziario ha giocato d’azzardo con le nostre vite, si sono arricchiti pochi in maniera impressionante e oggi a pagare il loro sporco gioco siamo ancora noi.

Lo stesso vale per i 70 MILIARDI di euro dati al MES (il fondo salvabanche) che anche quest’anno vanno a dissanguare le casse dello Stato.

Soldi NOSTRI, soldi che, data la rilevanza delle cifre, potrebbero cambiare il destino futuro di questo paese, oltre a dare la possibilità alle popolazioni colpite dal terremoto di riparare le ferite e ricominciare a vivere.

Siamo un paese sfinito e depredato: dai beni dello Stato (beni che RICORDIAMOLO sono di ciascuno di noi) per finire al risparmio privato, il patrimonio di ogni singolo italiano viene costantemente eroso e depredato.

Il tutto con la compiacenza di quella sinistra fuori dal PD che NON VUOLE DIRE LA VERITÀ alla sua base.

Capiamo che dire oggi, scusate ci siamo sbagliati, dopo 30 anni di propaganda a favore della UE, non sarebbe bellissimo per questa sinistra e perdipiù rischia di far perdere un sacco di voti, ma senza questa ferma posizione, NIENTE mai potrà rinascere a sinistra se non un partito che si accomoderà dentro al sistema e navigherà in acque sicure per i parlamentari che riuscirà ad eleggere.

Ovunque si sente e si legge che stiamo mantenendo le banche e affamiamo gli italiani.

Tutto vero, ma il passo successivo cari “compagni” qual è?

Rimanere nella UE alimentando il pensiero magico che avete creato a danno della base, che i trattati si cambiano da dentro un sistema che per suo preciso e determinato, spietato interesse non cambierà MAI o cominciare a creare COSCIENZA di chi sia il nostro vero nemico?

Quindi, il passo successivo è dire a tutti che non sarà facile uscitre da euro ed UE, che ci sarà da fare uno sforzo comune di pochi anni per poi ripartire a lancia in resta, cosa che questo paese SA fare e lo ha dimostrato più volte, oppure solo per vostro interesse elettoralistico far agonizzare milioni di italiani portandoli ad una progressiva miseria nel giro di qualche anno?

Alla luce del recentissimo voto amministrativo, quello che appare evidente è che gli italiani delle manfrine di certi organismi politici non ne possono più.

Ma non vogliono più saperne nemmeno di tatticismi politici finalizzati a rastrellare voti in quel bacino elettorale politicizzato a sinistra che diventa determinante per superare una certa soglia di sbarramento e che, non solo non sposterà di mezza misura i drammi di tutti, ma diventerà proprio funzionale al sistema che sta strangolando le vite di milioni di italiani.

Il meccanismo che state mettendo in atto, è lo stesso di chi sosteneva che il PD si dovesse cambiare da dentro: come affermavamo in quel passaggio, chi propugnava questa romantica teoria – proprio per questo così facile ad attecchire – alla fine non ha fatto che rafforzare Renzi e permettergli di devastare la democrazia con la cancellazione dei diritti sanciti dalla Costituzione.

Non servono più i teatri, non servono le adunanze, non servono i proclami, servono i FATTI e i fatti sono che vi siete riuniti in un Teatro mettendo in scena una bellissima kermesse che ha alimentato l’illusione che la sinistra debba ripartire dalle aggregazioni, SENZA PRIMA aver scritto uno straccio di Manifesto politico!

QUESTO dichiara apertamente che non c’è stato confronto e sintesi su ciò che dovrebbe essere quella che definite futura sinistra e cosa si propone di fare.

Viene da dire che ancora una volta la sinistra non è pertinenza di una massa di persone sfruttate, di individui ormai al margine della loro esistenza, di lavoratori precari, di donne abusate dal capitalismo finanziario, di giovani a cui è stato rubato il futuro, ma continuo appannaggio del peggior radicalismo borghese di una certa élite di sinistra.

La cosa sconfortante è la consapevolezza che state sfruttando quello che il sistema ha generato: la perdita della coscienza e del sapere politici che la base ha subito in questi trent’anni per attuare il vostro personale progetto elettoralistico ma che con la sinistra popolare e contro il sistema, nulla ha a che fare.

Casa per casa, strada per strada cari compagni, se vogliamo che la sinistra ritorni ad essere il deterrente ad una delle peggiori quanto feroci destre che la storia contemporanea abbia conosciuto.

La politica di sinistra è sangue e sudore, non salotti, tatticismi e perbenismo.

Soprattutto è lotta di classe specie in un’epoca in cui è l’interclassismo ad avere la scena, fenomeno che alimenta più di ogni altro il sistema.

Abbiate il coraggio di dire che dobbiamo uscire da questo sistema criminale che è la UE.

