LAPIDAZIONE ALL’ITALIANA

LAPIDAZIONE ALL’ITALIANA

 

di Claudio KHALED SER

Noi non siamo l’Arabia Saudita.
Loro usano i sassi, noi le parole.
Uccidiamo l’adultera seppellendola sotto un cumulo di insulti.
Perché noi siamo civili, mica quei trogloditi là.

Quelle due sono americane e le “made in USA” non hanno dio, non hanno pudore, vengono qui apposta per darla e quando uno se la prende hanno pure il coraggio di protestare.

Sono donne e questo dice tutto, da Eva in avanti non ce n’é una che si salvi. Forse la nostra mamma, ma non indaghiamo.

Le donne si ubriacano, si drogano, mettono le sottane per far vedere il culo, mostrano le tette e si tingono i capelli.
Poi si lamentano se prendiamo cio’ che ci spetta di diritto.

Quei poveri ragazzi (quarantenni) di Firenze sono stati irretiti, violentati, hanno cercato di dire di no, hanno urlato nell’androne “non te lo voglio dare” ma non é servito a niente. Le fameliche se lo son preso tutto e poi, siccome non era abbastanza, li hanno pure denunciati.

Non esiste un “porco Adamo” c’é sempre una “porca Eva”.

Ma le donne non sono tutte come quelle, molte sui social hanno giustamente puntato il dito contro le sorelle americane.
Le hanno seppellite sotto una valanga di “puttanelle” e “se la son cercata”.
Donne contro donne, come in Arabia Saudita, dove son proprio le donne della famiglia a lanciare le prime pietre.

Dov’é finita la solidarietà di genere ?

Quel grand’uomo di Adinolfi ieri ha chiarito il fatto :
“La donna per natura é tentatrice e l’uomo spesso soccombe”
Ecco, soccombe mi pare il verbo adatto.

Poi ci sono gli sfigati come me che non sono mai “soccombuti”.
Io da quando avevo 15 anni che cerco di soccombere……ho dovuto accontentarmi di “Federica la mano amica”.

Non é mai troppo tardi, se per caso c’é in giro una ubriaca che mi vuol soccombere, si faccia avanti cosi’ la smetto di soccombere da solo.

ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

ECCO COME RENZI LI HA AIUTATI “A CASA LORO”: SESTUPLICANDO L’EXPORT DEGLI ARMAMENTI

di Giorgio BERETTA

Lo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare né sul suo sito personale, né sul portale “Passo dopo passo” e nemmeno tra “I risultati che contano” messi in bella mostra con tanto di infografiche da “Italia in cammino”. Eppure è stata la miglior performance del suo governo. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l’esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l’incremento è del 581% che significa, in parole semplici, che l’ammontare è appunto più che sestuplicato. Una vera manna per l’industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. E’ tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del 1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.

Renzi e il motto di Baden Powell

Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull’Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell: “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. L’imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E’ in questa zona – che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma – che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Anche questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

Il basso profilo della sottosegretaria Boschi

Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviata alle Camere lo scorso 18 aprile. L’ha trasmessa l’ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza l’ex catechista e Papa girl si è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”.  Al resto – cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente – la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”. La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

I meriti della ministra Pinotti

Non c’è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. E’ alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il riconoscimento di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo. Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante i slittamenti della data dovuti – secondo fonti ben informate – alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.

Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati” tra Italia e Kuwait: rapporti – spiegava il comunicato della Difesa“che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell’impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell’area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all’export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l’accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali”: ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli.

Le dichiarazioni dell’ex ministro Gentiloni

Una menzione particolare spetta all’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E’ lui, ex catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in riposta a due “Question Time”. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta ad un’interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un’industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l’Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d’arma vietati”. Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.

Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un’interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all’Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Ventimila bombe da sganciare in Yemen

Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un’assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non solo ha dimostrato l’utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).

Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l’azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l’anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).

La legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”, ma – su questo punto – nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l’attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell’esportare sistemi militari?

