LA SCORTA DI BORSELLINO, STORIE DI UN’ITALIA DI POVERTÀ E DEDIZIONE

LA SCORTA DI BORSELLINO, STORIE DI UN’ITALIA DI POVERTÀ E DEDIZIONE

da Coordinamento Nazionale del MovES

Cinque vite spezzate, famiglie devastate dal dolore.

Cinque vite più una, quella di chi è sopravvissuto.
Vite come quelle di tanti altri giovani del sud che entrano in Polizia perchè in questo paese è all’interno delle forze dell’ordine che si riesce a garantire un futuro a se stessi e alle proprie famiglie.
Il lavoro nelle scorte, tra l’altro, garantiva un guadagno maggiore ma il prezzo da pagare è stato orrendo.
 
AGOSTINO CATALANO: 43 ANNI, Caposcorta. Era rimasto vedovo il 23 ottobre 1989. La moglie era morta per un tumore, lasciandolo solo con i tre figli. Per guadagnare qualche soldo in più per sbarcare il lunario, aveva cominciato a fare da agente di scorta. Nel 1991 si sposò con Maria Fontana.
Il giorno della Strage di via d’Amelio era in ferie, ma era stato chiamato per raggiungere un numero sufficiente per la scorta di Borsellino: solitamente Catalano era assegnato alla scorta di padre Bartolomeo Sorge.
 
WALTER EDDIE COSINA: 31 ANNI. Figlio di migranti friulani, perso il padre a 21 anni, entrò in Polizia.
Dopo la Strage di Capaci, accettò di prendere servizio a Palermo, dove il Ministero degli Interni aveva intensificato le scorte ai magistrati. Venne così assegnato a Paolo Borsellino. Il giorno della Strage di via d’Amelio Cosina non doveva prendere servizio: un collega da Trieste avrebbe dovuto dargli il cambio, ma l’agente decise di lasciarlo riposare dal lungo viaggio e di sostituirlo quella domenica nella scorta al magistrato.
 
CLAUDIO TRAINA: 27 ANNI. Agente scelto della Polizia di Stato, era sposato e padre di un bimbo piccolo. Dopo il militare fatto nell’aeronautica decide di entrare in Polizia. Quindi Accademia di Polizia ad Alessandria, squadra volanti a Milano e poi il trasferimento, come da sua richiesta a Palermo. E’ il 1990 e Claudio decide di farsi assegnare all’ufficio scorte.
 
EMANUELA LOI: 24 ANNI. Dopo vari servizi di piantonamento, tra cui quello a Sergio Mattarella, nel giugno del 1992 venne affidata al magistrato Paolo Borsellino. Emanuela aveva molta paura del nuovo incarico affidato tanto da rassicurare i genitori, dopo la strage di Capaci, che non le sarebbe successo niente. Stava preparando le nozze poco prima di saltare in aria. Era tornata a casa, a Sestu, per un’influenza ed era rientrata il 16, nonostante la madre e il medico le avessero chiesto di trattenersi fino al 20. Da anni sua sorella Claudia tiene vivo il suo ricordo nelle scuole e anche grazie all’Associazione Libera contro le mafie.
 
VINCENZO FABIO LI MULI: 22 ANNI. Era il più giovane della pattuglia. Da tre anni nella Polizia di Stato, aveva ottenuto pochi mesi prima la nomina ad agente effettivo. La sorella racconta con amarezza la consapevolezza del fratello che, in fondo, sapeva a cosa stava andando incontro: “Qualche sera prima mi chiese di ricordargli come si recitava il padre nostro”.
 
L’UNICO SOPRAVVISSUTO È L’AGENTE ANTONINO VULLO, 31 anni, quell’anno, che racconta:
Era una bella giornata, ma man mano che ci avvicinavamo sembrava che diventasse scura”. L’auto viaggiava ad altissima velocità, l’assassinio del giudice Falcone e della sua scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Morinari, aveva cambiato le regole degli spostamenti.
Arrivati sotto casa della madre di Borsellino, Vullo si allontana per parcheggiare la macchina. Quello che ricorda lo racconta lui stesso: “Il giudice è sceso dalla macchina e si è acceso una sigaretta. I ragazzi si sono messi a ventaglio intorno a lui per proteggerlo, come sempre.
Sono entrati nel portone, poi… sono uscito dall’auto distrutta.
Ho camminato e camminato. Ero disperato, vagavo. Gridavo.
Ho sentito qualcosa sotto la scarpa. Mi sono chinato. Era un pezzo di piede.
Mi sono svegliato in ospedale. Ogni volta, quando cade l’anniversario, sto malissimo
”.
(biografie ricostruite dal MovES dalla rete: Wikipedia, Wikimafia e altri siti, AgoraVox per la testimonianza di Vullo)