L’ORRORISMO DI UN MONDO IN DISORDINE

L’ORRORISMO DI UN MONDO IN DISORDINE

di Elettra DEIANA

“Scrive Judith Butler in Vite precarie, a proposito della possibilità di essere “noi stessi” colpiti da un attacco terroristico o sconfitti, oppure perdere persone che sentiamo vicine o che conosciamo e dover affrontare il lutto per un dolore inaspettato: “C’è forse qualcosa da imparare nella distribuzione geopolitica della vulnerabilità del corpo, dal momento che siamo stati per un breve periodo esposti a questa devastante condizione?”.

Butler scrive Vite precarie sull’onda dell’11 settembre e della guerra in Iraq, criticando senza sconti nel suo libro l’establishment repubblicano per l’idea che alla violenza si debba rispondere con la logica dell’emergenza terroristica e della guerra preventiva e/o punitiva.

E ponendo quell’interrogativo magistrale – o che tale dovrebbe essere in un mondo globalizzato – se ci sia qualcosa da imparare nella distribuzione geopolitica della vulnerabilità del corpo.

E questo, sottolinea Butler, a partire dall’aver imparato direttamente che cosa significhi il lutto e il dolore per la perdita di quelli che sentiamo come vicini a noi. Come capire e sentire da qui il dolore altrui.

Da allora episodi che hanno fatto vivere all’Occidente esperienze traumatiche di questo tipo si sono moltiplicate e la domanda di Butler ha acquisito – o dovrebbe aver acquisito – un’urgenza direttamente proporzionale al numero dei traumi subiti.

Soprattutto per quanto riguarda il dolore per la perdita di vite per antonomasia vulnerabili, cioè esposte a essere ferite perché intrinsecamente non in grado di proteggersi in qualche modo, come dice l’etimo della parola e come sono appunto le creature piccole, per antonomasia inermi, cioè senza armi, incapaci di armarsi. Ma con tutta evidenza non è così, anzi avviene il contrario.

L’aspetto più terribile dell’epoca che viviamo è infatti la continua, ossessiva strage di innocenti ma, insieme, l’alto grado di assuefazione a questo tipo di traumatiche vicende con cui l’Occidente dei diritti e delle dichiarazioni universali convive senza tante storie e senza interrogarsi sulle sue responsabilità. O meglio: l’Occidente piange con enfasi le sue vittime innocenti e ne celebra il lutto ma non ha lacrime per gli altrui innocenti, che per altro, dal punto di vista numerico, sono infinitamente di più degli innocenti che vengono uccisi dalle nostre parti.

E la quantità dovrebbe fare anche la qualità delle cose – almeno in certi casi, come le stragi terroriste, per non parlare dei mortiferi effetti collaterali delle guerre spacciate come utili alla pace e alla sicurezza e altre nefandezze simili – ma non è proprio così, bisogna dire, da nessuna parte del mondo.

Da questo punto di vista la globalizzazione non ha fatto fare passi avanti.

Né intrinsecamente poteva, in realtà.

Di globale infatti c’è solo il mercato e il disordine di tutto, che la fa da padrone sul mondo.

Il resto è il frutto di quello che abbiamo alle spalle e la pietà è alla discrezione dei buoni sentimenti e/o della convenienza e del calcolo dei poteri costituiti.

Sempre meno disposti a farsi carico del dolore umano e invece spesso disposti a sollevare dubbi e sospetti su quelli che ancora in questa direzione cercano di fare il possibile e anche più.

Come il capitolo intitolato i taxi del mare dimostra.

Ma il valore etico e politico della domanda di Judith Butler sulla valenza geopolitica della vulnerabilità del corpo mantiene tutta la sua pregnante attualità.

Una continua strage di innocenti è quello a cui oggi assistiamo di continuo, senza contare le stragi di creature nelle acque del Mediterraneo, che hanno molto a che vedere con le cause geopolitiche che determinano le altre stragi.

E questo avviene, per quanto ci riguarda, con coinvolgimento emotivo a misura variabile, a seconda del dove avvenga e chi coinvolga, e anche il senso di orrore e di angoscia si manifesta sempre più come sentimento ristretto, domestico, di vicinanza e appartenenza.

Di paura, anche, perché scopriamo che anche noi siamo vulnerabili, esposti. Non c’è la consolazione che venga dal riconoscimento e dalla solidarietà tra umani, destinati a transitare insieme per un tratto di tempo nello stesso mondo.

C’è prevalente solo un duro senso di appartenenza.

Di questo duro senso bisognerebbe ragionare in profondità ma ovviamente non se ne fa nulla.

Ed è una strage di innocenti che non solo dura da tempo ma sembra destinata a non finire mai o chissà quando. E questo perché ci sono interessi potenti in opera, che si danno molto da fare a che le ragioni che favoriscono le condizioni delle stragi non vengano meno.

Il presidente Trump ha firmato un accordo miliardario con l’Arabia Saudita per la vendita di armi americane a quel Paese, che ha responsabilità gravissime per come stanno le cose e tutti lo sanno ma nessuno ha detto niente, a parte qualche pacifista impenitente, ma sono le sue parole ormai buttate al vento.

Che bell’affare, ha detto il presidente Trump a proposito dell’accordo con i Sauditi, servirà per fare il mondo più sicuro. Anche su questo nessuno ha detto nulla mentre su altre cose dette da Trump molti hanno avuto da ridire.