(fonte)

YEMEN: UN GENOCIDIO DI BOMBE E COLERA, CANCELLATO

YEMEN: UN GENOCIDIO DI BOMBE E COLERA, CANCELLATO

Yemen colera

di Ivana FABRIS

Quello che appare sempre più evidente è che le famose Primavere Arabe sono state il mezzo per destabilizzare i paesi del Medio Oriente che sono stati interessati per poterli infiltrare dall’ISIS e permettere all’Arabia Saudita e agli USA di assumerne il controllo anche a costo di guerre mostruose.

È il caso dello Yemen, un paese devastato da una guerra che sta falcidiando centinaia di migliaia di persone proprio causata dall’Arabia e che nessuno ricorda. Non c’è media ufficiale che dia visibilità a questa immane tragedia.

A differenza della Siria, la cui risonanza mediatica presumibilmente servirà a creare il consenso dell’opinione pubblica mondiale rispetto ai futuri sviluppi bellici relativi ad un intervento militare da parte delle forze NATO, lo Yemen è terra di nessuno, i suoi abitanti sono già fantasmi che popolano il pianeta e i suoi bambini neanche meritano di essere nominati.

I suoi bambini possono essere spazzati via come polvere grazie all’obnubilamento delle coscienze dei popoli del mondo a mezzo di un’informazione corrotta e prona ai signori della guerra.

Ci siamo in mezzo anche noi italiani a tutto questo, per l’appoggio che diamo all’Arabia Saudita e agli Stati Uniti in questa guerra vergognosa mediante le bombe che fabbrichiamo e inviamo al fine di massacrare la popolazione inerme.

In tutto questo sconvolgente scenario, come logico che accada, proliferano anche le epidemie.

Le condizioni igienico-sanitarie sono spaventose e l’aggressione del colera, con un’epidemia definita la più grave nel mondo, sta portandosi via migliaia di vite di cui un terzo sono bambini.

La conta dei morti è impressionante e il colera ha la meglio su un popolo stremato e impotente a causa della follia imperialista di paesi per i quali le vite umane sono carta straccia.

Si parla tanto di pace, di costruire la pace ma resta sempre lettera morta, oggi più che mai prima nella storia proprio grazie alla crisi di ideali e di ribellione che il neoliberismo ha generato nel mondo occidentale.

Si parla tanto di invasione dei migranti ma anch’essi appartengono a quella pace e a quelle politiche di NON AGGRESSIONE e di NON SFRUTTAMENTO di terre e popoli che non verrà mai realizzata perchè le risorse dei paesi africani così come l’interesse geopolitico ed economico del Medio Oriente, sono troppo appetibili per un Occidente che deve il suo sviluppo e il suo benessere proprio all’impoverimento di altri popoli e altri territori.

È proprio da questo che dobbiamo partire per chiedere la Pace.

È dal volere che l’Italia non si sporchi più le mani del sangue degli innocenti uscendo dalla NATO che dobbiamo iniziare per avviare un percorso che ci veda protagonisti della costruzione di una Pace che non riguarda solo il Medio Oriente e l’Africa ma anche tutti noi.

COSA STA SUCCEDENDO NEL GOLFO PERSICO?

COSA STA SUCCEDENDO NEL GOLFO PERSICO?

Holding Qatar

di Francesco MAZZUCOTELLI

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain hanno interrotto le relazioni diplomatiche col Qatar e bloccato le frontiere di terra.

Non è chiaro se lo spazio aereo verrà chiuso, ma il paese è di fatto sotto assedio.

Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca.

La ragione addotta da parte saudita è che il Qatar sosterrebbe il terrorismo jihadista transnazionale.

Come molte voci hanno sottolineato, pare di vedere il classico bue che dà del cornuto all’asino.

La situazione è tuttavia troppo preoccupante per poter essere volta solo sotto il registro sarcastico.

Il Qatar è governato da una famiglia regnante (gli Āl Thānī) wahhabita tanto quanto la famiglia regnante in Arabia Saudita (gli Āl Sa‘ūd).

Il conflitto non è dunque precipuamente “religioso” (sunniti contro sciiti, cosidetti fondamentalisti contro cosiddetti “moderati”), bensì politico.

