Liberazione

di Stefania MAFFEO

Trentacinquemila le partigiane, inquadrate nelle formazioni combattenti; 20.000 le patriote, con funzioni di supporto; 70.000 in tutto le donne organizzate nei Gruppi di difesa; 16 le medaglie d’oro, 17 quelle d’argento; 512 le commissarie di guerra; 683 le donne fucilate o cadute in combattimento; 1750 le donne ferite; 4633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 1890 le deportate in Germania. Sono questi i numeri (dati dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) della Resistenza al femminile, una realtà poco conosciuta e studiata.

Durante la guerra le donne, non solo si erano fatte carico delle responsabilità sociali, ma anche di quelle politiche.

Una guerra feroce, la Resistenza:
restano le madri dei caduti tradizionalmente maschili, sostituendo l’uomo nel lavoro e nel mantenimento della famiglia, ma avevano anche scelto di schierarsi e combattere, nelle diverse forme possibili, la lotta resistenziale, ribaltando la consueta divisione dei ruoli maschile e femminile.

Nei libri di storia si accenna appena alla partecipazione delle donne alla Resistenza, sebbene il loro apporto si fosse rivelato determinante ai fini di una maggior efficacia dell’organizzazione delle formazioni partigiane, entrando a far parte di diritto nella storia della Liberazione nazionale: le donne si occupavano della stampa e propaganda del pensiero d’opposizione al nazifascismo, attaccando manifesti o facendo volantinaggio, curando collegamenti, informazioni, trasportando e raccogliendo documenti, armi, munizioni, esplosivi, viveri, scarpe o attivando assistenza in ospedale, preparando documenti falsi, rifugi e sistemazioni per i partigiani.
Risulta evidente che un aiuto di questo tipo, considerato dalle stesse protagoniste come “naturale”, trova difficoltà ad essere formulato storicamente in modo ufficiale. Infatti i dati numerici sopra riportati non sono completamente attendibili, poiché la maggior parte di essi si ricava da riconoscimenti ufficiali e “premiazioni” assegnate a guerra conclusa sulla base di criteri militari, in cui la maggioranza non rientrava o non si riconosceva. Di fatto veniva riconosciuto partigiano chi aveva portato le armi per almeno tre mesi in una formazione armata regolarmente riconosciuta dal Comando Volontari della Libertà ed aveva compiuto almeno tre azioni di sabotaggio o di guerra.

Ma l’azione femminile, oltre alla direzione dettata dalla necessità di dare assistenza ai partigiani, attraverso molteplici attività materiali, si orientava anche politicamente: numerosissime donne, di ogni estrazione sociale, operaie, studentesse, casalinghe, insegnanti, in città, così come in campagna, organizzarono veri e propri corsi di preparazione politica e tecnica, di specializzazione per l’assistenza sanitaria, per la stampa dei giornali e dei fogli del Comitato di Liberazione Nazionale.

La seconda guerra mondiale ha permesso alle donne, in un certo senso, di emergere dall’anonimato e le ha trasformate in soggetti storici finalmente visibili, nell’esperienza di sostegno e solidarietà offerta all’azione partigiana; solidarietà che ha valicato l’ambito familiare ed è diventata valore civile di convivenza.

L’antifascismo fu, per le donne, una scelta difficile, ma libera da costrizioni esterne: non fu dettata dal timore di rastrellamenti messi in atto in seguito ai bandi, o dallo stato di evasione che fece confluire nelle bande partigiane migliaia di giovani. In più quelle che partecipavano attivamente non erano né fanatiche, né guerrafondaie, ma donne normali. La Resistenza, per queste donne, non significò impugnare un moschetto, ma soprattutto significò la conquista della cittadinanza politica.

Il desiderio di liberarsi dai tedeschi si intrecciava con quello di conquistare la parità con l’uomo: ciò esprime il fatto che allora la donna acquistò la consapevolezza del proprio valore e delle proprie capacità, derivante dalla rottura del sistema di controllo sociale causata dalla guerra. Si trattò di una guerra nella guerra, della battaglia per la loro emancipazione dopo una millenaria subordinazione.

