di Ivana FABRIS

Ad Arrigo, mio compagno di tanti momenti di lotta e amico di sempre.
Ad ogni compagno che ho incontrato.
A tutti quelli che non ho conosciuto allora.
A quelli che ho scoperto essere ancora compagni oggi.
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Ci sono stati giorni in cui molti italiani erano di sinistra e lo erano come nemmeno oggi si potrebbe immaginare.
Ci sono stati giorni, i nostri giorni, quelli della mia generazione, una generazione che ha raccolto il testimone delle lotte del ’68 ed ha vissuto quelle del ’77, una generazione a cavallo tra la strategia della tensione e gli scontri con la sinistra extraparlamentare, fino al terrorismo.
Ci sono stati centinaia di giorni mai uguali, giorni di crescita e di fatica, giorni per costruire futuro e rafforzare speranze.

C’erano giorni che oggi devono essere di testimonianza di una sinistra ma non per essere una sinistra di testimonianza.
C’erano giorni che non potranno tornare perchè non è più quel tempo ma può essere, invece, che quel tempo torni a rinnovarsi anche grazie a ciò che è stato.
C’erano giorni, i nostri giorni, quelli dell’impegno dei giovani che aderivano alla FGCI milanese.

C’erano giorni in cui lavoravamo in allegria per mettere in piedi la Festa de l’Unità, collaborando con i compagni più grandi o più anziani di noi e dai quali, oltre a scontrarci per cercare di far entrare un nuovo modo di far politica all’interno del partito, si imparava e con i quali si rideva e si scherzava perchè comunque ci volevano bene e ci vedevano come il loro futuro, come la loro continuità, come la trasmissione della loro memoria.

C’erano le notti del coraggio da imparare, le notti passate in strada ad attacchinare, quelle in cui apprendevamo cosa fosse il pericolo, quel pericolo di cui avevamo solo sentito parlare dai nostri padri coi loro racconti sul fascismo.
Due macchine, almeno, e non meno di 6-7 compagni. I motori delle auto sempre accesi e le portiere spalancate, pronti a partire a tutto gas nell’evenienza di una possibile aggressione. La colla dentro ai secchi che, di manifesto in manifesto, colava ovunque anche da quelle grandi e appiccicose pennellesse.
Le tecniche tramandate dai ‘vecchi’ ai giovani per arrotolare il fascio dei manifesti per essere più veloci possibile. Veloci anche a scappare perchè erano gli anni della paura, delle revolverate sparate ad altezza uomo nel cuore della notte e poteva capitare a chiunque e in qualunque momento.
Una paura più grande di noi, molto più grande che, così giovani, condividevamo per forza, oltre che per amore, in quei momenti. L’adrenalina spesso andava alle stelle, gli occhi di continuo scansionavano il buio, ogni minimo movimento ci appariva sospetto e ci allarmava tanto da farci esplodere il cuore in gola.

C’erano le giornate di studio, tante, quelle in cui ci confrontavamo con i ‘sacri testi’ e con le migliori ‘teste pensanti’, quelli in cui andavamo incontro alla formazione del nostro sapere politico, in cui forgiavamo la materia che ci legava tutti: la passione, quella fonte di calore che dà il coraggio per affrontare un percorso fatto di lotte tese a costruire un futuro migliore, quel propulsore che, senza che ne fossimo consapevoli, ci avrebbe animato per tutta la vita e spinti sempre avanti in quella continua e affannosa ricerca.

C’era l’attività politica in quartiere, nei pomeriggi a volantinare fuori dai supermercati e nelle mattine fuori dalle scuole.
Un volantino, un confronto, uno ad uno, con un nostro coetaneo e con una madre di famiglia. I sabati al mercato ancora coi volantini, ma anche con i banchetti, con il dialogo caldo e cordiale con le persone che fermavamo e che, senza alcuna diffidenza, ci trasmettevano frammenti di sè, trascinandoci appassionatamente nelle loro vite con i loro racconti di tutto il malessere, dei disagi e delle difficoltà che incontravano nelle loro quotidianità.
C’erano i dibattiti pubblici in sezione, le riunioni all’aperto in quartiere, i momenti creativi e ricreativi coi cittadini nelle piazze, i convegni, i cineforum.