Il Qatar, pur essendosi posto sotto l’ombrello difensivo americano, ha cercato di mantenere una politica estera a trecentosessanta gradi, tenendo aperti i canali di comunicazione con tutti gli attori regionali.

In particolare:

1. Ha sostenuto i colloqui di pace tra Hamas e Fatah per favorire l’accordo per la creazione di un governo di unità nazionale palestinese dopo quasi dieci anni di dissidi. Allo stesso tempo, il Qatar ha facilitato alcuni colloqui informali tra Hamas e Israele nel 2015, e ha intrattenuto relazioni commerciali con Israele tra il 1996 e il 2000.

2. Ha sempre sostenuto convintamente i Fratelli musulmani, che sono radicali islamici, ma “modernizzatori” (in un’accezione tutta loro, nel senso di superamento delle élites tribali e postcoloniali) e soprattutto repubblicani, e per questo invisi alla monarchia saudita, basata su un compromesso tra famiglia regnante, ʿulamā’ wahhabiti e clan tribali.

3. Ha da più di dieci anni asserito che la stabilità regionale può derivare solo da un equilibrio di potenza tra l’Arabia Saudita e i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, da una parte, e l’Iran, dall’altra, e che solo una normalizzazione dei rapporti arabo-iraniani potrà stabilizzare il Medio Oriente.

Tutti questi tre punti sono visti come il fumo negli occhi da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, che già in passato (ad esempio nel 2014) avevano alzato la voce col piccolo e troppo spregiudicato Qatar.

La domanda è: perché un rialzo della tensione proprio adesso?

È difficile non collegare quello che sta accadendo in questi giorni, e persino gli attentati di oggi in Iran, con la recente visita del presidente americano Donald Trump.

Da questo punto di vista, quella foto coi tre capi di stato e la sfera di vetro, troppo rapidamente consegnata anch’essa al registro del sarcasmo, acquisisce oggi una connotazione assai tetra.

Due parole, infine, per le idiozie e le cretinate all’italiana.

La prima è rivolta a chi pensa che in fondo sono questioni lontane che non ci riguardano. Suggerisco di guardare il grafico, e di non fermarsi solo al FC Barcelona o allo skyline di Milano che tanto entusiasma la sinistra arancione, ma di considerare il ruolo dei fondi sovrani nell’economia mondiale ed europea.

La seconda è rivolta a chi, più o meno segretamente, gongola se “gli islamici si ammazzano tra di loro”.

È una posizione riprovevole dal punto di vista etico e sciocca dal punto di vista cinico.

Non c’è alcunché di buono da attendersi dai venti di tempesta che sembrano addensarsi.

I CONDIVISORI

I CONDIVISORI

Damasco

di Jacob FOGGIA

 

storia triste di vittime sentimentali

“Con la coscienza sporca per legittima difesa” (Kaos, Coupe de grace)

Il 24 marzo del 1999 i caccia dell’Occidente si alzarono in volo per sorvolare l’Adriatico e aggredire la Federazione Jugoslava, stato sovrano.

Andavano a prendersi il Kosovo.

L’Italia, paese vassallo con D’Alema al timone, era parte in causa.
Offriva basi militari, aeroplani, uomini. Per mesi i media di casa nostra parlarono di quella regione misconosciuta, del Kosovo, come uno stregone può parlare ai bambini di un bosco incantato. Del resto, che ne sapevamo noialtri dei progetti di “Grande Albania”, dell’epica di Piana dei Merli, dei monasteri bruciati, degli scontri tra albanesi e serbi? A stento riuscivamo ad individuare il Kosovo sulla cartina d’Europa.
E, da spugne, ci siamo ingrossati di propaganda.

All’epoca, persino molti tra i compagni – per non parlare dei pacifisti – avviavano le loro analisi dal punto, ritenuto fermo, della “pulizia etnica” in corso.

I cattivi erano i serbi. Il fatto che fossero anche gli unici a poter infastidire i progetti imperiali di allargamento ad Est di capitalisti straccioni e organizzazioni militari desuete quali la NATO, era – agli occhi di tanti – una semplice coincidenza.