La motivazione politica portò ad un risultato importantissimo: la richiesta di un riconoscimento di un ruolo pubblico nel nuovo sistema democratico, fino ad allora negato alla donna da una società prevalentemente maschilista.
L’attività delle partigiane è stata sottoposta in sede storica a varie letture: Anna Bravo ha evidenziato come il contenuto dell’appello che la società lancia alle donne nei momenti di sconvolgimenti profondi, come le guerre, facendo leva sul sacrificio di sé per la salvezza collettiva in nome della maternità come valore sociale, riconduce l’azione femminile all’interno del naturale orizzonte di valori istintuali che non può tradursi nel riconoscimento di una pratica politica[1].

Anna Rossi Doria ha sottolineato il tentativo delle donne di trovare un valore fondante nel rapporto con la politica attraverso la valorizzazione pubblica delle capacità femminili tradizionalmente svolte nella sfera privata[2].

Nella Resistenza questo ha trovato espressione nell’attività svolta dalle donne nelle giunte popolari e nei Cln di base.

In altre parole, la scelta resistenziale delle donne ha rappresentato, in contrapposizione ai modelli femminili proposti dal regime fascista, la ricerca di libertà personali sollecitata dalla società di massa e, in parte, soddisfatta dalla difesa armata e paritaria della patria, simbolo nella tradizione politica occidentale dell’accesso alla cittadinanza.

La Resistenza, comunque, ha rappresentato una nuova importante tappa del percorso emancipativo femminile, determinando per la donna un universo simbolico di riferimento nuovo, sancito formalmente dal decreto sull’estensione del diritto di voto del 1° febbraio 1945. Che donne fantastiche, queste antifasciste. Combattevano, portavano armi, discutevano appassionatamente, facevano l’amore, sorridevano, s’arrampicavano su montagne gelate. Le hanno chiamate donne della “resistenza taciuta”, come s’intitola uno storico saggio su dodici vite partigiane[3].

In effetti pochi le conoscono per ciò che erano: autentiche leader, politiche e morali. Combattevano, venivano arrestate, a volte picchiate o violentate dai nazifascisti, senza parlare o tradire.

Facevano politica senza separarla dalla vita ( molto tempo prima dei tempi in cui “il privato è pubblico”). I valori ed i caratteri del mondo femminile, sviluppatisi durante la millenaria soggezione ed in risposta a questa, diedero, anche alla nostra Resistenza, una ricchezza che non avrebbe raggiunto altrimenti. Fra questi caratteri, risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, il senso di giustizia, la capacità appassionata di amare e di soffrire, il rispetto della verità dei fatti e dei sentimenti (“avevamo paura”, hanno dichiarato alcune, candidamente), la generosità comunicativa, la modestia, la pietà.

Davvero una Resistenza sofferta e taciuta. Sono decine di migliaia le donne che hanno combattuto il nazifascismo affrontando arresti, violenze e deportazioni. Che sono uscite di casa per entrare nella Resistenza.

Che vi hanno fatto ritorno, spesso dimenticate, a guerra finita. Esse non si affiancarono ai loro compagni soltanto con il ruolo di cura attribuito loro dalla memorialistica e dalla storiografia ufficiale, né si può più dire che esse stavano ai margini della lotta di liberazione, perché esse ne furono protagoniste. L’importanza delle donne nella vita quotidiana e sociale nel borgo aumentò durante la guerra: non solo fecero fronte ad un aggravamento delle già misere condizioni di vita, ma si assunsero l’incarico di manifestare con modi “estroversi”, come le proteste di piazza, il dissenso contro il regime.

Simbolo del nuovo protagonismo femminile è il famosissimo “sciopero del pane” del 16 ottobre del 1941.

La protesta scoppiò per la riduzione della razione pro capite di pane, nonostante le rassicurazioni dello stesso Mussolini. Le donne assaltarono un furgoncino della Barilla, formarono un corteo numeroso ed agguerrito che, al grido di “Pane, pane” riempì le strade cittadine ed impegnò le autorità fasciste per tutta la giornata. I documenti ufficiali hanno ridimensionato la partecipazione di massa a questa protesta e, soprattutto, la sua portata politica. Con questa “chiassata” le donne, casalinghe ed operaie, non operarono solo sul fronte delle rivendicazioni materiali, ma espressero tutta la rabbia ed il dissenso popolare contro il regime, la guerra e le restrizioni da essa imposte.

