TAP, EMBLEMA DI QUESTA LEGISLATURA

TAP, EMBLEMA DI QUESTA LEGISLATURA

 

 

di Antonio CAPUANO – Coordinatore Nazionale del MovES

 

La TAP è un disastro “sotterraneo” ma anche l’emblema di questa legislatura.

Continuano le proteste per l’ormai purtroppo celebre Gasdotto che si prepara a devastare la Puglia sul piano idrogeologico, boschivo e più in generale ambientale, con duemila ulivi sacrificati sull’altare del prezioso Gas albanese e degli accordi con cui l’Italia ha acquisito lo stesso al fine di limitare il proprio vincolante e stringente rapporto con la Russia in tal senso.

Delle proteste e della loro natura conosciamo tutti gli sviluppi anche recenti tra manifestazioni, scontri e aree di controllo militarizzate come nelle peggiori zone di guerra.

Già questo basta e avanza per descrivere la drammaticità dell’evento e invitare tutti a sostenere tali proteste con la massima partecipazione ed entusiasmo (come noi stessi del MovES abbiamo fatto recandoci personalmente in quel di Melendugno per manifestare supporto, vicinanza e appoggio politico a tutti coloro che si battono eroicamente sul fronte), ma rappresentando le forze dell’ordine, semplicemente “il braccio armato” del potere esecutivo, il vero dato che spaventa non è quello inerente l’ordine pubblico bensì quello politico.

La genesi della TAP è infatti da ricercarsi nel substrato istituzionale e del resto un’opera sotterranea non poteva non essere che il gesto simbolo della legislatura meno trasparente nella storia della seconda repubblica,

Come nasce la TAP, infatti? Scopriamolo insieme.

La TAP su scala nazionale aveva trovato ostacoli sociali e politici notevoli (lo stesso Emiliano, presidente PD della Regione Puglia, aveva aspramente bocciato il progetto), ma successivamente anche su sollecitazione della società detentrice dell’appalto appunto la Svizzera TAP, la UE ha dichiarato l’opera di “pubblica utilità”, inizialmente garantito degli appositi fondi che avevano fatto sentire al sicuro la multinazionale svizzera perchè questi avrebbero ovviamente oliato gli ingranaggi della cosa pubblica nostrana sbloccando definitivamente il progetto e avviando i lavori.

In realtà, buona parte dei fondi poi non sono stati erogati poichè è emerso che non si è rispettata la normativa Seveso e il vincolo ambientale ma intanto è lo Stato che foraggia, con soldi nostri, questa inutile opera.

Sperando che le proteste portino ai risultati difficili ma auspicati di sospensione e susseguente revisione del progetto in essere, una domanda si erge con urgenza.

E’ mai possibile che per l’illuminata Europa sia più importante consentire un irrisoria riduzione di dipendenza energetica dalla Russia, tra l’altro non per un discorso di autosufficienza, ma semplicemente per crearne di ulteriore appannaggio degli azeri e della multinazionale che ha dato il via a questa operazione?

Non sarebbe meglio garantire gli stessi fondi incentivando l’Italia a preservare la propria fauna e l’ambiente (sulla cui pubblica utilità mi sentirei di garantire) e investire magari in fonti di energia alternativa, pulita, rinnovabile e autoprodotta?

Direte voi, ma non possiamo farlo da soli? Certo che potremmo, ma per il governo perché detenere la sovranità quando sei ijn un sistema tale per cui il profitto va garantito alle multinazionali?
Per il governo, resta pertanto sempre più conveniente delegare qualcuno a pensare e decidere in vece sua e consentirgli di decretare il destino di territori che nemmeno conosce.

Magari anziché abbattere due mila Ulivi senza alcuna coscienza e lungimiranza, dovremmo fare esattamente il processo inverso, piantando quanto prima e con costanza qualche seme in più, partendo ad esempio dal seme della ragione:

Quella ragione grazie alla quale appare finanche lapalissiano come il gas sia utile nell’era delle rinnovabili.

