Mafalda

 

di Ivana FABRIS

 

Per oltre trent’anni siamo stati solo come cavie da laboratorio.

Il sistema finanziario che si andava espandendo, strutturando e specializzando, ha spinto i popoli europei al profitto più sfrenato.

Ci hanno resi dipendenti da falsi bisogni, da false mete utilizzando falsi modelli da perseguire.
Dalla fine degli anni ’90 a quasi tutto il primo decennio del 2000, la rincorsa al consumo è stata impressionante.
Prestiti per qualunque occasione, erogati con una spregiudicatezza da non credere.

Banche e finanziarie che sorgevano in ognidove soppiantando i negozi dei piccoli commercianti, quelli dei prodotti tipici, quelli dei prodotti di qualità, andati falliti per la concorrenza sfrenata dei grandi centri commerciali dove entri e compri anche quello che forse non ti serve.

Sembrava di stare nel paese di Re Mida e invece stavamo solo nel Paese dei Balocchi.

Era una narrazione, un modello contrabbandato a reti unificate: televisione, radio e giornali.

Poi il crollo.
Totale, assoluto, come un palazzo di 10 piani a cui sono state minate le fondamenta.
Per quanto ci ha riguardato, nemmeno c’erano quelle fondamenta.
Tutto si reggeva su una grande, immensa, gigantesca illusione.
E chi l’ha indotta, lo sapeva che sarebbe crollata su se stessa.

Perché il sistema, a dispetto di noi tutti che come formiche in un enorme formicaio corriamo di qui e di là lavorando come matti e mettendo da parte ogni briciola per quel consumo e per salire qualche scalino della piramide, sa chi siamo, sa quale sogno ci ha mossi dalla notte dei tempi, sa cosa vogliamo.

Sa che da sempre ‘l’operaio vuole il figlio dottore’ e che per ottenerlo, è disposto a tutto.
Sa che farlo sentire ‘arrivato’ e al sicuro dalla povertà, era il metodo giusto per fargli abbassare la guardia fino al punto di pensare che la coscienza di classe fosse superata.

Sa che ha funzionato.

Solo quella che inopinatamente si definisce sinistra mentre resta funzionale al sistema, non lo ha mai saputo e non lo sa ancora oggi facendosi portatrice della narrazione su Unione Europea ed euro, quella per cui fuori dall’euro è il baratro.

Quella per cui un giornale come “il Manifesto” (testata che per decenni è stata più a sinistra della sinistra) ha fatto dire a 25 economisti che uscire dall’euro è un pericolo gravissimo, che uscire dalla UE comporterà il tornare agli Stati nazionali come se l’epoca che ha preceduto la nascita dell’Unione non raccontasse invece una storia di crescita, benessere e progresso.

Quella che se ne guarda bene dall’informare QUOTIDIANAMENTE cosa accada ai paesi come la Grecia che sono rimasti nella zona euro.
Quella che non fa che chiedere e chiedersi cosa succederebbe se si uscisse e che evita opportunamente di domandarsi e domandare, invece, cosa succederebbe se RESTASSIMO nell’euro e nella UE.

Se ti fai la domanda sbagliata, non sarà mai giusta la risposta.

Intanto, però, un errore simile lo pagano milioni di persone proprio perché qualcuno che continua a definirsi di sinistra ha perso la capacità di avere capacità di analisi, visione e soprattutto coraggio.