Questa manifestazione di massa è, quindi, da considerare l’atto di ingresso delle donne nel movimento antifascista e preludio del salto di qualità del loro ruolo all’interno del movimento clandestino. Salto di qualità dovuto anche alla graduale maturazione di una coscienza politica che fra le donne possedeva solo chi lavorava in fabbrica a causa delle attività sindacali e di propaganda antifascista che lì erano svolte[4].

Nel momento in cui decidevano di essere contro il fascismo, esse erano obbligate non solo a schierarsi politicamente, ma anche a rompere oggettivamente con la separatezza della propria tradizionale domesticità per proiettarsi sulla scena pubblica.

A quel punto non era possibile più alcuna ingenuità, alcuna mancanza di consapevolezza.

Si accorgevano di essere doppiamente diverse rispetto al resto della società, aggiungendo al senso di solitudine, che le avvicinava ai loro compagni di fede, la percezione vivissima di essere isolate anche, e soprattutto, nei confronti delle altre donne. Dovevano negare il modello seduttivo di tanti stereotipi al femminile e questo poteva risultare piuttosto facile.

Difficile, molto più difficile, era spezzare i condizionamenti ed i legami familiari quando questi si ponevano come barriere ardue da scavalcare. In questo caso la scelta poteva assumere una dimensione totalizzante, fino ad azzerare del tutto la propria realtà privata[5].

Erano pochi i casi in cui il rapporto con la famiglia assumeva toni così radicalmente conflittuali ed anzi, nella memoria delle militanti, la cultura familiare veniva costantemente rivissuta come moralità, come un ambito al cui interno la scelta antifascista appariva in un certo senso predestinata. Sempre, invece, la frequentazione con gli ideali ed i progetti politici dell’antifascismo produceva nella loro vita intima contraddizioni laceranti, la sensazione di essere considerate “bestie nere” per le quali la trasgressione del modello femminile tradizionale comportava l’attivazione quasi automatica di meccanismi di difesa e di autoisolamento.

Per intraprendere quel cammino bisognava essere assolutamente convinte della propria forza interiore, assecondando quelle scintille di diversità che facevano di ogni antifascista una donna che si distingueva dalla altre, anche solo per una infinitesima porzione di comportamenti, atteggiamenti, letture, abitudini culturali, modi di vestire, di truccarsi, di vivere il rapporto con i propri figli, con i genitori, di interpretare l’amore, di gestirsi la propria sessualità.

Erano tutti rivoli di una “diversità” che confluivano in un tipo ideale dell’antifascismo al femminile, che smarriva i contorni di un’esperienza assoluta da testimoniare, di un modello etico – politico che diventava una realtà totalizzante, per assumere la configurazione tumultuosa ed incandescente di un universo fatto di scelte individuali, casualità, contraddizioni personali, lasciando affiorare una molteplicità di percorsi difficilmente riconducibili ad una uniformità segnata dalle grandi sintesi politiche ed ideologiche[6].

Giovani popolane appartenenti ai ceti operai, poco o per nulla politicizzate, residenti nei borghi popolari furono le donne che scelsero di aderire alla Resistenza.

Chiamate dalla storia a combattere in un mondo in sfacelo, queste donne si esposero senza esitare a tutti i rischi della guerra partigiana. Nella massima parte non vollero imbracciare le armi, questo simbolo di prepotere maschilista, prendendo parte a pieno titolo alla Resistenza civile. Indipendentemente dai mezzi usati nella lotta, si distinsero dagli uomini per i modi e la qualità della loro partecipazione. I valori ed i caratteri del mondo femminile, sviluppatisi durante la millenaria soggezione ed in risposta a questa, diedero, anche alla nostra Resistenza, una ricchezza che non avrebbe raggiunto altrimenti.

