PUTTANA DALLA VITA IN SU

PUTTANA DALLA VITA IN SU

 

di Ivana FABRIS

Puttana dalla vita in su…
Questo è una donna nell’immaginario di tanti, troppi uomini.

Adesso non diteci che non dobbiamo dare visibilità a questo signore, che sia bene lasciarlo sprofondare nel mare magnum della rete.

Non ditecelo perchè le sue parole sono ancora un barbaro e retrivo sentire comune e VA DENUNCIATO, va portato alla luce, va messo sotto ai riflettori.
Bisogna ritornare alla riprovazione sociale, fenomeno che non conosciamo purtroppo più.

Siamo passati da un moralismo integralista ad un conformismo borghese che scambia libertà con liberismo che nel caso dell’abuso dello stato di ebrezza di una donna come a Firenze (qualora fosse confermata l’ipotesi) o di uno stupro, si declina sulla cultura patriarcale del dominio. Quella che da secoli pone la donna in uno stato di sudditanza e di subalternità.

La sola differenza tra lui e moltissimi che invece hanno meno tracotanza e arroganza, è che ha la spudoratezza di dire a voce alta “puttana dalla vita in su” mentre molti altri lo pensano ma evitano di scriverlo sui social o dirlo dinnanzi a più persone.

E si sente così al sicuro da scrivere una simile violenta oscenità su un social frequentatissimo da milioni di persone, perchè sa che la violenza verbale, quella psicologica e fisica contro una donna, non vengono perseguite come meriterebbero.
Perchè con quel suo “puttana dalla vita in su” sa di poter incontrare il favore fra tanti che sono impregnati dalla cultura del machismo dominante, figlia di un patriarcato che non si vuole che scompaia. Proprio così, non si vuole.

Non vuole il sistema per svariate ragioni che passano dalla cultura del controllo e della sottomissione della forza delle donne, agli interessi economici ad esse collegati e attraverso i quali il sistema trae grande profitto proprio sfruttandole in molti ambiti e per tanti aspetti.
Non lo vogliono le famiglie che in partenza educano le figlie ad accettare e tollerare di dover stare un passo indietro nel sistema produttivo subendo abusi e dominanza di ogni genere e nelle dinamiche famigliari o nel votarle alle cure parentali per definizione.

Solo e sempre merce per il profitto, per il guadagno…se il potere patriarcale che vive nella parte produttiva del sistema e nelle famiglie, ottiene quel grande profitto è proprio grazie alla cultura del dominio delle donne, di cui lo stupro e la violenza di ogni forma e genere, sono le armi più efficaci per mantenerne il controllo.

Questo signore, pertanto, che ha scritto “puttana dalla vita in su”, altri non è che l’esempio luminoso di come l’idea del corpo di una donna sia solo carne esposta nel libero mercato e in cui è molto comodo dire che se hai una vita sessuale libera sei una puttana.

Cos’è cambiato in 50 anni, dunque?
Nulla. Le donne che vivono liberamente il proprio corpo e la propria sessualità, sono apostrofate oggi, come ieri con il solito titolo: puttana.

Ma la ragione non è mai stata e non sarà MAI la libertà sessuale, bensì il continuare a volersi sottrarre ad un dominio che ha sempre voluto usare il corpo e la sessualità delle donne come feticcio e come alibi per poter esplicitare le peggiori forme di repressione quali la violenza di ogni genere e lo stupro, per ottenere dominio, controllo e profitto.

È così che nasce una puttana per questa società che avalla e propala la sua cultura sotto forma di terrorismo fisico e verbale, dato come agisce, come colpisce trasversalmente, come semina paura e genera sottomissione.

E usa tutti i mezzi, mezzi cui troppo spesso non badiamo o che sottovalutiamo ritenendoli innocui.
Per comprendere meglio, basterebbe solo pensare che si parla di stupri come se non riguardassero PERSONE con sentimenti e psiche, come se fossero solo corpi in cui qualche depravato scarica le proprie frustrazioni e si svuota della propria malata libidine ma soprattutto come se stupro fosse solo una parola e non un corpo ferito e umiliato insieme ad una mente. Come se non riguardasse il pensiero di quelle persone violate fin nel profondo.

Solo il resoconto dello stupro di Rimini, sbattuto in prima pagina da quotidiani come Libero e il Giornale, sono uno stupro nello stupro.
Abusano TOTALMENTE di quella donna anche i direttori di quei giornali che decidono di far uscire un simile dettagliato resoconto al solo scopo di fomentare l’odio verso gli immigrati, come se una penetrazione abusata da un membro maschile dalla pelle scura, fosse diverso da quello agito da un membro maschile con la pelle bianca.

