LA TRAGEDIA (SFIORATA) A TORINO, LO SPORT E LA SOCIETA’

LA TRAGEDIA (SFIORATA) A TORINO, LO SPORT E LA SOCIETA’

Torino paura finale champions

di Patrizia GALLO

Una riflessione su quanto accaduto da semplici osservatori di processi che inevitabilmente sfociano in comportamenti collettivi devianti.

Una partita di calcio proiettata su maxischermo diventa motivo sufficiente per chiunque per evitare di recarsi verso il centro città.

Il cosiddetto tifo, in qualsiasi luogo e contesto si manifesti, mostra toni e atteggiamenti che è poco definire esaltati.

Ma basta un momento di panico, che la fragilità irriconosciuta scateni un cieco terrore, da mandria impazzita.

Eppure i numeri delle manifestazioni collettive sono direttamente proporzionali a figure e miti di denaro e competizione spinta: vuoti, di senso e di messaggio, totalmente acritici e non alternativi al sistema che li produce.

Lo so, sto dicendo cose dure e generalizzanti, soprattutto per gli affezionati.

Ma credo che il momento collettivo sia tra i più bassi e critici di quelli vissuti sino ad ora.

E che lo sport sarebbe meglio praticarlo, anche nei limiti della propria fisicità, per il puro gusto di praticarlo e non tanto per competere o schiacciare l’avversario.
Ciò che dovrebbe ispirare e costituire esempio, almeno nei comportamenti, anche per i miliardari giocatori delle squadre di calcio.

Cova in molti un rancore sordo, un senso di paura mista a rabbia e impotenza per sentirsi, i più anziani, privi di riconoscimento eppure schiacciati in un giovanilismo disperante e fasullo di necessità, perché mollare non si può; i più giovani, da un carico di aspettative cui non riescono a rispondere e una difficoltà a ripensarsi criticamente, secondo categorie di pensiero complesse e capaci di far loro intravvedere orizzonti di senso e alternative possibili.

Il mio timore, anche ascoltando vari commentatori – vista l’ormai serie infinita di fatti scatenanti, per motivi diversi tra cui anche il panico e lo spaventoso allarme sociale – è quello di assistere a una risposta di tipo coercitivo, a far propri schemi e sistemi appartenenti a realtà improponibili, qui, per contesto e motivazione e ad improbabili quanto inutili restrizioni.

E che, sino ad ora (ma si può e si deve cambiare), non si sappia come rispondere allo sfaldamento sociale con politiche miranti a ritrovare, a RAPPRESENTARE ciò che dia speranza e riorienti il sentire comune verso orizzonti di impegno, solidarietà, empatia e senso condivisi.

 

IL CAMBIAMENTO INIZIA DA NOI

IL CAMBIAMENTO INIZIA DA NOI

Italia

di Elena CARACOZZA

Abbandoniamo bambini in mezzo alla strada.

Travolgiamo con le auto persone fottendocene.
Uccidiamo donne perché ci hanno lasciato.
Abbiamo figli adolescenti che si sparano per liti da ragazzi.
Truffiamo la collettività rubando soldi pubblici destinati a persone in difficoltà.

Evadiamo le tasse alla grande appena possiamo.

Litighiamo per i vaccini creando quasi un caso mondiale.

Mettiamo tutta l’anima per il nostro eroe del calcio, ma non per i diritti violati, per i lavoro, per le ingiustizie commesse ai nostri connazionali.

Siamo razzisti, omofobi, sessisti.

E crediamo di essere meglio della classe politica che ci si presenta davanti?

Loro sono lo specchio nostro, sui nostri errori e sulle nostre debolezze COSTRUISCONO il consenso.

Pensiamoci popolo italiano, la nostra divisione fa comodo a tutti loro… immaginate invece la potenza di un popolo unito …che paura farebbe!

La violenza “dolce” del sistema

La violenza “dolce” del sistema

suicidio

La violenza del nostro sistema economico. Un killer spietato, ma nessuno vuole farci caso.

di Turi COMITO

E’ passata pressoché inosservata la notizia del suicidio di un operaio che si è impiccato ieri a Leinì, vicino Torino, per i ritmi di lavoro forsennati che subiva, per il rischio di licenziamento cui era (assieme ai suoi compagni) costantemente sottoposto, per l’assenza di tempo da dedicare a sé stesso e alla sua famiglia cui gli impegni di lavoro lo costringevano sprofondandolo in una solitudine e in una depressione invincibili.

Come mai questa notizia, questa morte (che non è l’unica che si verifica per questi motivi da qualche tempo in Italia vedi i dati dell’Osservatorio per i suicidi economici) è passata quasi in silenzio sulla stampa mentre la morte di quel giovane di Alatri massacrato da un gruppo di altri giovani è ancora sulle prime pagine della stessa stampa?

Eppure di violenza inaudita in entrambi i casi si tratta, almeno a giudicare dai resoconti giornalistici.