Fra questi caratteri, risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, il senso di giustizia, la capacità appassionata di amare e di soffrire, il rispetto della verità dei fatti e dei sentimenti (“avevamo paura”, hanno dichiarato alcune, candidamente), la generosità comunicativa, la modestia, la pietà. Davvero una Resistenza sofferta e taciuta. Fin dall’immediato dopoguerra, opposizione e resistenza al nazifascismo sono state identificate con la lotta armata, minimizzando l’opera senza armi, considerandola come contributo alla prima, cioè come una forma laterale di azione. Questa svalutazione della Resistenza civile penalizzò soprattutto il riconoscimento dell’azione femminile che fu prevalentemente senza armi e subì la stessa feroce repressione della lotta armata.

Solo il ruolo della staffetta venne celebrato riconoscendone la pericolosità e l’importanza. L’attività di Resistenza civile delle donne non si esauriva, però, con la figura della eroica staffetta. Esse si resero d’aiuto in modi diversissimi, a volte specificatamente femminili come il vestire e aiutare i militari sbandati affinché sfuggissero alla cattura dei tedeschi (il cosiddetto “maternage”) e la cura dei feriti, o attraverso la propaganda antifascista, il sabotaggio in fabbrica della produzione destinata alla guerra nazi -fascista, o la raccolta di viveri e denaro, o spontanea o organizzata dal Soccorso Rosso, per le famiglie in difficoltà dei militanti.

Agnese non è giovane, non è bella, non è istruita né particolarmente intelligente, non ha desiderio di uscire dal suo piccolo cosmo contadino, ma, di fronte alla cieca violenza della Storia, compie un atto irreparabile cha la scaraventa, quasi suo malgrado, in una vita completamente diversa.

L’Agnese partigiana sa comportarsi con coraggio e responsabilità, ma, soprattutto, riversa sui suoi giovanissimi compagni, tutto il suo amore riservato e costante, tanto da divenire per tutti “mamma Agnese”: un modello di umanità, forte e sommessa insieme.

Per tante donne come per l’Agnese la Resistenza fu l’occasione di una complessiva “promozione” umana, sociale e politica. Le comuni condizioni di pericolo, i rischi corsi insieme,

In Emilia, nel duro inverno 44-45 quella specie di fratellanza, che si stabilisce quando si impugnano le stesse armi, riuscirono ad infrangere molti stereotipi ideologici e culturali. Agnese, per i partigiani, è comunque sempre una “mamma”; il suo bisogno di avere il consenso del capo ricorda la gratitudine con cui accoglieva le tenerezze del marito. Quando la giovane partigiana, che da poco aveva raggiunto la banda, chiede di regolarizzare la sua posizione e di sposare il compagno, il trinomio classico “madre, moglie, figlia” si ritrova intatto con la sua carica di subalternità, anche all’interno di un mondo ricco di fermenti innovatori come quello partigiano.
Agnese non è solo un personaggio letterario, è un simbolo di qualcosa di più grande e di più importante che tanto meglio traspare nel testo quanto più essa si annulla come personaggio, per virtù come semplicità, abnegazione. Essa combatte con i partigiani appartenenti a formazioni fortemente politicizzate, ma i suoi moventi non sono politici. Abbracciare la causa della lotta partigiana in tutta la sua interezza non è cosa semplice.
Agnese è un’immagine collettiva, è uno e molti, è soggetto e oggetto del sacrificio; un personaggio assai reale sotto certi punti di vista, ma poi disumano per la sua grandezza, la sua capacità, spinta fino all’assoluto di annullarsi nei fatti e nelle vicende; la morte fisica con cui si conclude il libro non è altro che l’ormai necessaria distruzione di quanto resta di Agnese, quella spoglia “stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve”.

Il personaggio ha già annullato se stesso per seguire una lotta, una causa; la lotta per la libertà, contro il nazifascismo. Il ruolo della donna nella Resistenza non è mai stato studiato con sufficiente serietà: è sempre stata considerata come conseguenza dell’uomo della Resistenza, quando invece molte donne fecero questa scelta radicale da sole, senza essere in qualche modo influenzate dalla scelta dei mariti o dei figli. Anche il loro ruolo nella famiglia cambiò molto: la donna della resistenza era lavoratrice e autonoma.