Abbiate la forza di dichiarare COME volete superare questa grave crisi.

Abbiate l’orgoglio di creare COSCIENZA POLITICA.

Ricordatevi che col salvataggio delle banche venete è iniziata la mattanza finale del popolo italiano e il suo prosieguo vedrà cadere nella miseria più totale, altri milioni di persone.

La Grecia è sempre più vicina, a grandi passi la stiamo raggiungendo, ma pare che, ancora una volta, la Grecia insegna ma non ha scolari.

IL RITORNO DEI VOUCHER E IL LORO ABUSO

IL RITORNO DEI VOUCHER E IL LORO ABUSO

lavoratore precario

di Carmine TOMEO

Diciamo la verità: quando poche settimane fa il governo, con tratto di penna, aveva cancellato i voucher, quanti credevano davvero nella buona fede dell’esecutivo?

Di certo non occorreva intrufolarsi segretamente nelle stanze di Palazzo Chigi per capire che l’intenzione di Gentiloni e Renzi non era fare un passo indietro rispetto alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, ma semmai di evitare il referendum promosso dalla Cgil, che avrebbe potuto segnare la seconda, pesante sconfitta del governo in una consultazione popolare, dopo quella dello scorso dicembre sulle modifiche costituzionali.

Ed infatti, alla prima occasione utile, l’uscita da destra dai voucher è arrivata con un emendamento alla manovra economica correttiva che reintroduce i buoni lavoro sotto altro nome nel giorno in cui milioni di cittadini si sarebbero dovuti esprimere per la sua abrogazione.

Un atteggiamento spregiudicato, che già il vice presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena ha definito anticostituzionale; mentre la Cgil ha biasimato il comportamento del governo ed ha già minacciato il ricorso alla Consulta ed una manifestazione indetta per il prossimo 17 giugno contro la reintroduzione truffaldina dei voucher.

È qualcosa, ma non abbastanza.

Questo governo ed i suoi predecessori hanno già dimostrato scarsa attenzione per le pronunce di altri poteri dello Stato.

Ne sono una dimostrazione i raggiri rispetto alle decisioni sull’acqua pubblica o sulle trivellazioni petrolifere; ma la stessa discussione sulla legge elettorale denota quanto il governo ed un Parlamento di nominati considerino vincolanti le decisioni della Consulta.

Alla fine, quello che è stato prodotto sul lavoro accessorio è una pezza peggiore del buco da coprire e le anticipazioni che erano state fornite, viste alla luce di quanto partorito, sembra fossero servite solo da cuscinetto per le polemiche che inevitabilmente sarebbero venute fuori.

Ad esempio, si parlava inizialmente che un limite per l’azienda utilizzatrice del lavoro occasionale fosse il numero di 5 dipendenti. L’emendamento alla manovra correttiva che ha reintrodotto i voucher, specifica, invece, che i 5 dipendenti devono essere assunti con contratti a tempo indeterminato.

Così, se un’azienda, ad esempio di 50 lavoratori, avesse alle sue dipendenze solo 5 operai con con contratto a tempo indeterminato e tutti gli altri inquadrati con contratti interinali, a chiamata, a tempo determinato, non avrebbe alcun ostacolo ad inserire lavoratori da pagare con buoni lavoro.

Oppure da pagare in nero.

Cosa si sono inventati nel PD e cosa hanno approvato insieme al partito di Renzi, Lega Nord e Forza Italia?

L’emendamento che porta la firma di Titti Di Salvo (ex Cgil ed ex Sel, ora PD) prevede che le imprese non possano più acquistare i buoni lavoro dal tabaccaio (ma inizialmente questa possibilità non era prevista nemmeno per i precedenti voucher), ma attraverso una piattaforma dell’Inps alla quale l’impresa dovrà iscriversi ed aprire un conto con un tetto massimo di 5.000 euro annui.

Inoltre, l’azienda dovrà dare, almeno un’ora prima, comunicazione all’Inps dei dettagli della prestazione che non potrà essere inferiore alle 4 ore.

Meglio di prima, quindi?

Neanche per sogno anche perché, come spesso si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli.

E nel dettaglio della nuova regolamentazione del lavoro occasionale, si nasconde, appunto, la possibilità per le imprese di far lavorare a nero.

L’emendamento che reintroduce i voucher prevede la possibilità di revocare la dichiarazione trasmessa all’Inps per usufruire della prestazione occasionale entro i tre giorni successivi al giorno previsto per lo svolgimento dell’attività.

Ecco, quindi, cosa può accadere: un’azienda trasmette all’Inps la comunicazione per il lavoro occasionale, ad esempio per 4 ore di lavoro.

