JEAN CLAUDE NON SI SMENTISCE MAI. E LE CAPRE EUROPEISTE SBAVANO

JEAN CLAUDE NON SI SMENTISCE MAI. E LE CAPRE EUROPEISTE SBAVANO

 

di Luca TIBALDI

Juncker, discorso sullo Stato dell’Unione.
Dovrebbe rappresentare la svolta (la quarantasettesima, probabilmente, giusto? Ormai solo gente con problemi seri potrebbe crederci ancora, gente come i piddini o i gggiovani renziani).

Ovvio, tra una settimana salteranno fuori Macron, o la Merkel, o Weidmann, o un primo ministro di un Paese dall’altra parte del continente, e rinnegheranno qualunque cosa, qualunque ipotetica ed irrealizzabile svolta.

Ma torniamo al buon vecchio Gilderoy Allock de noartri.
Qual è l’unica vera proposta?

Per il futuro il fondo Esm deve gradualmente diventare un fondo monetario europeo e serve un super ministro europeo dell’economia e delle finanze per promuovere le riforme strutturali negli Stati membri”.

Quindi,
1) Creare un Fondo con maggiori poteri. Fa prestiti agli Stati (una cosa che dovrebbe far ridere a crepapelle ogni persona sana di mente) e in cambio li commissaria e decide tutte le politiche economiche, monetarie, industriali, fiscali.

2) Confermare questa tendenza con la creazione di un super ministro delle finanze europeo, che nelle parole degli stessi tedeschi della BuBa, che lo proposero mesi fa insieme alla Banque de France, è solo ed esclusivamente un nuovo super Commissario per controllare i bilanci dei Paesi, cioè un uomo con poteri superiori al semplice Commissario per proseguire eternamente con l’austerità e la disciplina di bilancio.
Questa è la grande svolta. Bravo Jean Claude!!! Abbasso i populistih!!!111!!

Ma siete seri!?

Volete la svolta? Quella vera? Una svolta che non renderebbe le cose ottimali ma comunque migliori dell’abisso attuale?

Bene (anche se tutto questo andrebbe comunque contro la Costituzione, quindi è un’analisi per massimi sistemi, ma irrealizzabile a livello giuridico, oltre che politico).

– Banca Centrale Europea sotto controllo pubblico. La BCE deve diventare una Banca Centrale vera, non una parodia, non una Bundesbank a livello europeo. Non sta nè in cielo nè in terra che una Banca Centrale sia indipendente e non possa finanziare gli Stati.

– Creazione di un vero Parlamento, non l’altra parodia che abbiamo adesso, dove in un amen la Commissione può comunque fare tutto quello che vuole.

– Trasferimenti monetari. E qui daje a ride. Se la Germania è
strutturalmente avvantaggiata dall’Euro debole, ci può anche stare bene. Però, cari caproni e pigri tedeschi, ci deve essere qualcosa in cambio.

Questo vorrebbe dire che Paesi come la Germania dovrebbero letteralmente pagare le aree del continente più svantaggiate dall’uso di una moneta troppo forte.

Visto che solo qualche mese fa sui giornali era uscita la notizie che gli abitanti della estremamente solidale (pfff) Baviera sono stufi di dare soldi alle altre aree della Germania, immagino che per voi sia naturale pensare che per “salvare lo spirito europeo” siano disposti a dare i loro soldi ai greci o agli spagnoli, vero?

– Fine del liberismo. Se anche si creasse uno Stato europeo, ma poi la linea continuasse ad essere quella liberista, mi spiegate che cazzarola cambierebbe, furboni???

Siete ridicoli, europeisti.
Siete alla frutta.
Sarete gettati nel cesso della storia, e noi saremo lì ad aspettare.
JOBCENTER: 150 mg

JOBCENTER: 150 mg

LA MEDICALIZZAZIONE DEL DISAGIO SOCIALE IN GERMANIA

medicalizzazione

di Lorenzo MONFREGOLA
I poveri con la pelle bianca innervosiscono tantissimo le persone con la pelle bianca. Perché dei poveri con la pelle bianca non si può nemmeno dire che abbiano la sfortuna di venire da un posto lontano. Nasce probabilmente da qui il tentativo incessante di trovare una qualche definizione con cui distanziare il proletariato bianco: fannulloni, pigri, ignoranti, disagiati, truffatori, buffi, grotteschi, magari razzisti e pure un po’ nazisti.

