FRATELLO SALVAMI DAL FREDDO DELL’ACQUA. IO NON SONO ARRIVATO, MAMMA

FRATELLO SALVAMI DAL FREDDO DELL’ACQUA. IO NON SONO ARRIVATO, MAMMA

Io non sono arrivato, mamma,

Ma non dirlo ai miei fratelli, né alle sorelle, né a papà.

Di’ loro che sono arrivato in quel posto

Di cui ci parlava tanto il nonno nelle sue lettere,

Dove i carri armati trasportano acqua

E le pallottole servono per giocare

Dove lui diceva che non mancava il pane

Né i soldi per pagare

Dove si continua a lottare

Per un mondo migliore.

Di’ loro che vivo in Italia

E che la mia imbarcazione non è naufragata.

[ Frédéric Gircour ]

L’acqua è fredda. Me l’aspettavo, ma il mio corpo non era preparato. Sento l’adrenalina entrare in circolo, i muscoli contrarsi e le pulsazioni aumentare, cerco di capire cosa stia succedendo intorno a me. Muovo le braccia come facevo da bambino al lago Qattineh quando mio fratello voleva insegnarmi a nuotare, mentre il fragore del mare sovrasta le grida. D’un tratto avverto una pressione sulla spalla sinistra e dei gesti convulsi. Non faccio in tempo ad inspirare. Vado giù.

Fa caldo. Una lama di luce entra da non so dove, forse da una fessura del portellone del tir, e le orecchie mi fanno male. Vorrei coprirle con le mani ma non posso muovermi. Ho i crampi ad una gamba e non posso muovermi. Vorrei intimare a tutti di stare zitti e di smetterla di gemere. La donna alla mia destra soffoca un singhiozzo disperato e avrei voglia di schiaffeggiarla; quella alla mia sinistra tiene il collo in iperestensione per agguantare più aria possibile dall’alto. La maglia lacera mi si è incollata alla schiena fradicia di sudore e provo quasi disgusto per il tanfo che si avverte nell’aria. Eppure siamo tutti figli della stessa terra. Ho la gola secca, mi fa male, vorrei gridare. Faccio respiri corti e agitati, non posso muovermi. Non posso.

Il mio volto riaffiora in superficie e prendo aria disperatamente. Comincio ad ansimare e scalcio per salire ancora, allontano chiunque sia intorno a me con dei colpi alla cieca. Il mare è mosso, un’onda mi ributta giù di nuovo e l’acqua mi brucia la gola e mi entra nei polmoni. Tengo gli occhi serrati e la mascella contratta. Sott’acqua qualsiasi rumore è ovattato e attutito e invece quando torno su sputacchiando e tossendo ogni suono esplode intorno a me. Sono stordito. Provo a mettere in pratica tutte le lezioni di nuoto che mi ha dato mio fratello e riesco a rimanere a galla: una foglia strappata dal vento in balìa dell’occhio di un ciclone. Cerco convulsamente la barca con lo sguardo.

Ho sete. Ho caldo. Mi manca l’aria. Siamo schiacciati e pressati come animali da macello. Questa è l’immagine più appropriata per descriverci: bestie in fuga che non hanno diritto alla dignità. Il ragazzino a pochi millimetri dalla mia clavicola ha la bocca spalancata e le labbra spaccate. Ha le palpebre semichiuse e vedo il bianco impressionante dei suoi occhi. È disidratato, sì mi sembra che abbia estremo bisogno di acqua. Di acqua non ne abbiamo. Ho perso la concezione del tempo, non posso muovermi, non c’è un buon odore nell’aria. Non riesco a muovermi.

Il barcone è lì, innocuo e placido, come se stesse aspettando con calma che salissimo. Sembra ancora una possibilità di salvezza ma sta scendendo impercettibilmente verso il basso, affonda secondo dopo secondo mentre viene sballottato dalle onde. Intorno a me il rumore del mare mosso e grida. Tutti gridano e chiamano dei nomi o emettono esasperati versi di panico. Il sole è tramontato e i miei occhi non distinguono bene i contorni e le figure che appaiono sfocate, quasi in preda a convulsioni. Per un attimo nuoto freneticamente verso la barca ma poi un gomito spuntato dal nulla mi spacca lo zigomo. Sento dolore, tanto, vorrei gridare, mi manca il fiato. State FERMI. Risparmiate energie e calore, controllate il vostro corpo. Mettete in moto quella merda di cervello che vi ritrovate.

