SULLA NATURA UMANA

SULLA NATURA UMANA

di Potnia THERON

Prima di farmi un profilo Facebook, avevo solo un vago presagio sul mondo che mi circonda, un sospetto, un’intuizione che – credevo –, non andava immune da quella sospettosità misantropica e da quell’indole paranoica che mi contraddistingue.

In ogni faccia incontrata per la strada scorgevo un nemico, pronto a sferrare subdoli attacchi a ogni torno d’angolo; quando incontravo per via una persona con determinate caratteristiche, individuate dal mio occhio ricorrendo non raramente a categorie lombrosiane, mi voltavo quasi per un riflesso pavloviano per scorgere se si fosse a sua volta girata a riguardarmi, con l’intenzione di parlar male di me (ovviamente!) o di meglio studiare la mia figura, per colpirmi al momento opportuno.

La sera, sul tram, di ritorno a casa, tenevo stretto il mazzo di chiavi nel pugno, facendo passare ogni chiave fra le dita, sì da formare un rudimentale tirapugni.
Il mio occhio sempre vigile e sollecitato, con inesausta vocazione allarmistica, danzava frenetico sulle mie “dotazioni”, per studiare la possibilità di ricavare ogni dove un’arma da uno zaino, una cartella, una penna nell’astuccio, un taglierino nella tasca.

Riprovavo in cuor mio mille e mille volte l’assalto, la difesa. Provavo i colpi, li paravo.
Studiavo i punti precisi in cui sferrare il pugno, le vie di fuga da imboccare, le strade da evitare, i sentieri che è meglio non frequentare.

Ma poi, per quella stessa curiosità che spinge all’abisso, mi inoltravo in silenzio nei vicoli bui della città, mi aggiravo la notte quasi aspettando l’attacco… scrutavo i mostri nei volti sfatti dei tranvieri che smontavano il turno, indovinavo assassini nelle mani degli spazzini che gettavano la sigaretta dopo aver svuotato un cestino, immaginavo vortici di sadismo nel ghigno dell’infermiera che tornava a casa dopo la notte, con la testa appoggiata al finestrino.

Ogni rictus (*) involontario di quei volti scavati era per me indizio schiacciante di un’anima turbata, pronta ad esplodere.
Trasformavo le liti di condominio per un “Siegfried” un po’ troppo alto, per il cigolio troppo prolungato di una porta, in epiche avventure di resistenza e vagheggiavo di partigiani nel cortile condominiale… sospettavo la delatrice al quarto piano, quella che se si fosse stati nel ventennio – ne ero certa – ti avrebbe denunciato al comitato della razza.

Che dire di quello del primo piano, che, ancorché triste ritratto di checca, ti avrebbe mandato al confino a sciacquare i tuoi giorni attaccandoti addosso l’infamia di una denuncia “morale?

L’assemblea si tramutava in un’occasione straordinaria di studio, durante la quale, con lo sguardo dell’etologo, passavo in rassegna minuziosamente tutti i tratti dei partecipanti, il minimo movimento involontario, il contegno del viso, quel modo nervoso di lasciar vagolare gli occhi.

Testavo le tempre, le osservavo nei loro “duelli”, smontando il coraggio che sa solo parlare e divinando invece la forza omicida nell’omuncolo colto e misantropo.

Tentavo persino di penetrarne i gusti erotici, perché certo non possono essere disgiunti dall’intimo carattere dell’individuo. Nello sguardo lascivo che cadeva su uno stivaletto intrecciato, e chiuso quasi da fermare il sangue, si precisava il livore feticistico del collezionista che adora e non osa, nella sicumera tronfia dell’uomo virile si profilava la sua sottomissione tra le lenzuola domestiche, sull’affabile sorriso rossastro del buon parrocchiano lasciavo che si dischiudessero i castelli di De Sade: vi vedevo vergini imprigionate, violenze domestiche e catene trascinate per notti insonni.