In Germania c’è l’hartzer, che non è semplicemente una persona che sta prendendo per un certo periodo il sussidio di base noto come Hartz IV. L’hartzer è chi di sussidio vive da tempo, da anni, senza essere sostanzialmente più in grado di uscire dalla propria condizione o ritornando sempre a questa, in un circolo vizioso. L’hartzer assume il ruolo fisiologico, quasi sistemico, di abitare precariamente la dipendenza completa dal welfare, perdendo così il proprio diritto all’autodeterminazione. Si tratta della condizione di chi è costretto a passare da una formazione professionale all’altra, chi lavora ma non guadagna mai abbastanza, chi il sussidio lo ha ereditato dai propri genitori, chi continua a riempire fogli e moduli senza sosta. Magari è vero, come direbbe il tedesco medio, che tante di queste persone siano faul, pigre. Misterioso, però, è il motivo per cui le epidemie di pigrizia siano sempre diffuse in certi quartieri di periferia, in certe aree del paese a bassa scolarizzazione, nei caseggiati di cemento o nella provincia profonda della Germania.

Il welfare tedesco è solito funzionare in maniera ottimale per chi allo stato sociale può affidarsi temporaneamente, in una fase dinamica di transizione, usufruendo di sostegni non legati alla sola discriminante della povertà o iniziando una reale evoluzione professionale. Ma un sistema di stato sociale è, inevitabilmente, una geometria complessa e da questa complessità derivano conseguenze eterogenee. Una di queste è che all’interno del welfare tedesco ci siano anche cittadini aggrappati a una mera sopravvivenza burocratizzata, cittadini che introiettano presto il senso di colpa della loro condizione e che esprimono la loro insofferenza solo in situazioni particolari.

La verità è che per molti versi quella dell’hartzer di lungo periodo non è solo una categoria economica, ma anche simbolica, culturale, psicologica.

Non basta sapere che in altri paesi del mondo un sussidio se lo sognano: la povertà e il valore esistenziale sono concetti che si definiscono anche in relazione all’ambiente in cui si vive.

Vale a dire che, anche se non si muore direttamente di fame, non è facile essere poveri in una nazione che il mondo intero giudica ricca.

E mentre per le comunità immigrate (comunitarie e non) il sussidio riesce talvolta a essere visto come un incidente (o un’opportunità) legata allo sradicamento territoriale, per gli autoctoni, per il proletariato bianco tedesco, il sussidio può diventare un paralizzante sigillo di fallimento.

Per capirlo, ad esempio, è utile volgere lo sguardo verso il fenomeno della medicalizzazione del disagio sociale. Si tratta di un aspetto certamente minoritario, tendenzialmente muto, irrimediabilmente strozzato, ma non per questo meno significativo, presente, viscerale.

Dinamo Volley

Febbraio 2017. Parlo con Ralf (il nome vero è un altro) in un parchetto che sta sul confine tra Marzahn Nord e il Brandeburgo, dietro al capolinea del tram. Ralf mi spiega subito di sentirsi un “Wendekind”, un termine con cui si identifica la generazione della DDR che era bambina o adolescente quando ci fu la “Wende”, la “svolta”, vale a dire la fragorosa caduta del Muro di Berlino. Soprattutto chi era nella tarda adolescenza ha vissuto qualcosa di irripetibile, vedendo improvvisamente crollare quel mondo in riferimento al quale si era appena formata la propria prima identità.

“Io giocavo a pallavolo” racconta Ralf.

“Eravamo bravi, molto bravi, almeno secondo me. La mia squadra puntava al campionato giovanile nazionale della DDR. Io giocavo e il mio sogno, quello che volevo fare, la sola cosa che volevo fare, era diventare professionista. Sai nella DDR gli sportivi erano quelli che potevano viaggiare di più, vedere il mondo, magari andare alle olimpiadi.” Quando Ralf ha 17 anni, però, cade il muro. Di lì a poco, alcuni degli sportivi già affermati dell’ex DDR trovano spazio nella nuova Germania, ma tante serie sportive minori o giovanili entrano momentaneamente nel caos.