Figlie, spose o madri in una o più di queste vesti, le donne si trovarono unite ai “loro uomini” per combattere le loro battaglie in nome di un’ideale di libertà e per un futuro di pace scevro da odi e rancori. In altre parole, prevale un doppio registro per interpretare l’azione delle donne partigiane, cioè la specificità femminile da un lato, grazie alla quale la donna ha qualcosa in più e di diverso da portare alla lotta ed alla politica, la parità dall’altro, che si traduce nella rivendicazione di un’uguaglianza di diritti nella nuova democrazia, che poi ha caratterizzato l’entrata sulla scena pubblica delle donne nel secondo dopoguerra.

La partecipazione alle lotte partigiane spinse le donne ad essere protagoniste, ad assumersi responsabilità storiche dirette, ad uscire dai moduli di un dovere solo domestico, anche se il punto di riferimento di tale uscita restava la famiglia. Oltre a questi, l’esperienza resistenziale, comportò anche altri elementi di novità: l’influenza sul carattere dell’appello al coraggio fisico ed alla resistenza psichica, l’obbligo di prendere rapidamente, magari da sole, decisioni drammatiche, lo sviluppo di capacità di controllo e di operatività in campi ignoti, l’ampliarsi del sentimento di solidarietà ed il divenire prassi attiva di una conoscenza collettiva di classe.

La lotta partigiana vide le donne nei Gap (Gruppi d’azione partigiana), nelle Sap (Squadre d’azione partigiana) e in montagna, nell’organizzazione di scioperi ed agitazioni esclusivamente femminili (si pensi alle grandi manifestazioni seguite a Torino alla morte delle sorelle Arduino) nelle carceri, sotto la tortura (e seppero non parlare!), nella diffusione della stampa clandestina (le messaggere erano quelle che, mimetizzandosi e mettendo a repentaglio le loro vite, hanno superato le linee tedesche per stabilire un contatto fra loro i compagni d’arme.
Simbolo della loro opera è una comune borsa da spesa, nella quale nascondevano sotto pomodori e peperoni, le informazioni cifrate dei partigiani) nelle pericolosissime missioni di collegamento.

Non solo come “mamme” dei partigiani, o vivandiere, o infermiere di ribelli affamati o feriti (le infermiere erano distinguibili per una piccola fascia bianca bordata di rosso sul braccio. Le loro mani si erano arrossate del sangue dei fratelli di battaglia, che poi avevano accolto e curato nei fienili e nelle cantine), anche se furono pure questo, e quando tutto ciò poteva significare l’arresto, l’incendio della casa, la fucilazione.

Le donne furono le saldissime maglie della rete, rischiando spesso più degli uomini perché, se catturate, il nemico riservava loro violenze carnali, che, in genere, ai maschi non toccavano.

Nel ridimensionamento, anzi nella polverizzazione che “il vento del Sud” portò ai valori sociali della Resistenza in nome della continuità dello Stato, le donne partigiane furono doppiamente tradite: dalle forze politiche tradizionali e, in molti casi, più dolorosamente, dagli stessi compagni di lotta. In fondo anche per molti uomini di sinistra le partigiane combattenti avevano trasgredito la vocazione domestica. Quindi essi preferivano pensare che le donne avessero agito più per amor loro che per autonoma scelta politica.

E’ certo, comunque, che gli uomini non erano molto disposti a concedere alle donne riconoscimenti, cariche e poteri[7].

Alla fine della lotta armata la stragrande maggioranza delle donne non si fece avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti[8].

Molte, vedendo come avvenivano le assegnazioni, si astennero deliberatamente dal chiederle per non confondersi con i partigiani del 26 aprile. Anche per questo, le statistiche che indicano la partecipazione femminile alla Resistenza sono così poco attendibili.

Però, quando sfilavano i drappelli delle donne partigiane, esse avanzavano orgogliose ed impavide e si poteva scorgere sul loro volto, reso quasi duro dalla severa vita di montagna, la bellezza animata dal sorriso della vittoria.

Quelle che sul corpo portavano le tracce della battaglia, suscitavano emozione e silenzio tra le due ali di folla: dall’inferno del piombo fascista erano uscite indenni e sembrava che le loro narici odorassero ancora della polvere da sparo. Esse sentivano, come tutti gli oppressi, che non combattevano solo contro il fascismo, ma anche, e soprattutto, contro la disuguaglianza e l’ingiustizia. Ogni azione gappista risultava sofferta non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, perché accompagnata dalla considerazione, da un lato, della ineluttabilità di quello che si era fatto e, nel contempo, dall’orrore che si provava per essere stata causa della morte di esseri umani, sia pur nemici.

