LA BUONA SCUOLA DEGLI SCHIAVI

LA BUONA SCUOLA DEGLI SCHIAVI

Valeria Fedeli

 

di Potnia THERON

Per tutto l’inverno si sono susseguite voci di corridoio circa l’imminente pubblicazione di un terzo e ultimo ciclo di TFA, il tirocinio formativo attivo, con il quale sarebbe stato possibile (come per l’ultimo ciclo bandito nel 2014) ottenere l’abilitazione all’insegnamento.

Ci avevamo sperato, in fondo, perché, dopo l’avvio della riforma “Buona scuola”, restava da disciplinare la fase transitoria, quella cioè che riguarda tutti coloro che non non entrarono nell’ultimo ciclo di TFA (o perché non ancora laureati, o perché non superarono le prove) e che attendono la nuova fase che si aprirà con il 2021.

Ma per tutti coloro che vivono sospesi in questo limbo di incertezze la doccia fredda è arrivata in primavera, tra fine marzo e inizio aprile: non ci sarà più nessun nuovo ciclo di TFA, ad eccezione dell’ultimo ciclo per il sostegno.

Per abilitarsi, ora, l’unica strada sembra essere il FIT (Formazione iniziale tirocinio): non solo per abilitarsi, ma, assicura la ministra Fedeli, per entrare in ruolo.

Già perché il FIT risponde, a dire del PD, alla lotta al precariato e dunque prevede al termine del percorso di formazione iniziale l’immissione immediata e definitiva in ruolo.

Sembra una notizia splendida, ed effettivamente così sembrano averla accolta gli studenti, dato che, a mia conoscenza, non si è levata che qualche rara e neanche troppo stentorea voce di protesta.

Ho letto su gruppi FB i commenti entusiasti di alcuni aspiranti docenti, come ad esempio: «Un piccolo sacrificio per un grande sogno».

Sarà davvero così? Vediamo dunque nel dettaglio che cosa prevede il decreto sulle nuove modalità di reclutamento dei docenti. Nel dettaglio, sì, ma, vi avverto, tagliando anche un po’ con l’accetta in modo che comprendano tutti, dato che tutte le delucidazioni si trovano nel testo del decreto.

Peccato che quasi nessuno si sia preso la briga di leggerselo: non si contano, infatti, i commenti degli aspiranti docenti sui gruppi di riferimento che sparano le notizie più disparate.

Il FIT è un percorso di tre anni e ha avvio dopo il superamento di un concorso a cadenza biennale, il primo dei quali si terrà nel 2018. Per poter accedere al concorso è necessario aver maturato, alla data di approvazione del decreto, 36 mesi di servizio (come supplenti nelle statali o nelle paritarie) o essere abilitati mediante i precedenti cicli di TFA.

Per tutti gli altri, i neolaureati dunque, si renderà necessario acquisire 24 crediti negli insegnamenti di pedagogia, psicologia, antropologia. Il ministero non ha ancora resi noti i settori disciplinari in cui acquisire tali crediti, ma soltanto le macroaree, cosicché gli atenei non hanno ancora potuto creare “pacchetti” di esami pensati a tale scopo. In linea di massima, considerate che un corso singolo in Statale costa circa 180 euro.

Crediti dunque che l’aspirante docente si trova a dover acquisire dopo essersi laureato, dato che il percorso seguito non prevedeva nessun esame in tali settori. Per chi invece sta ancora studiando, immagino, ci sarà la possibilità di sostenere gli esami all’interno della carriera universitaria, abbattendo così i costi.

Ebbene, una volta che si sarà in possesso di 1) crediti abilitanti specifici per ogni classe di concorso stabiliti con tabella ministeriale; 2) crediti nei settori pedagogico-antropologico-psicologico, si potrà essere ammessi al concorso. Esso prevede tre prove (due scritti e un orale) per i neolaureati senza abilitazione e senza i 36 mesi di servizio, mentre per gli abilitati iscritti in II fascia la prova sarà solo una (orale) e per gli scritti in III fascia (con 36 mesi di servizio) le prove saranno due (scritto e orale).