“Nessuno mi ha più detto cosa dovevo fare. Capisci? Nessuno” racconta Ralf. “Io non lo sapevo cosa fare. Non ne avevo idea. Ho smesso di giocare a pallavolo e poi ho iniziato ad accettare i lavoretti che mi trovava il Jobcenter, che poi non era ancora il Jobcenter, si chiamava ancora Arbeitsamt… All’inizio non capivo più niente, c’era questo Ovest che sembrava dorato, tutto era così nuovo, ad esempio i videogiochi, c’erano delle cose mai viste… Noi davvero non sapevamo dove guardare, dove girarci con la testa. Ma a un certo punto non stavo mica bene.

Stavo sempre peggio, non so perché.

Una volta stavo così male che sono andato dal dottore. Quello mi ha visitato e mi ha detto che avevo la depressione. Io gli ho chiesto ‘Che roba è? Mi passa in una settimana?’ Non è passata, anzi, sono iniziati anche questi attacchi di ansia, sempre più forti… sai l’ansia, no?

Così sono finito a bere sempre di più. A 22 anni ero fuori, completamente fuori dalla vita. Tu ora mi vedi così, ma io prima pesavo 135 kg, non riuscivo nemmeno a salire le scale. Non ho mai fatto cose tipo stare su un lettino: il dottore mi dava un sacco di pillole e io me le ficcavo in bocca.”

Chiedo a Ralf come faccia ora a essere così in forma. “La pallavolo, sì, la pallavolo. Dopo anni in cui non ho combinato nulla, dopo più di dieci anni in cui ero proprio fuori da tutto, dopo tutto quel tempo, il Jobcenter mi ha fatto entrare in un programma di lavoro per persone con dipendenze, diciamo. Per me ha funzionato molto bene, anche perché ho ricevuto sempre abbastanza soldi per sopravvivere e ora avevo anche la possibilità di darmi da fare. Così poi ho trovato lavoro in un archivio e, intanto, ho iniziato di nuovo a giocare. Credimi, la prima volta che ho giocato di nuovo pensavo di morire, là, attaccato alla rete! Però poi ce l’ho fatta. Ora gioco di nuovo da 7 anni, con gli amici e in piccole squadre, gioco ogni volta che posso.”

Mentre Ralf mi parla è curvo verso di me, carico, convinto, agitato. “Uno pensa che a un certo punto nella vita non puoi ritirarti su, che è passato troppo tempo, io avevo passato già i 35. E invece no, non è mai tardi, puoi sempre ritirarti su, sempre. Ora sto facendo di nuovo un minijob da 450 € al mese, non mi basta, e quindi i soldi me li aggiunge di nuovo il Jobcenter… ma la strada è quella giusta, lo so, bisogna darsi da fare.”

Che la sofferenza individuale sia anche una sofferenza sociale, e viceversa, è un dato noto. Per gli strati più deboli della società esiste però una sovrapposizione dei due piani molto più intensa e intricata.

Nel 2005 è stata pubblicata un’ampia ricerca sulla povertà in Germania, “Gesellschaft mit begrenzter Haftung”.

Tra le molte interviste presenti nello studio c’è quella svolta dalla sociologa Margareta Steinrücke, che ha dialogato con una psichiatra berlinese attiva nella periferia orientale della città. La donna racconta di una quotidianità in cui il lavoro di assistenza sociale si sovrappone senza sosta a quello di sostegno psicologico, con ritmi che molto spesso non lasciano altra opzione al di fuori di una massiccia medicalizzazione (in questo caso non integrativa, ma sostanzialmente sostitutiva degli approfondimenti terapeutici).

“A volte mi sento una spacciatrice”, racconta la dottoressa, che spiega di curare persone erose dal troppo lavoro e, contemporaneamente, di “dare medicine a persone che se avessero un lavoro stabile sarebbero sane”.