A ciò si aggiungeva che il dilemma di fondo che, probabilmente, ha attanagliato tutte le donne partigiane: ossia il conflitto tra la necessità di sopprimere vite umane da parte di chi, per natura, la vita la crea ed il tentativo di giustificare, a sé stessa prima che agli altri, questo gesto contro natura.

Il che è un dilemma, appunto, tutto femminile, che rappresenta probabilmente l’aspetto più travagliato e sublime di come le donne hanno saputo motivarsi in questo periodo drammatico ed esaltante che fu la Resistenza e, per certi aspetti, dà alla loro partecipazione alla Lotta di Liberazione una valenza più intimamente sofferta rispetto alla partecipazione maschile. Beppe Fenoglio, ne Il partigiano Johnny, descrive così il suo incontro con le partigiane: “Praticavano il libero amore, ma erano giovani donne, nella loro esatta stagione d’amore coincidente con una stagione di morte, amavano uomini e l’amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata esistenza. Si resero utili, combatterono, fuggirono per la loro vita, conobbero strazi e orrori e terrori sopportando quanto gli uomini”. L’esperienza resistenziale accomunò, in nome della Liberazione della propria Patria dagli occupanti nazifascisti, donne di varia matrice politica, che per semplificazione d’indagine, raggrupperemo in donne di sinistra, comprendendo militanti del Pci, del Psi, del Pri e della sinistra cristiana, e donne cattoliche.

Le basi di entrambi i gruppi vanno a ritrovarsi nell’associazionismo, con l’Udi (Unione donne italiane di sinistra)[9], e la Gioventù Femminile di Azione Cattolica e del Centro Italiano Femminile[10], che contribuirono alla formazione della cultura popolare femminile, rompendo il tradizionale circuito fra casa e chiesa, per proporre forme di militanza, di iniziativa, costituendo di fatto uno dei grandi fattori di socializzazione femminile.

In più, introdussero un fattore di unificazione culturale e di costume fra le donne del Nord del Paese, che in maggior numero avevano preso parte alla Liberazione, e quelle del Sud, per le quali il Movimento Cattolico fu, forse, l’unica occasione di mobilità autonoma.

Una nota partigiana cattolica fu Tina Anselmi, nata a Castelfranco Veneto nel 1927, insegnante, che decise da che parte schierarsi quando, giovanissima, vide un gruppo di giovani partigiani portati al martirio dai fascisti:
“Dopo l’8 settembre, in seguito alla firma dell’armistizio, i tedeschi conclusero che noi avevamo tradito l’alleanza ed allora si sviluppò con più ferocia e determinazione la loro rappresaglia. Noi vedevamo passare per i nostri paesi i carri bestiame pieni di giovani dei nostri paesi rastrellati, portati in prigione e poi impiccati o fucilati nei viali. Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi, c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo. La dottrina fascista diceva, nel primo articolo, che lo Stato è fonte di eticità, niente è sopra lo Stato, niente è contro lo Stato, niente è al di là dello Stato; dunque questo articolo giustificava quello che avveniva e le rappresaglie che erano consumate”.

“Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così.

Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”.

“Ricordo sempre un treno, uno dei tanti treni che passava sempre per la stazione del mio paese con tutti i carri piombati, dentro c’erano ragazzi che gridavano, avevano bisogno di acqua, avevano bisogno di cibo, facevano passare per le fessure dei carri bestiame biglietti con gli indirizzi delle loro famiglie perché li avvisassimo”.
Divenne così staffetta della brigata autonoma “G.Battisti” (erano svincolate da qualsiasi collegamento con i partiti politici ed avevano l’obiettivo di liberare la zona occupata dove agivano) e del Comando regionale del Corpo volontari della libertà. Nel 1944 si iscrisse alla DC e partecipò attivamente alla vita del suo partito, non dimenticando mai le ragioni profonde della sua scelta antifascista. Con l’occupazione nazista dell’Europa, furono centinaia le partigiane jugoslave, francesi ed italiane a cadere sul campo di battaglia, armi in pugno. Oppure fucilate, come Lina Bandiera e Ines Bedeschi. O Irma Marchiani, messa al muro vicino a Modena, dopo l’evasione dalla prigione tedesca. E ancora: Gina Borellini ferita in battaglia nell’aprile del ’45, ed Ancilla Marighetto, uccisa in combattimento a soli 18 anni sui monti di Trento. Poco distante, nel veronese, nel 1944 cadde in battaglia Rita Rosani, fondatrice, a Verona, del battaglione partigiano “Aquila”.