Sento che la mia mente comincia ad allontanarsi. Voglio andare via, voglio uscire. La donna alla mia destra non singhiozza più, è immobile e ferma in una posizione innaturale da un po’, sembra quasi un manichino spezzato. Una bambola rotta. Non so da quanto tempo non la sento più lamentarsi. È così ridicola nella penombra che mi fa ridere. Vorrei ridere, mi esce un latrato strozzato. Mi chiedo se questo inferno avrà fine… Ho tanta sete. Il ragazzino disidratato ha abbandonato la testa su una spalla e ciondola seguendo i sussulti del camion, i riccioli sporchi e imbiancati di polvere. Faccio un leggero colpo di tosse, qualcuno respira affannosamente e qualcun altro ha la gabbia toracica compressa. Il mio naso non sente più odori. Guardo con più attenzione il ragazzino sfruttando la poca luce che entra dal fondo.

La costa non sembrava lontana. Ma ora con l’avanzare dell’oscurità non so più in che direzione sia. Nuvoloni neri si avvicinano e si accumulano sopra di noi ad oscurare gli ultimi residui di tramonto. Cerco di rimanere a galla con il minimo dispendio di energie, di isolarmi dal caos e dalle urla, combatto contro l’impulso di piangere e provo a rilassare il diaframma. Qualcosa mi pungola la schiena, fletto il collo e vedo un corpo riverso che viene sospinto dalle onde. Immobile. È un cadavere qui nel mare, uno dei tanti, non respira e non lo farà mai più.

Credo sia entrato in uno stato comatoso, forse a malapena respira. La mancanza di acqua ci sta condannando a morte, la sudorazione ci ha fatto perdere troppi liquidi, non abbiamo idea di quando usciremo da qui. Qualcuno probabilmente è già morto, qualcuno ha avuto crisi di panico, qualcuno si è semplicemente rassegnato a morire come feccia umana e aspetta mestamente la sua ora. Non so se era peggio prima, o se è peggio questo.

I soccorsi staranno arrivando, ne sono certo. Devo solo resistere e dimenticarmi del freddo, della stanchezza, del dolore, della barca, del mare mosso e gelido. Devo solo resistere. Non ho l’energia né le capacità necessarie per aiutare gli altri. Qualcuno nuota nella mia direzione, o meglio muove le braccia in modo disordinato, forse non sa nuotare. Urla qualcosa, mi raggiunge, non faccio in tempo a scansarmi, si aggrappa, mi sento spingere giù. Vado giù. Affogo.

Non sono più lucido, il mio corpo chiede pietà e mi fa male il cuore. Non so più da quanto tempo siamo qui dentro, pensavo fossero 15 ore invece sono mesi, anni, secoli, è un’eternità. Spero che finisca presto. Non so cosa, ma spero finisca. Qualcosa, questa cosa, tutto. Morire mi va bene, tanto le speranze non le voglio più. Aspetto. Ad un tratto nel mio delirio confusionale mi sembra di vedere una luce improvvisa e di udire delle voci, qualcosa si muove e tutto diventa bianco però forse sono solo allucinazioni… Sapete che vi dico, non mi importa: che finisca così.

Inghiottisco acqua salata e ho un conato di vomito. Mi agito, qualcosa continua a fare pressione su di me e a tenermi sott’acqua. Tossisco: grande errore. Le ultime riserve di ossigeno si liberano in mare sotto forma di piccole bollicine impazzite. Apro la bocca, il peso di un corpo mi impedisce di risalire in superficie, bevo e deglutisco altra acqua. Le bollicine schizzano via verso l’alto e io provo ad afferrarle e a seguirle. Mi brucia il petto e il mio cuore batte all’impazzata: grande problema. Il muscolo di una gamba si contrae in preda ai crampi e io inarco la schiena per il dolore: altro grande problema. Provo a lottare per liberarmi, per uscire fuori e poter respirare. Non ce la faccio… In fondo non conto nulla. Vorrei che mio fratello fosse qui, vorrei che venisse a salvarmi, che tendesse una mano dalla superficie. Vorrei che mi agguantasse e mi tirasse su e mi facesse respirare. Vorrei che mi portasse a riva. È così bravo a nuotare… Mi sembra di singhiozzare in cerca di aria, non capisco più dov’è il sopra e dov’è il sotto. Fratello, salvami.

C’è silenzio ora, smetto di muovermi. Le mie braccia rimangono sospese perché in acqua è come se non ci fosse gravità. La forza che mi teneva giù è scomparsa ma io a mia volta non ho più le forze per risalire. E allora, decido. Smetto. Mi lascio cullare un po’ dal mare e poi lentamente scompaio. Il mio cuore si ferma. Ci abbiamo provato. Io non sono arrivato. Io non sono.

 
fonte: https://cercatoredifavole.wordpress.com/2015/09/02/io-non-sono-arrivato/