PROPAGANDA DI SINISTRA LIBERISTA, IL CANCRO DEL NOSTRO TEMPO

PROPAGANDA DI SINISTRA LIBERISTA, IL CANCRO DEL NOSTRO TEMPO

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La situazione politica del nostro paese, nel pensiero comune di chi si definisce di sinistra, è la stessa per cui ci ritroviamo ad essere colpiti dal cancro e neghiamo di averlo perché riteniamo di essere così preparati in campo medico da poter fare un’autodiagnosi che escluda a priori che il nostro problema sia avere una malattia oncologica.

Oppure siamo medici pietosi che al nostro paziente NON lo diciamo di avere il cancro per paura che si spaventi e fugga via.

Ma non solo. Siccome ci sentiamo impotenti davanti alla malattia che avanza e siccome ci sentiamo troppo deboli per sconfiggerla da soli, chiamiamo ogni possibile medico e mettiamo in campo alla rinfusa una serie di presidi medici e di terapie ormai superate e inefficaci perché così ci sembra di fare massa critica contro la malattia.

Questo è più o meno il quadro di chi afferma che la UE e l’euro non siano un problema o di chi sostiene che non vada detto perché una sinistra che afferma un simile concetto perde voti o di chi non vuole neanche lontanamente considerare che il problema che vive il nostro paese richieda un’analisi approfondita e di conseguenza un’azione mirata ad un reale superamento.

Il paragone tra dire o non dire di essere antieuro e contro la UE o di dire uniamoci a prescindere e l’esempio sul cancro, calza a pennello, non crediate…

Da ormai oltre 30 anni la medicina SA che per ottenere la giusta reazione il paziente debba essere messo al corrente delle sue reali condizioni di salute.

Lo stesso vale per chi non vuole sapere e crede di avere sufficienti strumenti per controllare la sua salute.

Peggio ancora accade in politica, dove c’è chi crede che unendosi a prescindere da quello che si è e si vuole, a prescindere dalla visione e dalla realtà di fatto, basti a superare un problema così grave e ormai così dentro il sistema Stato. Neanche ci si rende conto che chi ci sta dominando cresce esponenzialmente e si rafforza con questo metodo.

Poi, certo, affermerete che per quanto riguarda la UE e l’euro siamo nel campo delle opinioni ma spiace smentirvi, non è così.

Quando si parla di euro e di UE, è di fatti comprovati che si parla, di studi eseguiti, di prove evidenti che si possono tranquillamente paragonare alla scientificità di una diagnosi strumentale così come avviene in campo medico per determinare la malattia e il grado di mortalità.

Dunque, quello sprovveduto di Gramsci, affermava che la VERITÀ È RIVOLUZIONARIA giusto perchè era un romantico a cui piaceva l’idea e perchè gli piaceva il suono della sua voce nel pronunciare questa frase.

O invece lo affermava perchè sapeva perfettamente che solo la COSCIENZA DELLA PROPRIA CONDIZIONE (e questa la determina solo la verità) genera un cambiamento rivoluzionario?

E giova ricordarlo, rivoluzione non significa come tanti pensano, imbracciare le armi.
Significa cambiamento RADICALE.
Significa rovesciamento di un intero sistema di potere.

Pertanto, quando si afferma che non bisogna dire che si è a favore dell’uscita dall’euro e dalla UE, o si crede che non sia quella la soluzione – e qui torniamo all’autoreferenzialità delle proprie opinioni a scapito di studi e dati, di documenti e prove tangibili di chi è addentro alla materia economica – o ci si è dimenticati del fatto che ESSERE di SINISTRA implica la LIBERAZIONE delle MASSE dalla SCHIAVITU’ del capitalismo attraverso la consapevolezza della VERITÀ.

Ma come crediamo possibile, quindi, smuovere le persone dal loro immobilismo se non si dice la verità?
Come crediamo di cambiare quelle politiche di dominio se non sappiamo chi ci domina e perchè?

Inoltre, spiace dirlo, ma la gente “comune” che non è politicizzata dal centrosinistra, dell’euro e della UE se ne infischia bellamente e sa GIÀ che il sistema euro e la UE sono CONTRO i bisogni della gente.

Non ci rendiamo conto che affermare che non si debba dire usciamo dall’euro e dalla UE, pur essendo favorevoli a farlo, alimenta il sistema che ci sta distruggendo.

Non ci rendiamo neanche conto che portiamo avanti la legge dei numeri, dell’eleggibilità, contro la politica DA FARE sui territori per riportare la gente a CREDERE nella POLITICA.