Questo di Libero e de il Giornale, forse, è persino peggiore di uno stupro fisico perchè è ideologico e per nulla diverso dal sentirsi dire puttana mentre ti violenta un aguzzino perchè sei l’oppositrice di un regime.

E a ben poco vale la difesa ad oltranza uscita successivamente. Anzi, per quanto afferma, peggiora enormemente le cose.

Ma temo che una riflessione dobbiamo farla anche noi tutti.
Noi frequentatori della rete e dei social che forse, in un certo qual modo e purtroppo inconsapevolmente, anche noi ne abusiamo quando prendiamo quella donna barbaramente massacrata a Rimini e ne discutiamo per giorni e giorni come se lei non avesse facoltà di leggere, come se non fosse presente, come se non fosse lei.

Denunciare e discutere sui social è d’obbligo ma farne motivo del contendere per interi giorni o settimane, rimpallando a destra e a manca, generando dispute in ognidove, forse è abuso del mezzo e di conseguenza ancora abuso anche della donna.
Perchè chi è stata vittima di un simile carnefice, di se stessa vorrebbe invece che sulla pubblica piazza non   parlasse più nessuno.

Vorrebbe solo silenzio attorno a sè, vorrebbe solo dimenticare che sia accaduto.
Vorrebbe avere il tempo di superare la vergogna che prova ad esser stata brutalizzata a quel modo ed ecco che si ritrova sbattuta in prima pagina sui quotidiani e dei TG o su tutti i social media.
Tutti i dettagli più sordidi e orrendi di quella violenza sotto agli occhi di chiunque, il suo corpo esposto sulla pubblica piazza in ogni infame passaggio di quei criminali sul suo corpo e nella sua mente.
E il tutto a beneficio di un pubblico ancora troppo voyeuristico che legge e immagina.
Vorrebbe poter tacitare e pacificare la sua vergogna e il suo senso di colpa che dopo uno stupro sono i sentimenti più devastanti che una donna prova.

Ed è perfettamente inutile dire che di quanto è avvenuto, la donna non ha colpa.
Qualunque donna sia stata violentata prova quei sentimenti e il silenzio pubblico generale attorno a sè, aiuta ad avviare il lungo e lento quanto doloroso percorso di riparazione di un danno che per giunta non si riparerà mai del tutto.

Invece no. È costretta a sapere che di quei dettagli più intimi delle azioni che quei farabutti hanno compiuto contro di lei, saprà tutta Italia, che entreranno nelle famiglie, che saranno la chiacchiera nei bar, che saranno appunto oggetto di giorni di discussione.

LEI, il suo corpo e la sua sofferenza, dunque, diventati appannaggio di tutti.
Il dolore condiviso è in se stesso riparazione, ma questo a cui abbiamo assistito per la donna di Rimini e per le ragazze di Firenze, non è condivisione, è oggettificazione del dolore.

Come non comprendere, dunque, il sentimento di vergogna che prova la vittima di un abuso grave che scopre di esser stata USATA nuovamente da giornalisti per i più laidi scopi?
Come non immaginare i suoi sentimenti nel sapere che tutta la nazione è al corrente di ogni istante che ha violato la sua intimità fisica e psichica e se ne occupa per le più disparate ragioni ma che raramente è davvero partecipe del suo dolore?
E se non sono stupri nello stupro questi, difficile dire cosa lo sia.

Inoltre lei sa che i dettagli del suo corpo intimo abusato, per i quali prova dolore e vergogna, andranno a beneficio dei perversi e depravati che si alimentano di resoconti degni di uno dei peggiori video di pornografia di questo genere.

Ma non solo. Proviamo un istante anche ad immaginare cosa possa provare sapendo che, quanto pubblicato, di fatto lavorerà contro altre donne alimentando la cultura dello stupro.

Saprà che il suo stupro potrà generare altre nuove vittime come lei perchè andrà a beneficio di chi, poi, può dire di qualunque donna: …puttana dalla vita in su.

 

 

L’ITALIA AUMENTA LE SPESE MILITARI: LO DICE LA NATO

L’ITALIA AUMENTA LE SPESE MILITARI: LO DICE LA NATO

 

NATO Secretary General Jens Stoltenberg

da ANALISI DIFESA

La spesa per la Difesa nel 2016 in Italia è aumentata del 10,63% rispetto all’anno precedente e si è attestata sull’1,11% del Pil quando nel 2015 la spesa era stata pari al’1,01%.

E’ il dato contenuto nel Rapporto annuale dell’Alleanza presentato ieri dal segretario generale Jens Stoltenberg. In termini assoluti la spesa militare in Italia è stata di 22,146 miliardi di dollari (circa 20,7 mld di euro). Quello del 2016 è il primo aumento della spesa da oltre un decennio.