Ma in compenso ossigeno, aria pulita, ecosistema solido e un ambiente sano e preservato, siano invece assolutamente prioritari e indispensabili per il nostro presente e soprattutto per il nostro futuro e magari anche per garantirne uno alle future generazioni.
RAZZA: COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

RAZZA: COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

 

 

di Antonio CAPUANO – Coordinatore Nazionale del Movimento Essere Sinistra MovES

 

Se sei uno Studente universitario e devi dare l’esame di Diritto Costituzionale e pensi davvero che Attilio Fontana abbia ragione, quando afferma che anche la Costituzione parla di “Razze” nella sua stessa accezione, fai così: rinuncia agli studi, brucia libri/libretto universitario e apri un chiosco sulle ridenti spiagge del Costa Rica.

È palese infatti come la Costituzione si serva di un termine comunemente diffuso ai tempi della stesura della stessa, non certo per avallarne l’accezione ignobilmente comune al tempo e tendente a stabilire una predeterminata “disparità etnica” di sorta, come fa appunto Fontana.

Anzi, la Costituzione fa l’esatto contrario, si serve infatti del termine per sovvertire e stigmatizzare tale paradigma, abbattendo e condannando ogni discriminazione o conflitto legato appunto al concetto di “Razza”.

Attilio Fontana, pochi giorni fa ai microfoni di Radio Padania, ha detto un’idiozia e una cattiveria degna del Ku Klux Klan, parole inaccettabili soprattutto se proferite pubblicamente da un uomo politico nel 2018 che, udite udite, è candidato presidente della Regione Lombardia per il centrodestra.

Chi lo difende consapevolmente dopo un’uscita del genere è più scellerato di lui e chi lo fa inconsapevolmente, rifletta sul fatto che in tal modo si rende complice della legittimazione di un retaggio culturale medioevale e assolutamente vergognoso. Ma tant’è, salvinianamente parlando, siamo ai nuovi barbari.

Ricordatevi che è sempre esistita e sempre esisterà una sola “RAZZA” ossia quella umana e a disonorarla non è certamente l’etnia dell’individuo, ma il pensiero arretrato e la sua crudeltà e pochezza d’animo nonché di intelletto.

Se proprio volete essere cattivi e poveri di cervello nonché di spirito, abbiate almeno la decenza di farlo senza nascondervi dietro la Costituzione e i padri costituenti.
Perchè se Piero Calamandrei fosse qui, prenderebbe a sonori calci nel culo Fontana e tutti coloro che davvero difendono l’indifendibile…

 

 

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P.S.: l’unica vera Razza bianca è quella in foto ma forse neanche quella.

TOTÒ RIINA È MORTO MA LA MAFIA STA BENISSIMO

TOTÒ RIINA È MORTO MA LA MAFIA STA BENISSIMO

 

di Antonio CAPUANO – Ccordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra – MovES

 

È morto Totò Riina e non se ne abbiano a male i cattolici, ma per certi morti proprio non si può avere pietà, quella la riservo alle tante vittime di questo infimo essere. Il vero dramma di oggi quindi non è certo l’evento in sé, anzi.

Lo è invece constatare che non in questo Paese non è ancora morta la “cultura della mafia”, cultura di cui Riina è sempre stato preso a “modello” a tutti i livelli: mediaticamente, politicamente, istituzionalmente e socialmente.

Il Capo dei Capi, Onore e Rispetto, Rosy Abate solo parlando di fiction su questo cancro che ha devastato il Paese e me ne sfuggono altre mille…

In Italia la Mafia è mediaticamente mitizzata, romanzata ed elevata a soggetto artistico, come se un mafioso fosse l’equivalente di una nemesi letteraria o di un “Cattivo” dei fumetti, sul quale idealizzare dei difetti per scavare romanticamente nei lati oscuri dell’animo umano.

Non una figura e un problema reale su cui: educare, stigmatizzare, raccontare e denunciare (come fa Gomorra libro, film o serie che non a caso, è l’unica salvabile. Poi il Saviano “politicizzato” ha anche le sue colpe ed ombre, ma Gomorra resta un merito e una rara variazione sul tema).

Oggi per i giornali e i media, è morto un “Capo”, quindi, cioè anche nel descrivere un Mafioso, uno con la m maiuscola che gli affibia perciò il mainstream, mantenendo canoni leaderistici, come se i mafiosi non fossero tutti e indistintamente merda a prescindere dal “Curriculum” e questo mette i brividi, onestamente.

I residenti che fischiano la forze dell’ordine e spesso ne ostacolano le retate perché la Mafia, la Camorra etc “CI FANNO CAMPARE” (poco importa come) e lo Stato “cattivo” invece no, quindi è il vero nemico.