Cullavo in me simili pensieri, consapevole della loro natura egotica e solipsistica, certa che non li avrei mai condivisi con anima viva.
Come avrei potuto condividerli, quando gli amici, i parenti, i conoscenti liquidavano tutti i miei sospetti con una diagnosi di paranoia? Eh certo, quella è paranoica! Psicosi! Ma figurati: non parlavano di te…Ha detto così…ebbene? Sei tu che ci romanzi sopra…che ti fai i film!

Eppure film e romanzi fanno la storia, ben più delle inutili azioni di popoli e guerrieri. Eppure i prodotti dell’arte sanno spiegare il reale ben più che gli accidenti del caso, prodotti del molteplice variegato. L’arte risponde all’intima vera coscienza dell’animo umano e delle ombre che in esso di adivano.

Oggi che ho Facebook, mi accorgo che i miei sospetti rimanevano sempre molto al di sotto del vero.

Quando leggo di tifosi di una squadra che arrivano ad augurare la morte al figlio di quello che era stato il loro eroe fino a un momento prima, fino a quando almeno un’altra squadra non lo ingaggiasse, mi rendo conto di come intravvedevo solo da lontano la miseria e la meschinità umana.

Quando leggo che è stato provvidenziale che un giovane pakistano sia morto, ché altrimenti dovevamo pagare per “farlo campare”, capisco che non c’è nessuna fiducia da nutrire in questo tristo animale, che nasce senza un pelo e, forse per questo, così miserevolmente vergognoso.

Quando leggo gli insulti, la cattiveria, l’invidia che, con codardia vile e meschina, si digita da una tastiera, nella placidità delle proprie stanze, si definisce in me lo schifo per il genere umano.

Arrivo a vagheggiare lo stato di natura, in cui simili perversioni della specie umana sarebbero falcidiate dalla strozzatura della selezione, non supererebbero la prima notte in savana, divorati dai leoni e lasciati poi in pasto agli avvoltoi, in una terra desolata dove albergano scorpioni e serpi velenose.

Quando osservo la serialità di commenti “coraggiosi” sento la pena e lo schifo e torno a sognare di guerre, guerre in cui non sporcherebbero un piede, ché, dal vero, non sarebbero in grado di dirti che dissentono da quello che dici.

Ci culliamo beati nel miraggio del nostro progresso, nel sogno pacifico di questa bella Europa che ha steso il suo manto sul tramonto dei popoli e, come una compassionevole regina, ci ha accolti quando giungemmo supplici, con il corpo dilaniato dai nostri nazionalismi, con le vesti sporche dei nostri regimi. Eppure, io lo so. Io sono sicura che non è cambiato niente.

Sono certa che se domani tornasse un regime quella del terzo piano mi denuncerebbe, quello del quinto manderebbe il mio amico al confine. Io sento la loro perfidia, corre sulla loro pelle, la sento in virtù di una sensibilità animale che si sviluppa quando a lungo si sia covata rabbia e paura.

Non sono lontani gli olocausti, i genocidi, la follia disumana. I delatori sono qui, nelle nostre città… le vili spie, gli squadristi che si rifugiano nell’abbraccio dei commilitoni sono in giro per le nostre strade.

Attendono solo il fischio di tromba, che dopo un lungo silenzio, li risvegli come se Rabbi Loew, improvvisamente, ficcasse lo schem (**) nella bocca di un golem immane.

Nulla è cambiato.

Nulla cambia, ché in fondo l’uomo è sempre lo stesso, sempre questo triste funambolo in bilico sul baratro dell’abisso più vasto: il peccato della ragione contro la natura.

 

.
(*) rictus: contrazione spasmodica dei muscoli facciali periorali, per cui la bocca assume un atteggiamento simile al riso;
(**) schem: foglietto su quale scrivere la parola “EMET” da ripiegare e riporre sotto la lingua del Golem al fine di animarlo