Si tratta di uno scenario in cui c’è anche un paradosso: da un lato la povertà viene curata con la medicalizzazione della persona e, dall’altro, capita che ai più poveri non venga comunque riconosciuto un diritto alla sofferenza emotiva come fattore realmente individuale, intimo, personale. La sofferenza sociale viene trattata come sofferenza psicologica, ma alla sofferenza psichica individuale si risponde, poi, nuovamente, con l’assistenza sociale.

“Quella puttana del Jobcenter”

Marzo 2017. Il Jobcenter del quartiere Marzahn-Hellersdorf si trova in un palazzone squadrato in Allee der Kosmonauten, la via che l’ex DDR dedicò agli “eroi del socialismo” che andarono nello spazio.

Là, a seconda della giornata, la fila è lunga, molto lunga o lunghissima.

Decido di andare a vedere. Arrivo e mi metto ad aspettare con gli altri. Le persone attendono in silenzio, ognuna di loro ha una cartellina in mano. Dentro alle cartelline ci sono i documenti da presentare agli esigenti impiegati dell’Agenzia del Lavoro.

Il sussidio di base in Germania si basa su una trasparenza assoluta, quasi fondamentalista.

Va dichiarato ogni centesimo del proprio status finanziario e, soprattutto, bisogna ubbidire al principio di “sostegno a patto di impegno”.

In tutte quelle cartelline, quindi, ognuna delle persone attorno a me ha documenti che dimostrano i propri sforzi per uscire dalla disoccupazione, mandando ogni mese un numero preciso di candidature in cerca di lavoro o partecipando alle formazioni professionali assegnate dal Jobcenter.

Il signore dietro di me deve avere già superato i 50 anni.

Indossa dei mocassini di gomma, di quelli che trovi scontati nei magazzini Deichmann, dei pantaloni sformati e la giacchetta di una tuta sopra una camicia bianca chiusa fino all’ultimo bottone.

Appoggiata un po’ sulla pancia, tenendola con entrambe le mani, l’uomo ha una cartellina raffigurante Spiderman che salta da un grattacielo a un altro. Quando sono quasi arrivato al bancone dell’accettazione, lascio il posto proprio a lui, che mi ringrazia con un sorriso e un movimento del capo antiquato ed elegante.

Prima di uscire completamente dalla fila, noto una donna giovane, molto magra, con i capelli tinti di biondo platino e dei leggings multicolore. La ragazza sta discutendo con l’impiegato di uno dei banchi della preselezione. Non riesco a capire cosa dicano: lui, soprattutto, parla piano, scuotendo leggermente la testa. Dopo qualche secondo la donna se ne va con il viso rosso dalla rabbia, esclamando “Es ist zum kotzen, es ist zum kotzen!”, che significa che “c’è da vomitare”, anche se vomitare non è la parola più adatta, kotzen è più volgare.

Qualche istante dopo, ritrovo la ragazza fuori dall’edificio, mentre armeggia con il suo telefono. Mi avvicino e le chiedo cosa sia successo. “Questa è la volta buona che spacco tutto, non resta più niente là dentro. Spacco tutto, c’è da vomitare, cazzo! Hai una sigaretta?” Le rispondo di no, non ho una sigaretta, se vuole ho un chewing-gum. “Un chewing-gum? E che mi fumo, la gomma?”

Continuiamo a parlare.

Lei lo fa con un accento berlinese stretto e tagliente. Il problema della ragazza è che non si è presentata a una convocazione del Jobcenter.

Non è la prima volta e, ora, le verranno tolti dei soldi dal sussidio: si tratta di una sanzione.

Oggi la giovane voleva salire dall’impiegata che si occupa di lei, per spiegare le proprie ragioni, ma non le è stato permesso. “Va a finire che mi danno i buoni per fare la spesa. Una volta me li avevano già dati, qualche anno fa. Sai quanto ti vergogni quando stai alla Lidl e devi pagare con i buoni pasto? Sai che vuol dire la gente dietro di te che ti guarda? E la cassiera di merda che domanda urlando alla collega che cos’è quel foglio? Guarda, preferisco morire di fame”.