Paola Del Din fu, invece, l’unica donna a lanciarsi con il paracadute, nell’ambito di una missione sulle montagne di Belluno.
Concludendo questo breve studio (breve perché moltissimi sarebbero gli episodi esemplari da ricordare) non possiamo fare a meno di pensare che le donne partigiane seppero certamente potenziare il coraggio maschile con il loro esempio, la loro scelta di affrontare un nemico feroce, la loro dedizione, il loro sguardo, il loro sorriso.

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NOTE:

[1] Anna Bravo, Donne ed uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari, 1991.

[2] Anna Rossi Doria, Le donne sulla scena politica, in Storia dell’Italia Repubblicana, vol.1, La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli Anni Cinquanta, Einaudi, Torino, 1994.

[3] Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, Resistenza taciuta, Bollati Boringhieri, 2003. La prima edizione del testo era edita da La Pietra, Milano, 1976.

[4] Di fondamentale importanza per la stesura del pezzo è stata l’attenta lettura del saggio di Giovanni De Luna: Ruoli ed identità delle donne nell’antifascismo, ne ‘L’impegno’, a. XV, N°.1, aprile 1995.

[5] Molto esplicita a riguardo è la lettera di Xenia Silverberg Sereni a sua madre: ‘Il mio lavoro per me non è una cosa tra le altre ma il centro della mia vita, così come è il centro della vita di Mimmo; – le scriveva da Parigi il 28 febbraio 1937 – l’azione è per noi più importante della famiglia, più importante dei figli. Se adesso Mimmo fosse più utile nelle trincee di Spagna che qui, non esiterei nemmeno un momento a dirgli: ‘Parti, vai!’ E altrettanto posso dire per quanto riguarda le figlie. Se fosse necessario abbandonarle per andare altrove le abbandonerei’. Dopo questa dichiarazione che sembrava un punto di non ritorno, la lettera continua implacabile: infatti, alla fine, gelida come la lama di un bisturi, arrivava l’annuncio della rottura: ‘Forse per me sarà duro, forse intollerabilmente difficile passare sopra un sentimento così profondo qual è l’amore per la propria madre; ma non ho il diritto di porre i miei sentimenti personali al disopra degli interessi di partito […] noi rivoluzionari non abbiamo il diritto di esitare, o di aver paura. Se così è stato deciso, così deve essere […]. Non ti scriverò, non mi scriverai’. Certamente Xenia rappresentava un caso limite ed il suo slancio nei confronti del partito assumeva i contorni di una fede integrale che non lasciava spazio ad altro sentimento.

[6] De Luna, op. cit.

[7] In un documento del Comando della I Divisione Garibaldi ‘Piemonte’ del 16 settembre 1944, riguardante le direttive per la costituzione di organismi popolari, si legge, per esempio: ‘Nei limiti delle possibilità, e sempre che vi siano i requisiti adatti, un elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo’.

[8] Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. ‘Ma tu sei una donna!’, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come ‘soldato semplice?’

[9] I Gruppi di Difesa della Donna, organizzazione unitaria promossa dalle donne di sinistra, furono trasformati ed allargati nell’Unione Donne Italiane diretta da Leonilde Iotti, e nell’Unione Ragazze Italiane.

[10] L’Unione Donne Cattoliche nacque nel 1909; la Gioventù Femminile, invece, nacque dall’Unione Donne nel 1918 e venne affidata ad Armida Barelli. Il Centro Italiano Femminile nacque tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, quando le donne democristiane abbandonarono i Gruppi di Difesa della Donna, dei cui direttivi avevano fatto parte, specialmente in Emilia Romagna, e fu affidato a Maria Federici.

Fonte: http://win.storiain.net/arret/num89/artic3.asp