Ma la sicurezza è ormai un mantra metafisico, e nei fatti un affare che riguarda tutti: un affare di militari, di armi, presidi militari ovunque, esercitazioni para belliche ravvicinate, spionaggio informatico, sorveglianza globale e via così.

E, quando ci vuole, guerre sul campo e con i micidiali droni.

Come in Siria, che dura da sei anni e di creature innocenti ne sono state ammazzate oltre ogni misura.

Con la parola innocenti intendo dire proprio gli innocenti, quelli che, secondo l’etimo della parola, non sono in grado di nuocere a nessuno.

E sono appunto i bambini piccoli, quelli che nei mercati delle città del Medio Oriente seguono le madri nei mercati e vengono spazzati via all’improvviso da una bomba o da un kamikaze che indebitamente invoca qualche suo dio; oppure altri impegnati nelle aule scolastiche, o in viaggio per raggiungere una chiesa cristiano copta e credono di poter ricevere il dono di una distribuzione di caramelle e invece entra in azione il piano stragista di qualche gruppo jihadista.

Sembrano proliferare ovunque in certe zone.

Appunto, per dirla con Butler, geopolitica della vulnerabilità del corpo.

Anche in Europa, dove chiamiamo bambini anche gli adolescenti, stanno succedendo vicende simili. Per fortuna in chiave ridotta, bisogna dire, per fortuna abbiamo servizi addestrai e competenti, diciamo in Italia.

Ma dei bambini, dei giovanissimi poco più che bambini muoiono anche qui. Obiettivo sensibile per la stessa logica perversa che devasta altri luoghi del mondo: colpire al cuore il futuro del nemico di turno. La politica della sicurezza, lo stato di sicurezza, i corpi militari preposti alla sicurezza, le disposizioni di sicurezza, il livello di sicurezza: insomma una semantica a dire quale sia la strada imboccata e insieme l’inadeguatezza di questa strada, ci ossessiona in Italia e in Europa. Stato di emergenza permanente.

E Trump ci loda per il nostro tributo alla sicurezza in Afghanistan.

Roba da pelle d’oca..

In un libro pubblicato nel 2007 la filosofa italiana Adriana Cavarero affronta il tema dell’orrore che, spiega, è il sentimento che meglio condensa il senso della violenza contemporanea.

Ed è la parola che, per questo, meglio descrive l’orripilante senso di ghiaccio corporeo, la pelle d’oca che in certi momenti sentiamo, o dovremmo sentire, di fronte allo spettacolo di una strage, di corpi sembrati, del sangue, delle efferatezze compiute contro dei corpi.

In certe occasioni riusciamo ad avvertire che abbiamo in comune qualcosa con quei corpi, a prescindere dal territorio in cui sono vissuti, ma è un sentimento che lasciamo fuggire, non vogliamo che ci appartenga perché sappiamo che ci impegnerebbe a non voltare lo sguardo..Guerra, terrorismo, nemico e altre categorie della tradizione politica, dice Cavarero, sembrano non avere più la forza semantica di spiegare il quid di questioni così drammatiche, la portata globale dell’attuale carneficina di inermi.

Anche Cavarero invita a un radicale cambiamento del punto di vista.

La riflessione va orientata sulla condizione di vulnerabilità assoluta di chi subisce l’offesa, non sull’abominio di chi porta a compimento l’azione omicida. Guardare a partire dallo sguardo della vittima inerme e non da quello di chi uccide.

Dallo sguardo dell’inerme più inerme, aggiungo io, che non ci lascia scampo appunto perché inerme e non gli puoi rimproverare nulla, che ti inchioda agli apparati giustificativi della tua cultura, ai camuffamenti politici della tua parte politica, alle scappatoie personali del far finta di non sapere.

Mettere a tema la condizione di vulnerabilità, condizione umana che ci vede esposti alla dipendenza dall’altro, alla protezione che ti può offrire così come all’oltraggio che ti può imporre.
Imparare a avvertire, sentire sulla pelle l’orrore a non abituarci a esso, direbbe oggi Hannah Arndt. Ma l’orrore non è un sentimento di paura, avverte Cavarero, esprime raccapriccio, ripugnanza, ci fa sentire vicini alla vittima, e per questo in realtà, dico io, fa paura, perché non crea la distanza necessaria tra noi e “l’altro da noi” che oggi è il mantra securitario, la misura dell’ Immunizzazione..

Una politica della contemporaneità globale ne avrebbe fortemente bisogno invece di questo sentimento.

E dovrebbe imparare indefessamente a scoprirne, se ci sono, le tracce.

Il libro di Cavarero si intitola Orrorismo.

Un neologismo che serviva a non appiattire tutto sula parola terrorismo, che non è affatto la stessa cosa e dice altro, come l’autrice lucidamente spiega.

Ma non ha avuto seguito e non certo perché brutto, come la stessa Cavarero ammette, Forse perché appunto troppo sentimentalmente impegnativo.

Ho scritto pensando a tutte le bambine e i bambini che muoiono qua e là nel mondo per le stragi crudeli dell’informe e asimmetrica ma micidiale guerra in atto, di cui parla solo un pontefice visonario e qualche disincantato analista di geopolitica.

E, a modo loro, alcune donne.