Non ci rendiamo conto che NON cambi un paese devastato in 30 anni, con un nuovo schieramento che NON FA POLITICA ma che ne parla come fosse un’entità sovrannaturale che discende da una galassa aliena e risolve ogni cosa.

Non ci rendiamo conto che quello che è stato devastato in 30 anni si è reso possibile SOLO PERCHÈ LA MASSA NON HA PIU’ POTUTO FARLA QUELLA POLITICA che la sinistra ha sempre fatto.

Non ci rendiamo dunque conto che SOLO ripartendo a lavorare si potrà cambiare davvero e che richiede TEMPO, che le ammucchiate a sinistra se non partono da un Manifesto condiviso, da un programma condiviso, NON lavorano per il paese e per la gente comune ma solo ed esclusivamente per il sistema partitico che conosciamo e che non condividiamo.

Adesso è il momento di cominciare a dirsi qualche verità scomoda e anche di scontrarci se necessario, ma soprattutto di leggere e approfondire, di dotarci di quel SAPERE che 30 anni di centrosinistra che ci ha indotto a lasciare la politica attiva sui territori, ci HANNO TOLTO.

Poi ognuno rimarrà delle sue opinioni, ma DUBITARE e INFORMARSI prima, è d’obbligo.
Nelle sezioni di partito si è SEMPRE fatto. Da che abbiamo perso la parte attiva della politica, abbiamo perso ANCHE IL SAPERE dell’essere di sinistra.

Siamo colonizzati ma non ci vogliamo credere.
Forse è arrivato il tempo di sapere, se non vogliamo morire come accade in Grecia.

Credete davvero che se il popolo greco avesse saputo a gennaio 2016 che fine gli sarebbe toccata stando dentro la UE e l’euro, non avrebbero voluto uscire?
Tsipras e tutta Syriza NON DISSERO MAI la verità al popolo greco.
I risultati di questa scelta politica sono sotto gli occhi di tutti.

La denunciamo e ci indigniamo ma poi?
Poi se si dice usciamo dalla UE, ancora troppe persone sono terrorizzate e condizionate dalla propaganda del centrosinistra e rifiutano a priori la possibilità di esser state manipolate dal PD, da PRC, ieri, da MDP, da SI e pure da Alleanza Popolare oggi.

Eppure è accaduto, perchè se qualche anno fa il 44% della popolazione italiana ha votato PD, significa che il potere manipolatorio di quel partito esiste e che se ci sono partiti che oggi propugnano la teoria fantasmatica di cambiare da dentro un sistema di potere che non andrebbe giù neanche facendo saltare il parlamento europeo, riescono ad avere consensi senza dire la verità, significa che siamo manipolabili più di quanto crediamo.

La propaganda ci induce a pensare in una certa ottica. Intanto il cancro avanza.
Il condizionamento è tale per cui anche se tutto è palese ed evidente, alla verità noi non vogliamo credere.
Far nascere un dubbio, è il primo e fondamentale passo per capire la realtà storica che viviamo e quindi per salvarci.
Su questo dovremmo ragionare.

 

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

TEMA: COME COMBATTERE I LAVORATORI

 

di Leo FARINELLI

TEMA
Come combattere i lavoratori.
Ovvero: “la classe operaia – la collettività lavoratrice che presta le proprie braccia e la mente al servizio di forze redditizie in proprio.”

IL LICENZIAMENTO

IL LICENZIAMENTO – la chiusura dell’Azienda, della fabbrica, dell’ufficio, del luogo di lavoro. Le prime alchimie magiche le vedi mascherate in piccoli provvedimenti di ammodernamento delle macchine e/o strutture, quindi di esubero di personale.

Anche di indifferenza sullo stato della produttività delle fonte di ricchezza. Nello stato successivo vedi che vengono chieste sovvenzioni governative, ovvero ”ricatto” per mantenere lo stato esistente “a tempo determinato”.

Esito negativo della richiesta? Si procede con la chiusura o lo smantellamento dell’azienda.
Si rallentala e intanto la si trasferisce in altro Stato: Albania, Romania, India, Turchia, Cina, Vietnam, ecc.

Accadde così che nella nostra nazione si creano settori di lavoratori, “persone” necessitanti: disoccupati, esodati, cassaintegrati, licenziati, lavoratori in nero, pranzo e cena nel cassonetto, alla Caritas.
Letto in auto, sigaretta di foglie, panino dal fornaio dopo la chiusura, ecc.