I buoni sono dei voucher del Jobcenter per comprare il cibo, vengono utilizzati in modo che sia garantita la sussistenza, ma resti la sanzione in denaro. Riceverli è una misura particolare ma, a quanto pare, dopo una prima volta, è più facile incorrere in essa una seconda, una terza e altre volte.

Dopo che le ho detto che sto scrivendo un articolo, la ragazza mi dice che la lettera di convocazione lei non l’ha proprio vista: “Non è che sono pigra o che non ho niente da fare o che passo le giornate a bere, non sono come certa gente asociale o altra merda.

Io dovevo stare da mia madre, a Hellersdorf, sai dov’è Hellersdorf, no? Sta male, mia madre, si è messa un sacchetto in testa, diceva che voleva morire, io dovevo stare là, togliere tutti i sacchetti da casa, fare la spesa con quei sacchetti di tela… Mia madre prende le medicine. Le prende da sempre. Comunque ora è finita che le prendo anche io, le medicine, ho fatto bingo!”

La giovane donna parla e si muove in modo sveglio, con l’intelligenza aspra e ironica della Berliner Schnauze. “Da qualche mese vado ogni tanto al centro dell’ospedale a parlare con quella che mi dà la ricetta delle medicine, anche se io posso lavorare, cioè questo lo ha detto l’assicurazione sanitaria, che posso lavorare, ed è ovvio, lo so anch’io, mica sono scema. Quella, la psicologa, mi chiede come va con il lavoro, mi chiede se ho trovato lavoro o se ho iniziato qualcosa. Poi vengo al Jobcenter e qua, invece, quest’altra mi chiede come va nella vita, cioè vuole sapere come mi sento. Mi sa che queste due possono pure telefonarsi tra di loro e lasciarmi in pace, no?”

La ragazza non vuole nemmeno dirmi il suo nome. “No no, lascia stare, ci manca solo che venga a saperlo quella puttana là sopra”.

La “puttana là sopra” sarebbe la funzionaria del Jobcenter e, sicuramente, l’impiegata avrebbe da raccontare un’altra versione dei fatti.

Ad ogni modo, rispondo che è praticamente impossibile che qualcuno venga a sapere di lei, anche perché scrivo per un giornale italiano che non è molto letto dagli impiegati della Bundesagentur für Arbeit.

Ma lei non si fida, mi risponde solo che le ha fatto piacere parlare un po’ e che ora vuole togliersi da quel “posto del cazzo”.
Prima di andarsene, mi lancia ancora un’occhiata mezza divertita e dice: “Ma poi tu sei sicuro che sei un giornalista? A me sembra proprio una stronzata. Dove ce l’hai la telecamera?”

fonte: http://www.yanezmagazine.com/job-center-e-farmaci-in-germania/

Questo articolo fa parte di una ricerca più ampia da cui è nato il reportage “Poveri, bianchi, tedeschi” per il magazine “Il Tascabile”

La foto di copertina è CC BY-ND 2.0 Gentleman of Decay

LA GERMANIA FA CAPPOTTO NELLA PARTITA CON LA GRECIA

LA GERMANIA FA CAPPOTTO NELLA PARTITA CON LA GRECIA

Aereporti greci

di Luigi BRANCATO e Ivana FABRIS

 
Il Sole 24 Ore, con un linguaggio molto soft e mondato da parole che possano suscitare angoscia agli italiani, sia mai che possano capire dove risieda il pericolo, con un articolo del 31 maggio ci fa sapere che la Germania si è presa tutti gli aeroporti greci e per un ‘tozzo di pane’: 600 milioni di euro.

Naturalmente in prossimità dell’estate, quindi il profitto che ne ricaverà la Germania non è difficile da quantificare.

Eh già, la Grecia deve racimolare 7 MILIARDI di euro entro luglio e sta raschiando il fondo del barile, anzi, lo ha sfondato ormai quel fondo, perché di fatto neanche c’è più e Atene, intanto, ha approvato 100 sulle 140 cosiddette azioni prioritarie richieste dagli strozzini europei che ricadranno come 100 colpi di scure sulla testa e sul futuro del popolo greco.