L’informazione di Stato, per mesi, ci ha parlato di stupri, linciaggi, violenze. E, soprattutto, fosse comuni. Le fosse comuni, nell’immaginario collettivo, sono la quintessenza del male. Le vittime, orribilmente smembrate, mutilate, in anonima decomposizione – del resto – spaventano i nostri cuori identitari dai tempi di Foscolo. Ci appaiono in sogno col tanfo della coscienza più nera.

Invisibili.

Nelle fosse comuni che ci raccontavano – in un drammatico, orrorifico conteggio basato sugli aerei spia dei “buoni” – c’erano 30, forse 50, forse 100mila albanesi. Giovani donne, bambini, vegliardi, padri di famiglia, massaie. Che ci guardavano dai bulbi oculari vacanti.

Che chiedevano giustizia, se non vendetta. Alla Comunità Internazionale, imparziale e salomonica.

I bombardamenti durarono settantotto giorni. Ferirono Belgrado, Pristina, Podgorica.

Causarono più di diecimila morti. Disseminarono uranio impoverito per chilometri, uccidendo civili e militari dell’alleanza a distanza di anni.

Nessuno, dopo aver piantato la bandiera dei giusti sul terreno di quella terra ormai svuotata ma indipendente, fece più riferimento alle fosse comuni.

Nessuno parlò più dell’argomento.

O, meglio, in un paio di occasioni – tra il 2000 e il 2001 – eccezionali “scoop” giornalistici spiegarono agli italiani che erano state finalmente trovate, le fosse. Un paio.
Vicino Belgrado. Con 800-1000 persone dentro, presumibilmente. Soldati dell’Uck, più che civili.
Amen.

Funzionava così, ai tempi. Del resto, internet non era ancora il nostro abbeveratoio di menzogne, il nostro ripetitore di sciocchezze, il lavacro purificatore del nostro sopravvalutato ego.

Ai tempi c’era il martellamento televisivo, l’ossessività della carta stampata, per orientare una pubblica opinione non ancora resa falsamente “attiva” dalla presuntuosa interazione.

Ma, a prescindere dagli strumenti e dalla loro modernità o raffinatezza, il principio che lega la guerra di Siria alla prima guerra punica è lo stesso. La mostrificazione di un nemico esterno, tradotto agli occhi della brava gente come la sintesi di ciò che è inumano, ingestibile, terrificante.
Altro.

Il nemico fa paura per la sua bestialità.

La sua bestialità lo rende indegno di occupare un posto nel consorzio umano. Non merita pietà.

Gli ebrei bevevano il sangue dei bimbi cristiani, i selvaggi uccidevano gerarchi fascisti andati a costruirgli le strade, i nordvietnamiti attaccavano navi statunitensi nel Golfo del Tonchino, anche prima dell’era del virtuale, dell’iperconnessione, della ripetizione ennesima dell’immagine e del concetto.

Era falso, certo. Ma non aveva importanza. Come non ne ha adesso. Sebbene noialtri si abbia qualche strumento in più per constatarlo.

Torna in mente il Tognazzi cardinale che, dinanzi all’osservazione dell’Alberto Sordi frate secondo cui il sangue attirava la plebe ai tempi dei romani, ribatte: “In ogni tempo, fratello. In ogni tempo”.

 

Il popolo virtuale è buono e sensibile. E questo lo rende implacabile.

Affezionato a quella monumentalizzazione delle vittime di cui parlava Luzzatto.

Istintuale e perverso, mosso da una sottomarca d’umanitarismo che, di fatto, finisce per farsi strumento.

Finisce nel perdersi nella funzione.

Il limite, probabilmente, sta nel mito nella neutralità.

Nel ritenere imparziale qualsiasi informazione.
Si può capire ed emotivamente comprendere che in tanti si sentano scossi da certe immagini anziché da altre.

Il nostro cervello è selettivo. Ma dobbiamo renderci conto che non esistono immagini neutre. O versioni obiettive.

I bimbi di Idlib non fanno eccezione.

 

Siamo parte di una gigantesca indagine di mercato.