Creare disoccupazione è l’arma più meschina e disumana che venga usata per combattere il lavoratore, le sue richieste per vivere, i suoi diritti, il suo salario, per combattere la sua famiglia e separarla. E’ dare martellate sui suoi calli.

Disoccupare, Disgregare, Disarmare il suo essere partecipe alla vita di tutto il pianeta. L’unico intento di quel 20% di miliardari del pianeta è di Frantumare l’idea unitaria dei lavoratori che creano la ricchezza. Combattere il significato non recondito di Unità (Concordia).
Prezzolare i media affinché siano i giullari al loro soldo è ordinamento assodato.

Il lavoratore viene relegato nell’angolo e così non ha più diritti, non ha leggi o aiuti divini al suo arco, non ha nessuna assistenza, alcuna speranza.

Quindi, come è stato studiato da Lor Signori, per lui giungono la delusione e la ripicca che nessuno ha aiutato questo singolo (milioni di singoli).

Ecco che si spezza l’unione ideologica di sinistra, di unità.
Si spezza il partito comunista Gramsciano in diverse caselle, in camere stagne amareggiate.

Ecco la magia: i lavoratori divisi in tante categorie e la sinistra divisa in tante bandiere.
Et voilà, ecco la magia: il coniglio che esce dal cappello – il gioco è fatto.

ANCORA SUL CONCETTO DI SINISTRA

ANCORA SUL CONCETTO DI SINISTRA

 

di Paolo BUTTURINI

Siccome sono testardo insisto: qual è l’analisi in base alla quale distinguiamo una politica di sinistra dalle altre?

Non mi interessano i nomi, i partiti, gli schieramenti, le ripicche.
La mia modesta opinione è che il neoliberismo ha vinto: sia strutturalmente (come capitalismo rapace e distruttivo) sia culturalmente (subordinando qualsiasi azione di governo alla logica del profitto di sempre meno persone).

Dunque il nemico da combattere è il modello produttivo e la conseguente organizzazione sociale del neoliberismo.

Politiche di riformismo debole, o peggio ancora che presuppongono di governare gli istinti rapaci del neoliberismo, hanno già dimostrato il loro fallimento.

Il fine ultimo non è vincere le elezioni, ma abbattere (o cambiare radicalmente se il verbo vi spaventa) lo stato di cose presenti. Non è operazione che si possa fare in una tornata elettorale e tanto meno in qualche settimana o mese.

Dobbiamo riprendere il filo dell’analisi marxiana (aggiornandolo alla rivoluzione digitale).
Stabilire i rapporti fra le forze produttive e svelare i meccanismi del dominio neoliberista.
Dobbiamo ricostruire uno schieramento di classe (moderno, ma di classe) e farlo crescere nella dialettica democratica, ma come elemento di rottura con uno schema opposto.

Le politiche neoliberiste nacquero all’indomani del secondo conflitto mondiale, in perfetta continuità con quella “economia di guerra” che aveva lucrato su armamenti e distruzione (la stessa cosa, ma con uno sbocco formalmente autoritario o meglio dittatoriale, era accaduta alla fine della prima guerra mondiale).

La fondazione della Mont Pelerin Society nel 1947 (come spiega Luciano Gallino in “Come e perché uscire dall’Euro ma non dall’Unione Europea”) diede vita a una sorte di “intellettuale collettivo” che ha scalato industrie, banche, finanza, fino alla crisi del 2007 (frutto proprio delle politiche neoliberiste) che il capitalismo mondiale ha fatto pagare ancora una volta ai ceti più deboli (con la differenza che questa volta è avvenuto all’interno di quel processo degenerativo che chiamiamo globalizzazione).

Insomma le politiche neoliberiste sono arrivate, sul versante opposto, a esercitare quella egemonia che Gramsci sperava fosse delle classi subalterne.

Da qui si deve ricominciare con chiarezza di analisi e di obiettivi: di breve, medio e lungo termine: copiare non è un peccato se lo si fa con intelligenza. Costruiamo una Mont Pelerin Society della sinistra.

SE AVESSI FATTO ANCH’IO IL MIO DOVERE…

SE AVESSI FATTO ANCH’IO IL MIO DOVERE…

di Antonio GRAMSCI

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

E quest’ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?

 

EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

EURO: CRITICA DELLA RAGIONE MEDIATICA

Alberto Bagnai

Il presente estratto è contenuto nell’articolo del Professor Alberto BAGNAI “Project Fear. Media e democrazia al tempo dell’euro“, pubblicato su MicroMega n.4/2017, pp.136-138

di Alberto BAGNAI

Premessa: la ripartizione fra redditi da lavoro (salari, stipendi) e da capitale (profitti, interessi, rendite) è un tema cruciale del dibattito politico.
Al capitale interessa aumentare la quota dei profitti sul reddito nazionale, al lavoro quella dei salari.
Questi interessi confliggono: chi vuole aumentare la quota dei profitti, in re ipsa vuole diminuire quella dei salari.