A livello politico e istituzionale poi, Riina ha rappresentato un fallimento completo e la morte dello Stato di Diritto.

Politici e membri delle Istituzioni ammettevano serenamente anni di “PATTO Stato-Mafia” e occhio ai termini, non RICATTO ma PATTO e quindi la mafia riconosciuta dallo Stato in quanto non nemico pericoloso bensì imprescindibile interlocutore paritario per la spartizione di profitti e controllo dei territori contro serbatoi di voti e potere.

Anni e anni di “41Bis” in cui anziché buttare la chiave e marginalizzarlo al primo rifiuto di parlare, si assisteva ad istituzioni che ne elemosinavano la collaborazione e ne riconoscevano la possibilità di “muovere i fili” anche in carcere, ammettendo candidamente la fallibilità del nostro sistema giudiziario come fosse normale, imponderabile e senza mai porvi rimedio.

Stuoli di politici e funzionari pubblici indagati e condannati giornalmente per connivenza, associazione mafiosa et similia, ma puntualmente difesi, riabilitati e finanche ricandidati.
Appalti pubblici truccati etc.: comportamenti ripetuti e meccanici, quasi a voler tacitamente veicolare il messaggio che la mafia è un potere, che come tale va riconosciuto e legittimato e che quindi, per governare la cosa pubblica il segreto non è combatterla, ma includerla nel sistema e dialogarci.

Per finire, la stucchevole disquisizione sui ritorno a casa in nome della pìetas cristiana, “la morte dignitosa” da riconoscere ad un soggetto che ha ucciso senza pietà per anni.
Per molti (troppi) andava addirittura graziato, nel nome di un Dio, di cui lui stesso si era ben guardato dal seguirne morale, precetti e insegnamenti.

Quindi vedete? Sarà anche morto Riina, ma finché non sarà morto il modello della mafia come “interlocutore” e della cultura della mafia come soggetto e potere sociale, politico e storico da riconoscere, anziché degenerazione da debellare con forza, le vittime non avranno mai davvero giustizia e anche se Riina è morto presto ne avremo altri come lui.

Noi come MovES vogliamo uno Stato degno di chiamarsi tale che torna al suo ruolo istituzionale e costituzionale dove LEGALITÀ e GIUSTIZIA siano una cosa sola, dove spartizione del potere diventi solo un lontano ricordo.
Non è una fantasia ma una condizione di fatto che possiamo attuare anche in Italia se esiste una vera volontà politica e questa c’è nelle forze come la nostra e molte altre che mirano ad un reale cambiamento.

Ecco perché la morte di Riina certamente non mi rende triste, ma nemmeno la idealizzo perché potremo davvero festeggiare solo quando avremo ucciso e debellato “l’IDEOLOGIA” e il MODELLO della MAFIA e non un singolo uomo che li rappresenta, per quanto potente esso sia.
NIETZSCHE, LA SICILIA E LA POLITICA ITALIANA

NIETZSCHE, LA SICILIA E LA POLITICA ITALIANA

 

di Antonio CAPUANO – Coordinatore Nazionale Movimento Essere Sinistra MovES

 

L’eterno ritorno dell’uguale, ovvero, la politica italiana secondo Nietzsche.

Il mito del voto Siciliano, i 5 Stelle che vincono senza governare, la Sinistra smarrita e il Berlusconismo: l’eterno ritorno dell’uguale brillantemente descritto dal filosofo tedesco, sembra aver trovato piena concretizzazione nella seconda Repubblica italiana.

Sono stati giorni frenetici per la politica nostrana, il cui culmine sia in termini politici sia mediatici, è certamente stato quello inerente al voto siciliano il quale strumentalmente venduto secondo la narrazione, come portatore di risposte, ha partorito invece una lunga e prevedibile serie di dubbi.

Innanzitutto, appare palese come un minimo comune denominatore leghi i numerosi fili che compongono l’attuale intreccio politico, ossia l’irricevibile narrazione che riveste immancabilmente le vicende politiche del nostro Paese, tendendo a stravolgere con inaccettabile naturalezza la realtà dei fatti e i risvolti politici degli stessi, consentendo così la concretizzazione di scenari altresì impensabili.