Nel caso dell’omicidio del ragazzo si è di fronte alla selvaggia brutalità di individui mossi da desiderio di prevaricazione, da una anomia morale prossima allo stato di natura mentre nel caso del suicidio si è di fronte ad una violenza più felpata, più sottile ma egualmente feroce: la violenza del sistema di produzione capitalistico (nella sua versione più ripugnante che è quella liberista) che fa non solo disoccupati, ma anche marginali, anche disadattati, anche malati di male oscuro. Costringere qualcuno, pena la perdita di lavoro, a sottoporsi a ritmi di lavoro massacranti fino a ridurlo all’incapacità di resistere fisicamente e psicologicamente è meno violento che massacrarlo di botte? E se lo è (meno violento), lo è talmente tanto da giustificare titoli da home page o da prima pagina per l’omicidio e trafiletti in coda per un suicidio come quello?

Io credo che non lo sia. Credo che quel rivoltante omicidio non sia meno rivoltante di un suicidio dovuto alla pressione che esercita su un individuo un lavoro fuori dai limiti umani.

Sapete, questo tipo di suicidio (ne ho parlato tempo fa qui) ha un nome.

Un nome giapponese, si chiama karoshi.

Perché questa tipologia di “morti sul lavoro” ha cominciato a verificarsi ed essere fenomeno studiabile sociologicamente in Giappone già parecchi decenni fa, ai tempi del boom economico post guerra.

E continua tutt’ora.

Ritmi di lavoro massacranti, annullamento della personalità, riduzione fino alla eliminazione del tempo libero provocano su molti soggetti veri e propri disturbi della personalità che arrivano, appunto, fino al passo finale: alla morte.

Per semplice schiantarsi o per suicidio. Che in questo modo non risulta più essere un vero e proprio atto di deliberata volontà personale (cioè un suicidio), ma un omicidio a tutti gli effetti. Omicidio dovuto al “sistema” economico (di produzione).
Ora, ripropongo la domanda: perché tanto spazio all’omicidio di Alatri e tanto poco al “suicidio” di Leinì?

Azzardo una risposta. Che è la seguente.

Un karoshi è considerato un accidente di percorso, un atto deprecabile ma comprensibile in virtù del fatto che esso è contenuto dentro alla accettazione del “sistema” – economico, sociale e culturale – di stampo liberista nel quale viviamo. Un omicidio per “futili motivi” è invece considerato un attentato alla convivenza civile, un pericolo cui tutti si è sottoposti, un atto deliberato di violenza assurda in cui ciascuno è potenzialmente vittima. L’omicidio per pestaggio può capitare a tutti e quindi prima si isolano i facinorosi prima si esce dal rischio.
Una morte, un suicidio per eccesso di lavoro (specie in periodi di scarsità di lavoro) invece non è percepito né considerato un pericolo sociale. E’ considerato un fatto personale e come tale merita lo spazio che merita un qualunque suicidio per debiti di gioco o per delusione d’amore.

Il che, se è vera questa interpretazione dei fatti, porta a pensare che la stampa (e quindi l’opinione pubblica che su di essa si basa per farsi una idea di qualunque cosa) non abbia capito, sottovaluti, non voglia capire o addirittura giustifichi il fenomeno di distruzione sociale cui sta portando l’ideologia dominante in ogni ambito.

Perché la dominanza estrema – l’egemonia culturale si sarebbe detto in altri tempi – del liberismo porta alla giustificazione di tutto quello che produce di nefasto e di mortale.

Nel nome della “crescita”, del “Pil”, dello “sviluppo economico”, del “consumo” (che produce crescita e quindi aumenta il Pil e quindi anche lo sviluppo economico) si può accettare, e si accetta, anche la negazione del benessere individuale e sociale. Degli altri prima di tutto (degli immigrati per esempio, carne da macello nelle piantagioni di pomodori o nelle “fabbrichette” della piccola e media impresa senza diritti) e poi di sé stessi (accettando compensi umilianti per lavori di qualunque genere, soprusi, minacce di licenziamento, licenziamenti per “giustificato motivo”, ecc.).

Si può accettare, infine, con un misto di rassegnazione e di indifferenza non solo la morte di chi estrae Coltan dalle miniere del Congo per i nostri fiammanti telefonini ultima generazione (morti che crepano lontano, nessuno li vede e, come si dice, “occhio non vede, cuore non duole”) ma anche di chi ti sta accanto. Come si vede nell’agghiacciante scena nel film “Il venditore di medicine” quando un rappresentante di tali prodotti, licenziato in tronco e senza preavviso per scarso rendimento, si suicida quasi davanti agli occhi dei colleghi che, superato il primo momento di sorpresa, dopo qualche ora sono di nuovo pronti per riprendere la routine di venditori a salario variabile.

La violenza del sistema capitalistico liberista, io credo, non è meno disgustosa della violenza perversa di quattro marginali senza morale e senza prospettive.

Poiché perversa, senza morale e senza prospettive di umanità è anche la violenza “dolce”, felpata, fatta di vetrine e telefonini colorati, del capitalismo liberista.

Solo che non pare interessi nessuno – tantomeno i grandi commentatori da prima pagina dei giornali e delle Tv – se non per riempire qualche vuoto, il disastro umano che il liberismo dalla violenza “dolce” ci fornisce quotidianamente con i suoi suicidi, i suoi disoccupati di lungo corso senza avvenire, i suoi lavoratori mutilati di diritti, l’esercito di riserva della carne da macello fatto di immigrati qui e di schiavi nei loro paesi.

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