Non arriva nessun controllo per l’accertamento della regolarità della prestazione (ed è noto quale sia il rischio per un’impresa di subire un’ispezione) ed entro tre giorni l’azienda revoca la comunicazione, paga in nero il lavoratore e mantiene inalterato il conto di 5.000 euro annui che costituirebbe il tetto massimo per usufruire del lavoro occasionale.

Ma perché essere maliziosi? Perché non avere fiducia nell’utilizzo corretto e regolare del lavoro accessorio così regolato?

La risposta è nei numeri forniti da istituti ufficiali.

Le statistiche dell’Inps mostrano che da quando i voucher furono liberalizzati, l’utilizzo del lavoro accessorio è cresciuto notevolmente.

Si è passati da 38,5 milioni di voucher venduti nel 2013 agli oltre 134 milioni nel 2016, utilizzati praticamente in ogni settore economico e produttivo; negli anni è cresciuto il numero dei lavoratori coinvolti.

Ciò significa che per moltissimi lavoratori essere pagati con buoni lavoro non è una esperienza estemporanea, ma semmai che si ripete.

Una situazione che lascia intuire come per questi lavoratori la precarietà sia una condizione consolidata.

Questa estensione del lavoro accessorio non inganni rispetto all’emersione del lavoro nero.

Nel testo dell’Inps sul lavoro accessorio (WorkINPS Papers, settembre 2016), si legge infatti che “Quanto alle relazioni con il lavoro nero, non si sono prodotte evidenze statistiche significative in merito all’emersione, grazie ai voucher, di attività di lavoro sommerso mentre invece diverse situazioni (come nel caso di rapporti regolati con un solo o pochissimi voucher) non fugano di certo il sospetto che il voucher sia in realtà un segnale tipo iceberg di attività sommersa anche di dimensioni maggiori di quella emersa”.

Tanto che, con buona pace del governo, di Renzi e dei suoi lacchè, l’Inps definisce “irrealistiche” le aspettative “che il voucher servisse per l’emersione dal nero”.

Semmai, sostiene l’Istituto previdenziale, le evidenze fanno “pensare, più che a un’emersione, a una regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero”.

A conferma di questa situazione, l’Inail aveva già mostrato preoccupazione per il significativo aumento delle denunce di infortunio, anche mortale che hanno riguardato i voucheristi, pervenute all’ente assicurativo lo stesso giorno del pagamento del primo voucher, facendo supporre che la regolarizzazione del lavoratore occasionale possa essere sovente avvenuta solo a seguito di infortunio.

Ora, si consideri questa situazione, che le nuove regole sul lavoro accessorio non fermano ma semmai possono incentivare, e la si metta in relazione con la media italiana degli addetti per azienda. In Italia, secondo elaborazioni Istat su dati Eurostat, le aziende occupano mediamente 4 lavoratori.

Sono oltre 4 milioni le imprese fino 9 dipendenti, dove sono impiegati il 46% dei lavoratori del nostro Paese.

Questa è, come minimo, l’area economica e produttiva dove anche i nuovi voucher possono trovare applicazione, dove cioè è facilissimo trovare imprese che impieghino al massimo 5 lavoratori con contratti a tempo indeterminato.

E guarda caso, si legge nello studio Inps sul lavoro accessorio già citato, che il committente del lavoro accessorio è tipicamente un’impresa piccola, non una famiglia (come spesso hanno raccontato gli accaniti sostenitori dei voucher), determinandosi “una domanda molto frammentata, con protagoniste le aziende piccole, con o senza dipendenti”.

È evidente, quindi, l’operazione truffaldina e gattopardesca che è stata portata avanti sui voucher: prima sono stati aboliti per evitare il rischio di una nuova sconfitta referendaria, che sarebbe stata esiziale per le sorti del governo e per le mire di Renzi di un nuovo incarico a Palazzo Chigi; poi sono stati reintrodotti, con altro nome, qualche limitazione di facciata, rivolti alla stessa vastissima platea di committenti, che possono produrre gli stessi abusi di prima, lo stesso lavoro nero di prima e che servono a perseguire gli stessi obiettivi che avevano portato alla liberalizzazione dei voucher: aumentare il grado di precarietà nel mondo lavoro, indebolire ancora i lavoratori, far pagare la riduzione del costo del lavoro ai lavoratori già stremati da anni di crisi, stagnazione economica e misure di austerità.

Per resistere ed opporsi a queste misure non basterà un’ulteriore raccolta firme, né un appello al Capo dello Stato e nemmeno semplicemente un ricorso alla Consulta.

Occorre, invece, ridare protagonismo ai lavoratori in lotta.

 

fonte: https://www.lacittafutura.it/editoriali/il-ritorno-dei-voucher-e-del-loro-abuso.html

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