Il governo Tsipras continua a fare debiti per pagare i debiti (ci sarebbe poi da approfondire la natura di questi debiti ma ci riserviamo di farlo in un’altra occasione) e a SVENDERE il patrimonio del paese, ovvero le fonti di sussistenza per il loro futuro.

Hanno perso il porto di Salonicco, con quello che comporta perdere i diritti commerciali su un porto così importante per un paese di mare, e gli aeroporti sono in mano ai tedeschi per la modesta durata di 40 anni. Se basterà…

Ma c’è di peggio.

È a dir poco fantastico che la notizia della privatizzazione degli aereoporti Greci, operazione iniziata e voluta da Tsipras GIÁ NEL 2015, passi completamente inosservata in Grecia.

I TG stanno abilmente glissando sull’acquisizione degli scali aereoportuali da parte della società TEDESCA Fraport. Come dicevamo più sopra, appunto SOLO per i prossimi 40 anni.

La stessa cosa per molto scali navali turistici e commerciali.

Ovvio che queste decisioni fanno parte del piano proposto come ‘salvataggio’ del paese a rischio di uscire dall’Eurozona.

E sembra per i cari fratelli mitteleuropei, niente di trascendentale. Del resto la Germania ha il suo grosso share di aeroporti a gestione mista pubblica-privata, si parla di quasi il 50%.

Inoltre, dato che gli aeroporti hanno un fatturato che solo per il 15% dipende dalle compagnie aeree, significa che i cospicui guadagni son fatti a spese dei viaggiatori che li visitano e pagano a prezzo d’oro una bottiglia d’acqua o il parcheggio di un’autovettura.

Ma questa é una delle condizioni dello stare in Europa che abbiamo ormai da tempo accettato, e non da più fastidio a nessuno.

Eppure ci sarebbe da ragionare se questo trend di privatizzazione degli aereoporti in Europa (date un’occhiata all’immagine qui sotto, tratta dall’ultimo report di ACI Europe) non faccia parte di un disegno più grande…

Gli aeroporti hanno una fondamentale influenza politica ed economica essendo in grado di condizionare e definire rotte non solo turistiche ma commerciali.

Piegare (anche solo parzialmente) queste scelte all’interesse privato é un grosso pericolo, e specialmente se l’interesse privato é tedesco, in Grecia.

Se non é colonizzazione questa! Subdola e su tutti i fronti…

G7: LA DIPLOMAZIA CON I MORTI SOTTO AL TAPPETO

G7: LA DIPLOMAZIA CON I MORTI SOTTO AL TAPPETO

G7 - Merkel, Trump, Gentiloni

di Antonio CAPUANO

La Diplomazia è la “Pace” dei nostri giorni?

Se il morto non si vede, allora non esiste…

Il dato davvero rilevante del G7 odierno è il seguente, gli ordini del giorno sono “Immigrazione e Terrorismo” e dalla dichiarazione congiunta emanata degli Stati membri, pur ribadendo e rivendicando l’osservanza dei cosiddetti Diritti Umani, emerge con forza la volontà politica e giuridica di riconoscere ampia discrezionalità, margine di manovra, non ingerenza e sovranità in materia ai singoli Stati.

Appare quindi ancora più palese il controsenso e finanche l’inganno che la narrazione del Diritto Internazionale, ben celata da una nomenclatura accondiscendente e da un lessico forbito, va perpetrando senza sosta negli anni 2000.

In materia economica infatti regole del gioco comuni, polso ferreo, decisioni unilaterali, sovranità, democrazia e margini di manovra nulli per gli Stati, non sono mai stati in discussione come capisaldi perché una moneta forte ha bisogno di un mercato stabile e le politiche pubbliche in tal senso sono sempre state repentine e solide.

Quando però si tratta di diritti civili, libertà violate e finanche vite umane da salvare, tutta questa coesione dei popoli e questa efficienza nonché omogeneità normativa vengono inaccettabilmente meno e scatta il “liberi tutti”.