C’erano le riunioni del martedì sera al direttivo, con quelle discussioni a volte interminabili, a volte fumose, a volte appassionanti e, qualcuna, anche lacerante in cui, non così raramente, nel periodo del compromesso storico, ci è toccato veder piangere diversi tra i compagni più anziani.

C’erano i turni di notte per presidiare gli stand alla Festa de l’Unità di quartiere o provinciale o quelli fuori da Palazzo di Giustizia, per arrivare primi a depositare il simbolo del PCI per le liste elettorali, prima di tutti i rappresentanti degli altri partiti perchè il nostro fosse sempre in alto a sinistra. Quelli per vigilare sulle sezioni negli anni della strategia della tensione, per scongiurare possibili attentati.

C’era il lavoro di staffetta ai seggi per rifornire di viveri i nostri scrutatori, i rappresentanti di lista, i presidenti di seggio; per far affluire in sezione i dati degli scrutini. Pedalavamo tanto: a piedi, in bicicletta, in motorino, pedalavamo e imparavamo, conoscevamo l’organizzare, venivamo a contatto con un mondo che era una macchina perfetta e fatta di una volontà e una dedizione come mai più abbiamo visto.
Pedalavamo e ci innamoravamo della politica e dei nostri ideali.

C’era la diffusione de l’Unità. Ogni santissima domenica mattina e poco importava che la sera prima avessimo fatto ore impossibili. La domenica puntualmente alle 8 l’incontro era con l’edicola e col fascio dei giornali sul braccio che puzzavano di inchiostro che, nella bella stagione, col passare delle ore, sapevamo si sarebbe mescolato al sudore della pelle tingendoci di nero e di rosso.
E c’erano tutte quelle scale, le porte, i campanelli, la gente che ci aspettava chi con i soldi già contati in mano, chi col caffè pronto, chi con la fetta di torta. Ma tutti col sorriso.
In quelle case che profumavano di pulito, di cera per i pavimenti data rigorosamente il giorno prima, di arrosto o di ragù che già pippiolavano nei tegami della domenica, per noi c’era sempre una calda accoglienza in quella Milano di uno dei tanti quartieri popolari abitati perlopiù da lavoratori come tanti altri ce n’erano in ogni zona periferica della città.

C’erano le mattine dei cortei, tanti, tantissimi, uno dopo l’altro, uno più coinvolgente dell’altro in cui non sapevamo mai come sarebbe andata a finire perchè erano gli anni in cui le trame nere colpivano ancora e poi quelli degli scontri di piazza tra chi militava nella FGCI e nel PCI e chi stava nell’ala degli estremisti di sinistra.

C’erano quegli striscioni così pesanti da portare perchè l’aria riempiva quei lunghi teli e ci rendeva difficile sostenerli anche quando vi praticavamo tagli a finestra perchè non si gonfiassero eccessivamente. Pesanti perchè in alcune occasioni, come il 25 aprile, a Milano l’acquazzone era di rito.
C’era il pavé che odiavamo perchè in quei tratti di pavimentazione si finiva sempre a correre e c’era chi sistematicamente rotolava a terra.
C’erano i brividi che ci procuravano le due ali di folla che assiepavano i lati del corteo con la gente che ci salutava sorridente e, tutta insieme, tendeva il braccio verso l’alto col pugno chiuso.
C’erano i discorsi di grandi uomini politici che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e ascoltare in quelle piazze gremite di gente col cuore gonfio di speranza e di entusiasmo, piazze che vibravano di emozione e di passione.