Stoltenberg ha sottolineato che nel 2016 Canada ed alleati europei – per un totale di 23 paesi – hanno aumentato la spesa militare del 3,8%, pari a “circa 10 miliardi di dollari”. Solo cinque rispettano o superano l’obiettivo di dedicare alla difesa almeno il 2% del Pil: Usa (3,61%, pari a 664 miliardi di dollari), Grecia (2,36%, 4,6 miliardir), Estonia (2,18%, mezzo miliardo), Regno Unito (2,17%, 56,8 miliardi) e Polonia (2,01%, 12,7 miliardi).

In realtà i dati diffusi dalla NATO vanno “interpretati” tenendo conto che quantificare il Bilancio della Difesa italiano è sempre complesso poiché vi sono voci che esulano dalle spese per le forze armate (Funzione Difesa) quali il bilancio dei Carabinieri (Funzione Sicurezza del Territorio), spese accessorie quali i voli di Stato e i rifornimenti idrici alle isole (Funzioni Esterne) e le spese per le Pensioni provvisorie del Personale in Ausiliaria.

Vi sono inoltre voci esterne al Bilancio che vanno invece considerate come i fondi stanziati per le missioni oltremare e quelli del Ministero dello sviluppo economico per il sostegno a programmi di armamento.

Di fatto quindi, per quantificare il “vero” bilancio delle Forze Armate occorre sommare la voce Funzione Difesa del Bilancio con i fondi per le missioni e del Mise.

Nel 2016, anno preso in esame dal rapporto della NATO, la cifra indicata di 20,7 miliardi di euro sembra costituire la somma tra il Bilancio del Ministero della Difesa (19,86 miliardi di euro, pari all’1,19 del PIL con 600 milioni di euro in più rispetto al 2015) e i fondi per le missioni all’estero pari a poco meno di un miliardo di euro.

Il Bilancio includeva però 6,09 mld per i carabinieri, 118 milioni per le Funzioni Esterne e 389 milioni per le Pensioni provvisorie.

Il conto reale delle spese per le forze armate nel 2016 è costituito dalla somma tra i 13,36 miliardi assegnati alle Funzione Difesa (contro i 13,186 del 2015) più 2,5 miliardi stanziati dal Mise più un miliardo circa per missioni oltremare (senza contare quindi altri stanziamenti per l’estero come la cooperazione, cessioni di surplus militare o i 120 milioni annui a sostegno delle forze armate afghane inseriti nello stesso decreto delle missioni).

In totale quindi poco meno di 17 miliardi di euro pari, circa l’1 per cento del PIL.

Nel 2017 il Bilancio della Difesa è cresciuto rispetto al 2016 a 20.27 miliardi, con un più 287,5 milioni tutti assorbiti dall’aumento delle spese per l’Arma dei Carabinieri (+ 429,6 per un totale di 6.52 miliardi quest’anno) e delle Funzioni Esterne (+23,2 milioni arrivando 141,1) mentre i costi per le Pensioni provvisorie soni stati di 396,5 milioni.

Per le Forze Armate la Funzione Difesa prevede quest’anno 13,212 miliardi pari allo 0,776 del PIL, in lieve calo rispetto ai 13,36 mld (lo 0,779 del PIL) del 2016.

La suddivisione delle spese della Funzione Difesa vede il 74,2 per cento destinato al Personale (cioè al pagamento degli stipendi), il 16,2 agli Investimenti (acquisizione nuovi equipaggiamenti) e solo il 9,6% all’Esercizio cioè a manutenzioni, carburante e addestramento. Uno squilibrio che si protrae da molti anni a discapito delle acquisizioni e dell’addestramento tenuto conto che la proporzione ottimale sarebbe 50-25-25.

Le spese per le forze armate risultano quindi in calo quest’anno così come in calo è la percentuale del PIL assegnata complessivamente al Bilancio della Difesa pari a 1,19% contro 1,195 del 2016.

Un calo che aumenta ulteriormente tenendo conto del pur basso tasso d’inflazione che erode il potere d’acquisto dei fondi stanziati per le forze armate

Alle cifre citate vanno aggiunti circa un miliardo per le missioni oltremare (1,24 con le voci citate in precedenza di fondi non destinati alle forze armate) e 2,7 miliardi stanziati da Ministero dello sviluppo economico (Mise) per finanziare alcuni programmi di armamento.

Di fatto il “vero” bilancio delle Forze Armate nel 2017 è di 17,3 miliardi e resta pari a circa l’1% del PIL, la metà di quanto chiede la NATO.

Foto: NATO

Fonte: http://www.analisidifesa.it/2017/03/litalia-aumenta-le-spse-militari-lo-dice-la-nato/

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