Infatti neanche stavolta, malgrado un emergenza sempre più drammatica, si è studiato un serio e immediato piano di cooperazione in merito e la questione viene continuamente e inaccettabilmente procrastinata.

Voi siete sempre convinti che il sistema attuale punti all’unità politico/sociale e non a quella economico/ finanziaria? Io non tanto…

I morti in mare se li fanno sfuggire e li trascurano, con i debiti degli Stati invece non succede mai.

Ma dai, non bisogna essere malfidati, sarà solo un caso se enti teoricamente nati per mettere al centro la persona, si sono invece limitati a fregargli il “portafoglio” per poi relegarla ai margini.

Ancora qualche migliaio di morti e poi li vanno a riprendere, tranquilli.

A borsa chiusa però, si intende. E se non li salveremo noi, li salveranno i nostri nipoti (parafrasando un vecchio adagio).

Però le guerre le avete debellate e la diplomazia tra Governi funziona oggettivamente alla perfezione. Per gli esclusivi interessi delle oligarchie neoliberiste, naturalmente.

Evidentemente ero scemo io a credere che il vero problema delle guerre, fosse salvare i morti che esse causavano…

Tanti auguri a chi? L’Unione è un enorme “cavallo di Troika”

Tanti auguri a chi? L’Unione è un enorme “cavallo di Troika”

di Antonio CAPUANO

Nel giorno del 60° compleanno vedo e leggo ovunque sfarzose celebrazioni per “l’Europa dei popoli”, assunto senza dubbio meraviglioso.

Una domanda, però, mi sorge spontanea, esattamente dove la vedete?

Mi pare evidente come oggi festeggiate i 60 anni del vostro modo di vedere l’Europa, di una vostra proiezione, spesso permeata di profonda malafede, e non l’UE per come realmente è.

Se infatti lasciaste per un attimo da parte i voli pindarici, realizzereste quanto segue:

    – L’unica cosa realmente unita è la moneta;
    – Germania e Francia tengono i fili;
    – La Grecia è morta;
    – L’Inghilterra è scappata;
    – Italia, Spagna e Portogallo sono in fin di vita;
    – Sul piano politico, imperversano e prendono forza in tutto il continente, estrema destra, fascismo, populismo e xenofobia.

 

Direte: però c’è una grande cooperazione. Sicuri?

 

      -I migranti muoiono mentre i paesi litigano su come dividerli trattandoli da freddi numeri;
      -Il Welfare non esiste;
      – La sussidiarietà non è contemplata, verticale o orizzontale che sia, di orizzontale ci sono solo i cittadini stesi in fin di vita
      – Le banche tengono per il collo i Paesi con accordi soffocanti, il debito pubblico è ormai totalmente figlio dei trattati che oggi celebrate e non più funzionale alla crescita interna degli Stati.
      – La sovranità nazionale si corrode giorno dopo giorno sull’altare di una disattesa e utopica unione sovranazionale.

 
Qualcuno potrebbe obiettare che con la UE, il continente europeo ha trovato una stabilità geopolitica che ha evitato conflitti tra le sue principali potenze. Vero, se guardiamo ai conflitti armati. Ma quelli commerciali e capitalistici continuano spietati a mietere vittime tra i lavoratori e le popolazioni.

E in ogni caso uno splendido punto di partenza, non può divenire un insufficiente punto d’arrivo…
Perché come disse Benjamin Franklin:”Un popolo che sacrifica la propria libertà in nome della sicurezza, non merita nessuna delle due...”.

Non sono antieuropeista: semplicemente l’attuale unione monetaria priva di giustizia sociale, non potrò mai sentirla mia e tantomeno​ festeggiarla. Non me ne vogliate…

Quindi, mentre voi celebrare l’anniversario di un incubo vestito da sogno, noi pensiamo a come aiutare quella enorme fetta d’Europa che oggi non ha davvero nulla da festeggiare e cercheremo di farlo prima che sia troppo tardi.

Tranquilli, sarà nostra premura far sentire la nostra voce pacificamente e senza rovinarvi la giornata di festa.

La festa ipocrita della finanza e del capitalismo globale, di cui l’Europa è la fortezza, non è la nostra.