ENI & REGENI, PERCHÈ NON CI SARÀ MAI VERITÀ PER GIULIO

ENI & REGENI, PERCHÈ NON CI SARÀ MAI VERITÀ PER GIULIO

 

di Claudio KHALED SER

Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, in audizione alla Camera, ha detto senza mezzi termini qual è il motivo alla base delle difficili indagini sul caso Regeni: la partnership «ineludibile» tra Italia ed Egitto, troppo stretta e consistente (4,6 miliardi di euro di interscambi nel 2016) per fare la voce grossa e mettere a repentaglio un così imponente giro di affari.

Il 14 settembre, oltre un anno e mezzo dopo la morte del ricercatore italiano, l’ambasciatore Giampaolo Cantini tornerà al Cairo per curare «l’intero spettro dei rapporti con l’Egitto».
Più il tempo passa, più le relazioni col Paese del Maghreb tornano alla normalità.
E in Italia non manca chi accoglierà con sollievo il ritorno al business as usual con quello che è un cruciale sbocco dell’economia nazionale e mercato energetico.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
Scoperto dall’Eni nel 2015, poco prima del rapimento di Regeni, davanti alle coste dell’Egitto, il giacimento Zhor presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (5,5 miliardi di barili di olio equivalente) e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati (la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo).
L’investimento complessivo della compagnia italiana sfiora i 6 miliardi di euro e può offrire un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
L’ENI, Ente italiano per gli idrocarburi, inoltre, estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale. Un affare irrinunciabile per il Cane a sei zampe (spesso considerato il vero ministero degli Esteri italiano), in Egitto dal 1954 e con l’intenzione di puntare molto sull’area per accrescere il proprio peso.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
Gli scambi commerciali tra Italia ed Egitto ammontano a circa 4,5 miliardi di euro: l’export nostrano vale più di 3 miliardi di euro. Roma, per il Cairo, è il terzo partner commerciale, il primo in Europa. Sono 130 le imprese italiane che operano nel Paese in diversi settori, dagli idrocarburi al tessile, dall’edilizia all’energia, passando dalla meccanica e dal settore bancario.
Tra i big figurano Pirelli, Eni, Saipem, Edison, Ansaldo Energia, Breda, Italcementi, Cementir, Danieli, Trevi, Tecnimont, Iveco, Technit, Carlo Gavazzi.

Tra i grandi affari degli ultimi anni, si ricordano in particolare l’acquisizione nel 2001 da parte di Italcementi del 25% di SuezCement (quota salita al 40% nel 2005) e l’incorporamento nel 2006 da parte di SanPaolo Imi della Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari. Il totale delle gare d’appalto per diversi progetti è stimato intorno i 2,5 miliardi di euro. L’interscambio è in continuo aumento, così come la popolazione egiziana (attualmente oltre 90 milioni), che rappresenta un potenziale mercato enorme per l’Italia.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma…
Le esportazioni italiane di armamenti nel 2016 hanno raggiunto 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. Per uno dei mercati in cui la Penisola va più forte, la vendita di armi, l’Egitto è un ottimo acquirente.
Secondo quanto comunica l’Istat, recentemente, il Paese guidato dal regime di Abd al Fattah Al Sisi ha ricevuto dall’Italia 2.450 kg di armi e munizioni, per un valore totale di oltre 1 milione di euro. Stando a Rete Disarmo, il Cairo ha stipulato contratti con l’Italia per l’acquisto di armi leggere per un totale di 5.634.409 euro.

A ciò si aggiunge il finanziamento italiano alle missioni militari per il 2017, tra cui anche quella in Egitto per un costo pari a 3,9 milioni e 75 soldati impegnati.
ll business delle esportazioni di armi è proseguito nonostante diverse risoluzioni europee abbiano esortato la sospensione delle forniture di attrezzature che “potrebbero essere usate a fini di repressione interna” anche verso l’Egitto.

“Vogliamo la verità su Regeni” ma, se non potete dirla, non c’é problema, ci accontentiamo di una barzelletta sulla Giustizia egiziana e la loro ricerca della “verità a tutti i costi”

Beh proprio a tutti i costi, si fa per dire.

L’INCIUCIO FA FARE I GATTINI CIECHI…

L’INCIUCIO FA FARE I GATTINI CIECHI…

Su questa legge elettorale, che chiamano “tedesca”, c’è da porsi alcune domande e fare riflessioni che rivelano la sua vera natura incostituzionale e specchio dell'”italietta” partitocratica.

 

di Simone ZAGAROLO

1) Cosa succede se i seggi eventualmente conquistati nella parte uninominale da partiti che in quella proporzionale non superano la soglia del 5%? Questi seggi se li spartiscono i maggiori partiti in Italia.

2) Vi è la possibilità di candidature indipendenti nei collegi uninominali, non legate a liste presenti nella quota proporzionale? Questione irrisolta.

3) La chiamano legge “alla tedesca”, ma in Germania le candidature nei collegi uninominali avviene, attraverso il voto segreto degli iscritti ai partiti riuniti collegio per collegio in assemblea. In Italia le stesse candidature vengono decise dai segretari di partito

4) In Germania vige l’istituto della sfiducia costruttiva. Insomma: non si può far cadere un governo se non ne è già pronto un altro.

5) Intanto in Italia viene confermata l’impossibilità del voto disgiunto tra uninominale e proporzionale.

6) Ogni candidato, a discrezione assoluta del segretario del partito (colui che ha il potere di convalida sulle candidature) potrà candidarsi in un collegio uninominale e, per sicurezza, come capolista in tre circoscrizioni nel listino proporzionale.

…di questioni ce ne sarebbero mille altre ancora.

Insomma, in questo “accrocchio”, di tedesco e di costituzionale c’è solo il fascino discreto.