In primo luogo, questa tornata elettorale isolana, ci riconsegna la stucchevole leggenda del proprio risvolto profetico in chiave nazionale: teoria sostenuta peraltro, con inspiegabile entusiasmo e convinzione, da fior fior di analisti politici in diretta nazionale.
Su questo, da studente di Scienze Politiche, lascio che a rispondere in modo coinciso quanto inattaccabile alle congetture, siano i dati freddi, oggettivi e implacabili.

Quindi l’esito del voto in Sicilia è davvero un inscindibile prologo delle elezioni politiche nazionali?
Risposta, assolutamente NO.

Basta rifarsi infatti alle ultime 5 elezioni tenute in Sicilia, per sfatare il mito e scoprire quanto segue:
4 volte il voto Siciliano è arrivato DOPO quello nazionale risultando quindi ovviamente irrilevante ai fini dello stesso e l’unica volta in cui esso è arrivato prima, è stata nel 2012 quando il candidato di PD e UDC Rosario Crocetta divenne Governatore della Regione Sicilia con uno schiacciante 30%.
Risultato oggettivamente tondo, ma che non evitò assolutamente all’allora Segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, la fragorosa disfatta delle elezioni politiche 2013 con tutto il disastro che ne è successivamente conseguito.

In secondo luogo, il risultato del candidato del M5s, Cancellieri, è prevedibilmente diventato oggetto di tifo da stadio tra 5 astelle e non, ma in realtà le prese di posizione nette di ambo le parti, appaiono oggettivamente errate e il dato politico ne esce talmente semplificato da essere sommerso dalle urla, fino al punto di svanire,

Perché se da un lato è assurdo parlare di “Flop a 5 Stelle”, al netto di un risultato oggettivamente importante e che con un altra legge elettorale avrebbe portato certamente al ballottaggio, non riconoscendo così il peso politico di una realtà ormai consolidata, dall’altro c’è una palese miopia dei 5 stelle nel non cogliere due aspetti cruciali.

Il primo nonché il più proccupante è la constatazione del fatto che neanche un movimento nato dal basso e ottimamente strutturato, riesce nell’operazione di incrementare la partecipazione politica ed erodere il fenomeno dell’astensionismo, il quale resta da tempo immemore il primo “partito Italiano”, dipingendo così un quadro sempre più desolante della nostra Democrazia e del nostro Paese.

Mi preme anche fare una sottolineatura banale quanto necessaria, dato che fare bene alle elezioni e vicerle per poi Governare, sono ovviammente due cose diverse, quindi rimarcare eccessivamente il primo aspetto e dimenticarsi totalmente del secondo può essere sintomatico di due cose: incompetenza e conseguente incapacità di analisi politica nonché rilevazione dei problemi o, molto più probabilmente, di una chiara strategia politica in cui si lavora sulle leve atte a creare e consolidare consenso politico, ben guardandosi però dal voler Governare e passare così dal dover distruggere al saper costruire.
A pensar male si fa peccato direbbe qualcuno, ma se tanti indizi fanno una prova…

Chiudo soffermandomi sugli elementi che più di tutti fotografano, a mio parere, la profonda crisi politica del nostro Paese e il peso della narrazione sull’opinione pubblica, ossia la sparizione della sinistra e il ritorno in campo di Berlusconi.

Perché se la vittoria in Sicilia della Destra in sé era prevedibile e prevista, anche in virtù di una sedicente sinistra che al netto di una presunta lista unita, resta eternamente vittima di un mortifero e annoso “complesso di moderatismo”, quello che sconcerta profondamente è sentire Berlusconi prendersi la paternità del trionfo e promettere ancora una volta che salverà questo Paese, trovando persone disposte a crederci, sostenerlo e applaudirlo.

Comprendo che per la satira sia manna dal cielo, ma se dopo 23 anni di Berlusconismo la gente è ancora disposta seguire davvero Silvio, allora c’è ben poco da ridere ed è chiaro quanto l’Italia sia ben lontana dal riprendersi.

Ecco, quando ha teorizzato l’eterno ritorno dell’uguale, ossia quella teoria tale per cui l’universo e la vita sono ciclici e alla fine si finisce sempre col tornare al desolante punto di partenza, Nietzsche si è rivelato essere un veggente oltreché un Filosofo.
Oppure, aveva semplicemente iniziato male la giornata leggendo un editoriale di Feltri.