C’erano gli slogan che riempivano l’aria insieme alla nostra tensione ideale, i nostri sorrisi, ma anche le risate a crepapelle per le cose assurde (per non dire grottesche, talvolta) che accadevano. Ed erano momenti in cui quasi tutti sapevamo che, spesso, sarebbero stati quegli attimi di autentica gioia che precedevano la bufera che ci aspettava in quella maledetta curva tra Piazza San Babila e Corso Vittorio Emanuele.
Lì, non di rado, in un silenzio generale di pochissimi istanti che si creava tra uno slogan e l’altro, vedevamo, d’improvviso, il baluginare dell’acciaio delle Hazet 36 che uscivano in blocco dagli eskimo dei gruppi di Lotta Continua, di Avanguardia Operaia o di Autonomia Operaia.
Quelle chiavi inglesi venivano sfoderate tutte insieme, il loro suono metallico echeggiava per la Galleria del Corso, amplificandosi, un suono che ci accapponava la pelle, che ci faceva correre i brividi lungo la schiena e che in un lampo ci raccontava che in un attimo, lì, sarebbe stato solo il fumo dei lacrimogeni, grida e un fuggi fuggi generale di chi si buttava nella mischia, di chi si metteva al riparo, del Servizio d’Ordine che serrava le fila e rispondeva all’attacco.
Attimi, in cui, prontamente, l’occhio correva ai Celerini e ai Carabinieri che, dalle posizioni strategiche in cui stazionavano, iniziavano a muoversi rapidissimamente verso di noi e tutti, tutti, sapevamo che non ne sarebbe uscito niente di buono.

C’erano i treni presi per fare centinaia e centinaia di chilometri per andare ai cortei più importanti a Roma, c’era l’emozione di tutti quei treni speciali che in piena notte partivano dalla Stazione Garibaldi che prendevamo con la consapevolezza e l’orgoglio di sapere che migliaia e migliaia di altre persone avrebbero preso, come noi, in altre stazioni d’Italia per convergere all’appuntamento.
Su quei treni si parlava, si discuteva di politica, si rideva, si cantava, si facevano scherzi a non finire ai compagni, si dormiva, talvolta nascevano amori, talvolta si faceva l’amore.

C’era l’emozione di una moltitudine impressionante di persone che sfilava in una città che spesso non conosceva, c’era la gente che ci accoglieva e, nei periodi in cui le temperature erano insopportabilmente calde, c’era chi dalle finestre dei primi piani ci passava da bere e da mangiare e lo faceva col sorriso, stringendoci le mani o serrando il pugno col braccio alzato e alzato con orgoglio, con quel senso di appartenenza che ci faceva riconoscere tutti gli uni negli altri.

C’eravamo noi, eravamo noi, quei giorni.
Nuclei di umanità che cresceva, anno dopo anno, condividendo momenti unici e irripetibili che hanno cambiato le nostre vite.
Con la politica crescevamo anche come persone più umane. C’erano le birre e il jazz del dopo riunione, a mezzanotte, in un qualche locale sui Navigli o il panino al baracchino di Viale Zara o il famosissimo gelato al chiosco di Sartori dietro la Stazione Centrale, c’erano le incursioni per bere un caffè a Genova o a Bergamo in città alta, quando era possibile, c’erano i panzerotti da Luini del dopo corteo, c’erano tutti quei momenti che cementavano non solo la struttura di gruppi tanto fortemente identitari quanto inclusivi, ma proprio di una cerchia di persone al cui interno chiunque arrivasse era ben accetto, chiunque era immediatamente parte di noi.
C’erano amicizie che diventavano eterne.
C’erano amori che vedevano la luce di una sola notte o quella di innumerevoli giorni, amori che finivano prima ancora di nascere, altri che sfociavano in matrimoni che ancora resistono.
C’era sostanzialmente un legame indissolubile che era la politica stessa, che, mentre generava ‘animali politici’, generava umanità.

C’eravamo. Ci siamo.
Ci siamo. Ci saremo.
Per la sinistra che verrà.

 

(immagine di proprietà di Ivana Fabris – In corteo dietro lo striscione della FGCI milanese)