Si capisce dunque come al concorso accedano tre categorie: neolaureati, abilitati iscritti in II fascia, non abilitati iscritti in III fascia (con 36 mesi di servizio).

Si tratta di una distinzione importante perché non solo determina differenti prove di accesso, ma anche un diverso percorso.

Gli abilitati che abbiano superato il concorso vengono immessi a un anno di servizio, al termine del quale vengono ammessi in ruolo, i precari con 36 mesi devono invece frequentare il primo e il terzo anno per poi essere ammessi in ruolo.

Veniamo a tutti gli altri, ai neolaureati, cioè a tutti quanti stanno ancora studiando e che nel 2018 saranno già dottori.

I vincitori del concorso accederanno a un primo anno di tirocinio retribuito, per il quale stipulano un contratto. Il compenso? Pare che sia 600 euro lordi, che dovrebbero essere al netto circa 400 euro al mese.

Ma questa è una rosea previsione: bisogna studiare bene le tabelle retributive.

Al termine del primo anno, occorre superare un esame per essere ammessi al secondo anno, durante il quale si lavora a scuola per un compenso più o meno analogo a quello del primo anno, che tuttavia potrà essere integrato con supplenze brevi, il terzo anno dovrebbe coincidere con un incarico annuale di supplenza, con gli stipendi previsti regolarmente per i supplenti. Infine dovrebbe arrivare il tanto agognato ruolo!

Ora che abbiamo visto che cosa prevede il famigerato decreto, vi chiedo se c’è ancora qualcosa per cui essere entusiasti? Non basta aver studiato 5 anni, conseguito crediti in materie come linguistica, geografia e storia fuori dal piano di studi, altri crediti in settori antropo-psico-pedagogici, no, non basta.
Bisogna superare un concorso. Un concorso i cui vincitori il governo intende pagare 400 euro. Ma ci rendiamo conto?

Questo è schiavismo!

Senza considerare chi, come me, ha già terminato il suo percorso universitario e deve acquisire i 24 crediti a proprie spese e a fondo perduto, dato che non è sicuro di superare poi il concorso.

Si tratta, a mio avviso, di uno sbarramento di classe: tanti studenti che si sono laureati con tanti sacrifici si trovano a dover pagare anche la mazzata dei corsi singoli.

Nel mio caso, poi, nel caso dei dottori di ricerca (ma qui aprirei una parentesi infinita) si raggiunge il vertice dell’assurdità: il governo è talmente orientato alla valorizzazione della cultura e della ricerca che il più alto titolo di istruzione vale in Italia meno di zero.

Proprio così.
Un dottore di ricerca, che ha studiato circa 8 anni, producendo anche contributi accademici e scientifici, si ritrova a dover seguire la stessa identica trafila di un neolaureato.

L’assurdità è che un dottore di ricerca può, in linea teorica, diventare ricercatore e dunque insegnare in università, ma non può farlo in un liceo.

Paradossalmente neppure i nostri professori universitari potrebbero insegnare in un liceo, se non hanno conseguito l’abilitazione.

La “buona scuola” legalizza una situazione di sfruttamento intollerabile, con un trattamento economico da fame, che non garantisce neppure la tanto agognata immissione in ruolo perché non è sicuro che si passino gli esami previsti al termine di ogni anno. Se, infatti, uno risultasse bocciato al secondo anno, direbbe addio al ruolo e avrebbe lavorato quasi gratis per due anni.

Ma poi è davvero credibile la promessa della Ministra?

Dove mai li troveranno tutti questi posti, dato che vanno smaltiti i precari che tengono famiglia e che, giustamente, hanno la precedenza? È chiaro dunque che solo una piccola parte degli aspiranti passerà il concorso, ma la quasi totalità di essi pagherà profumatamente le università attraverso i corsi singoli o con le tasse universitarie per allungare il percorso in modo tale da acquisire i 24 crediti.

Questa è la realtà, questa è buona scuola.

Questa è la verità che la maggior parte degli studenti di lettere, i più interessati dato che l’insegnamento è spesso uno sbocco (se non nei voti, ma senz’altro obbligato, date le scarse prospettive di lavoro nel nostro paese) del corso di laurea, ignora.