 

MENTANA, CASAPOUND E GLI SPADA

MENTANA, CASAPOUND E GLI SPADA

 

di Antonio CAPUANO – Coordinatore Nazionale del Movimento Essere Sinistra MovES

Mentana, Casapound e gli Spada: ovvero l’insostenibile leggerezza dell’essere (Super-Partes).
Nell’epoca del “Buonismo” in cui il termine bontà acquisisce un inspiegabile accezione negativa, ecco che opinione pubblica e media, Mentana e Formigli in testa, rivalutano anche i Fascisti, li elevano ad interlocutori e li considerano “pienamente inseriti nel processo democratico“. Con tutte le devastanti conseguenze sociali e politiche che ne conseguono.

La vicenda di Spada e della vergognosa testata al giornalista Rai rappresenta soltanto la desolante punta dell’iceberg, dato che questo problema ha una genesi profonda che parte da lontano e sta recentemente raggiungendo il proprio apice, con soggetti politici e mediatici che fanno a gara a mostrarsi “Super Partes” e per farlo, finiscono solo per diventare amebe prive di personalità, che si lasciano plasmare in funzione del proprio tornaconto e dimenticano che tolleranza e democrazia non sono slogan, ma modi di intendere la vita, forme di libertà nonché conquiste etiche, politiche e sociali frutto di mille storiche battaglie.

Basti pensare proprio a Mentana, emblema del giornalismo 3.0 che forte del suo consenso, si accomoda in casa di CasaPound con l’intento di costruire allo stesso una verginità politica e spiegarci che sono un normale soggetto del processo democratico e come tali vanno trattati.

Ma se la Costituzione più tollerante del mondo, prevede l’antifascismo ci sarà un perché e quindi non ritenere gente che evoca il Duce come un proprio interlocutore, non è certamente simbolo di chiusura antidemocratica, bensì manifestazione di un pluralismo e di un dialogo improntati però al rispetto delle libertà fondamentali.

Del resto l’apologia di fascismo nasce come forma Costituzionale di tutela e non certo come vessante legge discriminatoria.
Ma di sicuro a Mentana è sfuggito questo che per quelli come lui è solo un dettaglio.

Così, a forza di legittimare i vari populismi delle destre “prima gli italiani“, “aiutiamoli a casa loro” etc. si finisce con l’istituzionalizzare una cultura dell’odio, con il suo carico dilagante di intolleranza al seguito.

Accade che Salvini si vanta di certe teorie, che CasaPound e Forza Nuova dettano l’indirizzo politico, la gente sbraita e il consenso cresce, che un Premier possa portare in crisi la Catalogna a suon di proclami populistici sull’indipendenza per poi tradire un intero popolo scappando in Belgio e abbandonarlo a se stesso e quindi, dulcis in fundo, che un mafioso divenga un interlocutore politico e tocchi andare ad intervistarlo in quanto parte del processo democratico, giocandosi il naso e rischiando ben altro.

Del resto del “paradosso della tolleranza” ci aveva già parlato unio come Popper e proprio in nome di quel principio tale per cui “nel nome della nostra tolleranza, dobbiamo rivendicare il diritto a non tollerare gli intolleranti“.

Mi viene da dire che possiamo anche tollerare Mentana (forse) che gioca a fare Dio sui Social (cd. Blastare) perché fa moda e audience, ma allo stesso tempo possiamo e dobbiamo batterci nel nome della libertà e della democrazia perché non siano un post irriverente o una forzatura lessicale sulla tolleranza a cancellare la storia di questo Paese e a riportare in auge una macchia che solo il sangue dei Partigiani prima e la visione dei Padri Costituenti poi, avevano sapientemente lavato via.

Quindi non se la prenda il Direttore Mentana, ma ai suoi post carichi di like su Facebook, continuiamo a preferire gli illuminati discorsi di Calamandrei e i nostri precetti Costituzionali, nel nome dei quali non potremo mai minimizzare su un mafioso che rompe il naso ad un giornalista o peggio riabilitare il periodo più oscuro della nostra storia, neanche se il giornalista del momento quale è Mentana, tiene uno pseudo “confronto democratico” nella sede di CasaPound stringendo la mano ai fascisti.

Sarà che siamo all’antica, ma siamo legati ai valori di un’epoca in cui la democrazia si è conquistata con un pugno chiuso e non svenduta per un pugno di Like.

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