Il capitalismo funziona così.

La politica dovrebbe mediare democraticamente questo conflitto.
Non è un caso se la nostra Costituzione esordisce parlando di “Repubblica democratica fondata sul lavoro”: una dichiarazione di metodo (democratico) e una presa di posizione (a tutela degli interessi dei più deboli, i lavoratori, ché i più forti a tutelarsi ci pensano da sé).
Perché parlare di queste ovvietà?
Perché prima di entrare nella “illogica” degli scenari a apocalittici di cui mi è stato chiesto di occuparmi, desidero riflettiate su chi ve la propone: i grandi media.
Oggi più di ieri questi sono espressioni di grandi concentrazioni di potere economico e finanziario.
In quanto tali, legittimamente difendono gli interessi di chi li finanzia.
Non c’è nulla di male, purché non lo si dimentichi.
Quando un giornale una televisione vi prospettano scenari nefasti, dovreste chiedermi se i vostri interessi coincidano con quelli dei loro proprietari.

La risposta è spesso negativa.

Quando un organo di stampa dei padroni (masters come li chiamava Adam Smith), deplora le conseguenze che un’uscita dall’euro avrebbe per i lavoratori, i casi sono due: o chi scrive non sa fare gli interessi della proprietà, e quindi è inattendibile perché incompetente; oppure li sa fare troppo bene, e quindi è inattendibile perché fornisce una rappresentazione della realtà tendenzialmente distorta.

La scienza economica scioglie questo dilemma.

Nel 1996 Rudiger Dornbusch metteva in guardia contro il populismo indicava nella moneta unica una panacea per i mali europei (1).
Era chiaro al liberista Dornbusch quanto è chiaro al progressista Streeck: l’euro non è solo una moneta.
Nessuna moneta è solo una moneta: ogni moneta è un’istituzione figlia dei rapporti di forza prevalenti e funzionale a una certa distribuzione del reddito.

La moneta unica altera gli equilibri fra capitale e lavoro in vari modi.

Il più immediato è che, in caso di crisi mondiale, il calo delle esportazioni non viene ammortizzato dal normale meccanismo della flessibilità del cambio.
Se il cambio è rigido, quelli che devono flettersi, per rendere più convenienti beni nazionali, rianimando i fatturati delle imprese, sono i salari.
Nessuno accetta volentieri tagli di stipendio: il lavoratore quindi va reso più ricattabile, mandandolo a spasso (l’austerità a questo serve: ad aumentare la disoccupazione) e indebolendo le sue tutele (a questo serve il job act).
Disoccupazione, precarietà e bassi redditi diventano così strutturale al sistema, con buona pace di chi, a sinistra, ripete la favola liberista secondo cui la moneta sarebbe solo un intermediario neutrale degli scambi, privo di effetti reali.
Pensate alla Grecia: l’euro ha permesso al potere centrale europeo, egemonizzato dai nostri fratelli tedeschi, di ricattare un paese chiudendo le sue banche.
Solo una moneta?
Ai bassi redditi di molti corrispondono i crescenti redditi di pochi, di quelli ai quali il gioco conviene, che poi sono quelli che controllano i media.
Il nostro mondo è una loro rappresentazione.
Questo, una volta agli intellettuali era chiaro.
Antonio Gramsci, il cervello al quale nel 1928 il regime “volle impedire di funzionare”, così si era espresso nel 1916 a proposito del giornalismo:
tutto ciò che stampa è costantemente influenzato da un’idea: servire la classe dominante, che si traduce ineluttabilmente in un fatto: combattere la classe lavoratrice“. (3) Il 1916 non è poi così distante…
1. R. Dornbusch, “Euro Fantasies: Common Currency as Panacea”, Foreign Affairs, vol. 75, n.5, settembre-ottobre 1996.
2. W. Streeck, “Why the Euro divides Europe“, New Left Review, n. 95, settembre-ottobre 2015.
3. A. Gramsci, “Discorsi di stagione”, Avanti!, edizione piemontese, 22/12/1916 (citato da F. Maimone in L. Barra Caracciolo, “Capitalismo e fascismo: tra la marcia su Roma, il Sudamerica e la globalizzazione irenica“.
Micromega, Almanacco di Economia, 4/2017