 

Cosa pensa di ottenere il popolo di internet reiterando la propria indignazione, il proprio orrore, mostrando quelle foto terribili?

Pensa di far valere la propria umanità ma, di fatto, sta sposando una parte della contesa.

E l’altra, forte del supporto sentimentale incassato, cosa farà, in risposta?

Una bella inchiesta internazionale per porre fine con una stretta di mano ad una guerra che la nostra indifferenza idiota ha scatenato? Sbagliato.

Bombarderà altre città, altri quartieri. E altri bambini moriranno.

 

Grazie anche al buon cuore dei condivisori.

 

Ma quelle immagini non le vedremo. E ci sentiremo tutti meglio. Tutti salvi. Come Netanyahu. Come Trump.

Certo, dinanzi ad un bambino che fatica a respirare, dinanzi ad un bambino che vomita sangue; dinanzi ad un bambino che muore – come diceva qualcuno – non si può far altro che sdraiarglisi accanto e giocare al morto.

Idlib è l’intestino crasso della guerra. La sua sostanza. La sua viscera marcescente.

In una parola, è la guerra. Perché la guerra eroica, quella di Omero o del Piave, è retaggio dell’età della non riproducibilità.

Invece, a questo popolo di cuore, oggi tutto viene pietosamente gettato in pasto.

Famelicamente. Senza filtri, se non qualche ipocrita avvertenza o l’auto-censura dei tg, che funge da volano alla morbosità della ricerca.

Il punto, dopo Idlib, è porsi due domande sulla nostra volubilità.

Giacché posto per assodato che la guerra è brutta, gli sbalzi umorali dell’utenza a noi non sembrano così diversi dagli sbalzi umorali di un gruppo d’acquisto o di un elettorato.

Non foss’altro per la concordanza esistente tra i soggetti.

In due parole: dopo l’attentato di Parigi la rete è diventata un ricettacolo di compassionevoli giustizieri in cerca d’autore. Si invocava, da più parti, il pugno di ferro contro Daesh come pendant del rispetto per le vittime. Lacrime e pioggia di fuoco.

Per la prima volta c’è stata gente “comune” che ha puntato il dito contro gli statunitensi, giudicati troppo morbidi nella loro strategia anti-Isis. Insospettabili hanno evocato la riscossa di Hollande.

O sono corsi tra le braccia di Putin. Perché, si sa, l’uomo forte ispira sempre i Bar dello Sport.

Quando l’aviazione francese ha colpito Raqqa, capitale del Califfato, rendendo reali le fiamme evocate, le immagini dello scempio sono corse di bacheca in bacheca, riprese da Youtube.

E le urla della gente sotto l’auspicato fuoco ha nuovamente spinto il popolo a mutare posizione. Tra chi ha espresso il dubbio complottista dell’attentato come pretesto e chi il proprio sdegno per il genere umano, il disprezzo ha nuovamente cambiato campo.

In meno di quarantotto ore, l’intero spettro del sentire virtuale ha stilato il suo manifesto. La vittima civile come autentico eroe del ventesimo secolo, per dirla ancora con Luzzatto. E il ventunesimo non è cominciato diversamente.

Insomma, siamo sempre lì. Abbiamo ancora nelle orecchie gli osanna alzati al cielo d’Occidente quando le eterodirette piazze delle capitali del Nord Africa cominciavano a riempirsi di manifestanti.

Noi – precarizzati, sfrattati, privati dei diritti, del welfare e, per chi ci crede, del voto di rappresentanza – sui balconi del mondo ad annuire sapientemente, come chi la sa lunga. A dire ai popoli arabi che così si fa.

Che finalmente, dopo la primavera di bellezza, anche loro avranno la democrazia.

Poi i tiranni sono caduti, esattamente come Saddam nel 2003. E a nessun festoso democratico è più interessata la pervicacia dell’intervento straniero su quei paesi che si dovevano riportare nel gregge. Un’euforia contagiosa e senza ritorno (o prospettiva) ha salutato il crollo di Ben Alì, di Mubarak, di Gheddafi. Un olè dietro l’altro.

Ignorando la sovranità violata di Algeria, Tunisia, Egitto, Libia.