Spero che ignorino, me lo auguro, perché altrimenti il loro silenzio oltre che inquietante è colpevole.

Negli ultimi mesi sono venuta in università praticamente ogni mattina e non ho sentito un megafono, non ho visto un picchetto, uno striscione. Niente, il nulla più assoluto.

Andate tutti sbandierando il ’68, vi infiammate per la contestazione, vivete nel sogno di The Dreamers (spero che almeno si sappia ancora che cos’è, data l’ignoranza che regna sovrana) e… nulla.

Continuate, forse, ad ascoltare De André… eppure siete ancora coinvolti! Si posta Gramsci nell’anniversario della morte e poi nella vita reale c’è un silenzio da cimitero.

I nostri bisnonni e i nostri nonni hanno lottato, a volte a prezzo della vita, per i diritti sindacali e noi? Noi davvero accettiamo 400 euro al mese e siamo ancora entusiasti, con la solita retorica del “Pütost che gnent l’è me il Pütost”?

Gramsci ci avrebbe sputato addosso!

I nostri genitori sono scesi in piazza per molto meno, il 68 ha dimostrato che si può contestare tutto e cambiare, mettere in discussione tutto ciò che è acquisito e noi? Noi siamo così colpevolmente rassegnati. Ci muoviamo con questa cauta prudenza che caratterizza gli infermi e gli sfigati. Abbiamo reti di migliaia di amici su FB e non sappiamo organizzare un cazzo di picchetto! A dire il vero ho visto, adesso che ci penso, un banchetto, ma era per i migranti.

Intendiamoci: nulla in contrario.

Non mi sentirete con la retorica leghista del “prima noi”, ma direi dell’”anche”!

Come facciamo a difendere gli altri se non riusciamo a difendere noi stessi? Come possiamo indignarci per il caporalato quando la nostra retribuzione oraria si aggira sulle stesse cifre?

Non lo capiamo che è la stessa battaglia? La stessa battaglia che infuria in ogni ambito e che ci rende schiavi di una sperequazione infame.

Ma se davvero da domani i tutti quanti smettessimo, smettessimo di farci i cazzi nostri, di aspettare cosa dirà il ministero e ci accampassimo nelle piazze tutto cambierebbe.

Se, quando ci propongono 400 euro per uno stage, rispondessimo loro con quel che meritano, uno sputo in faccia, sarebbero tutti obbligati a pagarci di più.

Davvero non lo capiamo che siamo sfigati parassiti della generazione che ha lottato? Davvero non lo capiamo che accettare 400 euro è un lusso perché nessuno può mantenersi con quella cifra e significa che c’è qualcuno dietro che ci mantiene?

Mi chiedo: cosa aspettiamo a farci sentire, in un paese in cui prima dei 35 anni raramente si è autonomi, e spesso neanche dopo.

Accettiamo tutto passivamente, attendiamo! Attendiamo i responsi di una trista sibilla, la ministra, che chiede a neolaureati e dottori di ricerca di conseguire 24 cfu, lei che non ha neppure un diploma?

Dove sono i sindacati? Dove sono i collettivi? Dove sono i giornali che martellavano S.B. (meglio non nominarlo!) con le famose 10 domande che riguardavano fighe depilate e posizioni negli amplessi? La verità è che la stampa è tutta di regime.

Nessuno martella la Fedeli chiedendole come è possibile questa ingiustizia che rasenta le leggende su Maria Antonietta. Vuole essere chiamata ministra, lei che tutti noi dovremmo chiamare soltanto maestra.

Ragazzi, svegliamoci, perché, se non facciamo nulla e alla svelta, sarà troppo tardi. Questo paese, già forse irrimediabilmente avviato al declino, fallirà completamente. Se i giovani, la forza di un paese, sono un ammasso di snervati e flaccidi viziati non ci sarà salvezza.

E “buona scuola” non è che un capitolo nello sfacelo generale tra disoccupazione, sfruttamento e demolizione delle nostre coscienze.

Cosa dobbiamo ancora aspettare?

Forse che i soldi di mamma e papà siano finiti e che, al fine, torneremo ad avere FAME!