Un voto val bene un’eliminazione dall’atlante politico.

I democratici – anche loro, più virtuali che reali – hanno detto di prendere esempio. Poco importa se gli islamisti radicali s’erano fatti sotto o se piazza Tahrir s’è trasformata in un bagno di sangue e Tripoli e Bengasi si sono spartite una guerra civile.

Importante era il principio, dicevano. Anche quando Assad fece timidamente presente alla comunità internazionale, che alla prima violazione dell’indipendenza siriana ci sarebbe stata una carneficina. Qualcuno non s’è fatto scrupolo ad utilizzare i guerriglieri di Daesh pur di rovesciare l’uomo forte di Damasco.

Qualcuno li ha etichettati come “ribelli”, dismettendo – in quelle zone – il termine “terrorista”.

Lo stesso qualcuno che Daesh l’aveva creato e finanziato, in Iraq.

Gli attentati in Europa hanno “costretto” l’ultimo Obama a cessare la guerra irregolare e non dichiarata con la Russia e, di fatto, a mettere da parte l’appoggio ai “ribelli”. Trump ha cambiato rotta, tornando all’origine.

Bisogna abbattere Assad e, come nel resto dell’Africa settentrionale “liberata” dalle primavere, sostituirlo con un governo compiacente, debole e poco propenso a rompere i coglioni.

La propaganda che giunge a noi, dopo un interregno di maggiore benevolenza (Assad è finito addirittura ai microfoni del tg1, con tanto di sorrisi dell’inviata e saluti), è tornata quella del pre-Bataclan. Perché noi siamo spugne, oggi come nel ’99, oggi come nel 264 a.C.

Spugne che si fregiano di sentimenti sovrastimati: l’odio, la compassione, l’indignazione, la rabbia.

Ci riteniamo autonomi, ma siamo mercato. Non abbiamo mai visto i curdi perseguitati dalla Turchia che faceva affari con l’Isis.

Ma riteniamo la Turchia di Erdogan un alleato. Non abbiamo mai visto le impiccagioni pubbliche degli omosessuali in Arabia Saudita. Perché l’Arabia è un alleato.

Non abbiamo mai visto i bambini palestinesi morti di fosforo bianco sionista. Perché Israele è un alleato.

Alleato non certo nostro, ma di coloro che pilotano le nostre emozioni come si spostano voti in un sondaggio. Del resto, il gioco è facile: se il popolo virtuale avesse saputo dei bimbi morti a Dresda, avrebbe cominciato a nutrire simpatie per il Nazionalsocialismo.

In Siria si combatte una guerra terribile come tutte le altre guerre.

Come in ogni guerra, il prezzo più alto lo pagano i civili.

Da una parte le forze lealiste, dall’altra i “ribelli”, per lo più islamisti.

In Europa si combatte una guerra. La medesima. Idem in Russia. In Turchia.

Una guerra che fa vittime tra i civili, a decine.

E non ci sono nostri governi, giacché nessun governo ci è amico.

Nessuno chiede a nessuno, in questo groviglio di interessi, di mettersi a fare il “tifo” per questa o quella parte in causa.

Ma forse è arrivato il momento di superare la monumentalizzazione delle vittime, di capire che cosa si vuole, dando per scontato che si voglia la pace e che la pace sia oggi impossibile. Schierarsi. Ma non con l’uno o con l’altro, come se fossimo ad X-Factor.

Ma contro. Contro il cinismo del denaro, che ha ridotto in polvere le istituzioni dei paesi laici trasformandoli in serragli dell’ottusità religiosa, che ha lasciato le popolazioni arabe allo sbaraglio, che ha coscientemente fomentato la guerra e il terrorismo, che non piange le vittime che genera.

Dateci retta: a nessun apparato politico, a nessuna struttura militare, di questo capitalismo infame, interessa un fico secco dei bambini di Idlib. Né della verità sull’uso del sarin. Men che meno della libertà di cui vanno ciarlando.

Sono loro i nostri nemici. E sono implacabili quanto la nostra vulnerabile volubilità.

Da cui sarebbe il caso di liberarci.